Il castello di Barbablù / La voix humaine – Teatro del Maggio, Firenze
La dipendenza dall’altro è una discesa nel buio. Come una droga ti avvita nell’ombra e ti fa perdere te stesso. Questo il filo conduttore individuato da Claus Guth per costruire un discorso unico capace di contenere Bartók e Poulenc. Così Il castello di Barbablù e La voix humaine non si collegano semplicemente nella cornice di un dittico, ma si compenetrano e sovrappongono, diventando due episodi di una medesima vicenda. Le due protagoniste, Judith e Elle, sono in realtà legate allo stesso uomo, l’una come sposa, l’altra come amante, ed entrambe vivono il loro rapporto in maniera assoluta, senza misura e senza condizioni, nella ferma ostinazione a portare il loro attaccamento fino alle estreme conseguenze. In modi analoghi ma con esiti diversi.
Il racconto è originale e spiazzante, ti dà degli indizi ma gioca comunque sulla sorpresa, grazie ad una regia costruita pezzo per pezzo, con pochi elementi e una minuziosa gestualità. Un lavoro complesso ed organico che riesce a far convergere le due sezioni armonizzandone le differenze tematiche e stilistiche. Va però detto che entrambe le opere vengono un poco forzate nei loro caratteri per farle entrare nel quadro, laddove Barbablù perde i suoi aspetti di iniziazione al mistero e La voix la sua disperata tragicità. E tuttavia l’operazione convince, soprattutto per le emozioni che suscita e il messaggio che trasmette.

La prima parte, con Il castello di Barbablù, ci porta curiosamente dal simbolico al concreto, anche se in una dimensione onirica e surreale. Quella che all’inizio pare un’astratta esplorazione della tenebra diviene infatti una discesa nella concretezza di una casa, le cui stanze si edificano gradualmente. L’apertura di ogni porta corrisponde in verità ad una parete che delimita e imprigiona e, mentre il testo parla di continue illuminazioni, la quotidianità borghese che si mostra è più inquietante del buio. Tutto avviene per contrasto, ciò che apre chiude e ciò che illumina infittisce la tenebra, con le mogli di Barbablù presenti fin dal principio come larve ed automi. La dimora è un’elegante prigione, una casa di bambola, dove anche l’erotismo sadico e trasgressivo assume pose omologate e raggelanti. Il meccanismo è preciso, sinfonico, un sinistro carillon di cui anche Judith finisce per divenire una parte. Di grande effetto il gioco di luci di Michael Bauer, con aloni nelle tenebre, velature malinconiche e bagliori allucinati anche quando caldi e crepuscolari. Molto eloquenti i costumi di Anna Sofia Tuma, dall’abito corto della sposa a quello rosato da perfetta mogliettina anni cinquanta. Sarà proprio il vestito un colore più acceso a suggerirci che le cose ne La voix humaine possano avere un finale diverso. Indubbiamente qui si allude alla vendetta o al riscatto del femminile, ma la lunga telefonata, che rispetto a Barbablù pone l’accento più sull’autoanalisi che sull’indagine della relazione, si va configurando come la rielaborazione mentale di un vissuto di amore e dipendenza. Questa lettura dell’opera di Cocteau-Poulenc, non manca del resto di aspetti ironici, dove, secondo le scenografie di Monika Pormale, la camera d’albergo è definita da una tenda di sipario e la reception da mani impersonali, le lampade hanno braccia umane e il cane in scena introduce un aspetto lievemente comico. Alla fine però il filo non si attorciglierà intorno al collo di Elle, che sarà invece capace di scegliere. Catarsi nel dolore, ma c’è una luce in fondo al tunnel.
A collegare le due sezioni è soprattutto la figura creata da Florian Boesch. Il suo Barbablù è formale e distaccato e per questo assai inquietante, ma lascia comunque trasparire il tormento che lo abita, mostrandoci un uomo spietato e al contempo prigioniero di logiche omologanti. L’emissione è piena e rotonda, il canto sbalzato e avvolgente, capace di esprimere un’espressività misurata in uno stile ieratico e sinistro.
Alquanto ingenua ci appare al suo ingresso la Judith di Christel Loetzsch, in un’inconsapevolezza che ci fa scivolare lentamente nell’orrore. La voce è piena e morbida, luminosa e di ottima estensione. All’inizio il fraseggio è un poco uniforme ma diviene più incisivo e articolato con l’avanzare della storia. Di grande vigore, mostra efficacemente la sua sudditanza anche sessuale nei confronti del marito e rende le parti conclusive tra terrore e vuota esaltazione, divenendo, in linea con le scelte registiche, una bambola meccanica piuttosto che una Persefone rapita alla luce e regina degli inferi.

A conferire compattezza e tensione all’intero racconto è la direzione di Martin Rajna, che ci restituisce un Bartok vibrante e visionario. Il flusso è accuratamente modulato nella dinamica, con effetti di delicati pianissimo e momenti di turgidi volumi. La valorizzazione delle dissonanze e delle sospensioni rafforza la drammaticità di molti passaggi, nella costante precisione degli attacchi e nella nitida definizione del colore.
Altrettanto articolata la dinamica ne La voix humaine, che viene introdotta dal terzo movimento del Concerto per Orchestra di Bartók e che si snoda con ritmo e continuità, intessuta di pause in grande sintonia con l’interprete. Spicca la cantabilità di momenti come il ricordo di Versailles e l’intensità della parte finale, mentre il cromatismo francese dell’opera non emerge in tutta la sua finezza e varietà.
Di grande energia e potente drammaticità la Elle di Anna Caterina Antonacci, capace di esprimere e diversificare l’intera gamma degli stati dell’anima. Rispetto alla sua recente interpretazione di Roma (su queste pagine il 24 ottobre u.s.), l’artista crea qui una figura di donna più fresca e vitale, più agitata e nervosa ma meno rassegnata, con qualche punta di ironia in linea con la rappresentazione. Un fraseggio scolpito e puntuale delinea un melologo che è un precipitare verso la disperazione ma allo stesso tempo un processo di consapevolezza e di trasformazione. Alla fine della sua piccola odissea nelle emozioni, pur con qualche oscillazione di volume dovuta anche alla scena troppo arretrata, il personaggio ci conduce sull’orlo del baratro ma per spingersi oltre la sospensione di Cocteau e di Poulenc. Attraversando il dolore vi è una possibilità di riscatto.
Applauditissima la Antonacci insieme a Boesch e alla Loetzsch. Entusiasmo per il maestro Rajna e l’Orchestra del Maggio, al termine di uno spettacolo davvero molto partecipato ed emozionante.
IL CASTELLO DI BARBABLÙ
Opera in un atto su libretto di Béla Balázs
Musica di Béla Bartók
LA VOIX HUMAINE
Tragédie lyrique in un atto su testo di Jean Cocteau
Musica di Francis Poulenc
Maestro concertatore e direttore Martin Rajna
Regia Claus Guth
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Barbablù Florian Boesch
Judith Christel Loetzsch
Elle Anna Caterina Antonacci
Scene Monika Pormale
Costumi Anna Sofia Tuma
Luci Michael Bauer
Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino
