Concerti 2017

VALERIA SEPE, WALTER FRACCARO, DAVID CECCONI E ROMANO DAL ZOVO [Lukas Franceschini] Verona, 15 gennaio 2017.
Il primo concerto di “Verona Lirica” 2017 si è svolto al Teatro Filarmonico, come al solito, esaurito in ogni ordine. Di rango il quartetto di solisti: Valeria Sepe, Walter Fraccaro, David Cecconi e Romano Dal Zovo, accompagnati dal M.o Patrizia Quarta, e con la partecipazione del Quartetto d’archi dell’Arena di Verona.
Ad iniziare il concerto è stato il quartetto cui si è aggiunto il clarinettista Stefano Conzatti, i quali si sono esibiti nel primo (allegro in la magg.) e secondo movimento (in re magg.) dal Quintetto per Clarinetto e archi K 581 di Wolfgang Amadeus Mozart. Eccellente e raffinata esecuzione da camera, che ancora una volta fa emergere le prime parti dell’ orchestra dell’Arena di Verona, le quali riunite in ensemble stanno ottenendo continui successi meritati. Lo conferma anche il brano che aperto la seconda parte della serata il 1° movimento dalla celebre serenata Eine Kleine Nachtmusik K 125. C’è stato un omaggio al compositore Nino Rota e al regista Luchino Visconti, eseguendo magistralmente il “Valzer brillante” di Giuseppe Verdi e il “Valzer del commiato” di Rota, musiche che fanno parte della colonna sonora del celebre capolavoro del cinema “Il Gattopardo”. Il Quartetto d’Archi con la presenza del clarinettista Conzatti hanno concluso la loro esibizione con “Variazioni da un Americano a Parigi” di Geroge Gershwin, trascrizione per clarinetto di Michele Magnani, anche in questa occasione hanno dimostrato l’ottimo affiatamento e la duttilità interpretativa.
Il primo ad esibirsi è stato il giovane basso veronese Romano Dal Zovo si è esibito nell’aria “Di sposa di padre” da Salvator Rosa di Antonio Carlos Gomes sfoderando una voce molto importante e una fraseggio di grande classe, ma ha fornito prova di grande maturazione artistica e vocale nell’aria di Fiesco da Simon Boccanegra nella quale sono prevalsi stile, accento e grande proprietà nell’uso dei registri. Altrettanto si può confermare nel brano “Come dal ciel precipita” da Macbeth, il che conferma il grandi progressi negli ultimi tempi di Dal Zovo e dal quale ci aspettiamo e auguriamo un futuro luminoso e colmo di soddisfazioni.
Il baritono David Cecconi che presentato brani dal proprio repertorio iniziando con l’aria “Nemico della patria” da Andrea Chénier, molto ispirato e senza i soliti vezzi veristi, continuando poi con “Cortigiani” da Rigoletto di significativa emozione. Nella seconda parte ha eseguito l’ aria di Renato “Eri tu” da Un ballo un maschera sempre molto contenta nell’accento stilistico e con pregevoli risultati.
Il soprano Valeria Sepe inizia con una delicata e partecipata esecuzione di “Si. Mi chiamano Mimì da La Bohème di Giacomo Puccini, passando poi a Liù in “Tu che di gel sei cinta” con squisito accento lirico, il quale le ha permesso di eseguire la Ballatella di Nedda da “Pagliacci” con grande disinvoltura e ottime intenzioni interpretative.
Il tenore Walter Fraccaro, consolidato artista da anni presente nei teatri veronesi e non solo, si è cimentato in una vibrante esecuzione di “Addio fiorito asil” da Madama Butterfly di Puccini, per poi cantare un’emotiva “Recondita armonia” da Tosca di Puccini, eseguita con baldanza e partecipazione. Non poteva mancare, nel repertorio di un tenore, un omaggio alla canzone napoletana, ecco dunque “Torna a Surriento” di De Curtis, nella quale anche se la dizione non era impeccabile (il cantante è veneto) fraseggio e squillo vocale erano apposto.
La bellissima serata intervallata da numerosi e vibranti applausi si è conclusa con un fuori programma ideato sul momento. David Cecconi ha letteralmente trascinato il M.o Quarta al pianoforte facendosi accompagnare da una sfavillante esecuzione di “Tu che m’hai preso il cor” da Il paese del sorriso di Franz Lehar, cui ha risposto il tenore Fraccaro con un “Nessun dorma” da ovazione. Tutti gli artisti, accompagnati dal pianoforte e dal Quartetto d’Archi hanno salutato il pubblico, ormai galvanizzato, cantando assieme “O sole mio” emblema della canzone italiana.

NICOLA LUISOTTI [Margherita Panarelli] Torino, 21 gennaio 2017.
Quarto concerto della Stagione 2016/2017 del Teatro Regio di Torino dedicato completamente a Gustav Mahler con Nicola Luisotti sul podio.
Inizialmente pensato come secondo movimento della Sinfonia “Titan”, la n.1, di G. Mahler, la sorte di Blumine è quanto meno rocambolesca. Depennato dalla versione della Sinfonia del 1896 fu poi ritrovato quasi un secolo dopo dal biografo di Mahler, Donald Mitchell, e venne riproposto da Benjamin Britten nel suo Festival di Aldeburgh. Nicola Luisotti affronta Blumine con garbo e delicatezza infondendo un senso di dolce nostalgia mai eccessivamente languida o svenevole ma dignitosa e composta. Si prosegue con Lieder eines fahrenden gesellen con il soprano olandese Eva Maria Westbroek, cantante di fama internazionale dalla rinomata carriera leaderistica e operistica ma la cui eccessiva foga interpretativa compromette il messaggio del ciclo di lieder poiché la sua pur bellissima voce mal si adatta alla dolcezza dei testi e della musica, testi ispirati alla natura e all’immaginario del Wanderer romantico tedesco. Poco spazio e lasciato alla varietà di stati d’animo raccontata nelle poesie del compositore austriaco che qui per la prima ed unica volta è autore di testo e musica avendo lui scritto queste poesie nel 1885 ispirato dalla cantante Johanna Richter di cui si era infatuato. Un senso di abbandono e mal de vivre permea l’intero ciclo; solo il terzo testo Ich habe ein gluhend Messer esprime un senso di angoscia violenta al quale la linea interpretativa della Westbroek più si adatta. Sempre al servizio delle esigenze di solista e testo è la direzione di Nicola Luisotti.
Segue nel programma del concerto la vasta Prima Sinfonia Mahleriana le cui vicissitudini ricalcano in parte quelle di Blumine inizialmente concepita come omaggio alla figura letteraria preponderante nello Sturm und Drang e nel primo romanticismo mitteleuropeo ovvero il Titano a cui inizialmente la sinfonia era intitolata.
Incantevoli sono i primi due movimenti eseguiti dall’orchestra intera con la leggiadria già dimostrata in precedenza e con grande perizia tecnica. Pungente e grottesco il graffiante sarcasmo del terzo movimento , la marcia funebre alla maniera di Callot, è gestito con mordace ironia. L’inquieto incedere del quarto movimento si conclude con un luminoso e trionfale finale sancito dalla alzarsi in piedi dell’intera sezione dei corni che in questa istanza offrono grande prova della propria maestria non intaccata da qualche pur presente défaillance nei movimenti iniziali. Applausi entusiasti accolgono l’intera compagine al termine della Sinfonia ormai entrata nel repertorio delle orchestre torinesi e nel cuore del pubblico.

DIVA AGATHA [Natalia Di Bartolo] Catania, 2 febbraio 2017.
La rappresentazione di “Diva Agatha – Mistero per mezzosoprano, Coro e orchestra”, del M° Matteo Musumeci, è andata in scena al teatro Massimo Bellini di Catania il 2 febbraio 2017 in prima esecuzione assoluta.
L’evento inaugura un progetto di celebrazione annuale organizzato da teatro stesso in onore di Sant’Agata, Patrona veneratissima di Catania. La data in cui il concerto si è svolto, infatti, rientra in pieno nelle celebrazioni agatine, particolarmente solenni nella città etnea e come sempre sentite.
Sant’Agata, immortalata nel busto reliquiario d’argento cesellato e legno policromo dello scultore Giovanni di Bartolo del XIV secolo, portato ogni anno in processione nell’ambito di una grandiosa Festa popolare che è divenuta Patrimonio dell’Unesco, e il suo martirio hanno ispirato il M° Musumeci, giovane rampollo di Tuccio, attore di rinomata fama, a comporre l’opera lirico-sinfonica.
Ci si sarebbe potuto aspettare da un compositore contemporaneo una sorta di altrettanto contemporanea modernità compositiva, ma la composizione del Musumeci si è dimostrata aderente ai canoni della tradizione, priva di qualsiasi dissonanza e dotata di una parte cantata celebrativa letterariamente tradizionale anch’essa, su testi in prosa versificata di Massimiliano Costantino.
La variegata fonte d’ispirazione che ha caratterizzato la Cantata, fondendo e accostando momenti di musical e musica da film a momenti d’ispirazione sinfonica di matrice riconducibile, tra gli altri, a Saint-Saëns e Dukas, con incursioni operistiche soprattutto in Rossini e in Puccini, nonché nei Carmina Burana ed in molte altre illustri fonti, ha dimostrato la profonda cultura musicale dell’autore e la sua capacità di trarne la propria composizione.
Il mezzosoprano Maria José Lo Monaco e il numericamente imponente Coro dell’Istituto Musicale Vincenzo Bellini di Catania (evidentemente aduso alla tecnica polifonica e non a quella lirica), diretto dal M° Carmelo Crinò, unito a quello del teatro, diretto da Ross Craigmail, non si sono sottratti al tentativo di passare dalle tonalità gravi alle tonalità acutissime della partitura, in cui, certo volutamente, gli accenti musicali spesso non corrispondevano a quelli letterari del testo, in un fraseggio ripetitivo e a tratti ossessivo, ispirato chiaramente alle orazioni devozionali popolari.
Un pregevole intervento, a questo proposito, è stato quello del percussionista Alfio Antico, che è piombato dalla platea in un contesto sinfonico-corale con suoni di tamburo e frasi in dialetto dedicate da secoli alla santa dal popolo in processione, attestandosi poi anch’egli sul palcoscenico insieme ai propri tamburi a cerchio.
Il tutto in mano al M° Antonino Manuli che si è prodigato a coordinare e dirigere il nutritissimo organico orchestrale del teatro, comprendente anche strumenti desueti e comunque variegati, compreso l’organo, tutti ai limiti del proscenio per fare spazio alla massiccia presenza della compagine corale.
Teatro colmo e plaudente, pubblico catanese delle grandi occasioni certo coinvolto dalla fascinazione del tema e dalla rilevanza data all’evento.

BANDA MUSICALE DI SAN MARTINO BUON ALBERGO [Lukas Franceschini] Verona, 12 febbraio 2017.
Il concerto di Verona Lirica, tenutosi come di consueto al Teatro Filarmonico, ha avuto la sorprendente partecipazione della Banda Musicale di San Martino Buon Albergo (Verona).
La Banda di S. Martino è una formazione storica veronese, la quale è stata ricostituita in tempi recenti dal M.o Massimo Longhi, prima tromba dell’Orchestra dell’Arena di Verona. Infatti, il componenti della formazione quasi tutti giovanissimi poiché allievi del conservatorio, assieme ad altre figure come i solisti dell’Orchestra dell’Arena. Questa “nuova” formazione ha dimostrato nei loro interventi un’alta professionalità e una caratura musicale rilevante, l’augurio sincero di una continua maturazione musicale con l’auspicio di diventare un punto di riferimento non solo a livello cittadino.
Naturale che fosse la Banda ad aprire il concerto, esibendosi in una spumeggiante lettura dell’overture dall’operetta “Leiche Kavallerie” di Franz von Suppé. Non meno entusiasmante, e raro, il secondo brano il “Concerto per tromba e banda” di Nikolaj Rimslky-Korsakov nel quale si è messo in luce Diego Gatti, primo trombone dell’Arena. In tale contesto abbiamo avuto il piacevole ascolto di brani desueti dai programmi sinfonici dei concerti, lo dimostrano “Ross Roy” Overture per tromba di Jacob De Hann e la “Marcia di Abdullah o dei giannizzeri” di Gioachino Rossini del 1952, entrambi ben eseguiti e di incantevole ritmo.
La sezione vocale non è stata da meno, il primo ad esibirsi è stato il giovane baritono toscano Alessandro Luongo con “O de’ verd’anni miei” da Ernani di Giuseppe Verdi, proseguendo con l’aria e cabaletta di Nottingham “Forse in quel cor sensibile” nella quale ha dimostrato una ragguardevole linea di canto con fiatavi controllati e sensibilità interpretativa.
Il mezzosoprano Cristina Melis ha cantato “O ma lyre himmortelle”, da Sapho di Charles Gounod con voce rifinita e grande proprietà d’accento, sfoderando un colore ragguardevole. Ancora più rilevante la sua interpretazione dell’aria di Paoline da “Pikovaija Dama” di Piotr Ilic Cajkovskij per la mirabile capacità di modulare un registro grave molto duttile e di grande musicalità. In “O don fatale” da Don Carlo abbiamo ammirato la passione interpretativa sommata ad una salda sicurezza nel settore acuto.
Il tenore Matteo Falcer ha esordito con la celebre canzone del Duca da Rigoletto di Giuseppe Verdi, eseguita con spavalderia d’accento. Molto bravo anche in “De’ miei bollenti spiriti” per stile, eleganza e morbidezza vocale.
Irina Lungu ha interpretato una delicatissima Canzone di Doretta da La Rondine di Giacomo Puccini, cesellando un interpretazione molto ispirata, quasi cameristica.
Il primo duetto lo hanno cantato Irina Lungo e Alessandro Luongo: “Pronta io son” da Don Pasquale di Gaetano Donizetti, sfoggiando un brio appropriato e una vocalità rifinita e virtuosa. Poi è stata la volta di Matteo Falcer ancora con Alessandro Luongo nel duetto “o Mimi tu più non torni”, che apre il IV atto de La Boheme di Giacomo Puccini, ben cantato con giovanile baldanza e ottimo fraseggio.
Sempre bravissima Patrizia Quarta, maestro accompagnatore al piano dei solisti.
Il pubblico numerosissimo, occupava perfino le gallerie generalmente non utilizzate, non è stato avaro di applausi, anzi molto convinti e prolungati come il quartetto di solisti e la Banca hanno giustamente meritato.

