Aida– Teatro Massimo, Palermo
Aida è un’opera stratificata e scomoda. Al di là della pompa delle scene trionfali, Verdi vi distilla alcune delle sue ossessioni più ricorrenti: il potere religioso come strumento di oppressione, il rapporto genitori-figli come trappola affettiva e politica insieme, la morte come unica via di uscita per chi non può vincere. I suoi personaggi non soccombono per fatalità romantica, ma vengono sistematicamente schiacciati da istituzioni che non lasciano scampo. È un’opera che parla di guerre, di esuli, di chi è costretto a scegliere tra patria e coscienza: temi che risuonano con inquietante precisione nel mondo di oggi.
Nulla di tutto questo trapela dalla produzione di Mario Pontiggia appena andata in scena al Teatro Massimo. Il regista argentino aveva dichiarato nelle intenzioni un approccio “tradizionale” ma capace di fare da zoom sull’intimo, di spogliarsi progressivamente della spettacolarità per concentrarsi sulla dimensione psicologica del dramma. Nella realtà del palcoscenico, questo si è tradotto in qualcosa di ben più modesto: una regia che edulcora i temi verdiani più scomodi e consegna al pubblico un dramma ridotto alla sua ossatura più elementare, cioè una storia d’amore finita male senza un punto di vista, senza un’idea che la riscatti dalla convenzione.
Gli sfarzosi costumi e le scenografie propongono un Egitto reinterpretato in chiave liberty e le marce trionfali del secondo atto rappresentano le uniche concessioni alla teatralità visiva. Originali le coreografie di Luigia Frattaroli eseguite dal corpo di ballo del Teatro Massimo, che hanno introdotto brio ed energia alla produzione. Per il resto, tutto è fermo e statico: i personaggi si muovono in schemi convenzionali, i gesti sono codificati, l’azione drammatica langue. Solo la bravura di alcuni interpreti ha infuso un po’ di vita in un impianto immobile.

Sul piano musicale il discorso si fa più articolato. Daniele Callegari ha diretto orchestra e coro con mano sicura: i momenti di ensemble sono stati gestiti con precisione, i tempi concitati non hanno mai perso coerenza, e la tensione drammatica è rimasta alta nel corso di tutta la rappresentazione. Merito non secondario è l’equilibrio tra buca e palcoscenico, mai sopraffatto dall’orchestra, che in questa partitura può essere difficile da mantenere.
Maria José Siri affronta Aida con una vocalità armoniosa e sicura: i cantabili fluiscono con precisione e omogeneità timbrica. Ma il personaggio, nella sua complessità di vittima e seduttrice, di prigioniera e principessa, di figlia e amante rimane sulla superficie. L’azione scenica è confinata a gesti convenzionali, e non si avverte una lettura profonda del ruolo. Non è un problema imputabile alla sola cantante: è evidente che la regia non le ha offerto alcun sostegno interpretativo su cui appoggiarsi.
Va molto meglio con il resto del cast. L’Amneris di Daniela Barcellona è la prova più completa della serata: sfaccettata, psicologicamente ricca, capace di tenere insieme il dualismo tra potere regale e vulnerabilità femminile con un fraseggio elegante. L’esperienza belcantistica si sente nel legato impeccabile, e nella qualità del colore vocale. Tuttavia, il registro grave, fondamentale per caratterizzare la dimensione più oscura e dominante di Amneris, risulta a tratti meno controllato, e si avverte la distanza tra una voce di mezzosoprano rossiniano e le esigenze drammatiche che Verdi richiede nei momenti culminanti.
Ha impressionato il pubblico Angelo Villari nel ruolo di Radamès: il tenore siciliano possiede una voce di grande qualità per il repertorio, con proiezione robusta, acuti squillanti e pianissimi di testa eseguiti con sicurezza e musicalità. Il personaggio oscilla tra l’eroe che cede per sfinimento e quello che si costituisce per onore, ma in questa produzione nessuna delle due letture è mai compiuta fino in fondo.

Convincente la prova di Claudio Sgura nel ruolo di Amonasro, efficace nel restituire la natura del manipolatore che usa la figlia come strumento politico. Giovanni Battista Parodi non è apparso in forma nel ruolo di Ramfis mentre Manuel Fuentes ha interpretato ruolo del Re con intensità. Bravissima Anna Ryabenkaya nella parte della Sacerdotessa.
Restano, alla fine, le voci, alcune di autentico valore, e una direzione orchestrale di ottimo livello. Ma l’opera di Verdi meritava un interlocutore registico che osasse di più: qualcuno disposto a guardare in faccia la sua crudezza e la sua attualità. Pontiggia ha preferito guardare altrove.
AIDA
Opera in quattro atti di Giuseppe Verdi
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Direttore Daniele Callegari
Regia Mario Pontiggia
Scene Antonella Conte
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Andrea Ledda
Coreografie Luigia Frattaroli
Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo
Maestro del Coro Salvatore Punturo
Direttore del Corpo di ballo Jean-Sébastien Colau
Aida Maria José Siri
Amneris Daniela Barcellona
Radamès Angelo Villari
Amonasro Claudio Sgura
Ramfis Giovanni Battista Parodi
Il Re dell’Egitto Manuel Fuentes
Un messaggero Andrea Schifaudo
Sacerdotessa Anna Ryabenkaya
Foto: Rosellina Garbo
