Pubblicazioni 2017

ELISABETTA REGINA D’INGHILTERRA – DVD BONGIOVANNI 2016 [Margherita Panarelli] – 07 marzo 2017
La storica etichetta discografica bolognese Bongiovanni aggiunge al suo ricco catalogo Elisabetta Regina d’Inghilterra di Gioachino Rossini una registrazione effettuata nell’ ottobre del 2015 al Teatro Comunale di Sassari della produzione dell’ Ente Marialisa De Carolis per la regia di Marco Spada e con Federico Ferri alla guida dell’orchestra e del coro dell’Ente.
Andata in scena per la prima volta nel 1815 al Teatro San Carlo di Napoli Elisabetta Regina d’Inghilterra fu Il primo grande successo del pesarese a Napoli. 
Con le sue numerose auto citazioni Elisabetta regina d’Inghilterra risulta quasi un compendio dell’opera rossiniana non seria a partire dall’ ouverture presa da Aureliano in Palmira e la cabaletta della cavatina di Elisabetta molto simile a quella di Rosina nel Barbiere.
La regia di Marco Spada ambienta l’opera ai giorni nostri e Elisabetta I diventa l’attuale sovrana d’Inghilterra Elisabetta II. I costumi di Maria Filippi sono colorati e variegati e le scenografie sono dimesse senza risultare carenti. Prevalgono le suggestioni visive basate una visione quasi stereotipata dell’Inghilterra, bombette e union jack, ma la semplicità della messa in scena non ha impoverito affatto la resa generale. 
Carenti sono invece riprese audio e video, missaggio e montaggio sono confusionari e per nulla diligenti ,tali da rendere poco piacevole a tratti la visione del DVD.
Silvia Dalla Benetta interpreta il ruolo del titolo con grande proprietà e agilità a partire da una buonissima esecuzione della cavatina “Quanto è grato all’alma mia”; È però nella seconda aria “Che penso desolata regina?” che ha occasione di dimostrare la versatilità del suo strumento. Eccellenti il controllo del fiato e la proiezione del suono nonché le colorature sgranate quasi sempre con grande facilità. 
Degno di una prova sostenuta con grande perizia è il Leicester di Alessandro Liberatore la cui voce gode di notevole volume, che ben si sposa a quello della protagonista, gestito con oculatezza dal tenore. Squillo e baldanza, a tratti nei numero d’insieme poco bene amalgamata, caratterizzano la ragguardevole voce di Liberatore.
Risulta invece totalmente inadeguata al ruolo Sandra Pastrana nei panni di Matilde, la sposa di Leicester, cagione delle ire di Elisabetta. Il suo canto è spigoloso e poco affascinante, senza attenzione a pronuncia, legato o sostegno del fiato. Il registro acuto le è particolarmente difficoltoso in un ruolo cantato principalmente in esso e la sua interpretazione è gravosa all’ascolto.
Non gode di timbro particolarmente affascinante David Alegret ma supera comunque convenientemente la prova affrontando in modo soddisfacente anche l’insidiosa aria del secondo atto “Deh troncate i ceppi suoi” e il duetto del primo atto “Perchè mai, destin crudele”.
Bravo, pur in un ruolo non vasto come quello di Guglielmo, Néstor Losàn, il suo è un bel timbro e il fraseggio è sempre convincente. Molto brava anche Olesya Berman Chuprinova nei panni di Enrico, fratello di Matilde.
La direzione di Federico Ferri è scomposta e poco incisiva nonostante gli sforzi dell’Orchestra. Le dinamiche sono confuse e il dialogo tra buca e orchestra a tratti completamente fuori fase, in particolare negli insiemi in cui la coesione è di fondamentale importanza. Bravissimi i solisti che nonostante questo sono riusciti per la maggior parte della rappresentazione a seguire le indicazioni di Ferri.
AB 20032

VEZZI E MALVEZZI: QUANDO IL TENORE MUORE [Natalia Di Bartolo] – 19 luglio 2017
Della serie VEZZI E MALVEZZI
Pathos, emozione: arriva il finale dell’Opera. Dopo averci sconvolti con le loro sventure, i nostri protagonisti si avviano verso l’ineluttabile proprio destino finale…anzi verso il finale ineluttabile del proprio destino: la morte in scena. Spesso tocca al tenore esalare l’ultimo respiro sulle tavole del palcoscenico.
E qui lo spettatore, già lagrimante, prepara la scorta di fazzoletti che si è portata dietro da casa, poiché la vicina di poltrona dell’abbonamento ai Concerti ha già visto alla prima l’Opera in questione e lo ha avvisato: le lacrime!!! Da versare tutte, fino all’ultima…non c’è scampo…
Ecco che l’orchestra si avvia alla stretta finale e allora il tenore…Ma…chi prendere come esempio? Semplice! Un morituro assoluto sul palcoscenico: Werther.
Sì, Werther è colui che impiega un atto intero a morire…tutto il quarto atto è imperniato sulla sua morte straziante…Chi meglio di lui?
Addirittura, al momento opportuno, si ode il colpo di pistola fatale. E lì si comincia ad obiettare: ma se Massenet lo aveva previsto in un punto preciso della partitura, perché il regista lo sposta due pagine prima? Quando si spara Werther? Insomma: ci si decida, perché l’emozione stringe la gola e non dà requie: già non sapere in che momento si udrà il botto mortale fa tremare lo spettatore assorto e lo spiazza: “Prendo o non prendo il fazzoletto? E quando lo prendo?”.
Ma ecco che finalmente la pistola spara. Meno male che era carica! Le pistole di Albert arrivano scariche a Werther o, come spesso viene mostrato, egli ne prende una ed ecco che la trova carica all’uopo? Un mistero irrisolto e irrisolvibile Non ci si chiede mai come sia possibile che Albert tenga cariche delle pistole che sono di solito esposte in una bacheca o comunque in giro per casa in una cassetta di legno. Chi se lo spiega?…
Non parliamo poi di quando il regista decide che il suicidio debba essere compiuto a sipario aperto. Si è visto Werther a cui la pistola, già puntata alla tempia, s’inceppava; Werther indeciso che non sapeva dove puntare la pistola, se alla tempia, alla gola o al petto; Werther così pignolo da cercare con suprema attenzione il punto preciso dove puntare la pistola, Werther che sparava dove capitava prima…Insomma: se i librettisti avessero fatto sì che si sparasse alla tempia come nel romanzo di Goethe, o alla gola, come avrebbero potuto far durare un’agonia cantata un atto intero? Ergo: era d’uopo che si sparasse al petto, per avere il tempo di cantare tutto il quarto atto. Perché farlo dubitare, dandogli questo tremendo dilemma in più? Estrema crudeltà! Lo spettatore freme.