VASILY PETRENKO, KIAN SOLTANI [Mirko Gragnato] Brescia. 13 Febbraio 2017.
Un programma che raramente si trova nelle stagioni dei teatri in una speciale esecuzione: autori inglesi come Britten ed Elgar e di un autore russo come Rachmaninov; letti e interpretati dalla più antica orchestra sinfonica inglese la Royal Liverpool Philarmonic Orchestra con la direzione di un giovane russo Vasily Petrenko e il violoncello solo di Kian Soltani.
L’opera “Peter Grimes”, scritta da Benjamin Britten e diretta in prima assoluta da Leonard Bernstein sono uno dei capolavori del ‘900, ad oggi molti premi oscar per la miglior colonna sonora sono parecchio debitori alla musica di Britten. Un’opera che racconta la difficile vita di un villaggio della costa inglese, dei drammi e delle gioie dei marinai in un rapporto simbiotico di vita e di morte con il mare. A cadenzare i tre atti di questo capolavoro vi sono i Quattro Interludi Marini : Pezzi bellissimi che però poco si vedono nei programmi di sala dei teatri italiani, Brescia si dimostra ancora una città che della cultura si fa esperta e abile divulgatrice. Nel più bello dei quattro, Moonlight ( chiaro di luna ) il movimento del mare, il lento e inesorabile cadenzare delle onde, è evocato dalle lunghe arcate degli archi in un crescendo di intensità.
A queste note Britten aggiunge un contrappunto di note dei fiati, che arricchiscono questa massa sonora di vita, come i guizzi dei pesci che saltano fuori dalla superficie. Un mondo marino che la Royal Liverpool Philarmonic Orchestra ha reso magicamente inondando di una forza acustica il teatro e trascinando il pubblico in questo mare di note guidate dal timoniere russo Vasily Petrenko, un gesto preciso e contenuto, pochi movimenti ma esaustivi. Un giovane che sa come tenere la barra dritta della sua orchestra, così come il capitano sa guidare la sua nave sia in porti sicuro che in mari agitati.
Dopo il mare nel cuore si passa ad un altro autore inglese, Sir Edward Elgar, con il concerto per violoncello e orchestra in Mi minore. Il solista è Kian Soltani, giovane violoncellista austriaco-persiano, due imperi nel dna – soli 25 anni e già vincitore di molti concorsi tra cui il Paulo Cello di Helsinki – ha dato una lettura del concerto di Elgar molto intima, mai urlata, per quello che spesso è un concerto che spinge all'”Heavy Metal”. Un suono rotondo e ben studiato in una ricerca di equilibri e dinamicità, già dal solo che apre il concerto si palesa la sua intenzione di un violoncello dal suono profondo, che trova nell’orchestra guidata da Petrenko piena sintonia sia nel tappeto armonico delle viole dell’inizio sia allo scoppiare in fortissimo dell’orchestra. Dai passaggi con l’arco e agli accordi arpeggiati Soltani mostra di aver fatto propria la partitura del concerto e di conoscerlo magistralmente, riuscendo ad aggiungere alle doti tecniche la sua lettura ed interpretazione: nella ricerca del giusto suono, che forse ha reso un po’ troppo delicate le sonorità dello strumento che la RLPO non ha mai soffocato, stando sempre in equilibrio con il solista. Il violoncellista tributato di fragorosi applausi ha concesso ben due bis “Persian Fire dance”, un pezzo dal sapore orientale dove agilità e abilità violoncellistiche la fanno da padrone, e poi un marcia di Prokof’ev.
Nonostante in teatro fossero state già riaccese le luci nel pubblico nessuno ha lasciato il posto per godere dei bis. Kian Soltani, violoncellista scelto dallo stesso Baremboim per l’esecuzione del triplo concerto di Beethoven si è dimostrato tanto giovane quanto un vero musicista. A chiusura del concerto le danze sinfoniche di Rachmaninov, l’ultima composizione del compositore russo dopo la quale il compositore non scrisse più nulla, il suo testamento musicale. Certo sentire gli inglesi suonati dagli inglesi ha il suo perché ed anche sentire i russi diretti dai russi. Un’esecuzione magistrale, i fiati di questa orchestra sono veramente pregevoli, e se negli interludi di Britten avevano già dato prova delle loro abilità, qui salta fuori tutta la loro perizia. L’aggressività ritmica del primo non allegro è guidata da Petrenko con un dinamismo che passa dalle chiamate dei fortissimi ai pianissimi senza indugi, con sicurezza, nell’alternanza dei legni, accompagnati dall’ostinato degli archi e nelle entrate delle percussioni. Nel secondo “a tempo di valse”, gli ottoni governano con un tema languido e nostalgico, quasi a danse macabre, un lamento romantico. Nella terza danza i fortissimi con i vorticosi colpi di gong chiudono il concerto della Royal Liverpool Philarmonic Orchestra al teatro Grande di Brescia.
Scrosci di applausi, nonostante posti liberi in platea e molti palchi vuoti ma con il loggione esaurito. Una città che nonostante il lunedì sera non ha mancato di venire a teatro per godere di un formidabile concerto. Brescia tiene ancora testa alla vicinanza con la Scala, invitando prestigiose orchestre e valentissimi solisti.

MITSUKO UCHIDA, MATTHEW TRUSCOTT [Mirko Gragnato] Treviso, 21 febbraio 2017.
Al teatro comunale, una tra le due date italiane che vede la Mahler Chamber Orchestra accompagnare Mitsuko Uchida nei concerti di Mozart, prima di andare a eseguire il programma nel teatro più moderno al mondo l’ELB Theater di Amburgo recentemente inaugurato. Un concerto molto atteso a Treviso, teatro sold out, e fin da due ore prima una fila di persone aspettava speranzosa di trovare qualche biglietto last minute. Seconda delle due date italiane della tournée che ha visto in Italia Mitsuko Uchida e Mahler Chamber Orchestra, il concerto avvenuto solo domenica 19 a Perugia come prima tappa italiana del tour si chiude con Treviso. Un teatro assiepato di persone, in programma il divertimento per archi di Bártok, il concerto 12 e 25 per pianoforte e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart. Abbiamo già scritto più volte della Mahler Chamber Orchestra, un ensemble dinamico e affiatato, un gruppo di musicisti dove Abbado ha lasciato il segno indelebile facendo sì che questi ensemble continui a portare avanti il senso musicale del maestro scomparso.
Nel divertimento per archi di Béla Bártok a condurre l’orchestra è lo stesso primo violino, una costruzione quella di questo divertimento che nonostante sia frutto della metà del XX secolo richiama la struttura barocca del concerto grosso, nell’alternarsi dell’orchestra e il concertino, formato dalle prime parti di ogni sezione. Questa similitudine rococò s’intreccia con una musicalità dal sapore ungherese: nei tre movimenti gli archi della MCO si muovono tra questo sapore di canto popolare, con repentini cambi di ritmo, e abili effetti acustici. Ritmicamente trascinante la parte del solo del primo violino, anche se forse con una piccola scivolata sulle note acute. Sublime la sonorità del secondo movimento, dove gli strumenti ovattati dalle sordine e dal suono filato degli armonici creano un’atmosfera acustica dal sapore trascendentale che la MCO non ha mancato di realizzare. Per capire il valore musicale dei concerti di Mozart si deve considerare la prolifica produzione di concerti che furono scritti per uno strumento neo nato, e che faceva la sua comparsa da poco. L’intento di Mozart nello sperimentare le possibilità di questo nuovo prodotto della tecnica e dell’acustica si legge anche in una lettera che egli inviò al padre “che anche i non intenditori restino contenti, pur senza sapere il perché” datata 28 dicembre 1782.
Grande aspettativa per i concerti per pianoforte di Mozart, nonostante un pianoforte Steinway con le sonorità basse un po’ ovattate, Mitsuko Uchida è riuscita ottimamente nell’esecuzione dei due concerti. Una gestualità nella direzione che conduceva la MCO poco approfondita; nel ruolo di direttore la musicista giapponese non rende qualitativamente come il risultato alla tastiera del pianoforte. Una ricercata e approfondita lettura della parte alla quale però manca un’approfondita lettura della partitura d’orchestra, restando però un’esecuzione magistrale essendo accompagnata dalla compagine della MCO, che ha già dato prova di riuscire ottimamente anche se lasciata senza direttore, infatti, qualche attacco, qualche accenno, molta gestualità sui segnali dei colori musicali, questi i gesti principali di Mitsuko Uchida ovviamente più impegnata nel rapporto con lo strumento. Alla tastiera la pianista giapponese ha dato un’interpretazione molto intima dei concerti, con un tocco molto controllato e un suono molto delicato, il tutto condotto con fluidità e naturalezza. La cosa che da di più delle abilità pianistiche di Mitsuko Uchida è il suo fraseggio, il modo in cui soprattutto nel dialogo con l’orchestra riesce a trovare un ottimo equilibrio, mentre nella cadenza la sospensione del tempo le permette di ottenere con colori di crescendo e diminuendo un’ottima tavolozza delle sfumature musicali.
Di gran pregio l’andante del concerto n 12 k 414 che ha una dolce e affettuosa introduzione dell’orchestra arricchita da degli accentati ingressi di corno e dai fioriti trilli in crescendo degli archi che, in uno sfumato diminuendo, preparano l’ingresso di lunghe note del pianoforte dove una melodia quasi romantica viene eseguita dalla mano destra. Il fraseggio di Mitsuko Uchida qui permette di godere con ampio respiro della mitsuko 3tenuta emotiva della musica mozartiana, in un’espressività quasi religiosa che muta, nel giocoso e dalle tonalità ombrate dell’allegretto, in un continuo scambio di botta e risposta tra orchestra e pianoforte. Nel concerto K. 451 in do maggiore n. 25 ha molto in comune con la sinfonia “Jupiter”, e non si parla in questo caso solo della tonalità. Alla bellissima e grandiosa introduzione orchestrale dell’allegro maestoso, in cui il pregiato ingresso dei legni si alterna ai fortissimi all’unisono di percussioni e archi e agli ingressi in contrattempo dei violini. Lo strumento solista entra in punta di piedi con dei terzinati della sola mano destra: la delicatezza nel tocco di Mitsuko Uchida è perfetta in questo momento, dando poi molta più solidità agli accordi in forte che si alternano ai legni. I ribattuti che costellano tutta la partitura danno uno slancio ritmico divenendo motore propulsivo del movimento. Nel momento del solo la Uchida riesce a eseguire le nuvole di semicrome in un elegante legato portando poi al momento del solo il cambio delle tonalità, in cui la sonorità si ombreggia, il pianissimo legato degli archi sfuma nell’ingresso flebile ma sempre concreto dei legni della Mahler Chamber Orchestra. Bellissimo il colore e l’equilibro che pianista e orchestra instaurano nell’andante.
Il teatro Comunale “Mario del Monaco” per la stagione concertistica richiama artisti di altissimo spessore, essersi aggiudicati un’artista come Mitsuko Uchida e la Mahler Chamber orchestra dimostra l’impegno culturale di una città che non si arrende alla vicinanza con Venezia ma che mantiene un impegno artistico di spessore e rilievo.

