Il furioso nell’isola di S. Domingo – Donizetti Opera Festival 2025, Bergamo
Il Donizetti Opera Festival 2025 ripropone, a più di dieci anni di distanza, Il furioso nell’isola di S. Domingo.
“Non ebbe la narratrice pronunziato appena il nome di don Fernando, che Cardenio cambiò di colore in viso, e cominciò a sudare con alterazione sì grande, che il curato e il barbiere temettero in lui un accesso di pazzia, poichè già sapevano che soleva esserne assalito di tanto in tanto”

É nella Sierra Morena, che Don Chisciotte e Sancho Panza incontrano Cardenio, un personaggio secondario della monumentale opera di Cervantes: a lui é dato però l’importante compito di evocare le tante figure di pazzi nella letteratura, fra cui anche il nostro Orlando, e di riflettere sul senso dell’amore quando eccessivo. Quasi un cammeo insomma, da cui il librettista Jacopo Ferretti decise di trarre un soggetto autonomo come ci spiega lui stesso in una lettera: “Le sventure di Cardenio, che per amor venne in furore e matto, furono già narrate leggiadramente da Michele di Cervantes Saavedra nella parte prima Capo XXVIII e seguenti della sublime ed immortale sua Parodia de’ pazzi costumi Paladineschi fra quali perdevano il senno le teste Spagnuole di quei dì. Da questo vivacissimo tratto dell’encomiato Romanziere trasse un Anonimo una fortunatissima, se non regolarissima Azione Teatrale in cinque atti col titolo Il Furioso all’isola di S. Domingo. Più da questa che dal Romanzo ho desunto l’intreccio e lo sviluppo di questo Melo-Dramma”.

Un’opera semiseria affascinante e, almeno in parte, sperimentale che ha visto la sua prima a Roma nel 1833. Un titolo che, per la prima volta, dava importanza e quasi codificava il ruolo di baritono, allora il grande Giorgio Ronconi, a cui veniva consegnata una scena di pazzia, solitamente di esclusivo appannaggio femminile. Al Donizetti Opera 2025 il nuovo allestimento é affidato al regista Manuel Renga e allo scenografo e costumista Aurelio Colombo che ci regalano uno spettacolo leggero ma anche sottilmente malinconico. Sul palco, una grande parete con una carta da parati a disegni caraibici ci accompagna idealmente verso lidi caldi, ma, in realtà, ci troviamo semplicemente in una casa di riposo. Sulla scena contemporaneamente agiscono, quasi sempre, due Cardenio, da una parte una sua versione anziana, interpretata da un bravissimo mimo, dall’altra il suo alter ego giovane che rivive le avventure, la pazzia ed i suoi amori in un mondo più mentale che reale. Una regia sapiente, che fa perno su pochi ed evocativi oggetti scenici ma soprattutto sulla grandissima abilità attoriale, oltre che canora, degli interpreti. Su tutti dobbiamo segnalare un ispiratissimo e sempre convincete protagonista, Paolo Bordogna, in bilico fra follia e amara consapevolezza. Al suo fianco uno strepitoso Kaidamà, ossia Bruno Taddia, che crea un delicato personaggio uscito dalla commedia dell’arte, ironico e toccante, un clown dai modi quasi metafisici. Funzionano splendidamente anche i costumi del già citato Colombo che evocano una perenne primavera caraibica vissuta in abiti leggeri e colorati dal taglio tardo ottocentesco. Tutto lo spettacolo é rallegrato dalle luci accecanti e calde di Emanuele Agliati che giustamente ci portano alla mente il sole di Santo Domingo.
Di ottima fattura l’esecuzione musicale, nella quale brilla la bella concertazione di Alessandro Palumbo, alla guida di un cast (a dirla tutta quasi in toto) felicemente assortito.
Il direttore, infatti, ci offre una narrazione vivace e scorrevole, capace di sottolineare, con eguale efficacia, i tratti più sgargianti come quelli più drammatici e patetici della partitura. Si veda in tal senso, l’abile gioco di contrasti sonori e dinamici con cui Palumbo riesce a caratterizzare i diversi personaggi: tinte accese e divertite per Kaidamà, languide e romantiche per Eleonora, struggenti e tenere per Cardenio e, ancora, amorose ed eroiche per Ferrando. Una concertazione serrata ma, al tempo stesso, di ampio respiro, sensibilmente integrata con la magnifica prova, al fortepiano, di Hana Lee. Il gusto e la fantasia con cui vengono intessuti i diversi recitativi, infatti, rendono questi ultimi molto più di un semplice accompagnamento, ma un prezioso contributo allo svolgimento della vicenda. La bacchetta di Palumbo si avvale, poi, della bravura della compagine dell’Orchestra Donizetti Opera, il cui smalto timbrico ben si addice al fraseggio donizettiano.
La compagnia di canto è ben sostenuta dal podio, con il quale costruisce uno scambio di reciproca armonia.
Paolo Bordogna veste i panni di Cardenio, alias il “furioso” del titolo, ed unisce, al già ricordato magistero interpretativo, la classe di una esecuzione condotta con malinconico disincanto. Il baritono sfoggia la ben nota brillantezza di una linea musicale e naturalmente espressiva, facendo leva su di un legato raffinato e dispiegato lungo un arco melodico di pregevole morbidezza.
Al suo fianco, l’ottima Eleonora di Nino Machaidze che, grazie ad una vocalità piena e dal peculiare timbro brunito, disegna una figura audace e volitiva. Complice la duttilità di uno strumento facilmente proiettato, specie nel registro superiore, e il buon controllo tecnico delle colorature, il soprano georgiano riesce ad essere sempre efficace, nei momenti patetici come in quelli più spensierati.

Abbiamo già sottolineato l’eccezionale carisma interpretativo di Bruno Taddia, un artista che riesce a coniugare l’incisività di un fraseggio teatrale alla ricercatezza di un canto sfumato e variegato. Una prova di indiscusso valore e giustamente premiata dagli applausi del pubblico durante la ribalta finale.
Santiago Ballerini avrebbe tutte le carte in regola per incarnare il prototipo del carattere “amoroso” tipico di questo repertorio belcantista. Spiace constatare, tuttavia, come l’organizzazione vocale del tenore, dal suadente colore e dalla generosa ampiezza, risenta di un non perfetto controllo, specie nel registro acuto, dove talvolta accusa qualche tensione. Va segnalata, ad ogni buon conto, l’efficacia di un accento adeguatamente romantico ed opportunamente spavaldo.
Molto bene la Marcella di Giulia Mazzola, della quale lodiamo la limpidezza e la musicalità di una vocalità naturalmente sfogata nella regione superiore. Credibile e sempre appropriata l’interprete.
Completa la locandina, il Bartolomeo di Valerio Morelli, vocalmente ben tornito e scenicamente efficace.
Di buona fattura, infine, l’apporto del Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, diretto con ottima mano da Salvo Sgrò.
Successo convinto e copioso al termine.
Il furioso nell’isola di S. Domingo
Melodramma in due atti di Jacopo Ferretti
Musica di Gaetano Donizetti
Edizione critica a cura di Eleonora Di Cintio
Cardenio Paolo Bordogna
Eleonora Nino Machaidze
Fernando Santiago Ballerini
Bartolomeo Valerio Morelli
Marcella Giulia Mazzola
Kaidamà Bruno Taddia
Orchestra Donizetti Opera
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Alessandro Palumbo
Maestro del coro Salvo Sgrò
Maestro al fortepiano Hana Lee
Regia Manuel Renga
Scene e costumi Aurelio Colombo
Lighting design Emanuele Agliati
Foto: Gianfranco Rota
