Spettacoli

Il trovatore – Macerata Opera Festival 2026

Il trovatore, come Nabucco, ha infiammato gli animi dell’Italia risorgimentale e ascoltare l’Inno di Mameli prima che l’opera inizi commuove e apre gli scrigni della memoria. Giuseppe Verdi è parte della nostra identità nazionale, sintesi e vertice della nostra civiltà ottocentesca, e quindi calza a pennello ad una serata che vuole testimoniare la solidarietà e la resilienza. E’ quanto è accaduto allo Sferisterio in occasione dell’ultima recita del primo capolavoro della così detta Trilogia popolare, alla presenza di centocinquanta sindaci della Provincia di Macerata che, come ogni anno, si sono dati appuntamento per ricordare il terremoto del 2016.
Se per l’eroico appello di Manrico bisogna attendere la terza parte, l’allestimento di Francesco Negrin, ripreso da Angela Saroglou, mette subito in campo il tema del conflitto e della lotta, mostrandoci già sul preludio, in forma di visione, il duello tra i due fratelli. L’intricata vicenda viene visivamente narrata in puntuale fedeltà al libretto ma interamente rappresenta nella forma evanescente del sogno, nella compresenza di azione, racconto e proiezione fantastica. La scena, ideata da Louis Désiré, ha quindi talora più centri e livelli, sovrapponendo l’evento al ricordo, il reale all’immaginario. Il grande palcoscenico dello Sferisterio viene così abilmente impiegato in tutta la sua lunghezza, con quadri talora simultanei e con lunghissimi tavoli che definiscono gli ambenti e l’orizzonte. Il muro, peculiarità di questa arena, non viene utilizzato, ma lasciato nudo come sfondo, e va dunque configurandosi come il limite imposto da un destino implacabile che non consente alcuna via d’uscita. I movimenti vengono di conseguenza organizzati tutti longitudinalmente, facendo prevalere l’idea del grande affresco onirico rispetto a quella del dramma storico e psicologico. L’atmosfera, sempre notturna e sognante, viene modellata di continuo dalle luci di Bruno Poet, riprese da Marc Heimendinger, ed è spesso lacerata dall’irruzione del fuoco, dal principio fino al supplizio. Gli abiti scuri, anch’essi realizzati da Désiré, sono perfettamente integrati nella severa essenzialità degli arredi, a comporre un insieme che è al contempo complesso e austero, materico e sfuggente.

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Haiyang Guo e Vito Priante

Il racconto musicale è condotto da Dmitri Jurowski con accordi e impasti definiti e in un’accurata differenziazione dei piani sonori. I tempi sono in generale alquanto distesi, soprattutto nella prima e nella quarta parte e forse in linea con una rappresentazione pittorica e onirica. La tensione però spesso si allenta e la narrazione finisce così per mancare di ritmo.

Al loro debutto nel ruolo i quattro interpreti principali, con Martina Gresia e Haiyang Guo per giunta chiamati a sostituire i cantanti inizialmente designati.
Quest’ultimo crea un Manrico fresco e giovanile, con un’emissione rotonda, luminosa e di ottima estensione. Le melodie sono ampie e sbalzate ed è preciso ogni scambio, con un’incisività sovente moderata che dà l’indicazione per un approfondimento del personaggio.
Martina Gresia è una Leonora appassionata ed eroica, capace di esprimere forza come dolcezza. In “Tacea la notte placida” il canto è legato e voluminoso, modulato e coinvolgente, seguito però da una cabaletta poco scandita nelle agilità. Trasparente il “Perché piangete?” e puntualmente delineati in ogni sfumatura l’aria e il Miserere, pur con qualche difficoltà nella chiusura della cabaletta.
Sofija Petrović interpreta un’Azucena ferita e tormentata, che con vocalità morbida e scura traccia una “Stridea la fiamma” robusta e puntuale. E’ assai struggente nel finale, suggellando un’interpretazione che, considerati i talenti, potrà certamente approfondire nella dinamica e nello scavo drammatico.

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Martina Gresia

Ha un fraseggio elegante e un’intensa espressività Vito Priante, interprete di provato talento e abilità tecnica. Eppure il suo Conte di Luna, che è comunque drammatico e intenso, perde volume e raggiunge con fatica le note più alte.
E’ nitido e intonato nel tracciare ogni frase il Ferrando di Dongho Kim, anche se di moderata consistenza. Molto accorata la Ines di Alessia Camarin con una voce morbida e piena e spicca per luminosità e precisione Simone Fenotti come Ruiz. Chiaro e definito anche il Messo di Mauro Sagripanti.
Valido in ogni intervento il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” diretto da Christian Starinieri, con i cori maschili della prima e terza parte che si impongono nettamente scanditi e modulati nella dinamica. Fluida e compatta la Canzone delle incudini, nell’efficace alternarsi di uomini e donne, soave e leggero il coro a Castellor e di grande energia l’invito “All’armi”.

Molto applaudito l’intero spettacolo, con speciale entusiasmo per la Gresia, la Petrović e Haiyang Guo.

IL TROVATORE

Dramma Lirico in quattro parti di Salvatore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi

Direzione d’orchestra Dmitri Jurowski

Regia Francisco Negrin
Ripresa da Angela Saroglou

Scene e costumi Louis Désiré
Luci Bruno Poet
Riprese da Marc Heimendinger
Assistente alla regia Fabiano Pietrosanti
Assistente alle scene e ai costumi Diego Mendez

Il Conte di Luna Vito Priante
Leonora Martina Gresia
Azucena Sofija Petrović
Manrico Haiyang Guo
Ferrando Dongho Kim
Ines Alessia Camarin
Ruiz Simone Fenotti
Un messo Mauro Sagripanti

FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana
Organo M° Cesarina Compagnoni

Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini“

Maestro del coro Christian Starinieri

Foto: Macerata Opera Festival