VESPRO DELLA BEATA VERGINE [Mirko Gragnato] Ferrara, 28 Febbraio 2017.
Per l’anno nel quale cade la celebrazione del 450 anniversario della nascita di Monteverdi al Teatro Comunale si dà il Vespro della Beata Vergine con il Concerto Italiano diretto da Rinaldo Alessandrini.
La Sanctissime Virgini Missa Senis vocibus pluribus decantandae, cum nonnulis sacris Concentibusm ad sacella sive principum cubicula accommodata, questo il titolo esteso dell’altrimenti detto Vespro della Beata Vergine, che viene dato alle stampe nel 1610 dall’editore veneziano Ricciardo Amadino, ma più che per Venezia il frutto della composizione Monteverdiana vede la dedica al sommo Pontefice Paolo V. Monteverdi dopo la perdita delle moglie va a Roma, non solo per affidare al seminario romano nelle mani dei gesuiti il figlio Francesco, ma anche per mostrare al Papa le proprie virtù compositive e magari trovare in principe della chiesa un nuovo patrono. Paolo V era stato in visita Mantova solo pochi mesi dopo la prima esecuzione dell’Orfeo e probabilmente la toccata iniziale che ricalca l’apertura dell’opera vuole attingere a qualcosa che probabilmente era già stato apprezzato. Certo il tito ad sacella sive principum cubicula accommodata è segno del fatto che il vespro era pensato non solo per il beatissimo padre, ma anche per quel prinicpe ducale che aveva dato già autorevoli incarichi al compositore cremonese. Un pezzo versatile che grazie alle varie parti attinte dal magnificat, altre dalla messa dell’epifania come il duo seraphim rendono la composizione adattabile a qualsiasi celebrazione mariana, ma non solo. L’istituzione di un nuovo ordine cavalleresco a Matonva come l’ordine del redentore, che voleva ispirarsi e superare per importanza l’ordine del toson ha visto infatti la prima esecuzione del vespro nella chiesa del Leon Battista Alberti dedicata a Sant’Andrea come proprio allo stesso sant’Andrea fosse intitolato l’ordine del Toson d’oro.
Claudio Monteverdi con la composizione del vespro mostra non solo di essere abile compositore, che riarrangia temi già visti, e sviluppandone di nuovi, ma anche di saper svolgere un’azione che oggi chiameremo di Marketing. Il vespro però sin dalla sua prima esecuzione richiede forse un luogo adatta alla sua esecuzione e cioè una chiesa, eseguirne la complessa partitura in un teatro, smorza i toni e i giochi di risonanze ed echi che probabilmente Monteverdi aveva ben pensato per un’esecuzione non solo nel sacello del principe ma soprattutto nella navata di una chiesa.
Il teatro comunale per quanto come ci insegna l’esperienza di Abbado abbia un’ottima acustica forse si presta poco a questo tipo di repertorio, soprattutto pensando che a pochi passi sotto i portici si può giungere alla chiesa cattedrale di Ferrara. Il Concerto Italiano infatti sebbene abbia mostrato ottima cura nella parte strumentale, tra gli esecutori pure Doron Scherwin, nativo di Hollywood ma cornettista usuale dell’english Baroque Orchestra guidata da Gardiner; nella parte vocale ha mostrato delle fragilità, forse dovute ad un acustica troppo delicata che lasciava poco sostegno alle voci dei cantanti in parti reali.
Il tenore Gianluca Ferrarini, mostra di non essere in serata non riuscendo con precisione e cura a seguire la sua parte cantata, specialmente nel duo seraphin.
Raffaele Giordani a cui è affidata l’antifona iniziale Domine ad adjuvandum me si mostra poco sicuro all’inizio ma poi estrae un timbro più solido e convinto per il resto del Vespro.
I due soprani Francesca Cassinari e Anna Simboli hanno voci troppo flautate, senza il riverbero della chiesa l’acustica del teatro di certo non le aiuta.
La sezione dei Baritoni e dei Bassi composta da Mauro Borgioni, Marco Scavazza e Salvatore Vitale e Matteo Bellotto invece si mostra colonna portante di solida vocalità di tutto l’ensemble vocale.
Un prima parte che si mostra fragile, soprattutto il “duo seraphim” che nel fugato di rapide biscrome è poco preciso e un po’ buttato, senza una piena consapevolezza della parte, un canto superficiale e poco approfondito, la secchezza del teatro in questo ha esposto troppo le voci.
La seconda parte invece con meno parti di solo e maggior forza corale invece ha dato un buon risultato.
Del direttore Rinaldo Alessandrini si può dire che sa quello che vuole ma resta troppo concentrato sulla partitura senza cogliere forse le reali esigenze dei cantanti o almeno dando questa impressione, mostrando una gestualità poco comunicativa ma intensa nelle intenzioni. Hymnus e Magnificat risultato come il gran ripieno dell’organo dando valore a tutta l’esecuzione.
In tutta l’esecuzione ottima la parte strumentale, gran pregio ai trombonisti Mauro Morini, Ermes Giussani e David Yacus che con strumenti naturali e di difficile approccio non hanno mancato di precisione e di dinamico colore. Le due tiorbe poste a chiusura dell’emiciclo vocale a ridosso della platea forse erano mal esposte dovendo sempre fare i conti con l’acustica per nulla accomodante del teatro andando a perdersi le fioriture arpeggiate dei pizzicati, che per essere apprezzate richiedevano di tender molto l’orecchio. Così come il già citato Sherwin, per il quale Monteverdi è pane quotidinao e Josue Melendez e Gawain Glenton che con lui completano la fantastica sezione dei cornetti.
Il pubblico ha tributo, nonostante gli affanni della prima parte,  abbondanti applausi ottenendo un bis del Magnificat finale.

ECKEHARD STIER [Natalia Di Bartolo] Catania, 3 marzo 2017.
La Sinfonia n. 6 in Fa maggiore op.68 di Ludwig Van Beethoven, fu composta in contemporanea, tra il 1807 e il 1808, con la Sinfonia n. 5 in Do minore op.67.
Non che in questa sede si voglia risalire alla storia dell’opera del genio tedesco, poiché a tale scopo esistono fiumi d’inchiostro fruttuosamente versati e tutti da consultare per approfondimento, ma semplicemente per sottolineare l’epoca di febbrile ispirazione dell’autore, che produsse due capolavori assoluti nello stesso periodo. Il genio stesso la definì, dandole un sottotitolo, “Pastorale” e specificandone la natura: “Più espressione del sentimento che pittura”.
L’ispirazione e la realizzazione della composizione, dunque, stanno tutte in queste poche parole, che si dovrebbero rilevare esattamente anche nell’esecuzione. Il 3 marzo 2017 al teatro Massimo Bellini di Catania, invece, sotto la direzione del Maestro tedesco Eckehard Stier, non tutto è venuto fuori a dovere.
Probabilmente una certa sensazione di routine nell’eseguire una sinfonia così celebre,  un sentore scolastico alla guida di un direttore giovane che anch’egli ne risentiva , qualche inciampo tra i solisti hanno tracciato la linea di demarcazione fra lo splendore ispirativo e compositivo e quello esecutivo.
Il Maestro Stier ha tenuto dinamiche leggere, ma una certa piattezza e l’esecuzione mancava di cesello; qualche attrito nella coordinazione delle sezioni ha fatto sobbalzare le orecchie più attente, nonostante alcune belle rese coloristiche, specie nel celebre temporale.
Niente routine, dunque, per i bravi professori d’orchestra del teatro catanese. Molto meglio, allora, la seconda parte, con la Sinfonia n. 4 in fa minore, op. 36 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, composta tra il 1877 ed il 1878 per Nadežda Filaretovna von Meck, platonica amante e filantropica mecenate del compositore.
Tutta la difficoltà di vivere e il dolore di un’esistenza in cui ci si senta estranei alla massa, descritti alla Von Meck dall’autore in una lettera riguardante la sinfonia a lei dedicata, questa volta nel concerto catanese sono venuti fuori, ma è spiccato soprattutto quel vago senso di ebbrezza che connota il terzo movimento, culminando nel quarto con la sempiterna domanda che affligge spesso il genio: come faccia la gente comune a divertirsi, nella fattispecie all’interno di quella che il musicista russo ha voluto strutturare come l’espressione di una festa popolare…Finita la festa, si cozza di nuovo contro il proprio fato, protagonista ineluttabile dell’opera.
Qui anche il Maestro Stier si è compenetrato nella direzione ben più di quanto avesse fatto nella sinfonia di Beethoven ed è venuto fuori un Čajkovskij credibile, ben strutturato dal punto di vista agogico, con qualche picco di sonorità di troppo, ma con una ottima resa, soprattutto da parte degli ottoni e delle percussioni, non sottovalutando la bella profondità degli archi.
Ed è qui, allora, nell’esecuzione sentita e partecipe, culminata nel magnifico pizzicato ostinato del terzo movimento, che l’orchestra del Bellini ha espresso il meglio, riscuotendo, insieme al M° Stier i meritati applausi finali.

DAVID GARRETT, RYAN MCADAMS [Margherita Panarelli] Torino, 3 marzo 2017.
In un Auditorium “Arturo Toscanini” gremito di gente si è svolto il quindicesimo concerto della stagione 2016/2017 che vedeva ospiti dell’Orchestra Rai il divo del violino David Garrett e il lanciatissimo direttore americano Ryan McAdams.
Il concerto è aperto dalla splendida Ouverture dal Don Giovanni di Mozart. L’interpretazione è eccezionale. Il suono è limpido, le intenzioni interpretative chiare e il rispetto dello stile mozartiano è totale. McAdams non tralascia nemmeno di infondere nell’ouverture il resto dell’opera.
È poi il momento di Garrett che esegue il celeberrimo Concerto in Re Maggiore op. 35 per violino e orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Si nota da subito un’attenzione maggiore del violinista tedesco al virtuosismo che all’espressione, tanto da rendere quasi sorridente un brano così infuso di nostalgia e dolore. L’allegro moderato risulta spoglio e scialbo nonostante la vivacità di Garrett e il sostegno costante e puntuale dell’orchestra e di McAdams.
Traspare più calore durante la Canzonetta, dove Garrett può lasciarsi trascinare dalla vena melodica del brano, ma si torna alla superficialità riscontrata in precedenza nell’ Allegro Vivacissimo dove neanche le trascinanti suggestioni dalla musica popolare russa arrivano a entusiasmare. Spiace constatare come i due bis concessi, i conosciutissimi Czardas di Vittorio Monti e Il Carnevale a Venezia di Paganini, risultino molto più vicini alla sensibilità di Garrett che davvero fa faville rispetto al brano in programma, il quale nonostante la competenza del violinista tedesco e la sua innegabile virtuosità, non appassiona. Esultante il pubblico in sala che si profonde in lunghi e calorosi applausi.
Segue una splendida esecuzione della Sinfonia in tre movimenti di Igor Stravinskij che dimostra la versatilità dell’Orchestra e di McAdams il quale tiene saldamente le redini e con grande perizia guida l’orchestra tra le insidie della partitura di Stravinskij.
Culmine della serata è una entusiasmante esecuzione del Boléro di Maurice Ravel, brano arcinoto, a cui orchestra e direttore hanno dato nuova linfa con entusiasmo. Le dinamiche perfettamente dosate e la precisione di questa splendida orchestra infiammano l’intero pubblico che tributa cordiali e festosi applausi all’intera compagine al termine di uno splendido concerto.

DAVID GARRETT, RYAN MCADAMS [William Fratti] Piacenza, 4 marzo 2017.
Punta di eccellenza nel cartellone del Teatro Municipale di Piacenza è il Concerto di David Garrett, star internazionale non solo della musica classica, ma anche del pop, rock e rhythm and blues, con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI guidata da Ryan McAdams.
L’incantevole serata inizia con l’Ouverture di Don Giovanni, sapientemente eseguita, non solo per la purezza di suono che da sempre contraddistingue il lavoro dell’OSN, ma soprattutto per la classe e l’eleganza con cui è trasmesso lo stile mozartiano.
Segue il celebre Concerto in re maggiore per violino e orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij, una delle partiture più emozionanti del compositore russo, colma di passionalità tragica intima e latente. David Garrett, col suo fare disinvolto, informale, quasi familiare, assieme all’altrettanto spontaneo e naturale Ryan McAdams, si prodiga in una lettura della parte orientata al virtuosismo, mostrando al pubblico un nuovo volto di Čajkovskij, più sorridente che malinconico, più ambizioso che sofferente. L’Orchestra è tutt’altro che un accompagnamento, ma è vera protagonista, assieme ai due maestri, di questo capolavoro assoluto: è limpida, luminosa, brillante, abile fraseggiatrice. Il pubblico non riesce a trattenersi e applaude immediatamente al termine del primo movimento, per poi lasciarsi andare in visibilio al termine dell’esecuzione.
Il violinista tedesco americano ringrazia con una spumeggiante e smagliante Csárdás di Vittorio Monti, interpretata anch’essa alla maniera spigliata e scattante che lo contraddistingue. Gli applausi non smettono e Garrett, sorridente e gioioso, con l’aiuto degli archi dell’OSN, si prodiga in un fantasmagorico Il carnevale di Venezia di Niccolò Paganini e l’ovvia conclusione è una vera e propria ovazione da stadio.
La seconda parte del concerto inizia con la Sinfonia in tre movimenti di Igor Stravinskij, stupendamente eseguita, soprattutto per quanto riguarda l’intero reparto dei fiati: è raro sentire tanta precisione.
Ma il vero fiore all’occhiello è il Boléro di Maurice Ravel. Oltre a essere una partitura di difficile esecuzione, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche e i volumi, ogni sua rappresentazione deve fare i conti con la propria celebrità ed è naturale che la memoria di ogni spettatore vada a ripescare l’ascolto delle registrazioni dei grandi del passato. Ma non questa volta. Ryan McAdams e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI riescono a mantenere ogni ascoltatore col fiato sospeso e con la pelle d’oca per tutto il tempo. È un tripudio di sviluppi dimensionali cromatici che toccano direttamente emozioni e sentimenti e diventa quasi impossibile respirare.
Serata davvero memorabile al Teatro Municipale di Piacenza, con l’augurio che questi artisti possano ritornare in futuro.