Ma ecco che finalmente si è sparato, com’è scritto che sia. Charlotte accorre…Spesso è scalza (nella neve, la notte di Natale, in Germania!), a volte in abito da sera, altre in camicia da notte e vestaglia…insomma…eccola che arriva…e trova il suo amato riverso sul pavimento. Ma non sempre. A volte sta sul letto, ma perfino con le scarpe ai piedi (!)…altre volte è a terra, ma come? Seduto con le spalle appoggiate al letto (così la respirazione diaframmatica non ne soffre)…Oppure è addirittura in piedi ancora (un fenomeno clinico!) appoggiato al muro…Mai un Werther che cada per il verso giusto, a quanto pare, tranne rare eccezioni.
E il sangue? Ma tanto sangue! Ma così tanto, a volte, che sembra che lo abbiano squartato. Altre, invece, una piccola macchia all’altezza del cuore segnala il punto colpito; altre ancora il sangue è stampato standard sulla camicia e non se ne sparge neanche una goccia, a salvaguardia dei costumi.
Ma, cosa più importante di tutte: egli deve soffrire. Come soffre, povero Werther! E qui lo spettatore attende trepidante ogni suo sospiro, si adegua alla sua suprema sofferenza e lagrima, lagrima…
Il tenore canta agonizzante: la musica è sublime, ma il Maestro ha deciso che il quarto atto è troppo lungo (avrà l’aereo in partenza), che i tempi scritti siano troppo lenti e allora accelera: l’agonia si abbrevia…Ma i tempi scritti devono essere lunghi, altrimenti lo strazio non si palesa. Quindi un altro Maestro, fin troppo ligio al dovere filologico, decide di allungarli ancora, facendo morire il protagonista anche di sfinimento, insieme allo spettatore esausto. Poi c’è il Maestro che decide come stringere o allargare i tempi a pagine alterne della partitura, perché altrimenti il tenore non tiene i fiati lunghi e il soprano boccheggia, evitando però di alterare i momenti orchestrali…Dov’è il Maestro giusto? Raramente lo si incontra sul podio. Lo spettatore esigente freme.
Insomma, il quarto atto si è avviato comunque nella più cupa tragedia e qui Werther deve cantare e soffrire simultaneamente. Come fare? Ma sì, la tosse è il rimedio sovrano: i Werther che tossiscono come la Traviata sono i più consueti, guardando bene di alternare la tosse agli acuti del soprano per non coprirli. Oppure è meglio tossire silenziosamente, ma è pericoloso, perché può essere scambiato per cattiva digestione, non per un colpo di tosse: molto poco tragico per un agonizzante! Meglio il soffrire catatonico, allora: il Werther catatonico è una delle soluzioni più indovinate e più virtuosistiche per il tenore morituro.
Sdraiato per terra, senza alcun sostegno sotto la testa, occhi chiusi, non reagisce neanche al bacio di Charlotte. Magnifico: un magistrale canto in posizione supina, la sensazione perfetta dell’agonia, la sofferenza allo stato puro: quella che non si vede ma si percepisce solo nel canto. Magari tutti i Werther morissero così bene!
Invece no! Lo spettatore viene colto da un moto di impressionato terrore nel vedere talvolta il moribondo alzarsi addirittura in piedi al canto natalizio dei bambini! Come fa uno che si è sparato al petto da oltre dieci minuti, che ha perso un ettolitro di sangue, che fino ad allora è stato pressoché privo di sensi, a trovare la forza di alzarsi in piedi e, trasognato, ascoltare il canto di Natale? Eppure succede! Lo spettatore resta col fazzoletto a mezz’aria tra gli occhi e il naso: un attimo di supence: come, dove e quando ricadrà? Perchè dovrà pure ricadere, se deve morire alla fine dell’atto!
Ed eccolo che prima di ricadere addirittura danza con Charlotte. Lo spettatore più esigente ripone il fazzoletto, si alza e se ne va…Quello paziente sopporta…quello di bocca buona, ammirato, prosegue nella lagrimazione…Comunque, chi resta attende che Werther ricada e ricade, infatti, con un tonfo impressionante. Meglio se sul letto, però: è più morbido; o sul sofà,  posto ivi all’uopo…ma meglio ancora se a terra: lì è il luogo deputato alla morte più straziante. Sul pavimento.
Il tenore ansima e canta, canta e ansima: troppo! Dov’è finita la linea di canto? Allora canta e non ansima. Sì ma è una morte indolore? Possibile? Oppure ansima e basta. E il canto? Mormora appena. No! Il momento è sublime.. Il canto non può passare inosservato a favore di contorsioni o estremi sfinimenti! Sporcare gli attacchi è il peggio; sfumare i finali è voluto? Lo spettatore sospende un istante d’asciugare le lacrime e se lo chiede…
Poi, peggio ancora se c’è, in francese, qualche imperfezione nella pronuncia…”Sì, ma il Divino Interprete lo pronunciava così”: ma me ne faccio un baffo, non era una fonte di pronunzia perfetta: vai a riascoltarlo e troverai un disastro ogni tre parole! E allora? Il Werther perfetto deve essere francese per forza? E qui lo spettatore esigente risponde: “Sì’!”…quello paziente: “Sarebbe meglio, ma una buona lezione di pronuncia potrebbe bastare”; quello di bocca buona continua a lagrimare e non si accorge di niente.
Ma ecco che giunge il momento: il tenore deve spirare. Ma come? Silenziosamente: è meglio per le corde e non si rischia di emettere qualche bruttura; teatralmente: si appoggia disperatamente sui gomiti, si solleva  verso Charlotte, pronuncia “beni”, poi, senza badare alla cervicale, ricade di schianto, disarticolato; se catatonico bisogna che mostri che qualcosa accade…magari una mano che ricade inerte può bastare per incrementare qualche lacrima in platea.
L’acuto straziante di Charlotte segna questa fine tanto sofferta. Il Maestro dà potenza all’orchestra…le ultime battute: Fine dell’Opera.
E qui le parti s’invertono…e quando s’invertono accade che lo spettatore, perfino quello esigente, auspicabilmente estasiato, smetta di lagrimare riponendo i fazzoletti grondanti, si alzi dalla poltrona e torni a casa alla proprie faccende quotidiane, nel vago ricordo di quel Werther; mentre il tenore in persona resti a terra lagrimante alla fine dell’Opera, dimentico del sipario che dovrà riaprirsi; e poi, rialzandosi, prosegua durante gli applausi; e anche dopo, per tutta la serata, cena al ristorante compresa: e qui sta il miracolo dell’arte, se e quando si compie. Sì, perché quando è grande, il tenore, morendo, lagrima anche lui insieme allo spettatore e resta Werther per un bel po’ di tempo, apparentemente fino alla fine delle recite, ma, in cuor suo, per sempre.

VEZZI E MALVEZZI: LO STREAMING ITALIANO IN DIRETTA [Natalia Di Bartolo] – 20 luglio 2017
Della serie VEZZI E MALVEZZI:
Lo streaming, questo mezzo meraviglioso, che consente di raggiungere il mondo in tempo pressoché reale, seguito da milioni di persone on line, permette di diffondere ciò che si creda meglio…Dunque anche l’Opera ora viene trasmessa streaming, spesso in diretta, anche dall’Italia. Ben venga! Meraviglia una diretta della prima dai nostri grandi teatri…Chi si perde un evento del genere?
