Spettacoli

La bohème – Arena di Verona Opera Festival 2026, Verona

La bohème secondo Alfonso Signorini torna in Arena 

“Di luglio il temporale, dura poco e non fa male”. Così recita un antico proverbio, in parte sbagliato, stando a quanto accaduto a Verona. La bohème pensata da Alfonso Signorini torna in scena a due anni di distanza e lo fa, per chi scrive, in una serata, come era stato nel 2024, funestata da un potente e lungo temporale. All’apprestarsi del duetto di primo atto, lo spettacolo è stato interrotto ed è poi ricominciato solo all’una di notte, con un pubblico veramente “decimato” dagli agenti atmosferici. Una scelta della direzione, invero poco comprensibile, ma un plauso va a tutti gli artisti e i tecnici che hanno finito lo spettacolo, con buon impegno, circa alle tre di notte. Per la parte visiva dello spettacolo riportiamo quanto scritto nella nostra precedente recensione: “La scena, firmata da Juan Guillermo Nova, si è aperta su grandi pannelli di stoffa che evocavano le vedute dei boulevards parigini di Edmond Georges Grandjean, Gustave Caillebotte e Camille Pissarro. Ai lati del palco i “mille comignoli” fumanti di Parigi, al centro un edificio stilizzato e costruito con pannelli trasparenti: una casa di bambola che lasciava spiare le vite dei suoi abitanti. Un allestimento sostanzialmente tradizionale, sicuramente ricco di comparse ed elementi scenici, discretamente convincente, che avrebbe però forse richiesto una maggiore attenzione al movimento delle masse che, particolarmente nel secondo atto, erano esageratamente stipate e non riuscivano a muoversi credibilmente nello spazio scenico.  Preziosi e rifiniti i costumi alla moda tardo ottocentesca di Silvia Bonetti, adeguate le luci di Paolo Panizza.” Alla sua seconda visione i pregi ed i difetti dello spettacolo restano gli stessi, un allestimento che sa riempire gli spazi areniani, a volte eccessivamente, qualche idea accattivante ma che nel complesso si perde nel già visto ed in un certo zeffirellismo un po’ di maniera, ma, al tempo stesso, uno spettacolo che si lascia vedere piacevolmente. 

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Yusif Eyvazov e Mihai Damian

L’esecuzione annovera un cast di prim’ordine, cui va un sincero apprezzamento per aver affrontato tutti i problemi di una serata così particolare. 

Nel ruolo di Mimì, Eleonora Buratto sfoggia uno strumento dal timbro smaltato ed avvolgente, pastoso nei centri e rigoglioso in acuto. La solidità e la duttilità dell’emissione consentono al soprano di affrontare la scrittura con manifesta disinvoltura, cesellando il fraseggio con il sapiente impiego di intenzioni e sfumature. Si veda, ad esempio, il contrasto tra l’aria di primo atto “Sì, mi chiamano Mimì, ricamata con dolcezza, e la successiva “Donde lieta uscì”, pennellata con accenti di sospirato struggimento. Una interpretazione capace di porre in risalto tutta la fragilità del personaggio, senza dimenticarne, ad un contempo, la passionalità o la determinazione.

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La Bohème, Arena di Verona, 2026

Al suo fianco, Yusif Eyvazov sfrutta il vigore e lo squillo della propria vocalità per dipingere un Rodolfo travolto dalle emozioni. A giudicare dall’impeto e dall’enfasi dell’esecuzione, il ruolo del poeta pucciniano sembra particolarmente congeniale al tenore azero, applauditissimo, tra l’altro, al termine di una intensa interpretazione della “manina”, coronata da un Do acuto di innegabile portata. Sotto l’aspetto interpretativo, Eyvazov indirizza la propria lettura verso il ritratto di un uomo piuttosto sicuro di sé, ma egualmente destinato a cadere vittima di un amore doloroso e fatale.