ROSANNA SAVOIA, SARAH M’PUNGA, STEFANO SECCO, MIKEIL KIRIA [Lukas Franceschini] Verona, 12 marzo 2017.
Il penultimo appuntamento con la Stagione Concertistica dell’Associazione Verona Lirica è stato eseguito al Teatro Filarmonico e ha visto la presenza dei solisti, Rosanna Savoia, Sarah M’Punga, Stefano Secco e Mikeil Kiria, accompagnati al pianoforte da Patrizia Quarta. Il concerto ha avuto anche partecipazione straordinaria di Gunther Sanin, primo violino dell’Orchestra dell’Arena di Verona.
Diversamente dal consueto, la performance è iniziata con un duetto interpretato dalla Sig.ra Savoia e il sig. Kiria, “Quanto amore” da L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, i quali hanno fornito il giusto e pertinente gusto comico e sentimentale al duetto, con una rifinita coloratura è un brio molto ragguardevole.
Il violinista Sanin ha eseguito assieme alla pianista Quarta il celebre intermezzo “Meditation” da Thaïs di Jules Massenet, con gusto interpretativo e tecnica mirabile, proseguendo nella seconda parte con il Grande assolo da “La bella addormentata nel bosco” di Piotr Ilic Cajkovskij sempre eseguita con grande tecnica e proprietà stilistiche. Mirabile in conclusione anche il preludio dell’atto IV da “I Lombardi alla prima crociata” di Giuseppe Verdi, nel quale il violinista ha espresso un virtuosismo indicativo.
Il mezzosoprano M’Punga ha esordito cantando l’aria della lettera da “Werther” di Jules Massenet con ispirata partecipazione, poi ha espresso particolare coinvolgimento nel racconto di Azucena “Condotta ell’era in ceppi” da Il Trovatore, per concludere cantando l’aria della Principessa “Acerba voluttà” da Adriana Cilea di Francesco Cilea eseguita con acceso temperamento.
Stefano Secco, tenore di fama internazionale, ha eseguito una delicata e ispirata romanza del fiore da Carmen di Georges Bizet, per poi passare al più eroico Trovatore nel duetto “Mal reggendo all’aspro assalto” con tempra e precisa scansione di accenti, assieme a Sarah M’Punga, la quale trova una tensione drammaturgica incisiva, ma è stata entusiasmante anche l’aria ” La mia Letizia infondere” da I Lombardi alla prima crociata.
Il baritono Mikeil Kiria ha dato voce al personaggio di Don magnifico da La Cenerentola di Gioachino Rossini eseguendo “Miei rampolli femminini” con voce molto bella, uniforme nei registri e con buon uso del sillabato, rivelatosi altrettanto preziosi anche nella bellissima esecuzione dell’aria del II atto “Sia qualunque delle figlie” con un sillabato davvero strepitoso.
Il soprano Rosanna Savoia si è distinta nell’aria “Non mi dir bell’idolo mio” da Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart con grande perizia d’accento e sfumature. Nella seconda parte ha eseguito la difficile è lunga scena della pazzia da Lucia di Lammermoor di Donizetti, nella quale oltre alla consueta professionalità ha fornito ampia tensione drammatica in un fraseggio di grande teatralità, trasformandosi poi in sensuale e maliziosa Musetta nel celebre valzer da La Bohème.
Al termine i solisti, violinista e pianista, hanno eseguito il brillante quartetto “Bella figlia dell’amore” da Rigoletto, che è stato salutato da un meritato e convinto applauso.

FRANK PETER ZIMMERMANN [Gianni Villani ]
È passato da Verona un grande interprete internazionale del violino, per un concerto al Teatro Ristori con gli archi dell’Accademia di Bolzano. E in pochi si sono accorti dell’eccezionale evento. Frank Peter Zimmermann è tornato dopo 13 anni nella città scaligera per un programma interamente bachiano, suscitando nel pubblico un moto di entusiasmo per l’indiscussa signorilità e il riserbo proverbiale con cui sa accostarsi a qualsiasi partitura. La straordinaria verve violinistica e la tecnica d’arco sopraffina del solista tedesco è risaltata ancora una volta in tre dei più celebri concerti per violino scritti da Bach, unita al suono pastoso degli archi altoatesini.
E dove tutto è stato meravigliosamente cesellato nel dettaglio, dando modo al celebre violinista di spaziare tra passi polifonici e passi con insidiose volatine, in assoluta souplesse, che hanno costituito un piacere assoluto per l’ascolto.
Il concerto per un centinaio di pochi intimi ha avuto esiti straordinari in cui il solista è stato chiamato alla ribalta per almeno una decina di volte al termine delle quali ha concesso due bis impareggiabili. Dapprima l’ultimo tempo della Sonata in la di Bach e a conclusione un turbinoso Preludio di Rachmaninov, tecnicamente fra i più difficili ci sia possibile ricordare. Quasi a dimostrare quanto possano osare le sue capacità virtuosistiche, ben oltre i temi del barocco.

JOSHUA BELL, SAM HAYWOOD [Mirko Gragnato] Torino, 29 marzo 2017.
Unica data italiana e prima volta per il virtuoso del violino Joshua Bell a Torino per l’Unione Musicale, con lui l’amico e pianista Sam Haywood.
Un concerto molto atteso, l’auditorium del conservatorio Verdi di Torino è gremito, molti giovani, e dalla quantità di strumenti lasciati al guardaroba anche molti giovani studenti di strumento ad arco. Un caso eccezionale quello di Torino, che in sole tre settimana ha ospitato quattro violinisti di fama mondiale di cui tre ospiti di Unione Musicale: Patricia Kopathinskaja, Leonidas Kavakos, Natalia Prischepenko e ovviamente Joshua Bell.
Un programma quello del concerto proposto da UNIONE MUSICALE che abbraccia moltissima della letteratura musicale, dal classicismo e romanticismo, sino alle composizioni contemporanee: dalle sonate di Beethoven e Brahms, nel pieno dialogo tra pianoforte e violino, alla sonata per strumento solo di Ysaye e la Carmen Fantasy di Sarasate.
Joshua Bell che ha avuto il suo lancio quando a soli 14 anni suonò con Muti e la Philadelfia orchestra, è famoso anche per il suo esperimento music-social, quando travisato da accattone si mise ad eseguire la ciaccona di Bach nei corridoi della metropolitana di Washington DC con le corde del suo stradivari Gibson: un concerto con pochissimi spettatori davanti ad un via vai di gente, riuscendo  in un’ora e mezza a raccogliere pochi spicci, mentre il concerto tenuto poche sere prima in un  famoso teatro statunitense costava varie centinaia di dollari. Ma a parte questi dettagli da rotocalco, Joshua Bell è famoso e deve la sua fama per le abilità di virtuoso quando imbraccia il violino, la tecnica della mano sinistra non vacilla mai, di una sicurezza e agilità formidabili, e lo scorrere della mano destra alla guida dell’arco sulle corde, un saliscendi di arcate che tiene le note legate una con l’altra, costruisce un fluido sonoro continuo, quasi come fosse il respiro di un cantante. Un fraseggio perfetto e un suono pastoso, pieno rotondo; inoltre un vero mattatore, non c’era certo timore di qualche rumore molesto, all’incauto sprovveduto rumorista, che fossero borbotti, carte di caramelle o tosse, Bell lanciava delle occhiatacce risolutive che facevano gelare il sangue.
A soli pochi giorni prima dalla ricorrenza del 120° anniversario della morte di Johannes Brahms, il 3 aprile, la sonata n. 3 in Re Minore op. 108 non poteva trovare esecutore e celebrante migliore per questo anniversario. Nell’Allegro iniziale che richiede il piano in un “sottovoce ma espressivo”, le note del violino frapposte tra le pause sembrano proprio sospiri, molto patetiche, per poi giungere al giro di corda all’unisono dal sapore quasi organistico, rievocando atmosfere favoleggianti con il passaggio cromatico che passa al pianoforte accompagnando le lunghe note legate del violino. Nell’Adagio, Bell raggiunge vette di una musicalità estrema. Nel terzo movimento “un poco presto” si prepara il “presto agitato” finale: un movimento dove il pianoforte conduce i giochi con passaggi staccati, ai quali il violino alterna note lunghe e pizzicate; poi le saettanti corte doppie in forte del violino dichiarano le intenzioni dell’ultimo movimento, che in realtà non sono altro che il preludio ad una quasi corale del pianoforte, che poi si sviluppa in una passaggio violinistico quasi blues. L’intesa che violinista e pianista intrecciano è formidabile, il cipiglio di Bell dialoga perfettamente con il tocco gentile e affabile di Sam Haywood, un pianismo dai forti mai urlati e dai pianissimi delicati, ma mai sommessi.
Il pezzo che più però colpisce il pubblico per l’abilità tecnica di Bell è la “Ballade” della sonata n. 3 di Ysaye per violino solo, op .27. Un pezzo che dire impetuosamente tecnico è dir poco, passaggi travolgenti di corde doppie, armonici, colpi d’arco, giri di corda che per la mano sinistra dire acrobatici non rende; una prova di virtuosismo assoluta, il cui tema emblematico sta nel passaggio a corde doppie con il salto di settimana e nona che risolve in un ghiribizzo cromatico, che fa balzare anche gli spettatori.
Un concerto straordinario, per Torino, ma non solo, conclusosi con il festoso “Carmen Fantasy” di Sarasate; gli scrosci di applausi non sono mancati al formidabile duo che è uscito e rientrato sul palco del conservatorio svariate volte, concedendo come bis, la Tarantelle di Wieniavski, un pezzo brioso e festante, degna chiusura per salutare il calore che Torino a riservato ai due musicisti.
Prossimi appuntamenti con il violino ad Unione Musicale si ha con l’agile violino barocco di Giuliano Carmignola il prossimo 12 aprile e la celebre Isabelle Faust con l’orchestra “Age of Enlightenment” il prossimo 19 aprile.

GIOVANNI ANDREA ZANON, JADER BIGNAMINI [Mirko Gragnato] Verona, 1 Aprile 2017.
Al teatro Filarmonico nel concerto sinfonico della Fondazione Arena oltre alla quinta sinfonia di Tchaikovsky il concerto per violino di Beethoven nel vigore giovanile di Giovanni Andrea Zanon, alla guida dell’orchestra la bacchetta Jader Bignamini. Una straordinaria serata per questo concerto sinfonico, una platea quasi esaurita richiamata dalla presenza dell’enfant prodige del violino Giovanni Andrea Zanon, recentemente insignito di un’onorificenza dal presidente della repubblica. Capello arruffato, sicurezza di sé, agilità e forza espressiva nelle dita del giovane virtuoso, che non manca di mostrare il vigore giovanile e la freschezza della sua età appena al crepuscolo dell’adolescenza. Nonostante ciò il risultato è stato un concerto strano, non si capiva esattamente che legame e dialogo ci fosse tra solista e orchestra, sin dall’inizio dell’Allegro del concerto la direzione data dal Maestro Jader Bignamini era molto dilatata e tenuta, una dimensione dove la vivacità di Zanon faceva fatica a contenersi, ma nonostante gli intenti del solista di rendere più agile e scorrevole la musica con vari tentativi di accelerare, il maestro teneva la barra dritta dell’orchestra senza cedere nemmeno una tacca di metronomo.
Si percepiva il sentirsi stretto in tempi così larghi del giovane virtuoso, infatti a seguire l'”andante molto”, troppo lento forse, un movimento che più che Beethoven riecheggiava un’agogica mahleriana; complimenti al giovane violinista che nonostante la fatica di una tempo così dilatato ha mantenuto salda la concentrazione. Strabiliante l’autonomia del quarto dito nei trilli, la cui forza cadeva dall’alto senza manifestare la minima debolezza in quello che spesso è il dito più debole e fragile della mano; Zanon, infatti, nonostante la giovane età mostra una tecnica salda e una piena consapevolezza del pezzo proponendo una visione più personale ed elaborata: impronta forse degli insegnamenti di Pinchas Zuchermann, del quale è l’unico allievo italiano.Grandi applausi alla fine del concerto e il giovane maestro ha concesso un bis tra le 5 chiamate agli applausi del pubblico del filarmonico di Verona: un estratto da una partita di Johan Sebastian Bach.
Per quanto riguarda la quinta di Thcaikovsky ,una pagina di grande respiro sinfonico, la principale virtù del maestro Jader Bignamini si è mostrata per coerenza nella costanza dei tempi: un implacabile metronomo dal gesto imprescindibile, sia il concerto che la sinfonia diretti a memoria, secondo l’ipse dixit di Abbado “dirigere a memoria per avere la partitura in testa e non la testa nella partitura”, tuttavia però la direzione a memoria rischia di divenire un esercizio un po’ limitante senza poter dare maggiori libertà al direttore in un aperto dialogo con solista e orchestra che è avvertibilmente mancato. Di gran pregio i soli del primo corno nella sinfonia di Tchaikovsky, l’Orchestra della Fondazione Arena si dimostra un valido ensemble di abili professori che nonostante i periodi di difficoltà economiche in cui vessa ha salde qualità artistiche: gli ingressi degli ottoni, abituati a rendere i volumi per l’anfiteatro areniano avevano forza e intensità che non solo fanno si che il teatro risuoni ma vibri di onde sonore.

