Napoli milionaria – Comunale Nouveau, Bologna
“’La guerra non è finita / e non è finito niente!”. Nell’odierno contesto geopolitico da terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla papa Francesco, le parole di don Gennaro Jovine risuonano inquietanti e profetiche. Una sentenza che suggella la Napoli milionaria di Nino Rota su libretto di Eduardo De Filippo e che sintetizza il radicale pessimismo dell’opera presentata in prima assoluta a Spoleto nel 1977, con un testo che nasceva però da una significativa rielaborazione della pièce teatrale del 1950. Quest’ultima, divenuta anche sceneggiato televisivo, si concludeva invece con l’altrettanto celebre battuta “Ha da passa’ ‘a nuttata.”, lasciando così in sospeso il finale, in bilico sull’abisso ma aperto alla speranza, emblema di un’Italia che, per quanto devastata dal secondo conflitto mondiale, riprendeva a scommettere sul proprio futuro.
Negli anni settanta il pensiero di De Filippo ci appare profondamente mutato e una tinta fosca e sconsolata informa tutta l’opera di Rota, mostrandoci la famiglia Jovine divenuta sì ricca grazie alla borsa nera e comunque alle prese con mille altre gravi difficoltà, ma segnata sin dal principio da tragedie senza rimedio e infine annichilita da una morte violenta, ben lontana quindi dalla possibilità di una guarigione come accade nella commedia.

Un’atmosfera plumbea che, come un basso continuo o un pedale ostinato, troviamo perfettamente riflessa nell’allestimento di Marcello Lombardero, andato in scena al Comunale Nouveau di Bologna e che, nelle scenografie di Diego Siliano, riprende l’impianto della pellicola cinematografica, tutta incentrata sul grande vano centrale del bassofondo. A differenza del film in bianco e nero, questa regia ci consente di vedere quanto accade all’angolo del vicolo con tanto di piccola edicola della Madonna; un dettaglio che inserisce un’agitata e ordinaria quotidianità nella città in fermento prima per i bombardamenti poi per l’arrivo degli Alleati. Eloquenti e ricercati, nelle loro fogge storiche e popolari, i costumi di Luciana Gutman e suggestive le luci ancora di Lombardero, che spesso ritagliano aloni per momenti solistici o sottolineature particolarmente drammatiche, mentre la coralità della tragicommedia è resa con vividezza dai complessi e organizzati movimenti dei tanti personaggi e figuranti.
Se la pièce teatrale tiene insieme leggerezza e gravità, la guerra e la napoletanità, il riso e il pianto, la Napoli milionaria di Rota ci appare, anche musicalmente, più sbilanciata verso un’austera pesantezza. Una caratteristica che ritroviamo nella direzione di James Feddeck, asciutta e severa nel primo atto, lacerante nel terzo. La componente vitalistica e comica è quasi esclusivamente riservata all’atto centrale, reso dal Maestro e dall’Orchestra in tutta la sua varietà, con momenti ora lirici ora esuberanti, delineati dai continui e accurati cambiamenti di ritmo. Il suono è sempre voluminoso e timbricamente screziato, anche se non sempre in saldo equilibrio con il palco, forse anche per la difficoltà di gestire le troppe voci fuori scena. Ben integrato tuttavia il Coro diretto da Giovanni Farina, assai luminoso e coeso in apertura del secondo atto e con gli altri interventi di intensa drammaticità.
La lettura di Feddeck rende dunque ragione dell’eclettismo della musica, stratificata e intessuta di rimandi, da Strauss a Puccini, da Gershwin al boogie, mantenendosi comunque fedele a un colore di fondo livido e pessimista. Il disincanto di De Filippo acquista pertanto uno spessore da tragedia assoluta, di stampo classico: non vi è luce, ma nel buio per lo spettatore vi è comunque possibilità di catarsi.

Gennaro Jovine, interpretato dallo stesso Eduardo nel teatro di prosa, è Paolo Bordogna, che crea una schietta figura di napoletano sagace e disincantato, all’inizio non priva di comica leggerezza, ma che diviene, dopo l’esperienza del fronte, sempre più angosciato ed estraneo al mondo che lo circonda. La voce è piena e il fraseggio articolato, in uno stile vario e incisivo via via più intenso e allucinato.