Dunque i nostri consueti tre spettatori d’Operal’esigenteil paziente e quello di bocca buona, sempre pronti a fruire di ogni mezzo possibile per sfamarsi di Musica, stasera si preparano ad assistere al capolavoro “Sofronide e Palmiero” del genio italiano Aleandro Cozziin Streaming dal Gran Teatro Massimo dell’Opera di Sopramonte di Sotto, Italia (Italy-I), che ha annunziato da settimane con ogni mezzo tale trasmissione e montato i mezzi più sofisticati per diffondere gratis al mondo la propria ultima produzione con cantanti di grido (!), direttore diciottenne rivelazione internazionale e tutto il resto al proprio posto, come si conviene oggi ad un teatro di grande tradizione nella Patria del Bel Canto.
I nostri tre spettatori, ovviamente, si preparano ad assistere allo spettacolo ciascuno a casa propria, e ciascuno com’è proprio costume: l’esperiente si concentra da un giorno intero, non ha ascoltato appositamente niente…ha tutto in mente… è assolutamente solo e attende al varco, con un sorrisetto vago sulle labbra, della serie “staremo a sentire, me la voglio vedere tutta!”. Quello paziente si è armato di registrazioni del passato prossimo e remoto, le ha ascoltate tutte, ma, accomodante com’è sa già di poterne tenere conto fino ad un certo punto e si è assiso sul divano con accanto moglie devota e figlio unigenito che cerca pazientemente di educare al Bello. Quello di bocca buona ha spedito la moglie in cucina, ha allertato il cugino melomane che ne sa più di Wikipedia e l’amica che studia Canto privatamente da uno dei soprani secondi del coro del teatro in questione e conosce tutti lì dentro e, già masticando pop corn insieme a loro, si è spaparanzato sul divano, stile finale dei Mondiali di calcio: “Anche noi, finalmente, abbiamo lo streaming in Italia! Mica solo il Met!”
C’è da sottolineare, però, che tutti e tre hanno cercato disperatamente di connettersi fin dalle cinque del pomeriggio al link tanto pubblicizzato sul web, per essere puntualmente on line alle 20:00, dato come orario d’inizio della trasmissione. L’esigente non c’è ancora riuscito: sono le 19:45 e non si vede niente: il sorrisetto diventa ghigno: “Lo sapevo! Cominciamo bene! Incompetenti!”…Il paziente, in quanto tale, si accontenta di ciò che riuscirà a vedere e intravede già qualcosa: può andare… Quello di bocca buona ha attivato da una settimana tutti i mezzi di connessione più sofisticati, cambiato tre volte l’indirizzo IP per potersi fingere sintonizzato dal Nepal se fosse necessario e adesso sta lì di fronte ad una schermata che pare una cartolina: “Speriamo che duri!”…Nel frattempo, qualcosa compare anche sullo schermo dell’esigente: è ora! Eccoli tutti e tre al nastro di partenza.
Si comincia però con due presentatori che dovrebbero raccontare la trama all’inizio di ogni atto e commentare la produzione, rifacendosi anche ai tweet ed a i messaggi su Facebook inviati in tempo reale dagli spettatori a casa davanti al computer.
Si preferisce in questa sede stendere un velo sui commenti dello spettatore esigente a loro rivolti dopo averli ascoltati non più di un minuto, riportando soltanto un suo “Ma dove li hanno presi questi due?” mormorato tra i denti; sottolineando invece che quello paziente dopo ben cinque minuti non li ascolta più ed è andato a ripassarsi la trama dell’opera dal libretto di sala di tre anni prima, tenuto saggiamente da parte in previsione. Quello di bocca buona è troppo impegnato a discutere con il cugino della “Prima rappresentazione dell’Opera a Vienna nel 18….ma quand’era?” per potersi rendere conto che non si ricorda niente della trama, che i due presentatori avrebbero dovuto a loro volta, quanto meno, ripassare prima di andare in onda…
Lo spettatore esigente è un asceta anche nei mezzi tecnologici: possiede due piccole casse stereo anni ’80 ma le considera un bene preziosissimo, perché hanno emesso i suoni registrati più angelici che siano giunti alle sue orecchie e, a mezzo volume, sono a suo dire assolutamente verosimili: non le cambierebbe mai. Il paziente ha fatto montare dal figlio le casse modeste dello stereo di casaquello di bocca buona possiede ovviamente un impianto da discoteca, ma è costretto a farlo solo sussurrare o i vicini insorgono…ma tanto poi i pezzi glieli ricanta l’amica soprano…
Ecco: arriva il Direttore! L’Opera comincia…Peccato che sia così buio che quasi non si vede nulla…Lo spettatore di bocca buona regola invano contrasto e luminosità del megaschermo che ha in casa, ma non riesce a mettere a fuoco…”Però si sente, dai… sì che si sente!”…Appunto! Si sente così forte che lo spettatore esigente, che ha solo teso le orecchie e non ha ancora guardato lo schermo, si chiede: “Ma per la prima volta le mie casse fanno cilecca? Possibile?”
No, si sbaglia, poverino: è il Maestro che lancia l’orchestra uso compatta falange spartana facendo irrompere la sinfonia nelle case dei malcapitati come uno tsunami stridulo e senza corpo né profondità… L’unico a rendersene conto è lo spettatore esigente: “Ma dove hanno preso quest’altro? Ora voglio sentire i cantanti, con questo muro davanti, se continua così…Però, come avranno sistemato i microfoni i tecnici del suono?”
E infatti i cantanti, anche perché coperti dall’orchestra, non si sentono! Lo spettatore esigente, senza ancora aver guardato nulla, si dispera e invano regola la minuscola rondella del volume, unico mezzo di cui il suo impianto è dotato, per cercare di ascoltare qualcosa dei gravi del basso, non solo gli acuti del coro urlante: invano!
Lo spettatore paziente si lancia in un accomodante quanto cattedratico: “Figliuolo, sappi che l’Opera si gusta appieno solo a teatro; nessun mezzo tecnologico, anche il più sofisticato, può renderle giustizia. Sai, può darsi che non sia tutta colpa della direzione d’orchestra, ma anche della regolazione del suono da parte dei tecnici in loco: è un lavoro difficile!” Il figlio storce il naso e invidia gli amici che sono andati a ballare, meditando una scusa per raggiungerli…
Lo spettatore di bocca buona gioisce: “Come funziona bene l’impianto! Tutto bello forte!!!” Infatti si sente pure il maestro rammentatore: il massimo.
Rassegnato all’ascolto di ciò che passa il convento, lo spettatore esigente si risiede sulla vissuta poltroncina del soggiorno e decide di godere almeno della visione. Ma, guardando per la prima volta l’immagine si accorge che una sola videocamera è stata piazzata a riprendere l’intero spettacolo, ovviamente dal palco reale. “Ma se ci fossi andato io, da un palco laterale e col cellulare, la ripresa sarebbe venuta meglio!”