MICHELANGELO MAZZA [Natalia Di Bartolo] Catania, 31 marzo 2017.
“Cinque mesi impiegai a comporre il Guglielmo Tell, e mi parve assai.” scrisse Gioachino Rossini di se stesso e del proprio immenso capolavoro. Per i suoi tempi compositivi da record era davvero tanto, ma l’opera è monumentale, in ogni sua parte. Monumento che compendia il monumento è l’ouverture, celeberrima, in quattro movimenti, operistica quanto mai, ma dal carattere anche cameristico, con il dialogo dei violoncelli solisti nella prima parte. Poi, con lo scatenarsi della tempesta, prende corpo tutto il seguito, fino al finale trascinante.
Iniziare un concerto sinfonico con questo brano è un bel banco di prova, sia per il direttore che per l’orchestra. Ma nessuna meraviglia quando sul podio sale il M° Michelangelo Mazza, alla guida dell’orchestra del teatro Massimo Bellini di Catania, come è accaduto il 31 marzo 2017 nel tempio catanese. La sua direzione è brillante, il suo polso fermo e deciso, ma anche delicato quando occorre: è il polso di un Maestro che da violinista già in carriera è divenuto da qualche anno direttore d’orchestra, lanciato ormai sui podi internazionali più prestigiosi. Il salto non è da poco, ma la fucina è quella della Parma verdiana, di inossidabile tradizione. Dunque il polso del M° Mazza è, a priori, quello di un direttore capace di reggere insieme buca e palcoscenico.
Non dimentichi del suo mirabile Rigoletto, diretto a Catania nel 2015, lo si è ritrovato adesso sul podio, di nuovo a Catania, nell’ambito della Stagione Sinfonica 2017, reduce da un prestigioso concerto alla Philharmonie de Paris, in una serata musicale che, dunque, non a caso, è iniziata col suddetto brano rossiniano. Un Rossini molto difficile, che è venuto fuori nei tempi corretti e nelle dinamiche variegate e che ha soddisfatto la platea del teatro catanese con sonorità pulite e espressione agogica chiara e sentita. Un sottile fil-rouge ha legato i brani in programma: ancora Rossini, subito dopo, tramite la Boutique Fantasque di Ottorino Respighi. Il Respighi, infatti, trasse la musica per questo balletto dalla trascrizione di alcuni brani per pianoforte proprio di Rossini, tratti dai suoi Péchés de veillesse, i passatempi della vecchiaia di un genio. Incastonata nella propria musica dal Respighi, per prima, “La danza” rossiniana, celeberrima tarantella che definisce il colore dell’intero balletto. Deliziosa la direzione, tra il colore immaginario delle bambole protagoniste e l’ostentata drammaticità favolistica che si conclude però con l’immancabile “e tutti vissero felici e contenti”.
Ancora Respighi, poi, in programma, ma qui si è cambiato registro: si è giunti al Respighi del poemetto lirico Il Tramonto, del 1914, con tratti originalmente poetici. Questa volta il sinfonismo si è legato al clima dell’opera per la presenza di un mezzosoprano, Elena Lo Forte, che ha eseguito la parte cantata del poemetto, composto dal poeta inglese Percy Bysshe Shelley, nella traduzione italiana di R. Ascoli. Gradevole l’esecuzione della Lo Forte del prestigioso modo del Respighi di ornare il canto in tratti originalmente poetici, specie nella parte in cui l’orchestra s’accompagna alla voce. Attento e puntuale il M° Mazza, che ha mantenuto il controllo della direzione nei momenti più complessi e diversi. E sempre con Respighi si è concluso il ricco programma, con I pini di Roma, dando così nell’insieme nel complesso del Concerto, dopo essere partiti da Rossini, un tratteggio ampio e variegato dell’opera del Respighi, fino a giungere all’acceso colorismo di questo poema sinfonico, uno dei capolavori della cosiddetta trilogia romana, insieme a Le fontane di Roma e Feste romane. Ciascun movimento descrive l’ubicazione di un gruppo di pini in Roma, nel corso delle ore della giornata, in una tavolozza tra il descrittivo e il pittorico.
Anche in questo caso assai ben diretta, l’esecuzione dell’ottima orchestra del Bellini, in cui, nel corso dell’intera serata hanno spiccato le sezioni dei fiati, con gli ottoni, in particolare, e delle percussioni, si è accesa di colori, in un turbinio di suggestioni, che sono state recepite in pieno dal pubblico che affollava il teatro a questa prima catanese e che ha tributato applausi convinti al Direttore, alla cantante, ai solisti e a tutti gli interpreti.

JORDI BERNÀCER [Natalia Di Bartolo] Catania, 7 aprile 2017.
Pare che in teatro d’Opera si vada sempre alla ricerca di nuove voci valide e se ne trovino poche. Lo stesso non può dirsi, in questo momento, anche nei teatri internazionali più blasonati, per i direttori d’orchestra. Ce ne sono tanti sui podi più prestigiosi, giovanissimi e molto bravi. Questo conforta il melomane, non solo per l’opera ma anche per la Sinfonica: i maestri giovani non solo sono bravi, ma sono pure versatili. È il caso anche del Maestro Jordi Bernàcer, che ha diretto il Concerto Sinfonico tenutosi a Catania il 7 aprile 2017, alla guida dell’orchestra del Teatro Massimo “Bellini”.
Reduce dalla direzione de I Puritani a Piacenza, il Maestro Bernàcer, spagnolo, di scuola maazeliana prima e viennese poi, ha dato forma ad una serata di musica che nel complesso si è dimostrata di buon livello. La scelta dei brani, ovviamente, è fondamentale e iniziare con l’ouverture in DO minore op. 81 dall’unica opera di Robert Schumann, Genoveva, ha fatto da ponte ideale tra l’opera, che il Maestro dirige spesso, e la sinfonica, in una serata interamente dedicata proprio al musicista tedesco.
L’ouverture di Genoveva è stata diretta con mano che faceva avvertire la dimestichezza con la direzione d’opera del M° Benacer e lasciava presagire per il seguito un buon dialogo tra le sezioni orchestrali e un polso piuttosto fermo, ma non particolarmente leggero. Per l’ouverture suddetta, che prelude ad un’opera di soggetto storico medievale, la pregnanza della direzione, però, ci sta tutta.
Altrettanto ci sta l’attenzione posta dal M° Bernàcer alla direzione del concerto per pianoforte e orchestra in LA minore op. 54, eseguito con protagonista la pianista russa Ksenia Kogan.
La giovane e bella solista, ha però, fin dall’approccio con lo strumento, mostrato una certa pesantezza di tocco. Noi non possiamo conoscere il tocco di Clara Wieck Schumann, che fu la prima ad eseguire il concerto, ma un’ampia gamma di esecuzioni ci ha porto nel tempo, dal vivo e in registrazione, tale concerto in versioni pianisticamente molto più scorrevoli, senza intoppi, anche tecnici, e prive di quel certo nervosismo che serpeggiava nelle mani dell’esecutrice russa, spesso intenta ad usarle non solo sulla tastiera, ma anche per ravviarsi i capelli o stropicciarsi gli occhi; tutto ciò si ripercuoteva senza scampo sull’esecuzione: la caratura dell’attacco e rilascio dei tasti era decisamente poco pregevole, il dinamismo inadeguato alla difficile diteggiatura, a tratti in anticipo o ritardo, e privo di fluidità.
La pianista Kogan è un’artista a tutto tondo, si dedica a molte attività nel campo della musica classica e del cinema d’autore. Forse, quindi, non ha ancora deciso cosa fare da grande. Le si consiglia di compiere al più presto la scelta più opportuna e, se la carriera concertistica dovesse essere la prescelta, giungerà certamente ad affinare le proprie doti fino ad onorare, con una maturità più appropriata, anche questo concerto meraviglioso, che merita un solista di grandi capacità.
La Sinfonia N.1 in Si bemolle maggiore Op. 38 (denominata Spring, “Primavera”), primo lavoro sinfonico pubblicato dall’autore romantico, ha costituito la seconda parte della serata musicale ed è stata godibile nel suo complesso.
I bravi professori catanesi devono essere motivati per suonare al meglio e si ritiene che abbiano gradito il piglio del direttore Bernàcer, nonché la sua attenzione ai particolari e soprattutto alla suddetta cura dei dialoghi tra le sezioni. Gli ottimi solisti dell’orchestra hanno fatto il resto e la sinfonia, sia pur soffrendo di quella mancanza di leggerezza di cui sopra si parlava, è venuta fuori scavata e sentita, inconsueta così com’è stata composta, proprio più con i canoni del concerto che della sinfonia. Prosieguo ideale, quindi, del concerto per pianoforte e orchestra che l’aveva preceduta.
Alti e bassi, dunque, in una serata di musica comunque di buon gusto, che ha suscitato il visibilio delle signore soprattutto per la mise della pianista, tutta di rosso vestita: bellissima lei, bell’abito, molto elegante, splendida collana…Meglio, però, se accompagnati da altrettanta classe strumentale.

DONATA D’ANNUNZIO LOMBARDI, LORENZO CAIMI, SEBASTIAN CATANA [Lukas Franceschini] Verona, 9 aprile 2017.
L’ultimo appuntamento della stagione Concertistica 2016-2017 di Verona Lirica si è svolto al Teatro Filarmonico, come di consueto gremito, e ha visto la partecipazione del soprano Donata D’Annunzio Lombardi, del tenore Lorenzo Caimi, del baritono Sebastian Catana. Inoltre, la gradita presenza di Gunther Sanin, primo violino dell’orchestra della Fondazione Arena, e come di consueto al pianoforte il m.o Patrizia Quarta.
Considerata la presenza dell’illustre violinista la serata non poteva che iniziare con un brano concertistico: Romanza in Fa di Ludwig van Beethoven per violino e pianoforte, nella quale Sanin dimostra la consueta tecnica stilistica abbinata ad un’interpretazione di rarefatta sensibilità e gioco di colori. Il duo si è esibito molto egregiamente nel celebre “Liebeslied” composta dal violinista Fritz Kreisler, e in seguito ha spopolato nella celebre Melodie dall’operetta “Paganini” di Franz Lehar. Infine, mirabile l’esecuzione del tema dalla colonna sonora del film “Schindler’s List” del pluripremiato compositore John Williams.
Il baritono Sebastian Catana esordisce con un’ispirata interpretazione di “Dio di Giuda”, ma trova particolare trasporto e viva drammaticità in “Questa dunque è dunque l’iniqua mercede” da I due Foscari di Giuseppe Verdi. Nella seconda parte si è particolarmente distinto nell’aria e cabaletta di Ezio da “Attila” di Verdi per tempra e vigore vocale, è fortissima drammaticità nel monologo di Rigoletto “Pari siamo”.
Il tenore Lorenzo Caimi ha dato voce al personaggio di Macduff dal Macbeth di Giuseppe Verdi con accorata partecipazione e dolente uso d’accento, proseguendo con una stilizzata esecuzione de “L’anima ho stanca” da Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea. Molto apprezzata dal pubblico la celebre canzone “Core ‘grato” di Cardillo, eseguita con stile e carisma davvero emozionanti accompagnata oltre che dal pianoforte di Patrizia Quarta anche dal violino di Gunther Sanin.
Il soprano Donata D’Annunzio Lombardi ha ammaliato per dolcezza e malinconia attraverso l’aria “Porgi amor” da Le Nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart, nella quale ha fatto uso molto appropriato delle mezzevoci. Egualmente abile fraseggiatrice e sensibile interprete nell’entrata di Adriana Lecouvreur “Io son l’umile ancella”. In seguito, ha offerto una grande interpretazione con un fraseggio ricercato nell’aria da Madama Butterfly “Un bel dì vedremo”.
L’unico duetto lo hanno cantato Donata D’Annunzio Lombardi e Lorenzo Caimi, i quali hanno espresso tutta la loro passionalità e fremente sensualità in “Tu! Tu! Amore tu!” da Manon Lescaut di Giacomo Puccini.
Il concerto si è concluso in maniera insolita. Oggi 9 aprile è l’anniversario della nascita Paolo Francesco Tosti uno degli autori più importante della romanza da salotto italiana, così il tenore Caimi e il soprano Lombardi hanno voluto omaggiarlo con una splendida esecuzione de “L’ultima canzone” e di “A’ vucchella” due tra le sue romanze più conosciute e famose. Un omaggio bellissimo e doveroso.