Un’ottima prova è quella di Mihai Damian, dalla linea di canto salda e facilmente proiettata. Grazie alla luminosità del timbro, il baritono spicca nei goliardici confronti tra “gli amici della soffitta”, in decisa antitesi con le inflessioni dolorose del duetto con Mimì in terzo atto e nel drammatico finale.

Al suo debutto areniano, Francesca Pia Vitale interpreta Musetta con la freschezza di una linea di canto sorretta da un’emissione misurata e ben controllata. Il celeberrimo valzer di secondo atto viene risolto con accenti di seducente abbandono, in netto contrasto con la timorosa serietà del suo ultimo intervento al capezzale di Mimì nel quadro conclusivo dell’opera. Una prova ben riuscita grazie, tra l’altro, alla raffinatezza del portamento.

Alexander Roslavets sfrutta il caratteristico velluto del proprio strumento per tratteggiare un Colline serioso e giudizioso, trovando poi un’adeguata gravità nell’esecuzione della “zimarra” in quarto atto.

L’allegra compagnia dei bohèmien si completa, infine, con Jan Antem, cui va il merito di interpretare Schaunard attraverso un canto vigoroso che trova la sua espressività grazie alla meticolosa cura dell’accento.

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Yusif Eyvazov, Mihai Damian, Alexander Roslavets, Jan Antem, Eleonora Buratto e Francesca Pia Vitale

Ottimo, come di consueto, lo stuolo dei personaggi di fianco tra i quali svetta il Benoit di Nicolò Ceriani, grottesco ed ironico secondo copione. Ricordiamo, poi, il “povero” Alcindoro di Gianfranco Montresor e l’irresistibile Parpignol di Carlo Bosi.

Completano la locandina, Nicolò Rigano, il Sergente dei doganieri, Maurizio Pantò, un Doganiere e Samuele Pedergnani, un Venditore di prugne.

Sul podio troviamo Francesco Lanzillotta, al quale va rivolto un grande applauso, in primis, per la fermezza con cui ha saputo gestire la complessa serata senza perdere la lucidità necessaria nel perseguire il giusto equilibrio tra buca e palcoscenico. La sua è una concertazione ricca di sfumature, dove dinamiche brillanti si susseguono, senza soluzione di continuità, ad altre più struggenti, sino a toccare vertici di profonda tragicità nel finale. Pregevole anche la scelta dei tempi, coerente e funzionale alla costruzione drammaturgica del racconto. Nonostante le già citate difficoltà della serata, l’orchestra areniana mostra un suono duttile e compatto ed assicura al palco e ai solisti il giusto supporto.

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Yusif Eyvazov, Mihai Damian, Alexander Roslavets, Jan Antem ed Eleonora Buratto

L’ora tarda sembra non pesare in alcun modo sulla magnifica prova del coro veronese che, grazie alla sicura ed encomiabile guida di Roberto Gabbiani, riesce sempre a trovare la giusta compattezza ed intensità. Altrettanto valorosi sono, infine, i piccoli cantori di A.Li.Ve, istruiti da Paolo Facincani.

A dispetto della copiosa affluenza dell’inizio, al termine della recita l’anfiteatro risulta svuotato ma ciò non ostacola il pieno successo per tutti gli artisti.

LA BOHÈME

Opera in quattro atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Eleonora Buratto
Musetta Francesca Pia Vitale
Rodolfo Yusif Eyvazov
Marcello Mihai Damian
Colline Alexander Roslavets
Schaunard Jan Antem
Benoit Nicolò Ceriani
Alcindoro Gianfranco Montresor
Parpignol Carlo Bosi
Sergente dei Doganieri Nicolò Rigano
Doganiere Maurizio Pantò
Un Venditore di Prugne Samuele Pedergnani

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Coro di voci bianche A.Li.Ve.
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Maestro del Coro di Voci Bianche Paolo Facincani

Regia Alfonso Signorini
Scenografia Juan Guillermo Nova
Coordinamento costumi Silvia Bonetti
Luci Paolo Panizza

Foto: ENNEVI