Col teleobiettivo puntato al massimo non si arriva neanche al piano americano; di primi piani non se ne parla: schermata fissa. Sgrana gli occhi incredulo: non è possibile! Oltretutto la qualità dell’immagine è mediocre, sbiadita, e sul suo piccolo schermo quadrato del pc in outlet non vede quasi niente. Figuriamoci i sottotitoli, confusi, sbiaditi anche loro. Nuovamente non si riportano i suoi commenti…
Lo spettatore paziente si accontenta, quello di bocca buona si arrabbia: “Questo schermo di nuova generazione ha una pessima risoluzione e non è sufficientemente grande!”
Intervallo…In tempo realeLo spettatore esigente è già distruttoSofronide, annunciata per grande interprete cozziana dei nostri giorni, è inespressiva ed ha un vocione che va tutto per i fatti propri, a prescindere dalla qualità del suono; Palmiero dovrebbe essere decente ma non si sente, gli altri interpreti sono annientati dalle pessime riprese e dal sonoro approssimativo, la regia non esiste, il Direttore-rivelazione continua ad imperversare, in preda ad una crisi di isteria post-adolescenziale
”No! mi rifiuto di ascoltare le interviste a regista e interpreti ammannite fra un atto e l’altro!” esclama il nostro amico nel soggiorno deserto; si alza e va a prepararsi una tisana al biancospino… Il paziente pazienta ancora: “Quanto sono noiosi!”; quello di bocca buona ride con gli altri dell’ultimo flirt tra l’aiuto regista e la coreografa, consumato nei camerini del teatro…Insomma, nessuno ascolta le interviste: che le fanno a fare?
Alla ripresa dell’opera, anzi, per essere precisi, a metà del secondo dei cinque atti dell’Opera, però, all’improvviso allo spettatore esigente si blocca l’immagine sul più bello della cabaletta del soprano. Il poverino diventa viola, si alza di scatto e chiude la pagina dello streaming; spegne addirittura il pc e si dedica a faccende più edificanti: “Basta!!!”
Quello paziente subisce la stessa sorte di blocco un po’ più avanti, ma persevera…Attende un minuto, due, cinque di fronte alla primadonna folgorata con la bocca spalancata e le braccia aperte alla cadenza che precede il mi bemolle…dopo un quarto d’ora si alza di scatto e afferra il mouse per aggiornare la pagina. Invano il figlio tenta di fermarlo: la pagina aggiornata lo ricollega al Gran Teatro Massimo di Sopramonte di Sotto, ma si era scordato la diretta! Dopo un quarto d’ora si ritrova agli applausi: ha perso cabaletta e finale atto secondo! Ricade distrutto sul divano: la parte più attesa dell’opera è andata! Ma si rassegna, in accordo col proprio stile, e prosegue nella visione, incappando in altri tre o quattro blocchi del genere, ma guardandosi bene dall’aggiornare di nuovo la pagina…Attende lo sblocco: la sua acclarata pazienza gli serve anche a questo.
Allo spettatore di bocca buona, invece, va tutto liscio come l’olio, anche se la cabaletta non la sente lo stesso e neanche il finale atto secondo e quant’altro, perché la spaghettata è pronta…
Insomma, così proseguendo, all’una di notte, mentre lo spettatore esigente, già in braccio a Morfeo, sogna l’edizione del 1972 con la Caballélo spettatore paziente riesce ad arrivare alla fine dello spettacolo, ma dopo cinque atti di quel genere è rimasto solo: la moglie si è trascinata fino al letto e dorme da due ore, il figlio è scappato in discoteca con gli amici. Quello di bocca buona, invece, ben sazio anche di chiacchiere e pettegolezzi, è in estasi: “Tutto stupendo: che trasmissione! Una meraviglia! Occorre qualche miglioria all’impianto di casa, ma va già bene così. Che voci, che potenza d’orchestra! Bravi, ma proprio bravi tutti! Evviva lo streaming in diretta anche in Italia!”.

VEZZI E MALVEZZI: L’ÉTOILE IN TOURNÉE [Natalia Di Bartolo] 21 luglio 2017
Evento epocale di luglio a Sopramonte di Sotto: Stagione estiva di Opera e Danza al Giardino Comunale, intitolato al padre del grande tenore Rocco Strozzagall. In arrivo, dunque, il Corpo di Ballo dell’Opera di Stato della Repubblica dell’Uzbekanistan, rinomato nell’intero orbe terracqueo per la qualità delle sue produzioni di danza classica…
Evento epocale di luglio a Sopramonte di Sotto: Stagione estiva di Opera e Danza al Giardino Comunale, intitolato al padre del grande tenore Rocco Strozzagalli, di cui il Gran Teatro dell’Opera di quella ridente cittadina si fregia di portare il nome glorioso, e che ai tempi fu clarinettista emerito nella Banda Comunale.
In arrivo al Giardino Adelmo Strozzagalli, dunque, il Corpo di Ballo dell’Opera di Stato della Repubblica dell’Uzbekanistan, rinomato nell’intero orbe terracqueo per la qualità delle sue produzioni di danza classica.
I manifesti del balletto romantico “Giselle” tappezzano ogni centimetro di spazio dell’intera città. Lo spettatore esigente, in una delle sue rare uscite per comprare i generi alimentari indispensabili alla sopravvivenza, se li trova di continuo sotto il naso. Pure alla cassa del piccolo supermercato del paese è attaccata la locandina patinata con la foto dell’étoile, la celebre Galina Galinova. Un mito!
Nonostante sia un patito d’Opera, lo spettatore esigente cede alla tentazione e, nel giorno previsto per lo spettacolo, affronta la fila oceanica che dalle cinque del mattino si è assiepata al botteghino del Gran Teatro dell’Opera. I suoi concittadini fanno a botte per scavalcarsi l’un l’altro e lo spettatore esigente sì sbalordisce di questo accalcarsi inconsueto: per la Tosca di una settimana prima c’erano quattro gatti.
Poi si accorge che i compaesani fanno a botte perché allo stesso sportello sono in vendita i biglietti del concerto rock di Basco Gialli che si terrà al Giardino Strozzagalli l’indomani.
Gli spettatori di Vezzi e Malvezzi di solito sono tre…Però, in questo caso, trattandosi non d’Opera ma di Balletto, lo spettatore paziente ha deciso, obtorto collo, di accontentare la moglie e guardare con lei alla tv uno speciale estivo degli ultimi 60 anni del Festival di Sanremo (altrimenti perché lo chiameremmo “paziente”?); lo spettatore di bocca buona, ovviamente, è lì a fare a cazzotti per passare avanti nella fila per il concerto della star del rock, ignaro del balletto.
Dunque solo l’esigente esce da quella fila, dopo dodici ore di attesa, con il biglietto per la tanto agognata Giselle: la Galina sarà finalmente sotto i suoi occhi in carne ed ossa.
La sera si reca, come al solito, con un’ora di anticipo al luogo deputato: guai che gli rubino il posto migliore, soprattutto perché i posti non sono numerati.