ARVO VOLMER, ARCADI VOLODOS [Lukas Franceschini] Trento, 12 aprile 2017.
La stagione concertistica dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento ha avuto un’indicativa serata con il concerto diretto da Arvo Volmer e la presenza del pianista Arcadi Volodos, in un programma che comprendeva Jean Sibelius, Dmitri Šostakovič e Johannes Brahms. Pan con Echo op. 53a (Sibelius), la Sinfonia n. 9 in Mi Bem. Magg. Op. 70 (Šostakovič) e il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in Si Bem. Magg. Op. 83 (Brahms).
Sibelius fu un compositore finlandese rappresentante del tardo romanticismo ottocentesco e seppur appartenente alla generazione di R. Strauss e G. Mahler, egli è chiaramente legato al tardo sinfonismo tedesco e sotto taluni aspetti all’espressionismo di Cajkovskij per l’impiego musicale delle forme popolari. Nella sua musica prevale la grande libertà formale, la quale si esprime in uno sviluppo rapsodico e talvolta cupo ma sempre influenzato natura nordica alla quale apparteneva. Aristocratico rappresentante dell’identità nazionale, Finlandese, inaspettatamente in alcune composizioni abbandonava questo stile per sviluppare i suoi spartiti in melodie di brillante e sorprendente leggerezza. È il caso di “Pan och Echo”, conciso poema sinfonico ispirato alla mitologia greca. In questo brano, pare composto per una serata benefica organizzata per raccogliere fondi per la costruzione di una sala da concerto a Helsinki, colpiscono la mano leggera, quasi danzante, il finale che può essere accostato a una tarantella, il mondo mitologico è pennellato su aspetti generici, distinguendo con diversi strumenti la felice convivenza di Pan e Echo. Queste peculiarità sono stare messe in luce da una valente orchestra, soprattutto negli interventi degli strumenti solisti, trovando nella guida sicura di Arvo Volmer un attento, raffinato e indicativo concertatore. La brevità del brano non mette a margine la coesione ritmica delle percussioni e del primo violoncello.
Šostakovič fu uno dei maggiori personaggi che uscì dalla rivoluzione socialista in Russia e mise tutta la sua produzione al servizio dell’impianto politico e sociale dell’URSS, anche se in varie occasioni ha risentito di pesanti critiche. Convinto sostenitore che “che non esiste nessuna musica che non abbia una sua ideologia”. S’impegnò attivamente alla delicata disputa della musica del secolo XX, nonostante l’insofferenza del formalismo occidentale. Sostenitore, inoltre, della ricerca aperta a nuovi terreni creò mezzi d’espressione che risentono soprattutto nelle ultime composizioni del folklore russo. Dopo la monumentale Sinfonia n. 7 “Leningrado” sarebbe stato impensabile che l’autore avesse potuto ripetersi, e, infatti, nella prima sinfonia post bellica (1945) si afferma una spensierata concezione neoclassica, ricca di brio con idee molto brillanti che esulano dal profondo pensiero del musicista. Per questo la Sinfonia n. 9 alla prima esecuzione colse di sorpresa il pubblico, e fece storcere il naso al partito, il quale si sarebbe aspettato un lavoro più serio e commemorativo per i milioni di morti, tributo che il paese aveva pagato durante la seconda guerra mondiale. Il brano è insolitamente costituito da cinque tempi, nei quali spicca un “recitativo” dei fagotti e dei tromboni, e un finale vivacissimo che indubbiamente è denominatore del sentimento di rinascita culturale alla quale Šostakovič voleva ispirarsi. L’esecuzione è stata molto apprezzabile, con punte direi di entusiasmo, poiché l’orchestra ha risposto benissimo in tutte le sezioni all’energica mano del direttore. Vibrante e concisa la lettura, quasi di un solo respiro, leggiadra e brillante, nella quale percussioni, fagotto e tromboni trovano un meritato personale plauso, senza dimenticare l’affiatamento degli archi.
Johannes Brahms, compositore tedesco che visse un lungo periodo finale a Vienna, può a tutti gli effetti essere considerato colui che chiude la grande parabola del romanticismo d’oltralpe. Concettualmente conservatore, egli è intimamente romantico ma in cerca di soluzioni diverse dalla grandiosità di un linguaggio ottocentesco che sotto taluni aspetti sente estraneo. Da molti è considerato “costruttore” mirabile di musica, sviluppando il principio dell’elaborazione tematica minuziosa in ogni singola nota evolvendosi nell’espressione. Stranamente il Concerto n. 2 per pianoforte è distaccato di oltre un ventennio dal precedente, dal quale è profondamente diverso a cominciare dalla suddivisione in quattro tempi. Colpisce sin dall’inizio il dialogo fortemente espressivo tra pianoforte e orchestra, nel quale è richiesta mano alla tastiera capace di superare tremende difficoltà esecutive. Cangiante di stile repentinamente, con gusto sinfonico nel secondo movimento, in seguito al clima estremamente appassionato, si arriva alla parte finale, dove a vicenda orchestra e strumento prevalgono l’uno l’altro, ma saranno le sistematiche variazioni del piano a mantenere il percorso melodico. Da non sottovalutare il possente impianto sinfonico, il ricercato virtuosismo, la modulazione dei timbri, che insieme costituiscono per l’interprete una prova di estrema difficoltà, anche se il brano è iscritto nel classico repertorio pianistico.
A Trento abbiamo avuto un fuoriclasse come il pianista russo Arcadi Volodos, il quale ha colto appieno lo stile romantico dell’autore, imponendosi in una lettura eterea ed equilibrata, nella quale la leggerezza del suono non è mai stata predominante ma in perfetta simbiosi timbrica con l’orchestra. Tecnica mirabile, dinamiche perfette, mano leggerissima, ma all’occorrenza vigorosa, fanno di questa esecuzione un punto di riferimento nell’interpretazione moderna. Non da meno il direttore Volmer, complice una precisa e sempre puntale orchestra, si sono resi artefici di effetti e contrasti di poetico ascolto. Una grande esecuzione!
Volodos, acclamatissimo dal pubblico, ha voluto ringraziare con tre bis, tra cui una Siciliana da Bach (arrangiata dallo stesso pianista) e uno studio di Rachmaninov.

MESSIAH [Natalia Di Bartolo] Catania, 14 aprile 2017.
Il “Messiah”(HWV56), oratorio in lingua inglese, composto nel 1741 da Georg Friedrich Händel è un’opera monumentale, che fu composta dal genio tedesco naturalizzato inglese con la consueta velocità, utilizzando parzialmente, come in altre opere e oratori, propri pezzi già esistenti, tra cui le cantate italiane a duetto, e apportando successivi, numerosi cambiamenti e modifiche.
Il Messiah è, oltre a “Israele in Egitto”, l’unico oratorio di Händel il cui testo consiste esclusivamente in versi biblici ed è privo di dialoghi. La scelta dei versi fu di Charles Jennens, il quale si fece ispirare dalla cosiddetta “Bibbia di re Giacomo” e dal “Book of Common Prayer of the Church of England”. La maggior parte del testo è tratto dai libri dei profeti e dai salmi dell’Antico Testamento. In questo modo Jennens fece sì che il Cristo del Nuovo Testamento fosse identificato nella profezia del Messia dell’Antico Testamento. Händel non intervenne sul testo, probabilmente reputando non necessario il proprio apporto.
Assistere all’esecuzione di questo monumento della storia della Musica è occasione privilegiata e quindi ilvenerdi santo 14 aprile 2017, al teatro Massimo Bellini di Catania, la serata è stata ghiotta per intenditori e appassionati, che hanno goduto della prima esecuzione integrale nel massimo teatro catanese. Il teatro era gremito, nonostante la durata dello spettacolo, diviso nelle canoniche tre parti e quindi intervallato da due momenti di sosta, ma nessuno si è mosso dalla propria poltrona.
Ciò che ha trainato innanzitutto la serata verso la buona riuscita dell’insieme è stato l’entusiasmo del direttore, il M° J. David Jackson, anche compositore, nonché premio Pulitzer nel 2000, visibilmente felice di essere alla guida di un’esecuzione che richiede comprovata esperienza da parte di tutti. Protagonisti vocali, nelle quattro parti stabilite dall’autore, un soprano, un alto (contralto), un tenore e un baritono, così come volle Händel, che però, a volte, distribuiva la parte solistica su cinque cantanti e divideva le arie del soprano. Le voci dei solisti sono forse lo scoglio più periglioso nell’esecuzione del capolavoro. Voci insufficienti, infatti, condannerebbero l’oratorio ad uno stressante susseguirsi di brani stentati ed approssimativi, poiché le parti dei solisti richiedono soprattutto dimestichezza con le agilità.
Su questo versante, spiccava il tenore Elgan Llyr Thomas, dotato di una voce interessante e soprattutto giovane; altrettanto il soprano Elena de la Merced, la cui voce, però, era priva di squillo, con acuti un po’ forzati; la precisione nelle agilità era ben curata, ma non abbastanza cesellata. Del tutto mancante di cesello il contralto Mary Phillips che, soprattutto nella prima parte, ha avuto anche problemi d’intonazione. Corretta, ma non particolarmente agile, la vocalità del baritono Josep-Miquel Ramon.
Una compagine solistica, comunque, nel complesso decorosa, a cui il Coro del teatro Massimo Bellini, diretto dal gallese Ross Craigmile, ha fatto da contorno, non mai da sfondo, anzi assumento, come voleva l’autore, anche fisionomia da protagonista. Non solo L’Hallelujah celeberrimo è stato eseguito con perizia, ma anche tutto il resto è stato curato con attenzione, con qualche squadratura, a tratti, nella sezione dei tenori, ma nel complesso con un buon risultato.
Orchestra del teatro catanese come sempre all’altezza della situazione, nella quale spiccava il tiorbista Silvio Natoli, governata con immedesimazione dal M° Jackson, che ha saputo imprimere all’immensa opera del genio quell’andamento che non la rendesse pesante: è un altro rischio, che è stato scongiurato.
Vivo successo di pubblico, con il bis dell’Hallelujah, durante il quale il M° Jackson, colto dall’entusiasmo, ha pure invitato il pubblico ad unirsi al canto corale. La sua soddisfazione era palese e gli spettatori hanno gradito la serata in musica nel pieno delle solennità della ventura pasqua 2017.

ANDRÁS SCHIFF [Lukas Franceschini] Vicenza, 28 aprile 2017.
Come ogni anno András Schiff ritorna nella città veneta per una serie d’importanti concerti inseriti nel Festival “Omaggio a Palladio” giunto alla XX edizione.
Il programma odierno sono incentrati su una triade di compositori: Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart e Franz Schubert, autori tutti presenti nel secondo concerto eseguito nella Basilica dei Santi Felice e Fortunato. Il programma comprendeva “Magnificat in Re Magg. BWV 243” (versione in Mi Bem. Magg. del 1723 trasposta in Re magg. tra il 1728-e il 1732) di Bach, “Mottetto Ave Verum Corpus KV 618” di Mozart e “Intende voci in Si Bem. Magg. D.963” di Schubert.
Il Magnificat è una delle più importanti opere vocali di Bach, trattasi di una cantata sacra composta per orchestra, coro a cinque voci e cinque solisti. Il testo è tratto dal cantico contenuto nel primo capitolo del Vangelo secondo Luca, con il quale Maria loda e ringrazia Dio perché ha liberato il suo popolo. La cantata, insieme alla Messa in Si minore, costituisce una delle due principali composizioni in lingua latina del compositore tedesco. Egli compose una prima versione in mi bemolle maggiore nel 1723 per i Vespri di Natale a Lipsia, versione che conteneva numerosi testi natalizi. Nel corso degli anni il compositore rimosse i brani specifici per il Natale in modo da rendere il Magnificat eseguibile durante tutto l’anno. Bach traspose in seguito il brano in re maggiore, tonalità più adatta per le trombe. La nuova versione, che è quella conosciuta oggi, venne eseguita per la prima volta nella Thomaskirche di Lipsia il 2 luglio 1733. La cantata è divisa in dodici parti che possono essere raggruppate in tre movimenti, ognuno inizia con un’aria ed è completato dal coro. Cantico tra i più antichi della chiesa romana, non abrogato dalla riforma luterana, è caratterizzato da una varietà estetica barocca alla quale si sommano elementi come l’energia, la solennità e la freschezza che scaturiscono a ogni nota.
L’Ave verum corpus è un celeberrimo mottetto e come ebbe ad affermare Paumgartner “la più alta opera d’arte che Mozart abbia scritto”. Il brano vide la luce a Baden, località termale nei pressi di Vienna, ove Mozart soggiornava assieme alla consorte. E’ stato accertato che fu composto per ricompensare l’amico Stoll, kapellmeister della chiesa parrocchiale e maestro di scuola, il quale aveva offerto qualche lezione al piccolo Carl. La pagina, piccola per l’esiguità dell’organico (quartetto d’archi, organo e coro) adatto a una chiesetta di paese; grande per la nobile aura mistica che emana e per la purezza del linguaggio. Inoltre, il brano è uno dei rarissimi spartiti di musica sacra composti da Mozart dopo il trasferimento a Vienna nel 1781 ed è un importante indizio del nuovo linguaggio musicale in un codice più popolare per rappresentare il mistero divino.
“Intende voci” fu composto da Schubert nell’ultimo anno di vita, fu pertanto creato nel contesto di altre grandi opere della sua letteratura musicale, nel quale è rilevante una frenesia creativa senza precedenti nel compositore, creando composizioni in cui ruppe tutti gli schemi precedenti e si spinse verso nuove aree di espressione. “Intende voci” è certamente un lavoro secondario. Eppure, in questo caso si può cogliere l’atmosfera che riflette quest’ultimo anno creativo lasciando alle spalle i modelli barocchi e classici per uno stile musicale più personale e romanticamente colorato linguaggio di un testo sacro. Elementi di questo nuovo stile da chiesa includono l’iterazione che crea atmosfera, la sottile introduzione di strumenti a fiato e suoni che muoiono nel nulla, un effetto che Schubert impiegherà anche in altri spartiti sacri.
Sublime esecuzione quella che ci ha offerto András Schiff e la “sua” Orchestra Cappella Andrea Barca nella basilica del X secolo, la quale è doveroso rilevare ha un’acustica eccezionale se paragonata ad altri templi sacri il cui ascolto musicale è sovente imbarazzante, anche se il luogo resta carismatico.
Schiff è un assoluto interprete di questi compositori, in Bach trova la sinergia con l’organico strumentale e il coro che possiamo definire eccezionale, per la compattezza esecutiva e la raffinatezza stilistica del Magnificat. I tempi sono sostenuti ma allo stesso tempo morbidi e funzionalissimi nello stile del compositore. Bravissimo il Coro San Rocco, diretto da Francesco Erle, che si conferma come una delle migliori formazioni corali non solo regionali nel repertorio barocco. Non meno efficace il quintetto di solisti, con nomi di alto rango esecutivo, Ruth Ziesak (soprano I), Britta Schwarz (mezzosoprano), Werner Gura (tenore), Robert Holl (basso) e Giulia Bolcato (soprano II) che coglie un personale successo il quale contribuisce a una carriera sempre più in ascesa. L’insieme ha offerto al pubblico un’esecuzione più che ragguardevole, nella quale l’impronta del direttore è stata fondamentale nella continua e pertinente ricerca dell’estetica esecutiva, la solennità e una peculiare freschezza che assieme caratterizza quest’autentico gioiello di spartito.
Non meno efficace, la bacchetta, in Mozart, che nel breve mottetto toglie il respiro per l’aulica introspezione di una scrittura semplice ma sempre di grande effetto, seguito dalla soave esecuzione di Schubert, nel quale Schiff afferma la consuetudine con il compositore trovando un perfetto equilibrio dinamico nella lettura, la quale è elettrizzante nel finale, cosi sospeso e lieve.
Successo, più che meritato al termine.

