Spettacoli

Il campiello – Teatro Carlo Felice, Genova

Al Carlo Felice di Genova una piccola perla imperdibile: Il campiello di Ermanno Wolf-Ferrari

L’azione di questa Commedia è semplicissima, l’intreccio è di poco impegno, e la peripezia non è interessante; […] ella è scritta coi termini più ricercati del basso rango e colle frasi ordinarissime della plebe, […] Ma vi è una tal verità di costume, che quantunque travestito con termini particolari di questa Nazione, si conosce comunemente da tutti”. Carlo Goldoni con queste parole si rivolge a chi legge Il campiello, una gemma di rara bellezza scritta in occasione del carnevale del 1756 e rappresentata, per la prima volta, il 19 febbraio 1756 all Teatro San Luca di Venezia. Esattamente centottanta anni dopo, nel 1936, la sensibilità di Ermanno Wolf-Ferrari darà una sofisticata veste musicale alla prosa teatrale goldoniana, trasformandola in una commedia lirica in tre atti su libretto di Mario Ghisalberti, rappresentata per la prima volta l’11 febbraio 1936 al Teatro alla Scala di Milano. Una vera e propria dichiarazione d’amore a Venezia quella di Wolf-Ferrari, legatissimo alla città lagunare, tanto da aggiungere al cognome tedesco del padre anche quello materno, di origine veneziana. Il campiello è l’ultima delle opere che costituiscono la “pentade goldoniana” del musicista, vale a direLe donne curiose (1903), I quatro rusteghi (1906), Gli amanti sposi (tratta da Il ventaglio, 1925), e La vedova scaltra (1931). Un legame profondissimo, quello con la Serenissima, che porterà il compositore a passare gli ultimi anni della sua vita in laguna fino ad essere sepolto nel cimitero di San Michele in Isola.

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Gilda Fiume

A Genova arriva il delizioso allestimento della Fondazione Arena di Verona, già visto al Teatro Filarmonico che si sposa incredibilmente bene con la sala del Carlo Felice che, ricordiamo, riproduce una “ciassetta” genovese con le tipiche finestre, balconi e persiane. All’ingresso in sala, la “piazza genovese” è completata, sul palco, dai tipici palazzi veneziani, un campiello appunto, con uno scorcio di un ponte e una grande apertura centrale che, a volte, si alza per lasciare intravedere la laguna (scene di Giulio Magnetto). Questa idea registica semplice, poetica ed efficace di Federico Bertolani, sa anche stupirci poiché, in determinati momenti, l’azione sul palco si blocca, e si materializzano, sullo sfondo, scene storiche. Un grande omaggio alla città dei canali che ci fa attraversare i secoli e rivivere momenti chiave della storia e del costume fino alla modernità. Nel campiello si muovono sempre i protagonisti, abbigliati alla moda del Settecento con abiti colorati e fantasiosi (a cura di Manuel Pedretti). Sullo sfondo, invece, si susseguono i secoli e le mode, sempre ben centrate, dal bravissimo costumista, fino a proporre la varietà dellle diverse imbarcazioni che solcano i canali, da piccole barche a imponenti navi da crociera. Una garbata denuncia, quest’ultima, sulla progressiva massificazione del turismo che non intacca però l’essenza di quei “fantasmi” del Settecento ancora oggi presenti fra le folle di visitatori. Ottimo anche il lavoro sul comparto luci di Claudio Schmid, che ha ricordato in più punti la poesia di certi allestimenti strehleriani. 

Uno spettacolo, insomma, davvero ben pensato, che guadagna ancora di più dal versante musicale. È innanzitutto da sottolineare come la validissima compagnia eccella sia nel canto che nella interpretazione attoriale, resa anche più complessa dal testo del libretto, per gran parte in dialetto veneziano.

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Bianca Tognocchi e Biagio Pizzuti

Delizioso esempio di opera corale, Il campiello è un un mosaico di straordinaria coesione, dove non esistono parti principali o parti minori. Ciascun personaggio è perfettamente riconoscibile nella propria individualità ma, ad un contempo, non potrebbe esistere se non in funzione delle relazioni e dei rapporti con gli alti personaggi della vicenda, in un costrutto narrativo sviluppato a regola d’arte.

Nel cast di questa produzione genovese, davvero lodevole nel suo complesso, la parte del leone la fanno le due “vecie”, ovvero Leonardo Cortellazzi e Saverio Fiore nei panni, rispettivamente, di Dona Cate e Dona Pasqua. Due interpretazioni da manuale, tratteggiate con un fraseggio scandito e di irresistibile ironia, attraverso una espressività autentica, a metà strada tra il grottesco ed il melodrammatico. Altrettanto efficace il canto, sorvegliato e preciso nell’assolvere alle richieste della scrittura.

