Esa-Pekka Salonen – Teatro alla Scala, Milano
Una serata di suoni luminosi alla Scala. Esa-Pekka Salonen, nella doppia veste di direttore e compositore, è il protagonista di uno degli appuntamenti più prestigiosi nella stagione concertistica del teatro milanese. Al centro del programma c’è il Concerto per corno dello stesso Salonen, alla prima esecuzione italiana, preceduto da Le tombeau de Couperin di Ravel; segue dopo l’intervallo la Quinta sinfonia di Sibelius. Si tratta di una struttura evidentemente cara a Salonen, che l’ha già proposta più volte in passato. Qualche esempio: Concerto per pianoforte incastonato fra Le tombeau de Couperin e Romeo e Giulietta di Berlioz ai Proms di Londra nel 2007; Concerto per violoncello preceduto da Petrushka e seguito da una composizione di John Adams a Chicago nel 2017; il poema sinfonico Nix fra Ma mère l’oye e L’uccello di fuoco a San Francisco nel 2015. Nella prima mondiale a Lucerna, lo scorso anno, lo stesso Concerto per corno era accompagnato dal Don Juan di Strauss (prima) e dalla Quarta di Bruckner (dopo); un mese fa, a Boston, era preceduto dalla Ritirata notturna di Madrid di Boccherini nella versione orchestrale di Berio e seguito di nuovo dalla Quarta di Bruckner. Il programma è quindi anche una dichiarazione di poetica. In tutti i casi menzionati, Salonen sceglie per fare compagnia alle sue composizioni delle opere a cui si è ispirato. In questo senso la serata è tutta del Salonen compositore. Di qui anche il senso di unità e pienezza del concerto.
Le tombeau de Couperin è la più intima e raccolta delle tre composizioni in programma. Salonen lo dirige senza bacchetta, con un gesto meno ampio del consueto e quasi come con due mani sinistre. Eseguendo una partitura che è una delle massime prove della grandezza di Ravel orchestratore, la Filarmonica della Scala produce un suono snello, quasi cameristico e ricco di colori. Splendido, ad esempio, l’accordo finale del Minuet, la terza della quattro danze che Ravel trascrisse per orchestra (sulle sei della suite per pianoforte). I tempi scelti da Salonen sono abbastanza rapidi per la Forlane e il Rigaudon (rispettivamente la seconda e la quarta e ultima danza), con uso più ampio del solito della tecnica dell’anticipo e con frequenti cambi di agogica. Molto evidente, ad esempio, il rallentando nella coda del Minuet. Si sente, forse più del solito, la presenza degli ottoni in un impasto sonoro in larga parte dominato dai legni.

Dopo gli applausi, calorosi, Salonen ritorna sul podio, stavolta con la bacchetta, per dirigere la propria musica. Il concerto per strumento solista e orchestra è uno dei generi a cui si è dedicato di più nella sua carriera di compositore, scrivendo per grandi solisti di fama internazionale. I due casi più celebri sono il Concerto per violoncello, scritto per Yo-Yo Ma, e quello per pianoforte, scritto per Efim Bronfman. Stefan Dohr, primo corno dei Berliner Philharmoniker e destinatario del Concerto per corno, non sfigura a fianco di questi nomi.
Il Concerto stesso ha molti punti di contatto con i precedenti citati. I tre movimenti in cui è articolato sono a grandi linee riconoscibili come i tre movimenti del concerto classico (l’adagio e in qualche misura il finale più del primo movimento, a dire il vero), ma la loro struttura interna è libera e ricca di digressioni. Un altro procedimento tipico di Salonen è la citazione di passi celebri della letteratura. Il compositore, in un breve scritto introduttivo, paragona le citazioni presenti nel Concerto a “pesci che vengano a galla per catturare un insetto prima di tuffarsi di nuovo nelle profondità marine”. Si tratta dello stesso dialogo con i modelli e le fonti di ispirazione già notato a proposito del programma. Non a caso, la più evidente e insistita delle citazioni viene dal primo movimento della Quarta sinfonia di Bruckner, uno dei pezzi abbinati al Concerto per corno in una delle esecuzioni precedenti. In questo caso, più che un pesce che emerge per un attimo per mangiare un insetto, sembrerebbe di vedere un delfino che salta diverse volte, in rapida successione, respirando a pieni polmoni all’aria aperta.