La location è degna dell’evento. Fra due palme spennacchiate del Giardino Strozzagalli, sul palcoscenico montato su una griglia di tubi, svettano già i riflettori per il rock dell’indomani ed i tecnici si affannano a tarare microfoni e apparecchiature sofisticatissime per amplificare il divo e far sì che lo possano ascoltare abusivamente anche i propri parenti che hanno i balconi sulla piazza principale di Sottomonte di Sopra: è ovvio che tutti vogliano ascoltare Basco Gialli e il volume sarà adeguato.
La compagnia del Balletto dell’Opera di Stato dell’Uzbekanistan arriverà completa d’orchestra, ovviamente. Dunque lo spazio lasciato ai piedi del palco, pronto ad accogliere i fans ultrà con gli striscioni l’indomani, farà da golfo mistico.
La platea per gli spettatori del balletto è stata ricreata accostando le sei panchine sparse di solito per il giardino e trasportando le dodici sedie per i fedeli in sovrappiù della vicina parrocchia. Il parroco le ha concesse con un occhio di riguardo al sindaco che gli ha omaggiato ben due biglietti per la sera del concerto rock: il sant’uomo e la perpetua siederanno accanto al notaio ed al farmacista: occasione imperdibile.
Lo spettatore esigente trova posto sulla panchina centrale un po’ indietro rispetto al palco altrimenti non vedrà nulla, se troppo vicino: il balletto classico va guardato da una certa distanza. Lo sa bene lui che è stato più volte al Teatro al Sottoscala ad applaudire la grande Carla Stracci, molti ma molti anni fa.
Il nostro amico si accomoda meglio. Si è portato dietro un cuscino a fiori del soggiorno, ben sapendo che le panchine sono di ferro dipinto e sono a strisce, a discapito di terga ossute, da asceta, come le sue.
Alla sua destra si ritrova un energumeno tatuato in canottiera, del gruppo degli operai del concerto, che sta lì per riposarsi dopo una giornata di duro lavoro sotto il sole…E adesso svapora felicemente tutta la sua traspirazione. Allora il nostro amico cerca di spostarsi, ma alla sua sinistra si è già seduta la proprietaria del chiosco delle bibite del Giardino, appassionata di danza perché la nipote frequenta la locale scuola di ballo ed è già al terzo anno e inizia ad ambire alle punte: è lì perché la fanciulla, che le siede accanto, non resisteva al richiamo della Galina.
In quattro sul sedile? La panchina ha fatto pieno e il povero spettatore esigente è soffocato dal cattivo odore da una parte e impossibilitato a muoversi dall’altra, o la signora del chiosco scambierebbe di sicuro la sua vicinanza per avance e griderebbe allo scandalo. Non gli resta che imbalsamarsi dove il Fato lo ha collocato e attendere l’inizio del balletto.
Finalmente, con mezz’ora di ritardo, giunge l’orchestra del Teatro dell’Opera di Stato dell’Uzbekanistan, otto elementi in tutto con il rinforzo di qualche volenteroso della banda cittadina, seguita dal Maestro, tondeggiante e visibilmente rubizzo, che non ha esitato a brindare già abbondantemente con il vino genuino di Sopramonte di Sotto al successo della serata.
Si accendono quattro dei duecentotrentacinque riflettori pronti per il cantante rock e, sulla scena pressoché vuota, il Corpo di Ballo si appresta a comparire.
In un fruscio di veli e balzellando sulle punte, sei-ballerine-sei e tre-ballerini-tre si apprestano alle danze conviviali del primo atto di Giselle. I ¾ del Corpo di Ballo dell’Opera di Stato sono rimasti in Uzbekanistan: i biglietti aerei dall’Est costano; e vitto e alloggio pure…
Ma l’attesa della Galina è spasmodica fra gli astanti: provoca un attacco di tachicardia e l’emozione di trovarsi davanti un mito in carne e ossa è troppo forte. Anche lo spettatore esigente trema, gli sudano le mani: ecco l’étoile!
Giunge flessuosa sulle punte e si piazza a centro palcoscenico. Lo spettatore esigente si sveglia di colpo dall’estasi: chi è quell’asparago lungo e secco vestito da Giselle?
Ma le ballerine non sono piccole di statura? Se lo chiede guardando dal basso due gambe da trampoliere, issate su punte di scarpine misura 40. Lo spettatore non ha mai visto una ballerina dai piedi così lunghi. L’impressione è tale che sobbalza sulla panchina e si becca un’occhiataccia dalla signora del chiosco che sente il coscia-a-coscia e si ritrae scandalizzata.
Sarà un’étoile, pensa lo spettatore, ma qui il fenicottero è alto un metro e settantotto, più alto del principe, più della regina, di tutte le dame e dell’intero corpo di ballo: non finisce mai! La testa, con un sorriso stampato a 37 denti sul viso, svetta su un busto legnoso e l’impalcatura complessiva si muove con la grazia di un ciocco da caminetto. Quella è la Galina? Lo spettatore esigente è rimasto senza fiato.
Ad un certo punto, l’iniziale clima villereccio di Giselle si fa tragico con la Galina morta, esanime sul palco. Distesa a terra è lunga quanto una rotaia della stazione di Sopramonte di Sotto. Lo spettatore si scopre a cercare di misurarla come farebbe suo cugino impresario delle pompe funebri. Ci sarebbe voluta una cassa con la prolunga, anche per contenere le scarpine a punta con le quali di certo l’étoile avrebbe voluto essere sepolta.
Scuotendosi d’un tratto da tali tetri pensieri, lo spettatore si accorge dell’intervallo. L’operaio accanto a lui mastica bruscolini e sputacchia le scorze, la signora, dall’altro lato, si rivolge con tenera premura alla nipote che è estasiata e, a dodici anni, è alta un metro e settanta. “Vedi, ‘a nonna tua, non ti devi scoraggiare: altezza è mezza bellezza, anche per una ballerina!”.
Lo spettatore è stranito. Avrà un calo di zuccheri, ma al secondo atto, nel pas de deux vede sforbiciare, sfocate, più volte le lunghissime gambe della Galina, che quando si aprono diventano un compasso di lunghezza indefinita. Il ballerino la solleva e lo spettatore accenna un fremito: se gli cadesse? 50 kg di ossa non sono leggere e, con due metri di gamba da una parte e due di braccio dall’altra, la Galina rischia di sbilanciarsi e fare un tuffo sul proscenio. Chissà che rumore farebbero tutte quelle ossa rotte…
Lo spettatore continua a guardare, ma ormai con un occhio; e con un orecchio ad ascoltare lo scempio dell’orchestra con i tempi del direttore brillo che accelera e rallenta.
Il nostro amico non ce la fa più: il fantasma della Galina-Giselle è aggraziato come un palo del telegrafo…e lui è stanco, tanto stanco. Dopo tante ore di fila per avere il biglietto, con quell’effluvio narcotizzante al fianco e il chiacchiericcio di nonna e nipote, non si accorge di chiudere anche l’altro occhio; l’orecchio analogo si disattiva in contemporanea. Lo spettatore dorme. Non sente neanche gli applausi finali delle dieci persone che hanno assistito con lui allo spettacolo, sedute sulle altre panchine.
