Spettacoli

The Death of Klinghoffer – Teatro del Maggio, Firenze

Un vero Festival fa proposte coraggiose. Un’intraprendenza che è nell’ispirazione e nella storia del Maggio Musicale Fiorentino e che lo scorso anno ha portato in scena “Der junge Lord” di Hans Werner Henze, insignito del premio Abbiati come miglior spettacolo. Un medesimo ardimento creativo fa sì che ad aprire i battenti dell’81^ edizione sia “The Death of Klinghoffer”, che annovera soltanto un paio di rappresentazioni in Italia e che in America è stata oggetto di dure contestazioni.
L’opera di John Adams, noto nel panorama internazionale soprattutto per Nixon in China nonché per le colonne sonore di pellicole celeberrime, si riferisce infatti al dirottamento dell’Achille Lauro da parte di quattro terroristi palestinesi, avvenuto il 7 ottobre – ahimé data fatale – del 1987 e deve il suo nome a Leon Klinghoffer, ebreo americano paraplegico ucciso durante il sequestro e gettato in mare con la sua sedia a rotelle. Il debutto avvenne a Bruxelles nel 1991, quando la ferita era ancora davvero molto fresca e il fatto che la musica di Adams su libretto di Alice Goodman desse voce ai terroristi fu ritenuto una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime e una presa di posizione a favore della causa palestinese. Nell’opera in verità non c’è nulla di tutto ciò, ma piuttosto la costante tensione a rappresentare quell’incancellabile traccia di umanità che è in ciascuno, senza alcun intento di parteggiare, mitigare o giustificare. Il giudizio rimane infatti sospeso ed è rimesso allo spettatore, mentre gli artisti ricercano un’imparziale oggettività e scandagliano le profondità del reale. Il fine non è del resto la ricostruzione storica o l’accertamento delle responsabilità, bensì la rappresentazione del dolore, colpevole o innocente, del singolo o dei popoli.

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Susan Bullock, Laurent Naouri, Joshua Bloom

Adams e la Goodman lavorarono a stretto contatto con il regista Peter Sellars per tracciare un discorso massimamente unitario ed organico in tutte le su componenti, il cui filo conduttore è una lingua concreta e poetica, comune ma anche stratificata e talora criptica, con certuni passaggi che affondano nella densità della Bibbia e del Corano.
A Firenze l’allestimento è affidato a Luca Guadgnino, al suo debutto al Teatro del Maggio, che per suo conto dà grande compattezza allo stile quasi oratoriale della composizione, avvalendosi di un linguaggio visivo essenziale e penetrante.
La cornice è la nave, tra il cielo ed il mare, con i suoi ponti e le sue cabine disposte su più livelli che possono scorrere e mostrarsi, in una struttura che è il corrispettivo visivo dei diversi piani narrativi e della loro simultaneità. Pochi i dialoghi, in un succedersi di momenti solistici, rapsodici, come flussi di coscienza, nel presente come nel passato, tenuti insieme da solenni interventi corali, disposti secondo uno schema simmetrico e a cui sono riservate speciali scenografie capaci di trasfigurare il discorso in direzione dell’universale e del simbolico. Luci, costumi e coreografie realizzano un insieme inscindibile in perfetta aderenza alla musica e al testo. Peter van Praet illumina ogni scena nella concretezza del quotidiano o ci trasporta nell’evanescenza del mito, tra il giorno e la notte, l’oscurità dell’oceano e i caldi bagliori del deserto, in analogia ai costumi di Marta Solari che sono perfettamente ordinari per l’equipaggio e ci rimandano invece al mondo semitico nei momenti corali. Ai ballerini, secondo i movimenti ideati da Ella Rothschild, è spesso affidato il compito di rallentare l’azione corale, cristallizzando una successione di fotogrammi che potenziano l’espressività di suono e parola. La scena deborda talora dal palco come nella sequenza del cielo stellato, mentre è di straordinaria suggestione lo smembramento nei fondali marini della scultura di Berlinde De Bruyckere durante l’”Aria del corpo che cade”.

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Marvic Monreal

Quello creato da Guadagnino è dunque un cosmo immersivo e avvolgente, dove ogni giudizio rimane sospeso, come la nave dirottata nel mezzo del Mediterraneo. Come dice il Capitano, la vita in mare è diversa da quella in terra ferma, perché si svolge nell’elemento di una “comprehensive solitude”, una solitudine quindi capace di accogliere in sé tutte le voci, separate, ma riunite in una distinta coralità. L’Achille Lauro è così vicenda storica e allo stesso tempo metafora della Storia e della vita dell’anima, in un’odissea del dolore tra racconto cinematografico e antica tragedia classica.