Se queste caratteristiche mostrano una continuità tra il Concerto per corno e gli altri concerti di Salonen, è pur vero che il rapporto del compositore con questo strumento è speciale: il corno è stato il suo “primo amore nel mondo della musica”. Il compositore-direttore ha iniziato a suonarlo all’età di dieci anni e gli ha dedicato molti dei suoi primi tentativi di composizione. In età matura (2000) ha composto un Concert étude per corno solo, che è stato eseguito e inciso da diversi cornisti. L’idea di sfruttare tutte le possibilità espressive e sonore dello strumento è quindi più forte in questo caso che nei concerti precedenti. La partitura alterna momenti di espressività a momenti di virtuosismo, passaggi a solo e passaggi in cui il solista si fonde con uno o l’altro degli strumenti dell’orchestra. Il Concerto potrebbe essere pensato come una sorta di voce enciclopedica sul corno come strumento orchestrale e solistico.
A dare vita alla partitura è lo strepitoso Stefan Dohr, completamente a suo agio in ogni momento e sfumatura del Concerto e all’apparenza quasi neanche stanco al termine dell’esecuzione. L’impressione non è quella dei grandi virtuosi, che strappano applausi con prestazioni spettacolari, ma quella del grande strumentista superiore alle difficoltà tecniche e libero di dedicarsi all’espressione e all’interpretazione.In veste di direttore della propria musica, Salonen torna a un gesto più ampio e ritmicamente preciso. Il suono orchestrale è ricco e brillante, come di consueto nelle sue composizioni. La Filarmonica della Scala dà l’impressione di avere un’intesa perfetta con direttore e solista e di divertirsi nell’esecuzione di una partitura impegnativa e gratificante.
La musica di Salonen incontra generalmente il gradimento del pubblico, e il concerto alla Scala non fa eccezione. Come altri compositori europei della sua generazione, Salonen ha ammorbidito nel tempo la sua ortodossia avanguardista, arrivando a concedere all’ascoltatore ampi passaggi diatonici, melodie riconoscibili e regolarità ritmica. Tuttavia, la complessità rimane, a tutti i livelli, e un singolo ascolto non è sufficiente per cogliere tutti o la maggior parte dei dettagli di una partitura come il Concerto per corno. Nemmeno il leitmotiv dei tre movimenti, suggerito da Salonen stesso, offre davvero una guida sicura all’ascoltatore (io ho fatto fatica a individuarlo, anche nelle sezioni in cui lo annunciava il saggio di Cesare Fertonani nel programma di sala; immagino che non sia stato più evidente per gran parte del pubblico). In assenza di una chiara comprensione della struttura, l’effetto del Concerto si basa sul suo aspetto sonoro brillante e sulle doti del solista. Considerare il compositore Salonen un mago del suono orchestrale è certo riduttivo, vista la sua preparazione tecnica, ma è questa l’impressione positiva più duratura che si porta dietro il pubblico della Scala al termine della serata.

Dopo un breve intervallo orchestra e direttore tornano in sala per eseguire la Quinta sinfonia di Sibelius, uno dei capolavori del repertorio sinfonico degli anni ’10 del Novecento. Torniamo alla tonalità, ma per potenza e brillantezza del suono orchestrale, ruolo degli ottoni, gesto e stile del direttore, oltre che per la sua nazionalità, siamo più vicini al mondo del concerto di Salonen che a quello della suite di Ravel. La sinfonia presenta una struttura peculiare ma perfettamente leggibile, e un percorso drammatico che procede dall’atmosfera contemplativa del primo movimento al tripudio del finale. Gli ascoltatori non hanno difficoltà a ritrovare o immaginare nella musica il paesaggio maestoso delle foreste e dei laghi della Finlandia, che ne ispirò la composizione, ma nella sinfonia non c’è nulla di descrittivo.
Come in Ravel, Salonen è molto flessibile nell’agogica. L’accelerando alla fine del primo movimento è ad esempio il più marcato che mi sia capitato di sentire in esecuzioni di questa sinfonia. Anche in questo caso la Filarmonica della Scala conferma la sua eccellenza nel repertorio sinfonico. Menzione per Il fagottista Gabriele Crepis, invitato da Salonen ad alzarsi per primo al momento degli applausi in quanto protagonista del misterioso assolo nel primo movimento.
