Un ballo in maschera

Dopo nove anni di assenza, torna, al Teatro alla Scala di Milano, Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi.

“Il Tristano e Isotta di Verdi”, così Massimo Mila definì Un ballo in maschera, un’opera dove, secondo il famoso musicologo, l’amore conta più di tutto, mentre il Verdi politico e quello sociale rimane quasi in ombra. Il teatro alla Scala di Milano, propone un nuovo allestimento per questa opera scritta negli anni di Traviata e andata in scena, dopo molte difficoltà con la censura, solo nel 1859. 

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Francesco Meli e Luca Salsi

Regia, scene e costumi sono tutti a firma di Marco Arturo Marelli al suo debutto scaligero: l’ambientazione e il luogo sono indefiniti ed indefinibili, probabilmente mentali più che reali. La chiave di lettura dell’allestimento sembra voglia essere nel teatrino dei burattini che compare durante il preludio e con cui gioca Riccardo: forse a significare quanto i sentimenti siano i veri motori dell’agire umano. Scenicamente, non possiamo parlare di uno spettacolo totalmente riuscito: la linea che unisce le varie parti è poco chiara ed intellegibile, tuttavia, sicuramente, resta gradevole la grande scena di Urlica che compare da un grande masso sacro che ricorda analoghe pietre venerate ad esempio in Birmania, peccato però per l’uscita di scena della veggente non altrettanto evocativa e di impatto, la vediamo allontanarsi triste e con una misera valigia. Convincente il gioco teatrale di botole e spazi semoventi, meno riuscita l’ultima parte dello spettacolo, dove compare sulla scena, senza che se ne capisca bene il motivo, una riproduzione della sala del Piermarini, che ricordava troppo da vicino l’allestimento del Don Giovanni di Carsen, per altro recentemente tornato in scena. Coerentemente diversificati i costumi che cercano di seguire le tante anime di questo spettacolo, splendide invece le luci del sempre bravissimo Marco Filibeck

Lo spettacolo, non riuscitissimo sul versante  visivo, viene riscattato dal livello musicale della compagnia, tra le migliori oggi in circolazione.

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Federica Guida e Luca Salsi

Il Maestro Nicola Luisotti giunge sul podio, a sostituire l’annunciato Riccardo Chailly, costretto a rinunciare alla produzione a causa di un’indisposizione. Nella lettura di Luisotti si percepiscono il palpito d’amore (il duetto di secondo atto), la spensieratezza e la sfrontatezza della gioventù (soprattutto in primo atto), l’ineluttabilità del destino (il preludio e la scena di Ulrica), l’ironia della scoperta del presunto tradimento (finale secondo) il desiderio di vendetta (prima scena del terzo atto) e l’incombere della morte (in finale). Questo meraviglioso racconto narrativo viene condotto con sicurezza, con una giusta attenzione ai dettagli e con la scelta delle dinamiche più appropriate a ben riflettere la drammaturgia del capolavoro verdiano.

Una maggiore fantasia ed estro interpretativo avrebbero consentito di elevare la lettura del Maestro, dall’ottimo livello di fatto conseguito, verso l’eccellenza.

L’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano appare in ottima forma e, seguendo le indicazioni di Luisotti, brilla per politezza ed armonia sonora, ricercando il giusto equilibrio tra buca e palcoscenico.

Nel ruolo del protagonista, Francesco Meli porta così alla Scala il suo celebrato Riccardo. Il tenore genovese mette in risalto, anche in questa occasione, la bellezza assoluta di un timbro solare e pastoso, la duttilità di una linea vocale che si muove con grande morbidezza ed eleganza a tutte le altezze mantenendosi sempre compatta ed omogenea (al netto di qualche sporadico segno di stanchezza, inevitabile vista la difficoltà e la lunghezza della parte). Nel canto di Meli troviamo grazia e nobiltà, ironia e slancio giovanile, modernità ma anche grande attenzione alla scrittura e alle intenzioni dell’autore (viene eseguito, ad esempio, con ottima perizia il tremendo salto d’ottava della ballata “Dì tu se’ fedele” in primo atto). L’interprete poi, è sempre fantasioso e trascinante grazie ad un fraseggio impreziosito da bellissime smorzature ed affascinanti chiaroscuri. Il suo Riccardo, dunque, è un sovrano giusto, ma anche molto umano e palpitante che nel corso del dramma si evolve e mostra i diversi aspetti della propria personalità.