Al suo debutto sul podio del Maggio anche Lawrence Renes, specialista di Adams, il cui racconto musicale si snoda continuo e definito, tra momenti di intenso lirismo e passaggi marcatamente drammatici e addirittura travolgenti. La tensione narrativa è costante, nella varietà dei tempi e nell’’evidenza del ritmo, e si mantiene salda anche negli ampi declamati che si aprono all’arioso o nelle sequenze più nostalgiche e delicate, con frasi distese e sonorità rarefatte. La dinamica è gestita con finezza e padronanza mentre le percussioni emergono con rilievo nei loro timbri. Puntuale è il rapporto con le voci e i brani di musica campionata riescono ben integrati nell’insieme.
Il senso profondo e recondito di ogni episodio risuona, come nel teatro greco, negli interventi del Coro, che sotto la direzione di Lorenzo Fratini riconferma la sua straordinaria duttilità, plasmando nel loro peculiare carattere i sette diversi momenti corali dell’opera. Nel Prologo il canto degli esuli palestinesi affascina con i suoi ritmi arcaici per poi atterrire nella sua ritmica brutalità, mentre quello degli esuli ebrei spicca per omogeneità e dolorosa dolcezza. Quello dedicato alla Notte si impone per vigore drammatico e viene delineato con brillante trasparenza quello del Giorno. In apertura del secondo atto, e quindi al centro della composizione, l’episodio di Agar e l’Angelo, reso con dal Coro con vibrante tensione, ci ricorda l’origine comune di Ebrei e Palestinesi dal seno di Abramo.

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Susan Bullock

Tutti gli interpreti da parte loro definiscono accuratamente i personaggi nella loro singolarità, componendo un campione umano eterogeneo e di notevole spessore drammatico.
Laurent Naouri è un Leon Klinghoffer teneramente legato alla moglie e di grande determinazione pur nella sua debolezza fisica. Con impeto e una dizione scandita tiene infatti testa al terrorista ed affronta con dignità gli insulti e la violenza. Con una linea nitida e una puntuale modulazione delinea poi in una forma struggente l’”Aria del corpo che cade”.
E’ intensamente commovente e di grande dolcezza la Marylin Klinghoffer di Susan Bullock, che nel suo monologo sul ponte raffigura la verità di una donna comune e malata che viene travolta dal non senso della storia. Al suo canto limpido e penetrante è affidato il finale, nell’energica ribellione ad una perdita che resta senza consolazione.
Ha un declamato piano e rotondo il Capitano di Daniel Okulitch, che ha uno stile molto riflessivo nella rievocazione della vicenda ed è invece alquanto tormentato nel confronto con i terroristi. Di grande garbo e misura infine nel comunicare a Marylin la morte del marito.
Terso e definito il Primo Ufficiale interpretato da un accorato Andreas Mattersberger.
Levent Bakirci è il palestinese Mamoud, che con voce omogenea e un canto scavato traccia l’ampia sequenza sotto il cielo stellato, dove la rabbia e l’aggressività convivono con la ferita e la nostalgia.
Emerge per la sua bellezza terribile e visionaria l’intero passaggio di Omar sulla Morte Santa, reso da Marvic Monreal con voce morbida, precisi vocalizzi e un’allucinata passionalità.
Ha un canto sbalzato e luminoso il Molqi di Roy Cornelius Smith, che riesce ad esprimere arroganza e drammaticità.
Molto incisivo il Rambo di Joshua Bloom, che nel dialogo con Klinghoffer raffigura con grande energia la violenza del fanatismo.
Molto espressiva Marina Comparato, con un fraseggio che è articolato ed elegante come Nonna Svizzera e che si fa inquieto e impetuoso nella Signora Austriaca.
Janetka Hoșco è una Ballerina Britannica solare e melodica, la cui esuberanza mette in luce per contrasto l’assurda tragicità della situazione.

Applaudito con entusiasmo e commozione l’intero spettacolo durante la recita del 22. Alla prima sul palco anche Alice Goodman e lacrime di Guadagnino per i fragorosi consensi. Gratitudine dunque per quest’opera terribile e vibrante che oggi, per caso e per forza profetica, ci porta nel cuore della nostra attualità. Un vero Festival educa il suo pubblico e fa arte per la Polis. Non rifugge le tensioni ma le intercetta e se ne fa carico. Quel che è accaduto può di nuovo accadere. I nodi non sciolti del passato sono quelli che avviluppano il presente. L’odio di ieri è quello di oggi. Il dolore rimane e il lutto è senza rimedio. Proviamo comunque a raffermare l’umano con la bellezza del canto.

THE DEATH OF KLINGHOFFER

di John Adams

Libretto di Alice Goodman

Maestro concertatore e direttore Lawrence Renes

Regia e scene Luca Guadagnino

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Coreografia Ella Rothschild
Costumi Marta Solari
Luci Peter van Praet
Sound designer Mark Grey

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

The Captain Daniel Okulitch
The first Officer Andreas Mattersberger
Swiss Grandmother/Austrian Woman Marina Comparato
Molqi Roy Cornelius Smith
Mamoud Levent Bakirci
Leon Klinghoffer Laurent Naouri
Rambo Joshua Bloom
British dancing girl Janetka Hoșco
Omar Marvic Monreal
Marylin Klinghoffer Susan Bullock

Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino