I due Foscari

A un paio d’anni dal debutto, un severo ed ipercritico Giuseppe Verdi ripensava I due Foscari in una lettera a Piave e metteva in guardia dal rischio di “fare un mortorio”, visto che l’opera possiede “una tinta, un colore uniforme dal principio alla fine”. Pressoché priva di azione drammatica, la composizione non può certamente essere annoverata tra i grandi capolavori verdiani; eppure, voluta con ostinazione dal suo autore, sedotto dall’omonima tragedia byroniana, contiene tanti temi che saranno poi sviluppati nella produzione successiva ed attesta la grande apertura alla sperimentazione del Verdi di quegli anni. Ed è proprio insistendo sugli aspetti di novità e di ricerca che questa prima edizione del Maggio Fiorentino ci si presenta ricca di suggestioni e di spunti per riflettere sulla parabola artistica del Cigno di Busseto.

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Placido Domingo e Maria José Siri

Intenso e commovente è innanzitutto il Francesco Foscari di Placido Domingo, nell’affresco di un Doge maestoso e tormentato, paralizzato dal proprio dovere e al contempo schiacciato da altri poteri, vecchio leone ferito e sconfitto. Ogni nota è scolpita con dolore, come a volerla incidere nelle dure pietre di Venezia, il fraseggio è ampio e robusto, in una gamma straordinaria di accenti e sfumature. Il celeberrimo artista madrileno mantiene ancora, dopo sessant’anni di carriera, un discreto volume e un’ammirevole duttilità e nelle parti più ariose e nelle salite all’acuto emerge a lampi una vena dorata dell’inconfondibile tenore. Domingo comunque riesce per lo più ad adattare la propria vocalità alla scrittura per baritono Ne soffrono tuttavia un po’ il terzetto ed il quartetto del II Atto, in quanto il contrasto con le altre tessiture non emerge a sufficienza e ne esce penalizzato l’effetto drammatico dell’insieme. Armonico e palpitante nell’aria “O vecchio cor, che batti”, in uno scavo psicologico tagliente e rassegnato; delicato e ricco di pathos nel duetto con Lucrezia, in uno dei momenti più espressivi ed affascinati di questo allestimento. E’ superbo in “Questa è dunque l’iniqua mercede” e di notevole impatto nel finale, dove rende con strazio e dolcezza la morte del Doge.

Voce poderosa in un timbro chiaro e lucente è lo Jacopo Foscari di Jonathan Tetelman. Vigoroso ed intonatissimo, si impone da subito con la cavatina e la cabaletta, ma perde volume nei recitativi, particolarmente nel registro più grave. Risolve molti passaggi di forza, con scarsa modulazione e poco colore. Soprattutto nei duetti, il canto è piuttosto diseguale, a scatti e con slanci repentini verso l’alto. E’ intensamente drammatico nella visione del Carmagnola e più controllato ed espressivo nella conclusione. Lo Jacopo di Tetelaman è dunque irruento ed eroico ma non descrive quel pathos e quella delicatezza che il personaggio richiederebbe.

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Jonathan Tetelman, Placido Domingo e Maria José Siri

Maria José Siri è una Lucrezia passionale e risoluta, dal piglio imperioso e dagli accenti disperati. Con un flusso sonoro esteso e compatto, è assai omogena nell’emissione e cesella ogni melodia in una forma rotonda e smaltata. Se nella cabaletta iniziale manca un po’ di agilità, la ritrova prontamente nelle parti successive, specialmente nella scena del Consiglio. E’ magnifica e travolgente nel duetto con Domingo, toccante e dignitosa nell’abito della vedovanza.

Spietato e severo è il Loredano di Riccardo Fassi, che delinea l’antagonista in una figura piena e sbalzata. Scuro nella vocalità e chiaro nella dizione, intona con rigore ed articola con ampiezza. Minaccioso ed inquietante fin dalla sua prima comparsa, è agile e misurato nel quartetto, per essere poi nei quadri corali contenuto e sprezzante, a tratti luciferino.

Efficace il Barbarigo di Rim Park, dal suono consistente e ben proiettato, ora retorico ora accorato; addolorata ma composta, a bilanciare la spasmodica Lucrezia, è la Pisana di Xenia Tziouvaras, dal colore limpido e la sicura linea melodica. In scena con carattere il posato ed armonico Lulama Taifasi, fante del Consiglio, e il nitido e corretto Adam Jon, servo del Doge.

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Placido Domingo e Jonathan Tetelman

La direzione di Carlo Rizzi punta sulla ricerca timbrica e sulla valorizzazione delle differenti sezioni dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. La “tinta uniforme” si increspa così dell’evidenza del clarinetto, degli archi dalle terzine ripetute, del violoncello e dell’arpa, in una tessitura raffinata ed elegante, ispirata alle atmosfere della marina e del notturno. A questa dimensione più intima e cameristica si alternano e si intrecciano le scene più ritmiche e vivaci, rese in uno stile marziale, quasi bandistico, alla maniera del primo Verdi. Attento nell’accompagnamento dei cantanti e nella definizione dei temi di riminiscenza, Rizzi sa mitigare le aure più fosche interpretando con delicatezza le poche schiarite dell’opera, come la canzone dei gondolieri e la festa della regata, e rende le ultime scene in tono vibrante e luttuoso. Forse alcuni momenti, come quelli d’insieme e le impennate di Tetelman, avrebbero richiesto una maggiore cura nella regolazione dell’intensità, poiché l’acustica dell’Auditorium, con il pannello di legno, mantenuto sul fondo, tendeva ad amplificare i suoni in fortissimo.

Fondamentale il ruolo del Coro del Maggio Musicale Fiorentino diretto da Lorenzo Fratini nel determinare l’atmosfera dei Foscari: accenna al mistero di una città nera e inquietante, esalta la malinconia e l’agitazione, ondeggia, coeso e screziato, nel tempo di barcarola.

La regia di Grischa Asagaroff evoca una Venezia cupa e sinistra, fin dal principio funerea con l’immagine del sepolcro di Francesco Foscari ai Frari, punto di partenza e di arrivo della vicenda. Le dinamiche sono accurate e in sintonia con la musica, i gesti ieratici, quasi solenni. Le scene di Luigi Perego, con pochi inserimenti senza modificare la struttura della sala, rimandano al gotico fiorito, agli interni rinascimentali, alla onnipresenza dell’acqua. Perego è anche autore dei costumi, simbolici ed appropriati, soprattutto quelli di Lucrezia e del Consiglio. Le luci di Valerio Tiberi riprendono l’azzurro, quasi turchese dei pannelli lignei, aumentando la percezione dell’elemento acquatico; sono più calde ad evidenziare gli affetti familiari e l’ardore di Lucrezia, infuocate nell’allucinazione di Jacopo, fredde nelle trame del potere e nell’imminenza della morte. 

Il balletto, nella coreografia trasparente e leggera di Cristiano Colangelo, sospende la pesantezza e ci fa intravedere una Serenissima sognante e lontanissima, che per contrasto potenzia l’effetto del tragico.

Cascate di applausi, tanti anche a scena aperta. Alla fine il sovrintendente Alexander Pereira sale sul palco per congratularsi con Domingo alla sua 4.100^ recita. Generale la commozione e il tripudio. Grazie, maestro Domingo!

I DUE FOSCARI
Tragedia lirica in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Francesco Foscari Plácido Domingo
Jacopo Foscari Jonathan Tetelman
Lucrezia Contarini Maria José Siri
Jacopo Loredano Riccardo Fassi
Barbarigo Rim Park
Pisana Xenia Tziouvaras
Fante del Consiglio de’ Dieci Lulama Taifasi
Servo del Doge Adam Jon

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Carlo Rizzi
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Grischa Asagaroff
Scene e costumi Luigi Perego
Luci Valerio Tiberi
Coreografia Cristiano Colangelo

FOTO: Michele Monasta-Maggio Musicale Fiorentino