Si sveglia con il frastuono del camion della nettezza urbana che con solerzia ripulisce il Giardino Strozzagalli per l’indomani. Lo trasportano ancora seduto, rimettendo la panchina al proprio posto: “Stia comodo, facciamo tutto noi” si sente dire dal netturbino, sorridente come un pompiere americano “Ci hanno detto di creare spazio per le mille sedie per il concerto di domani”.
Lo spettatore, ormai ben sveglio, accenna ad alzarsi, recuperando il cuscino…“Aspetti, aspetti…” – prosegue il netturbino con un sorriso ineffabile – “Attaccata alla spalliera della panchina c’è ancora una locandina del balletto: dobbiamo toglierle tutte per far posto a quelle di Basco Gialli. Non vediamo l’ora!”.
Lo spettatore guarda senza battere ciglio l’effige della Galina finire nel camion per lo smaltimento dei rifiuti urbani. “Era ora! – pensa – Accartocciata occuperà meno spazio…”.

VEZZI E MALVEZZI: IL PREMIO INTERNAZIONALE PER LA LIRICA [Natalia Di Bartolo] 20 settembre 2017
Ambitissimo il premio internazionale per la Lirica, giunto alla sua LIX edizione, intitolato al compositore della celeberrima opera “Planegonda e Bormonte a Gerusalemme”, Erminio Strozzagalli (1845-1945), gloria della cittadina di Sopramonte di Sotto che ospita il premio il 15 agosto di ogni anno.
Ambitissimo il premio internazionale per la Lirica, giunto alla sua LIX edizione, intitolato al compositore della celeberrima opera “Planegonda e Bormonte a Gerusalemme”, Erminio Strozzagalli (1845-1945), gloria della natia, storica, illustre cittadina di Sopramonte di Sotto che ospita il premio da così tanti lustri e che ne celebra la memoria il 15 agosto di ogni anno, pieno ferragosto, nella impareggiabile cornice tardo ottocentesca del teatro Comunale dell’Opera, intitolato al nipote, il celebre tenore Rocco Strozzagalli.
Gran conciliabolo in giuria durante tutto l’inverno per decidere a chi assegnare il prestigioso premio 2017: ben 67 gli illustri giurati, più il Presidente. Fra costoro si sono ritrovati anche i nostri ben noti amici dell’Opera: lo spettatore esigente, quello paziente e quello di bocca buona.
Ci si chiederà come mai sia possibile che i nostri tre spettatori dalle sensibilità e dai gusti così diversi siano confluiti tutti e tre nella giuria di un premio internazionale di tale prestigio. Ma è presto spiegato: lo spettatore esigente è stato appositamente convocato per la propria riconosciuta competenza, quello paziente per aver compiuto cinquant’anni di frequentazione dello storico teatro Comunale dell’Opera e quello di bocca buona perché cognato dell’assessore alla cultura di Sopramonte di Sotto.
Ma allora, ci si chiede: tutti gli altri giurati da dove provengono, visto che è assodato che di lirica non se ne intendano? Questo è uno dei misteri irrisolti che avvolgono il premio e che lo hanno ormai fatto entrare nella leggenda.
Con il passare degli anni, i giurati più giovani sono diventati anziani e i più vecchi sono pure morti, ma nessuno se ne è accorto: il numero spesso ha oscillato fra i quaranta e i settanta, ma non si sono mai riuniti tutti, in molti neanche si conoscono, alcuni sono assenti da sempre, ma continuano ad accapigliarsi per essere nominati nella brochure. L’importante è esserci!
Dopo accese discussioni, conciliaboli privati, cospirazioni carbonare, associazioni e dissociazioni varie di non più di 5 o 6 giurati in tutto, il 25 luglio, sotto una canicola infernale, finalmente si era giunti a proporre i nomi dei candidati: il grande tenore Andrea Cocelli, primo in graduatoria, tre illustri cantanti di fama internazionale a seguire, più, per ultimo, l’intero coro del teatro Comunale dell’Opera Strozzagalli.
Come si era addivenuti a cotanto risultato in fieri? Il giurato esigente conosceva di persona i tre celebri artisti e avrebbe potuto contattarli con facilità. Il giurato paziente, per modestia, non aveva osato proporre nessuno e quello di bocca buona aveva proposto il coro, nel quale canta la sua amica soprano secondo, che ha da anni una relazione con direttore stabile e vuole approdare ai soprani primi, ma che fa l’occhiolino al nostro giurato di bocca buona, che ne è perdutamente invaghito.
Il Cocelli, invece, era stato imposto dall’anziano, illustre Presidente. Coloro che ancora seguivano le vicende tra i rimanenti giurati, erano stati coartati a votare sotto minaccia d’espulsione ed avevano assentito per servilismo o per sfinimento: secondo le sue sagge motivazioni, è giusto che ciascuno esprima la propria variegata opinione ed estrinsechi la qualità delle proprie competenze in materia di Lirica, purché rispetti il volere dell’autorità e dell’esperienza. E in tale giuria il presidente si fregia di essere un’autorità e di godere di lunga esperienza, anche se, immerso in ricerche incessanti di incunaboli seicenteschi nel polveroso archivio comunale, d’Opera in vita sua non ha mai ascoltato più che il brindisi de La Traviata.
Dunque, alla fine dei giochi, la maggioranza era per Cocelli, nominativo di grande richiamo internazional-popolare, e lo portava a vincere con certezza. MA il presidente, nel proporlo, non si era minimamente posto il problema di come e dove reperirlo. Dunque, fu così che il celebre cantante non potè essere interpellato per l’invito alla premiazione perché assolutamente introvabile. Lo si ritenne disperso probabilmente nei sotterranei del Colosseo, dove si accingeva ad esibirsi in mondovisione duettando con l’ologramma di Enrico Caruso. Invano lo si ricercò con i più potenti mezzi nella zona dove ai tempi di Nerone venivano custoditi, nella fattispecie, i lupi e le iene destinati a sbranare i martiri nell’arena e dove aveva asserito di trovare ispirazione per l’emissione del do di petto, ma ogni ricerca fu vana e la sua candidatura, secondo Statuto, in tal modo decadde.
Era il 30 luglio. Rimanevano i tre illustri candidati e il coro del teatro. Ma il giurato di bocca buona, che aveva proposto quest’ultimo, fu costretto a ritirarne la candidatura, perché il soprano secondo aveva nel frattempo troncato la relazione con il direttore, che l’aveva tradita con un contraltista. Ne erano nate tali gravi beghe interne che il coro era stato in procinto di sciogliersi ed era rimasto senza direttore, il quale aveva piantato baracca e burattini ed era fuggito ad Antigua col contraltista e tutti gli stipendi dei coristi…Lo spettatore di bocca buona, però, nonostante la delusione per l’esclusione, aveva iniziato a nutrire serie speranze di conquista amorosa.