SARA MINGARDO, LUCIA CORTESE, MARTINA LOI [Mirko Gragnato] Verona, 4 maggio 2017.
L’ultima data della stagione Barocca al Teatro Ristori si conclude con un concerto dedicato alle arie barocche di Vivaldi, Haendel e per le celebrazione del 450° anniversario anche di Monteverdi. Le voci soliste sono quelle di due giovani soprani Lucia Cortese e Martina Loi affiancate dal famoso contralto Sara Mingardo le accompagna il Ristori Baroque Ensemble.
La direzione artistica di Alberto Martini ha proposto per la prima volta al pubblico veronese una stagione dedicata al Barocco, il Ristori quest’anno più degli altri anni ha proposto una varietà di iniziative e serate dalla musica del ‘600 al Jazz, dalle lezioni concerto alla danza, una tavolozza variopinta di proposte e sfumature. Il pubblico veronese non era certo abituato a confrontarsi con una quantità e una qualità di offerta così alta, ma il teatro sembra sempre più animato di pubblico e di giovani, diventando oltre che un luogo di performance artistiche anche un luogo d’incontro.
Ad apertura e chiusura di questo concerto, due pezzi del cerimoniere di quest’anno, Monteverdi. In questo programma, che è un percorso di arie del ‘600, accanto ad una stella della vocalità barocca, come Sara Mingardo, due giovani voci dal curriculum accademico di alto livello: Martina Loi e Lucia Cortese.
Le due soprano, con “La Romanesca” di Monteverdi “Ohimè dov’è il mio ben” aprono questo concerto, voci un po’ tiepide e con qualche incertezza, ma che nel corso della serata si sono rese più salde e piene.
Martina Loi con l’aria “Lascia ch’io pianga” dall’opera Rinaldo ha mostrato una vocalità pesata, con una messa di voce che accompagnava il fraseggio, aria famosissima e per questo terreno non facile. Lucia Cortese ne “Non ti lusinghi crudeltade” dal Tito Manlio di Vivaldi ha mostrato tutte le sue doti canore, trovando piena sintonia nel solo d’oboe barocco di Paolo Grazzi, il timbro della voce e dello strumento ad ancia erano un tutt’uno, un eco di impasto timbrico costruito alla perfezione, oltre alle abilità e leggerezza della voce nei passaggi verso l’acuto della Cortese.
E con questa sera, dopo molti ensemble ospiti, si presenta il Ristori Baroque Ensemble: un gruppo composto da vari musicisti provenienti da “i Virtuosi Italiani” ma anche da altri valevoli gruppi musicali specializzati nel barocco come Ensemble Zefiro, il maestro di concerto è al violino Alberto Martini. Questa formazione orchestrale ha manifestato di eseguire la musica barocca con una cura e un’intesa rari, più che di altri famosi e quotati ensemble barocchi.
Alle varie “Arie” per dare anche spazio alla parte strumentale si è inframezzata la suite per tromba e orchestra HWV 341 di Haendel, con alla tromba naturale Gabriele Cassone, l’ouverture è una citazione dalla suite in Re “Water Music” che ha dato a questa suite il nome di Water Piece. Nel lascia ch’io pianga o nella suite per tromba ottima intensa e relazione tra tutti gli strumentisti, la guida di Martini è stata magistrale, portando i pezzi ad un stato più emotivo e coinvolto. Gabriele Cassone ha suonato con chiarezza e con piena continuità di timbro e intenzione, nonostante le difficoltà dello strumento naturale.
Sara Mingardo la stella di questa serata ha superato ogni aspettativa, con la sua voce chiara che disattende il timbro del contralto ma che lo arricchisce con un colore unico; nei duetti con le giovani cantanti non ha mai prevaricato sulle voci più giovani, ma intesseva con esse un equilibrio e un’intesa ricercata, non lasciata al caso. Nei pezzi a solo come ” Or la tromba” o il “voglio di vita uscir” dal Rinaldo il pubblico le ha tributato fortissimi applausi, concedendo al pubblico l’aria ” Ombra mai fu” dal Serse di Vivaldi, scatenando un scoppio di applausi fragorosi, il teatro non era sold out ma il calore del pubblico valeva per due teatri.
Un successo per le voci e gli strumentisti ma anche e soprattutto per la direzione artistica del teatro che è riuscita a realizzare una prima stagione barocca a Verona, un esperimento riuscitissimo che speriamo abbiamo una sua continuità.

STABAT MATER [William Fratti] Piacenza, 12 maggio 2017.
Il Teatro Municipale di Piacenza conclude la Stagione Concertistica 2016/2017 all’insegna della qualità, con un’esecuzione di primissimo livello.
Michele Mariotti respira evidentemente aria pesarese intrisa di sapore rossiniano, chiaramente presente anche nelle sue vene. Il suo Stabat Mater è struggente, toccante, pieno di lamento doloroso, emozioni e sentimenti che trasudano dall’imprescindibilità della meccanicità del compositore, avanti sui tempi di almeno mezzo secolo. Il pianto iniziale si arricchisce e si aggrava di tristezza e contemplazione, di tormento e di preghiera, fino all’apoteosi finale, con un infiammato e devoto “Amen. In sempiterna saecula” bissato, poiché il pubblico presente, seppur molto ridotto rispetto al solito, non ha voluto sentire ragioni e non smetteva di applaudire.
È davvero curioso notare come lo spettatore medio piacentino abbia disertato una serata di questo calibro, che avrebbe registrato il tutto esaurito in altri teatri, anche più grandi. Poiché non solo Michele Mariotti, alla guida della brava Filarmonica Arturo Toscanini, e l’ottimo Coro del Teatro Municipale, diretto da Corrado Casati, hanno incantato gli spettatori, ma anche i cantanti solisti, ognuno di essi da classificarsi nell’Olimpo mondiale degli interpreti rossiniani per lo stile, l’intenzione, la tecnica, nonché l’esperienza diretta con chi ha riscoperto questo grandissimo compositore.
Yolanda Auyanet è artista elegante e raffinata, precisa e omogenea.
Sonia Ganassi sembra avere ritrovato il vigore e lo smalto delle esecuzioni con cui si è internazionalmente imposta come interprete rossiniana di riferimento; gli acuti sono sinceramente deliziosi.
Antonino Siragusa è limpido, brillante e bravo fraseggiatore.
Michele Pertusi è maestro di espressività, tragico e tonante, eccellente nelle sfumature e negli accenti.
Successo strepitoso e più che meritato per tutti.

RAINER HONECK, ROMANO TOMMASINI, HERBERT KEFER, WOLFGANG TALIRZ, OLAF MANINGER, KNUT WEBER [Mirko Gragnato] Verona, 23 Maggio 2017.
Al Teatro Ristori si chiude la stagione con un concerto d’eccezione, le prime parti di due tra le più importanti orchestre sul panorama internazionale, i Wiener Philharmoniker e i Berliner Philharmoniker eseguono il sestetto in sol minore di Johannes Brahms e la Verklaerte Nacht di Arnold Schoenberg. I nazionalismi hanno sempre un carattere negativo ma la sensibilità di un tedesco è diversa per carattere ed esperienze da quella di un italiano, quindi chi meglio delle prime parti dei Wiener e dei Berliner Philharmoniker può eseguire musiche di compositori come Brahms, Schoenberg e Strauss? Per il concerto dello Streichsextett Wien-Berlin molti gli studenti dei conservatori di Verona e dintorni accorsi quasi come groupie per sentire quelle che sono per uno studente di strumento ad arco le star dello strumento, oltre che ovviamente veronesi e abbonati.
Il “capriccio op. 85” di Richard Strauss, ultima opera del compositore, porta il titolo oltre che di capriccio di “conversazione in musica” aprire il programma con questo pezzo quindi dimostra fin da subito la voglia di coinvolgere e aprire ad un dialogo con il pubblico. In programma il preludio per sestetto dove Violino e violoncello dialogano su un tappeto di note lunghe e il tema passa come un ricamo da strumento a strumento. Un pezzo ricco di trasporto e tensione che dalle scalette tremolate portano ai momenti di note acute del cello oppure ai passaggi a quintine e terzine che lasciano quella strana sensazione di spaesamento ritmico, così come le terzine in contrattempo che lasciano intendere un qualcosa di sospeso. Il tutto tempestato dall’andamento di slancio che dall’inizio con il tema del primo violino ci spinge per tutto il pezzo.
Così si aprono le danze, che nell’opera di un atto di Strauss seguono proprio il preludio, mentre si passa alle celebrazioni di ricorrenze con il sestetto n. 2 in Sol minore si rende onore ai 120 anni dalla morte del compositore tedesco Johannes Brahms, nonché i 150 anni dalla prima esecuzione a Vienna del sestetto. È la viola che con un ostinato apre l’allegro ma non troppo e il primo violino si apre la strada con discrete note filate e armonici, a mezza voce dice la parte. Ai legati in acuto dei violini si alternalo le scalette discendenti di viole e violoncelli. Il movimento forse più bello resta però il secondo, con lo scherzo giocoso, dove in tempo binario i violoncelli infiorettano la parte di pizzicati e viole e violini giocano su accenti e colori di forti e piano arricchendo il semplice movimento in due di sfumature e slancio.
A Brahms segue poi la Notte Trasfigurata di Arnold Schoenberg, un pezzo ispirato ad un testo poetico di Richard Dehmel che ai più forse non dirà molto, ma all’epoca era uno scrittore molto sentito dai suoi contemporanei, basti pensare che Thomas Mann gli invio i suoi primi lavori ricevendo da Dehmel incoraggiamento a continuare. Il testo preso dalla raccolta di Dehmen “Weib und Mad” ( donna e mondo) tratta un argomento attualissimo anche oggi: una ragazza desiderosa di divenire madre, perse le speranze di trovare il compagno della vita, sceglie uno sconosciuto per concepire un figlio, ma poco dopo si innamora e il figlio di un uomo sconosciuto che giace nel grembo della donna si trasfigura in una notte come frutto dell’amore dei due innamorati; un argomento toccante e profondo.
Ecco qui un estratto tradotto dal tedesco fatta da Diego Valeri:
“La creatura da te concepita
non pesi sul tuo cuore; oh, guarda come
luminoso risplende l’universo;
qui tutto è nella luce. Tu cammini
con me nel freddo mare, ma una fiamma
in me da te, in te da me, si spande,
che il bimbo estraneo trasfigurerà.”
Il Sehr Langsam che apre questa che è la prima vera opera matura di Schoenberg, non poteva essere eseguita in modo migliore. Il suono del violino e della viola dei Wiener e dal quartetto delle prima parti dei Berliner è un suono curato, ogni nota non è mai sola, il suono è un continuo senza mai interrompersi, anche le pause sono pregne di musica. Un fraseggio che impeccabile è dire poco, e nonostante di orchestre diverse e potremmo dire anche in competizione, per l’olimpo delle grandi orchestre, tra tutti i musicisti c’è un feeling speciale una connessione musicale spaventosa, musicisti a tutto tondo come il loro splendido suono. Una trasfigurazione musicale di questa notte che ha chiuso il programma della serata.
Ma il vero momento estatico è stato con il bis, dopo i calorosi applausi del pubblico, nonostante uno dei due violini dovesse correre a prendere un treno poco dopo, i musicisti hanno eseguito un andante di Mozart che ha acquietato le emozioni risvegliate da Schoenberg. Purtroppo il teatro non ha fatto il tutto esaurito per questo strabiliante concerto, colpevole forse una scarsa sensibilità della città alla musica da camera e la coincidenza con l’opera in filarmonico di sicuro non ha giovato. Ancora una volta però il Teatro Ristori si è mostrato di essere un teatro di alto livello, all’altezza di programmi di città come Milano, Torino o Venezia. Credo che le energie spese in questo senso diano lustro sempre più alla città in un momento che per la cultura soffre profondamente, il teatro Ristori su questo si mostra oltre che luogo di cultura anche sensibile, i biglietti a prezzi accessibili fanno si che chiunque possa beneficiare della cultura.