Sua moglie Amalia è Carmen Giannattasio, donna concreta e trafficona, ma dal cuore sincero e passionale. Con una vocalità morbida e voluminosa, omogenea e di salda estensione, gestisce con padronanza gli impervi salti che il ruolo richiede. All’intenzione drammatica unisce una spiccata cantabilità, come quando vagheggia “Villanova”, e intona l’epilogo nei modi di una ninna nanna rarefatta e straziante.
Di notevole freschezza la Maria Rosaria di Mariam Battistelli, con un canto vellutato e sensuale, figlia devota e scontenta, tra amore e delusione.
Suo fratello Amedeo è Marco Miglietta, prima energico e irruento e poi sempre più malinconico nella ricerca di sé.
Errico “Settebellizze, socio e spasimante di Amalia, è Matteo Falcier, chiaro e rotondo, molto melodico e appassionato nell’arioso e nel duetto di Villanova.
Ha frasi terse e una linea sinuosa Yuri Guerra, che plasma un Brigadiere Ciappa scavato ed elegante.
Accorata e puntuale l’Adelaide di Benedetta Mazzetto e alquanto divertente nelle sue cantilene.
Sua nipote Assunta è Eleonora Filliponi, che con un’emissione omogenea e timbrata caratterizza la “finta” zitella in maniera assai originale, conferendole una risata isterica e grottesca di vocalizzi agili e voluminosi.
Limpida e dimessa la Peppinella di Chiara Salentino, mentre è agitata e dagli acuti vigorosi la donna Vincenza di Maria Adela Magnelli.
Michele Patti è un Federico esuberante e poi un Johnny fatuo e innamorato. E’ luminosa ed avvolgente la canzone napoletana del Pascalino “o pittore” di Xin Zhang ed ha una scandita dizione Luca Park come Ricardo Spasiano, l’indebitato ragioniere. Ha una voce una voce rotonda e un’intenzione brillante “o miezzo Previte” di Michele Gianquinto; compatto e quasi in forma di macchietta il Beppe “o Cricco” di Giulio Iermini e chiaro e definito la Guardia di Francesco Amodio.
Molto applaudito l’intero spettacolo con particolari tributi a Bordogna e alla Giannattasio, nella gratitudine per un titolo che è andato in scena davvero in pochissime occasioni. Un lavoro che peraltro ci mostra quanto l’opera sia ancora capace di rappresentare epoche e sentimenti recenti e ad essa contemporanei, rielaborando la tradizione e affermandosi come forma d’arte vitale e potentemente espressiva.
NAPOLI MILIONARIA
Dramma lirico in tre atti
Libretto di Eduardo De Filippo tratto dall’omonima commedia
Musica di Nino Rota
Direttore James Feddeck
Regia e luci Marcelo Lombardero
Scene Diego Siliano
Costumi Luciana Gutma
Maestro del coro Giovanni Farina
Personaggi Interpreti
Gennaro Jovine Paolo Bordogna
Amalia, sua moglie Carmen Giannattasio
Maria Rosaria, figlia Mariam Battistelli
Amedeo, figlio Marco Miglietta
Errico “Settebellizze” Matteo Falcier
Peppe “’o Cricco” Giulio Iermini
Riccardo Spasiano, ragioniere Luca Park
Federico/Johnny, sergente americano Michele Patti
“’O Miezo Prevete” Michele Gianquinto
Pascalino “’o Pittore” Xin Zhang
Il brigadiere Ciappa Yuri Guerra
Adelaide Schiano Benedetta Mazzetto
Assunta, sua nipote Eleonora Filipponi
Donna Peppenella Chiara Salentino
Donna Vincenza Maria Adele Magnelli
Rituccia, l’ultima figlia di Gennaro Vittoria Liguori
Il maresciallo Sandro Pucci
Una guardia/Uno solo Francesco Amodio
Una donna del popolo/Una voce Fanny Eszter Fogel
Il capo palazzo/Una voce Enrico Picinni Leopardi
Foto: Andrea Ranzi