Ottima impressione desta Bianca Tognocchi, dall’emissione limpida e rotonda. Sapiente e variegato l’accento, colorato con quel pizzico di pepe che non guasta. Notevole, inoltre, la resa della celebre aria conclusiva “Cara la mia Venezia”, cui l’artista conferisce un afflato di romantica malinconia.

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Benedetta Torre e Matteo Mezzaro

Tra le interpreti femminili si distingue, poi, la splendida Lucieta di Gilda Fiume, che brilla per l’ottima musicalità e per la cristallina purezza di una linea di canto di pregevolissima morbidezza. A conquistare, nella sua prova, è anche la verve interpretativa, attraverso la quale, il soprano riesce a creare un personaggio sfaccettato in cui sa immedesimarsi alla perfezione.

Sua “rivale” sulla scena è la Gnese di Benedetta Torre, dalla vocalità squillante e sicura. Attraverso la delicatezza e il nitore di un’emissione dal prezioso impasto timbrico, l’artista tratteggia il ritratto di una fanciulla innamorata e, al tempo stesso, risoluta e per nulla disincantata. Squisita, e a tratti spassosissima, la resa sulla scena.

Gabriele Sagona è un Anzoleto vocalmente solido, in virtù di una emissione generosa e ben sfogata. Sempre partecipe e coinvolto l’interprete, appassionato ed efficace in ogni suo intervento.

Fervente e passionale è anche il Zorzeto di Matteo Mezzaro, in evidenza per lo slancio e lo squillo di uno strumento bronzeo e vibrante. Particolarmente riuscita anche la caratterizzazione di questo giovane irruento ma, al tempo stesso, follemente innamorato. Tra i momenti più goliardici della serata ci piace ricordare l’improbabile confronto tra Zorzeto ed Anzoleto in terzo atto.

A completare la compagnia dei “veneziani” ci pensa Paola Gardina che, con il suo timbro chiaro e melodioso, veste i panni di una disinvolta, e alquanto energica, Donna Orsola.

Nell’opera vi sono poi due personaggi cui non tocca “in sorte” il dialetto goldoniano: il Cavalier Astolfi e Fabrizio, ovvero i due “napoletani”.

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Il campiello, Teatro Carlo felice, Genova

Astolfi ha il portamento e il “savoir-faire” di Biagio Pizzuti, che sfrutta il caratteristico velluto di un mezzo compatto ed omogeneo, per sciorinare, con tenera comicità, l’affettata galanteria del cavaliere. Una prova impreziosita dalla carismatica presenza scenica, in ottima sintonia con il resto della compagnia.

Il personaggio di Fabrizio, infine, si avvale della burbera solennità di Marco Camastra, in rilievo per l’imperiosa rotondità di un’emissione generosa e penetrante.

A tenere le redini del racconto musicale è Francesco Ommassini che, sul podio della Orchestra del Teatro Carlo Felice, assicura una narrazione fluida e scorrevole, ricercando il giusto equilibrio ritmico e sonoro, tra scarti melodici e contrasti dinamici. Una combinazione tra tradizione e sperimentazione, innestata in un fraseggio che assicura la giusta veridicità alle numerose scene tra i personaggi, sorrette da un declamato serrato e continuo. Un lavoro esemplare è, quindi, quello condotto dal direttore sulle diverse sezioni strumentali, capaci di restituire un tappeto sonoro multiforme e di grande impatto teatrale. 

Valido, seppure limitato a pochi interventi, il supporto del coro genovese, guidato da Patrizia Priarone.

Il pubblico, accorso piuttosto numeroso per assistere ad un titolo tanto desueto e che mancava da Genova da quasi ottanta anni, riserva un caldo e festoso successo al termine.

IL CAMPIELLO
Commedia lirica in tre atti
Libretto di Mario Ghisalberti
Musica di Ermanno Wolf-Ferrari

Gasparina Bianca Tognocchi
Dona Cate Panciana Leonardo Cortellazzi
Lucieta Gilda Fiume
Dona Pasqua Polegana Saverio Fiore
Gnese Benedetta Torre
Orsola Paola Gardina
Zorzeto Matteo Mezzaro
Anzoleto Gabriele Sagona
Il Cavaliere Astolfi Biagio Pizzuti
Fabrizio dei Ritorti Marco Camastra

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Maestro del Coro Patrizia Priarone
Direttore Francesco Ommassini

Regia Federico Bertolani
Scene Giulio Magnetto
Costumi Manuel Pedretti 
Luci Claudio Schmid

Foto: Marcello Orselli