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Federica Guida, Luca Salsi, Francesco Meli e Costantino Finucci

Sondra Radvanovsky torna ora in Scala dopo aver già preso parte, nel 2013, alla controversa produzione de Un ballo in maschera portata in scena da Damiano Micheletto. Il soprano americano è in possesso di un bagaglio vocale che, ad onta di un timbro non tra i più seducenti, si mostra di sicuro interesse per ampiezza, volume e per il pregevole dominio tecnico. Suggestive le mezzevoci esibite, ad esempio, nel terzetto della scena di Ulrica o ancora nelle arie; magistrale la facilità nell’affrontare i passaggi verso l’acuto (talvolta crescenti nella loro travolgente intensità), sicuri i gravi come nella difficile chiusa dell’aria di terzo atto “Morrò ma prima in grazia”. Se l’esecutrice è di prim’ordine, l’interprete risulta un tantino compassata (non stimolata forse da una regia poco vivace). Pur non esibendo lo scavo psicologico conferito dagli altri due interpreti dei ruoli principali, (Riccardo e Renato), questa Amelia riesce, ad ogni modo, ad essere adeguatamente palpitante e tormentata, e a convincere il pubblico che le riserva grandi ovazioni al termine.

Luca Salsi presta al personaggio di Renato la preziosità di un mezzo ampio, sonoro e sempre ben a fuoco. Attraverso un fraseggio sfumato e vibrante, il baritono parmigiano riesce a valorizzare ogni singola parola del libretto e a sbalzare così le molteplici sfaccettature del suo ruolo. Nella linea vocale nascono così interessanti contrasti come, ad esempio, nella celeberrima aria “Eri tu” dove Salsi sottolinea con particolare incisività il rancore della prima parte dell’aria e la malinconica dolcezza della sua sezione conclusiva.

Federica Guida tratteggia un Oscar adeguatamente spensierato, scenicamente agile e scanzonato, vocalmente a fuoco grazie alla spiccata musicalità e alla limpidezza di una linea ben appoggiata e mai querula.

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Yulia Matochkina

Note positive per la Ulrica di Yulia Matochkina. La voce, dal bel colore scuro, si mostra ben salda, tornita nei centri e naturale nei gravi; particolarmente curato, inoltre, l’accento, sempre sfumato ed incisivo. 

Ben tratteggiati, per amalgama vocale ed intenzione di fraseggio, i due congiurati: Sorin Coliban, Samuel e Yongmin Park, Tom.

Pallida e sfuocata è parsa, invece, la prova di Liviu Holender nel ruolo di Silvano.

Completano la locandina Costantino Finucci, un giudice, e Paride Catalano, un servo di Amelia.

Il Coro del Teatro alla Scala, guidato con maestria da Alberto Malazzi, sfoggia anche in questa occasione una encomiabile precisione negli attacchi e una eccellente capacità di sfumare le dinamiche sonore con espressività e pertinenza stilistica.

Vivo successo al termine con punte di particolare entusiasmo per il terzetto dei protagonisti.

Questo spettacolo sarà in replica sino al 22 maggio.

UN BALLO IN MASCHERA
Melodramma in tre atti
Libretto di Antonio Somma
da Gustave III ou Le bal masqué di Eugène Scribe
Musica di Giuseppe Verdi

Riccardo Francesco Meli
Renato Luca Salsi
Amelia Sondra Radvanovsky
Ulrica Yulia Matochkina
Oscar Federica Guida
Silvano Liviu Holender
Samuel Sorin Coliban
Tom Jongmin Park
Un giudice Costantino Finucci
Un servo di Amelia Paride Cataldo

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Nicola Luisotti
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia, scene e costumi Marco Arturo Marelli
Luci Marco Filibeck

FOTO: BRESCIA – AMISANO / TEATRO ALLA SCALA