Lohengrin – Teatro La Fenice, Venezia
Lohengrin: alla Fenice di Venezia il cavaliere del cigno secondo Damiano Michieletto.
“Se il Sole e la Luna dovessero dubitare, subito si spegnerebbero.” Questa frase, del poeta e pittore William Blake, potrebbe esprimere perfettamente il nucleo tematico di Lohengrin: quel dubbio strisciante e minaccioso che può minare la vita tutta e qualsiasi forma di fede. La sesta opera di Richard Wagner, scritta nel 1845-1848, è tratta dal poema epico medievale Parzival di Wolfram von Eschenbach. È curioso ricordare come, nel libretto, vengano citate le divinità pagane Wotan e Freia, da cui, di fatto, parte la maledizione dell’anello del Nibelungo. E anche come il protagonista, Lohengrin, sia figlio di Parsifal a cui è dedicato il dramma ultimo di Wagner: insomma, al 1845 il grande ed unitario disegno del compositore tedesco cominciava a gettare tutte le sue basi. Dopo oltre trent’anni questa meravigliosa opera torna a Venezia e lo fa con l’allestimento di Damiano Michieletto già visto recentemente all’opera di Roma e frutto di una coproduzione fra i due teatri citati ed il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia. Nella visione del noto regista veneziano, qui ripresa da Amanda Haberpeuntner, sulla scena è sempre presente un grande muro di legno, (scene di Paolo Fantin), una sorta di recinto che in qualche modo tiene l’umanità in un generico “al di qua”, rotto solo occasionalmente. La simbologia imperante è quella dell’uovo: “la più bella scultura astratta” come lo definì Fausto Melotti, un soggetto che diventa trascendente, che si colora di nero e d’argento che rappresenta quel segreto intoccabile, sacro ed anche incomprensibile per la mente umana. Un Lohengrin in abiti moderni (costumi Carla Teti) che vive di simboli potenti e scene iconiche, gesti ben calibrati dei protagonisti, colpi d’occhio spiazzanti in cui i colori e le forme sono sempre magistralmente bilanciate. Michieletto gioca con il pubblico, lo spiazza, lo confonde ma alla fine dimostra di avere saputo leggere Wagner al meglio, rispettando tutto ciò che il libretto dice ma sapendogli dare, al tempo stesso, una profonda e vibrante nuova veste. Magistrale anche il lavoro luci di Alessandro Carletti, mai banale, sempre ispirato e perfettamente consono alla narrazione impostata dal drammaturgo Mattia Palma. Uno spettacolo che è limitante descrivere, ma va semplicemente vissuto per capire cosa sia fare regia oggi, con grande sapienza ed una buona dose di genialità a cui ormai Damiano Michieletto ci ha abituato ad ogni sua nuova creazione.

Totalmente rinnovato, si presenta invece, rispetto all’edizione romana, il versante musicale.
Lo spettacolo trae forza dalla splendida prova di Markus Stenz che mette la propria approfondita conoscenza di questo repertorio al servizio di una lettura trascinante e coinvolgente. Nella sua concertazione troviamo un approccio stratificato, frutto di una meticolosa analisi della partitura. Un gesto ampio ed avvolgente, volto ad esaltare soprattutto l’afflato romantico del componimento. Sorprendente l’intesa con l’orchestra veneziana, dalla quale nascono sonorità pastose e rotonde, saldamente interconnesse in una struttura dinamica di iridescente brillantezza. In tal senso va lodata proprio la bravura della compagine strumentale (sugli scudi la nitidezza degli ottoni), la cui prova è all’insegna non solo di una impeccabile precisione ma anche, e soprattutto, di una spiccata duttilità e fluidità.
Sul palco agisce una compagnia di canto guidata da Brian Jagde, al suo debutto nel ruolo del titolo e, più in generale, al suo primo incontro con il repertorio wagneriano. Il tenore americano, dalla vocalità pastosa, rotonda nei centri e squillante nella regione acuta, incarna alla perfezione l’eroismo di Lohengrin. Sotto il profilo interpretativo, sa essere impavido nello scontro con Telramund, premuroso e devoto nei confronti di Elsa, combinando così, in perfetta aderenza con il disegno registico di Michieletto, le due anime del personaggio, quella sovrannaturale e quella più umana.