“Bene!” gioì alla notizia del coro silurato il giurato esperiente, che ne aveva una propria personalissima, irriferibile considerazione. “Adesso si premierà uno dei miei candidati e la cerimonia di premiazione avrà degno protagonista.”
Secondo lo statuto, venne fuori il primo nome: si trattava di un tenore di fama internazionale, degno dello Strozzagalli. Costui, però, interpellato prontamente dal giurato esperiente, essendo già onusto di una caterva di analoghi premi, tutti internazionali, si guardò bene dall’accettare, procurandosi un immediato ingaggio al teatro dell’Opera di Sidney giusto per il giorno della premiazione.
“Vai col secondo in lista, allora!” Disse tra sé e sé, un po’ contrariato, il giurato esigente. Ma uno dei giurati più audaci e volenterosi, autoproclamatosi vicepresidente perché nel frattempo il presidente, dopo la figuraccia del Cocelli, si era reso a sua volta irreperibile mimetizzandosi da incunabolo rilegato in pelle tra i faldoni dell’archivio comunale, s’intromise e propose il nome di un celebre baritono il cui viaggio sarebbe stato low-cost per le sempre magre casse del Premio, perché abitava non lontano dalla città e in quel momento era in ferie.
“Lo interpelli lei!” esclamò irritato il giurato esigente al vicepresidente, che tentò invano di convincere il divo a rispondergli in giornata. Però costui, dopo inspiegabile silenzio di diversi giorni, comunicò di essere desolato nel non poter presenziare per un improvviso attacco di orticaria.
Ma la data della premiazione era imminente e dunque i due premiandi superstiti andavano avvisati con estrema urgenza. Uno stava cantando Tosca in Brasile e l’altro teneva una masterclass a Tokyo: erano entrambi liberi per il giorno della premiazione, ma farli venire da così lontano costava un botto e non si poteva dirglielo una settimana prima. E allora? Adesso si rischiava di non assegnare il premio!
“No! Non è possibile, è troppo tardi!”, protestava il giurato esperiente con il vicepresidente, quest’ultimo in preda a crisi d’ansia ed insonnia notturna. “Io non faccio queste figuracce con tali celebrità! Trovate i fondi, fatemeli chiamare un anno prima e ve li porto!”
Ancora protestando, ritirò le due illustri candidature rimanenti e i noti interpreti non seppero mai di essere stati candidati al premio. “Mi ritiro anch’io, in meditazione al teatro dell’Opera di Kiev, dove stanno mettendo in scena il Boris Godunov!” concluse perentorio “Quest’anno il Premio non si assegna…Oppure, sbrigatevela voi!”.
Il giurato paziente, implorato dal vicepresidente già in cura neurologica, si offrì di fare da mediatore, comprendendo che, se il giurato esperiente si fosse ritirato a studiare Opera russa, la premiazione avrebbe rischiato davvero di saltare. Fu così che convinse il giurato esigente a venire a più miti consigli e a consultarsi, in extremis, con quello di bocca buona.
I due si incontrarono, per tutelare la propria reciproca incolumità, tramite colloquio telefonico. Il giurato di bocca buona propose senza riserve di premiare il cugino del pronipote di Francesco Tamagno, che egli conosceva personalmente e sapeva abitare nelle vicinanze di Sopramonte di Sotto. Il grande tenore del passato, primo Otello voluto da Verdi in persona, sarebbe stato degnamente commemorato durante la cerimonia di premiazione perché il giurato avrebbe fatto di tutto per convincere l’erede a cantare in pubblico l’“Esultate”: a suo dire, per trasmissione del DNA, tale capacità era certamente compresa nel patrimonio genetico vocale del cugino del pronipote, che di mestiere faceva il commercialista.
Il giurato esigente avrebbe voluto far ingoiare la cornetta al collega di bocca buona, ma per educazione e rispetto nei confronti del grande tenore del passato, si limitò a dire che la scelta non era di suo pieno gradimento e che riteneva più adatta come vincitrice la promettente cantante, giovane soprano di sua conoscenza, che stava per debuttare nell’Aida al teatro greco di Sopramonte di Lato, lì a due passi: qualità della premiata, dell’esibizione e viaggio low-cost assicurati, nonché salvo il vicepresidente di Giuria dall’internamento in clinica psichiatrica.
Il giurato di bocca buona dissentì vivacemente. “Ma io propendo per la premiazione di personaggi che giovino al premio!” disse con falso disinteresse, pensando che il cugino del pronipote di Tamagno possedeva una casa discografica che avrebbe potuto pubblicargli il primo CD dell’amica soprano…Inascoltabile registrazione mutuata direttamente da un disco della Callas, che andava proponendo in giro da una vita e che tutte le case discografiche gli rifiutavano.
“E io pure, visto che propongo artisti seri e validi!” replicò il giurato esperiente. “La presenza di un promettente soprano non può che giovare alla serietà del Premio ed alla qualità della serata della premiazione!” esclamò a denti stretti, pensando a quanto squallide fossero, di solito, le cerimonie di premiazione, specie se commemorative!
“Cerchiamo un punto d’incontro e vediamo se la cantante promettente è disponibile per quella data.”, insistette il giurato esigente, impegnandosi a contattarla immediatamente. Il giurato di bocca buona fece finta di acconsentire, ma, chiuso il telefono, chiamò a stretto giro il cugino del pronipote di Tamagno, perché gli trovasse un’alternativa e costui gli suggerì i nomi dei due organizzatori di un Festival che si svolgeva poco distante, che egli stesso stava promuovendo e che proponeva l’opera al circo, quale abbinamento e fusione tra i suoni emessi dagli uomini cantando e quelli degli animali in cattività; a scopo puramente scientifico-culturale, ovviamente, e a favore dell’apprendimento del canto lirico da parte anche degli animali domestici, i quali è giusto che fruiscano dell’arte della musica, tanto quanto i loro padroni.
Il giurato di bocca buona, lodando gli alti intendimenti dell’iniziativa e lo spessore culturale degli eventi che ne derivavano, colse la palla la balzo, pregustando la pubblicazione del CD, e approvò incondizionatamente i due nomi proposti.
Intanto, però, si era fatto il 13 agosto e, preso dal panico, il vicepresidente, disperato, telefonò per primo giusto al giurato di bocca buona: “Fuori il vincitore, immediatamente!”
Il giurato di bocca buona, sostenuto dall’amica soprano secondo, che iniziava a consolarsi dalla storia andata a finire male col direttore del coro, si affrettò a confermare al vicepresidente la presenza certa alla premiazione dei due organizzatori dell’opera al circo, scavalcando senza scrupoli, a piè pari, il giurato esigente che avrebbe certamente detto di no alla proposta circense, e dando per approvati anche da lui i due nomi, quali vincitori.
Il vicepresidente, pur sospettando la partaccia perpetrata ai danni del giurato esigente, sollevato, accettò al volo i due nomi e li diede per definitivi: il LIX Premio Internazionale Erminio Strozzagalli per la Lirica 2017 era finalmente assegnato; e per questa volta disdisse il ricovero in clinica.
