Madama Butterfly

Il 68° Festival Puccini con il tema “#lamegliogioventù” intende celebrare con l’Europa l’anno dei giovani e il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini. In questo contesto, che si caratterizza tra l’altro per quattro nuove commissioni, anche il repertorio pucciniano vuole essere l’occasione per una riflessione sul contemporaneo, nella condivisione di esperienze e di timori del tempo che viviamo e del futuro che immaginiamo. Madama Butterfly con la direzione di Alberto Veronesi e la regia di Manu Lalli si inserisce appunto in questo filone, ponendo in primo piano la questione ecologica e la violenza sulle donne. L’allestimento è dell’estate del 2020, nella riapertura dopo la prima fase della pandemia; e se era appropriato parlare allora di natura ferita, lo è purtroppo ancora oggi (oltre al Covid, si pensi infatti ai recenti incendi che qui hanno devastato le colline circostanti). Riprendere un allestimento può rappresentare, come ha dichiarato la stessa regista una preziosa opportunità per approfondire la conoscenza dell’opera, cogliendone progressivamente nuovi aspetti. La scena di questa produzione è sobria e naturale, quasi una prosecuzione della cornice lacustre, ed ogni movimento risulta spontaneo, benché alquanto costruito e raffinato. La vegetazione pare quella intorno al lago e i pochi elementi architettonici fanno pensare agli haiku giapponesi; non vi sono mura perché la casa è il mondo, aperto ed esposto. Le luci disegnate da Gianni Mirenda sono autunnali fin dal principio, quando il verde è ancora rigoglioso, e si fanno via via più fredde ed oscure man mano che gli alberi si spogliano. Di particolare effetto il canto alla primavera mentre intorno la natura è già inaridita, in un declino ormai prossimo all’inverno: emblema forse della condizione scotomizzata di Butterfly, ma anche della nostra schizofrenia rispetto ai luoghi che abitiamo. Manu Lalli, coadiuvata nella regia da Lorenzo Mucci, è anche scenografa ed autrice dei costumi, bianchi e rossi per tutte le donne, anche per Kate Pinkerton, colori che per i giapponesi simboleggiano lutto e sacralità. Il tutto si presenta come una composizione armonica, in un equilibrio da tragedia classica, e si potrebbe dire perfino tradizionale; ma è proprio nella fedeltà alla musica e al libretto, quindi al colore dell’opera e alla sua originaria ambientazione, che si realizza una formidabile attualizzazione. Pur senza mai introdurre elementi estranei che appesantiscano il dramma, i riferimenti al presente sono talvolta lancinanti benché la vicenda resti comunque quella della geisha giapponese, storia che fa un tutt’uno con quella di altre donne oggetto di violenza e il decadimento della natura.

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Francesco Napoleoni, Francesca Tiburzi, Vincenzo Costanzo, Laura Verrecchia, Massimo Cavalletti

Alberto Veronesi interpreta la partitura con misura ed eleganza attento alle variazioni di tempo che risulta appropriato in ogni sezione. In evidenza anche la ricerca timbrica dei fiati, la suggestiva resa dei pianissimo ed il costante e puntuale sostegno ai cantanti. Manca un po’ di forza nelle parti più tragiche, quando i momenti di catastrofe sonora avrebbero potuto dispiegarsi in una solennità più maestosa.
Morbido e pieno il suono dell’Orchestra del Festival Puccini, vivace nei fiati, setoso negli archi, preciso ed ipnotico nelle percussioni.

Affascinanti gli interventi del Coro del Festival Puccini, perfettamente integrati nella tessitura musicale dello svolgersi drammatico. Particolarmente felice il coro femminile all’arrivo di Butterfly, in accordo con i solisti e con l’orchestra; incantevole il celebre mugolato in una sapiente modulazione d’intensità e di colore.