Al suo fianco, nei panni di Elsa, Dorothea Herbert si muove sul palco con sorprendente disinvoltura ed è davvero bravissima nel sottolineare i turbamenti e le angosce di questo personaggio, divorato dalla colpa e dal dubbio. Sotto l’aspetto esecutivo, il soprano esibisce una organizzazione vocale complessivamente corretta, potendo contare, tra l’altro, su di un impasto timbrico che ben si presta a rappresentare la tenera ingenuità di questa eroina wagneriana.
Volume ed ampiezza non difettano certo a Chiara Mogini che, con un mezzo dal caratteristico colore screziato, incarna la perfidia e la luciferina astuzia di Ortrud. L’artista affronta la scrittura con deciso vigore e, pur a prezzo di un perfettibile controllo delle note più acute, riesce a permeare il fraseggio della giusta profondità teatrale.
Molto bravo è, poi, Claudio Otelli, un Telramund insinuante e fremebondo, vittima (in)consapevole delle elucubrazioni della moglie, che ne fa strumento di vendetta. Di singolare bravura scenica ed interpretativa, l’artista fa bella mostra di sé grazie anche ad una linea vocale salda ed omogenea, sempre al servizio di una evidente urgenza espressiva.
Anthony Robin Schneider, grazie alla freschezza di uno strumento di pregevole spessore e alla efficacia ed aulicità del fraseggio, ben rappresenta la solennità e la regalità di Heinrich der Vogler.
Gli risponde con altrettanta incisività vocale Äneas Humm, con la sua carismatica lettura interpretativa del Der Heerrufer Des Königs.
Completano la locandina, con la giusta professionalità, Orlando Polidoro, Nicola Pamio, Paolo Gatti e Arturo Espinosa (Vier brabantische Edle), oltre a Elisa Savino, Lucia Raicevich, Claudia De Pian, Mariateresa Bonera (Vier Edelknaben).

Magnifica la prova del Coro del Teatro La Fenice, di ragguardevole compattezza ed intensità. Pathos, stupore, meraviglia e persino sacralità sono tra gli ingredienti imprescindibili delle numerose scene di massa, ben in evidenza grazie anche al supporto dell’Hungarian National Male Choir. Una fruttuosa collaborazione suggellata, in questa produzione, dalla perfetta intesa tra Alfonso Caiani e Richárd Riederauer, maestri preparatori, rispettivamente, del coro veneziano e di quello ungherese.
Larga partecipazione di pubblico che, dopo le entusiastiche accoglienze per Stenz al rientro da ogni intervallo, riserva un successo trionfale a tutti i protagonisti al termine della recita.
LOHENGRIN
Opera romantica in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner
Heinrich Der Vogler Anthony Robin Schneider
Lohengrin Brian Jagde
Elsa Von Brabant Dorothea Herbert
Friedrich Von Telramund Claudio Otelli
Ortrud Chiara Mogini
Der Heerrufer Des Königs Äneas Humm
Vier Brabantische Edle
Orlando Polidoro, Nicola Pamio, Paolo Gatti, Arturo Espinosa
Vier Edelknaben
Elisa Savino, Lucia Raicevich, Claudia De Pian, Mariateresa Bonera
Herzog Gottfried Pietro Ceccato, Leo Mannise
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Hungarian National Male Choir
Direttore Markus Stenz
Maestri dei Cori Alfonso Caiani, Richárd Riederauer
Regia Damiano Michieletto ripresa da Amanda Haberpeuntner
Drammaturgo Mattia Palma
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Light designer Alessandro Carletti
Foto: Michele Crosera