Venuto a conoscenza del fatto compiuto dalla pronta circolare ufficiale, il giurato esigente, che nel frattempo aveva già contattato il soprano e ne aveva pure ricevuto l’assenso commosso, andò su tutte le furie per essere stato scavalcato, per avere disturbato invano l’artista, per doverle adesso dare una delusione e soprattutto per la scelta effettuata da quello di bocca buona. Tuttavia, per il suo innato desiderio di pace e concordia e nel nome del prestigio del Premio Strozzagalli, lanciò qualche strale, ma fece buon viso a cattivo gioco e sperò nel miracolo.
E fu così che, in sede di cerimonia, con il presidente della giuria in spolvero, riemerso dai faldoni dell’archivio e assiso nel palco reale col sindaco e l’assessore alla cultura, nonché con autorevoli personalità della musica e della critica che affollavano il parterre del teatro Strozzagalli, il 15 agosto, il giurato esigente, entrando in sala, scorse da lontano la coppia dei vincitori, organizzatori del Festival circense, i quali essi stessi sembravano il gatto e la volpe.
Inorridito, per protesta si isolò in un palco laterale del quarto ordine, rifiutandosi di scendere in platea. Ma, in un afflato di auspicata concordia, il vicepresidente andò a prelevarlo personalmente e lo condusse a forza sul palcoscenico. Lì il gatto e la volpe non solo ricevettero l’ambito premio, ma furono pure esortati dal giurato di bocca buona, anch’egli sul palcoscenico per prendersi il merito di cotanti premiati, a dare un saggio delle proprie capacità operistico-circensi; esibizione a sorpresa sulla quale si erano messi d’accordo poco prima in platea, all’insaputa di tutti, presidente e vicepresidente compresi.
Alle prime note dell’esibizione, il giurato esigente ebbe una crisi isterica dietro le quinte, si dimise in tronco dalla giuria e, voltate le spalle, dopo aver ingiunto ai fotografi ufficiali del premio di cancellare tutte le foto scattate a lui personalmente durante la serata, abbandonò il teatro. Il giurato paziente invano lo inseguì per riportarlo indietro, ma il giurato esigente partì all’alba successiva, con il primo volo, per il teatro dell’Opera di Kiev.
E l’indomani i giornali titolarono: “Assegnato il prestigioso LIX Premio internazionale per la Lirica “Erminio Strozzagalli” – L’opera al circo: anche gli animali hanno il diritto di cantare.”

BIANCA E GERNANDO – CD NAXOS 2017 [Margherita Panarelli] – 22 settembre 2017
Il 12 gennaio 1826 in occasione del sedicesimo compleanno dell’erede al trono del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando, figlio di Francesco I, al Teatro San Carlo di Napoli era prevista una serata di gala nella quale avrebbe dovuto fare il proprio debutto ufficiale Vincenzo Bellini con la sua opera “Bianca e Gernando”, prima esecuzione che sarebbe poi effettivamente avvenuta 4 mesi più tardi, il 30 Maggio, ed era stata rinviata a causa dell’anniversario della morte del nonno del fanciullo. L’opera venne quindi presentata con grande successo in una versione diversa dalla precedente la quale invece è stata solo raramente eseguita fino all’occasione in cui è stato registrato questo CD della prestigiosa etichetta Naxos, durante le esecuzioni in forma di concerto che si sono tenute al XXVIII°mo Festival “Rossini in Wildbad” del 2016. L’opera è entrata in repertorio nella seconda versione, rinominata “Bianca e Fernando” come il titolo della fonte originale del libretto, che era stato modificato dalla censura in “Bianca e Gernando” perché non venisse pronunciato invano il nome del sovrano.
Il lavoro di ricostruzione della partitura è partito da una copia, probabilmente un manoscritto che Bellini aveva riservato ai propri familiari, conservata al Museo Bellini di Catania su cui Florian Bauer e Reto Müller si sono basati insieme ad alcune altre copie stampate ed un compendio dei numeri musicali dell’opera curato da Francesco Florimo nel 1826 per l’editore napoletano Girard. 
La semplice veste grafica del CD, tipica della Naxos, non deve assolutamente essere fonte di preconcetti, il nutrito e completo libretto incluso (in lingua inglese e tedesca) fornisce informazioni sulla genesi dell’opera e la trama oltre alle biografie degli artisti coinvolti e la qualità della registrazione è eccellente. 
Non è da meno il cast di solisti, accompagnati puntualmente e con gusto dall’orchestra “Virtuosi Brunensis” con Antonino Fogliani alla guida di cui si apprezza il rispetto dell’inventiva melodica e del vigore della partitura belliniana, già sicuramente notevole in questa sua seconda opera (Nel 1825 “Adelson e Salvini” era stata il suo lavoro finale al corso di composizione del “Real Collegio di Musica San Sebastiano” da lui frequentato), senza tralasciare l’influenza sul lavoro di Bellini dei gusti del pubblico napoletano, profondamente forgiati dall’ingombrante eredità di Rossini che si era trasferito a Parigi da soli tre anni.
Silvia Dalla Benetta ha il ruolo di Bianca che affronta con grande sicurezza. Il timbro è piacevole in ogni registro così come omogeneo. I gravi risultano corposi ed il registro acuto luminoso, l’attenzione al fraseggio è encomiabile, tale da risultare sempre accurato nei risvolti drammatici del ruolo così come in quelli più spirituali e posati; Emblematica in questo senso la romanza del secondo atto “Sorgi o padre”.
Affascinante e piacevolissimo il timbro di Maxim Mironov, qui nel ruolo di Gernando, dall’emissione elegante e sempre misurata, molto precisa, il cui ugualmente eccellente lavoro sul testo è palese negli accenti e nell’espressività. 
Villain di grande charme è Vittorio Prato, l’usurpatore Filippo, dal fraseggio mordace e dall’efficace stile nel porgere le frasi e nelle dinamiche. Di grande impatto l’aria e la cabaletta del primo atto “Estinto … che ascoltai”– Cessa crudel pensiero”.
Nonostante un vibrato a tratti fastidioso l’esecuzione di Luca Dall’Amico nel ruolo di Carlo, l’anziano padre tenuto prigioniero, è più che adeguata e lascia un segno nonostante la relativa brevità, specialmente nell’aria del secondo atto “Da gelido sudore”.
Di qualità il supporto offerto da Marina Viotti che affronta la parte del seguace di Filippo,Viscardo. Il timbro caldo e la naturale espressività ne fanno risaltare la performance. 
Incisiva la presenza anche di Zong Shi (Clemente), Gheorghe Vlad (Uggero) e Mar Campo (Eloisa) pur trattandosi i loro di ruoli secondari.
Diligenti ed eloquenti gli interventi del Camerata Bach Choir preparato da Ania Michalak che completa un ottimo cast per la prima registrazione del secondo grande successo del compositore siciliano.
Naxos 8.660417-18