Di notevole interesse l’interpretazione di Francesca Tiburzi nel ruolo di Cio Cio San. Voce screziata e consistente, si muove con disinvoltura in ogni registro, con un fraseggio che è fluido e studiato. Sicura nell’appoggio, fin dal primo atto modula con dovizia di filati e mezze voci ed è appassionata e seducente in “Io seguo il mio destino”; magistrale l’attacco di “Un bel dì vedremo” in assoluta continuità con lo scambio che precede, slancio sublime che si fa via via più articolato nella varietà degli accenti; di straordinaria ricchezza espressiva il duetto con Sharpless, assai ben delineato nei suoi caratteri intensamente drammatici. La Butterfly della Tiburzi è dignitosa e regale tanto nel suo essere vittima quanto nella sua ostinata cecità; lo scavo del personaggio è continuo e le emozioni, messe a nudo, ci vengono restituite nella loro verità, sia essa l’incanto della dolcezza o la terribilità dell’abisso.

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Vincenzo Costanzo e Francesca Tiburzi

Vincenzo Costanzo è un Pinkerton moderno e attualizzato pur nella fedeltà alla tradizione, ben sfaccettato nelle sue ambiguità ed ambivalenze, lirico e passionale, superficiale e spietato. Timbro solare, moderato volume, è rotondo e melodico nei centri, ma sgrana un po’ in acuto e le salite risultano sforzate. Naturale ed accurato nella recitazione, è assai convincente nel definire a tutto tondo il personaggio.

Drammatica e tagliente la Suzuki di Laura Verrecchia, dal suono scuro e squillante in un’espressione aggraziata e vigorosa, continuo richiamo al senso di realtà. E’ funerea, quasi spettrale nel III Atto, dove con forza tratteggia la percezione dell’imminente tragedia.

Sharpless è Massimo Cavalletti, chiamato a sostituire Alessandro Luongo in quest’ultima rappresentazione. Voce calda e profonda, è fermo e costante nell’emissione, con un fraseggio tornito e modulato. Sicuro nell’intonazione, interpreta un console che nella solidità del canto è la chiarezza della ragione e dei buoni sentimenti e nel dialogo con Butterfly esprime un pathos che è allo stesso tempo composto e lacerante.

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Vincenzo Costanzo

Caustico e a tratti sinistro il Goro di Francesco Napoleoni. Musicale anche se poco consistente, ci offre un’interpretazione incisiva e ricca di espressività.

Intonato e luminoso lo Yamadori di Yinshan Fan, con un fraseggio ampio e scolpito, pur in una dizione non perfetta.

Lo Zio Bonzo è Adriano Gramigni, nelle vesti di un asceta solenne ed inquietante. Colore scuro e proiezione lineare, incarna con efficacia la figura di un arcaico super-io.

Melodiosa Rosa Vingiani nella parte di Kate Pinkerton, che partecipa come donna al dramma di Cio Cio San con un canto appassionato ed una recitazione tormentata.

Autorevoli nelle loro voci piene e gravi il Commissario Imperiale di Zhihao Ying e l’Ufficiale del Registro di Ivan Caminiti; adeguati e vivaci i personaggi della Madre di Valentina Pernozzoli, la Zia di Lan Yao, la Cugina di Licia Piermatteo e lo Yakusidè di Dario Zavatta.

Tanti gli applausi, ovazioni per la Tiburzi, qualche debole contestazione per Costanzo, pieno il successo della serata.

MADAMA BUTTERFLY
Tragedia giapponese in due atti di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Orchestra e Coro del Festival Puccini
Maestro concertatore e direttore  Alberto Veronesi
Maestro del Coro  Roberto Ardigò

Cio Cio San  Francesca Tiburzi
Suzuki  Laura Verrecchia
F.B. Pinkerton  Vincenzo Costanzo
Sharpless  Massimo Cavalletti
Goro  Francesco Napoleoni
Il Principe Yamadori  Yinshan Fan
Lo Zio Bonzo  Adriano Gramigni
Il Commissario Imperiale  Zhihao Ying
L’Ufficiale del Registro  Ivan Caminiti
Kate Pinkerton  Rosa Vingiani
La Madre  Valentina Pernozzoli
La Zia  Lan Yao
Yakuside  Dario Zavatta
La Cugina  Licia Piermatteo

Regia, scene e costumi  Manu Lalli
Assistente alla regia  Lorenzo Mucci
Disegno Luci  Gianni Mirenda
Sound designer  Luca Bimbi

Foto: Festival Puccini 2022- Giorgio Andreuccetti