ANTOLOGIA DE LA ZARZUELA [Lukas Franceschini] Verona, 21 luglio 2017.
Arena traboccante di pubblico, quasi un tutto esaurito, per la serata di Gala con Placido Domingo in un programma intitolato “Antologia de la Zarzuela”.
In effetti, a onda dell’età non accertata ma bel oltre i settanta e comunque splendidamente portati, il cantante madrileno è forse l’unico che ancora riesce a riempiere il grande anfiteatro, oggigiorno non più così frequentato come un tempo per vari motivi che qui sarebbe fuori luogo analizzare. È stata una festa tutto sommato riuscita per Domingo e per il pubblico che sappiamo ama questo tipo di eventi, anche se il programma non è dei più frequentati al di fuori della nazione iberica.
La “zarzuela” è una forma d’arte che unisce musica, teatro e danza, nata in Spagna nel XVII secolo e identificata con la cultura del paese. Spesso erroneamente il termine Zarzuela è tradotto in “operetta-spagnola” poiché in essa sono contenuti molti dialoghi parlati. E’ un grossolano errore perché l’operetta ha altre caratteristiche che si scostano di molto dal genere. Infatti, in molti casi il genere della zarzuela è drammatico e pertanto si scosta fortemente dal genere allegro e spensierato delle tipiche operette francesi, tedesche, inglesi o italiane. Il momento di maggior successo della zarzuela è il XIX secolo durante il quale si affermano i maggiori autori e i titoli più rappresentativi. Tra i compositori più conosciuti si possono citare: Emilio Arrieta, Tomas Breton, Ruperto Chapì, Federico Chueca Jacinto Guerrero, Federico Moreno Torroba, José Serrano, Pablo Sorozabal e Manuel Pennella Moreno. Sarebbe lunghissimo l’elenco dei titoli, è più rilevante osservare che molti artisti, con una carriera prevalentemente operistica, hanno fornito un contributo eccellente nel genere: Teresa Berganza, Victoria De Los Angeles, Montserrat Caballé, Alfredo Kraus e Placido Domingo.
Uno spettacolo di zarzuela permette allo spettatore di godere di diversi temi e caratteri come l’amore, la politica, la società e altri ancora, a questi è affiancato un colore e uno stile musicale molto ritmato e sovente intermezzi danzati con solisti o assiemi, rendendo la zarzuela uno spettacolo unico e particolare.
Non è la prima volta che Italia si rappresenta una zarzuela, si ricordano al Teatro agli Arcimboldi le recite di Luisa Fernanda di Torroba, le quali tuttavia non riscossero un grande interesse del pubblico considerando la scarsa affluenza.
È inutile voler classificare Placido Domingo, nato artisticamente tenore, ora spacciato per baritono. In effetti, è e resta tenore anche se canta ruoli composti per baritono. Il talento scenico è immutato, la voce calda e latina risente inevitabilmente dell’usura pur restando straordinariamente ferma e molto efficace nel colore e nel fraseggio ma il settore acuto è limitato. Pertanto il concerto Antologia de la zarzuela è stato molto felice poiché gli permette di esibirsi in un repertorio a lui molto congeniale (i genitori erano cantanti abbastanza famosi e lui fece le prime esperienze in questo genere) oltremodo portare la zarzuela in uno spazio cosi grande come l’Arena di Verona ha dato la possibilità al grande pubblico di conoscere musica non eseguita nel nostro paese.
Il programma spaziava da Gimenez, Soutullo e Vert, Sorozabal e altri, in due ore e più di spettacolo abbiamo avuto il piacere di ritrovare un Domingo in altra veste, che oggigiorno è a lui più consona dei Simon Boccanegra e Macbeth. Resta ineluttabile che la grande professionalità del cantante è ammirevole come altrettanto costatare che la curva è in discesa ma restano strabilianti le intenzioni e alcune caratteristiche vocali che nonostante l’età sono impressionanti.
I brani sono stati sapientemente studiati nelle scelte, soprattutto centrali e di grande effetto, mai troppo impegnativi in acuto ma è plausibile. Non è il caso di sottolineare trasporti di tonalità, più efficaci per aiutare il cantante, il quale era per i tempi in vera serata di grazia.
Con lui c’erano il soprano Ana Maria Martinez, cantante di non particolarmente privilegiata nel timbro ma sommariamente educata, e il tenore Arturo Chacon-Cruz molto più a suo agio che nel recente Rigoletto e di buona professionalità artistica. Ma è soprattutto la Compañia di Balletto Spagnolo di “Antonio Gades” che ha trionfato nel loro abituale repertorio e dimostrato un grandissimo stile interpretativo sia nelle sezioni di accompagnamento di zarzuela sia in brani solistici su musiche spagnole appositamente coreografati.
Straordinario il passo di Flamenco nella seconda parte inframezzato dal preludio del IV atto da Carmen di Bizet.
Contrariamente a un’opera italiana diretta a Modena nella scorsa stagione è stata una grande sorpresa il direttore Jordi Bernacer, il quale ha avuto mano pregevole in un accompagnamento di grande stile, sostenuto e incalzante nel ritmo. Va lodata anche la bravura nel preparare l’Orchestra dell’Arena, non abituata al repertorio, con grande stilizzazione, cui hanno corrisposto i professori con grande carisma e partecipata intuizione.
Doveva essere un concerto invece ci siamo trovati un’esecuzione semiscenica dei vari brani, Il regista Stefano Trespidi ha attinto dai magazzini dell’Arena parte dei costumi e un po’ di scena della Carmen di Franco Zeffirelli, che vorremo dimenticare, realizzando una scena anche efficace ma altrettanto scontata e convenzionale, utilizzando comparse opportunamente in costume che facevano da portantini per inutili tavole e sedie da taverna. Tuttavia non possiamo affermare che l’intento non fosse anche riuscito, ma dava ben poca teatralità ai brani poiché non c’era un programma di sala che aiutasse il pubblico a comprendere la drammaturgia dei testi.
Decisamente superflui i coriandoli sparati al termine e i fuochi d’artificio (in stile Barbiere di Siviglia di de Ana), perché festa doveva essere, ma la festa la fa l’esecuzione, e il mero trionfalismo è proprio kitsch.
Una nota stonata è stata l’amplificazione, utilizzata da qualche tempo in Arena con opportuni riporti sul proscenio, ma in quest’occasione troppo ingombranti e al limite del fastidio.
Serata nel complesso molto apprezzata dal pubblico che voleva festeggiare Domingo e lui riconoscente ha offerto due bis (altri due erano riservati agli altri solisti) con un’autentica ovazione al termine.

VESPRO DELLA BEATA VERGINE [Lukas Franceschini] Innsbruck, 11 agosto 2017.
Mirabile esecuzione del Vespro della Beata Vergine da concerto SV 206 di Claudio Monteverdi alla Jesuitenkirche per l’Innsbrucker Festwochen der alten Musik 2017.
Il Festival della città tirolese è una realtà musicale da oltre quarant’anni, esecuzioni peculiari di musica antica e barocca, che quest’anno rende omaggio al compositore italiano Claudio Monteverdi nel 450° anniversario della nascita.
Claudio Monteverdi fu compositore più rappresentativo del ‘600 secolo per aver saputo conciliare i valori del polifonismo e della monodia accompagnata. Fu l’ideatore del dramma in musica che, attraverso diversi stili e scuole, gli sviluppi della tecnica vocale, rimarrà costante nelle sue linee fondamentali fino ai nostri giorni. In particolare si evince il nuovo linguaggio armonico legato alla concezione psicologica delle famiglie strumentali e dei timbri dell’orchestra e soprattutto sua è la capacità di risolvere con chiarezza d’idee e organicità logica i problemi della realizzazione e dell’espressione lirica nel più stretto connubio di musica e poesia.
Il complesso lavoro del Vespro della Beata Vergine, dato alle stampe nel 1610 con dedica al Papa Paolo V, è scritto sopra canti fermi a 6 voci e 6 strumenti, com’è indicato nel titolo della composizione. Esso si compone di dodici parti, alcune non appartenenti al rito liturgico del Vespro per la festa della Beata Vergine, come il Duo Seraphim a 3 voci, l’Audi Coelum a 6 voci e la Sonata sopra Sancta Maria. L’orchestra nella sua forma originale (si deve tener conto delle modifiche subite dagli strumenti dal tempo di Monteverdi a oggi) è costituita da un organo, tre cornetti, due tromboni, un trombone doppio, due e a volte tre viole, un contrabbasso da gamba e in alcune battute del Magnificat da due fifare e due flauti.
Il Vespro è uno dei momenti più alti e solenni della musica religiosa, anche se non di stretta osservanza liturgica, di Monteverdi. In quest’opera la religiosità non si condensa più nella meditazione contrappuntistica tramandata dalla tradizione con la severità della tecnica, usata nel gioco delle imitazioni e delle sequenze, quasi a trattenere gli impulsi vitali del canto.
In esso il sentimento religioso è vivo e intenso e si configura spesso come una preghiera, un inno alla divinità, concepiti come entità spirituale da cui discende la vita umana in tutte le sue ramificazioni sia profane sia terrene.
L’ascolto rende evidente l’ampio respiro del canto monteverdiano, dagli spaziosi accordi e dai ritmi vivaci rinsaldati e irrobustiti dalla magnificenza corale. Non mancano brani che rispondono a una visione musicale polifonica, continuamente variata nelle coloriture e negli spunti tematici, e in altri un carattere madrigalesco, o sortite virtuosistiche del canto.
Molto particolare è il Magnificat conclusivo del Vespro. Monteverdi scrisse due Magnificat; il primo più denso e sostanzioso per sette voci e strumenti, quali violini, cornetti, viola da braccio e organo, mentre l’altro è per sei voci e solo organo. Entrambi riflettono una grandiosità di concezione corale e dimostrano la forza inventiva e l’originalità creatrice del compositore. Il Magnificat chiude il Vespro in un clima di esaltante grandiosità vocale e strumentale e tra i più indicativi di questa costruzione polifonica che può a tutti gli effetti collocarsi non solo tra i vertici della musica barocca ma di tutti i tempi.
L’ottima realizzazione concertata da Rinaldo Alessandrini, il quale guidava il “suo” complesso Concerto Italiano, è una versione intima e leggera del capolavoro barocco. Pur nella non perfetta acustica che offre una chiesa, il suono è compatto e ricco di pathos, quasi struggente, in bilico tra sacro e profano, ma emerge soprattutto l’alto valore esecutivo dell’ensemble, voci e strumenti. Se al direttore va il plauso dell’esecuzione stilizzata e della concezione armonica della prassi esecutiva, non è da meno il valore dei dieci cantanti, i quali si producono in un canto coeso d’assieme contraddistinto dall’impeccabile sonorità di rilevante ascolto, squisitamente ricercata e colorata, e la perfetta intonazione. Sarebbe ingiusto segnalarli singolarmente ma prove come quelle di Raffaele Giordani e Furio Zanasi sono sicuramente ragguardevoli.
Il gruppo Concerto Italiano è un ottimo ensemble, ormai conosciuto da anni, la cui performance è solamente impeccabile e di raro ascolto su strumenti originali, la cui prova è ancor più ragguardevole per il colore avvincente dato all’esecuzione.

SINFONIA N. 9 [Lukas Franceschini] Verona, 15 agosto 2017.
La Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven è stata eseguita per la prima volta all’Arena, anche se nel 1975 Maurice Bejart creò un balletto sulla stessa musica e fu rappresentato per tre serate.
La tradizione del concerto sinfonico era una prassi abbastanza considerata in Arena fino ai primi anni ’80, in seguito del tutto abbandonata. Sarebbe invece auspicabile un recupero di tale tradizione, come sperimentato negli ultimi anni, poiché con oculate scelte potrebbero essere realizzate serate diverse dall’opera e non meno apprezzate dal pubblico.
La Sinfonia n. 9 in re min. Op. 125, per quattro voci soliste e coro, è l’ultima sinfonia del compositore tedesco, e fu composta a dieci anni di distanza dalla precedente. È palese che la composizione appartenga ai vertici espressivi di Beethoven, che in quel periodo creò un mondo nuovo nella composizione spezzando definitivamente le barrire con della tradizione cercando nuovi sbocchi espressivi. Impossibile un parallelo con i lavori precedenti, nella sinfonia gli incisi tematici spesso non hanno un valore melodico autonomo, sono solo un materiale naturale che sta fine se stesso. Rilevante l’inciso ritmico iniziale da cui si erge la costruzione dell’allegro, straordinario per la tematica semplicità. Differentemente alla tradizione il secondo movimento è uno scherzo, nel quale Beethoven trova una delle pagine più sconvolgenti della struttura formale, con sonorità misteriose o selvagge. Il presto aggredisce per la veemenza degli archi (violoncelli e contrabbassi) con l’inizio della parte solistica cantata, sulle liriche di Schiller, sviluppandosi in un finale che è un tripudio corale e orchestrale. Questo brano segna un’impressionante novità e anche complessità esecutiva, molto ardita per le voci. La sinfonia termina con una grande doppia fuga, vero proprio apogeo della titanica composizione, il cui significato dell’inno di gioia è la fiducia nell’uomo, spesso disattesa.
L’esecuzione veronese era penalizzata da una pessima amplificazione, la quale sappiamo, è necessaria ma con le tecnologie attuali potrebbe essere migliorata, e di molto, poiché già durante i primi tre movimenti (solo orchestrali) il problema era molto evidente nello squilibrio delle diverse componenti strumentali dell’orchestra, rendendosi ancor più palese quando il basso ha intonato la prima frase cantata “O Freunde”, il cui ascolto era palesemente imbarazzante. Tutto questo ha penalizzato enormemente un’esecuzione che in sé avrebbe potuto avere più rilevanza.
Sul podio abbiamo avuto il maestro Daniel Oren, che oltre alla professionalità sempre dimostrata nella lunga carriera, non è mai stato un direttore tipicamente concertistico ma piuttosto operistico. Tuttavia, non sono mancate intuizioni accattivanti e momenti di buona concertazione, anche se il filo narrativo non sempre era coerente. E dobbiamo aggiungere che forse il momento migliore è stato l’esecuzione dell’ultimo movimento, molto trascinante e con buone dinamiche riprese dei temi, che hanno determinato il successo della serata.
L’Orchestra dell’Arena di Verona è stata volenterosa con buoni risultati, però con il dubbio anche che le prove siano state risicate poiché spesso l’espressione delle singole sezioni non era collimata.
Molto buona la prova del Coro diretto da Vito Lombardi che si ritaglia un successo tutto meritato.
Nel complesso soddisfacente il quartetto di solisti che schierava una limpida Erika Grimaldi, una collaudata Daniela Barcellona, però un po’ in ombra, uno svettante Saimir Pirgu, e un professionale Ugo Guagliardo, forse il più penalizzato dall’amplificazione, e non sempre preciso nell’intonazione.
Serata trionfale per la risposta del pubblico ma molto discutibile sul piano musicale considerato che la citata amplificazione è stata rafforzata nel finale, il brano più conosciuto, che ha esaltato il non troppo esperto pubblico alla concertistica ma molto numeroso per l’occasione.

ALEXANDER MALOFEEV, KIRSTJAN JARVI [Mirko Gragnato] Merano, 23 agosto 2017.
Con la 32° edizione delle “Meraner Musik Wochen” si celebra anche il giubileo per i 700 anni della cittadina di Merano. Ad inaugurare questa edizione la Baltic Sea Philharmonic diretta da Kirstjan Jarvi che accompagna il giovanissimo e già acclamato pianista Alexander Malofeev. Un programma tutto del secolo scorso che da Strawinsky e Rachmaninoff si lega ad Arvo Part. La Kursaal è gremita, c’è molta attesa e i Meranesi non mancano a questa importante apertura, sono 32 anni quest’anno. Dopo un discorso del presidente dell’associazione “Settimane Musicali Meranesi” vengono portati i saluti dell’amministrazione della città che ricorda le tante iniziative per i 700 anni che la cittadina di Merano si presta a festeggiare con mostre e altrettanti eventi culturali, che nella rassegna musicale trovano importante riferimento, infatti con ben cinque cicli – classic, barocco, colours of music, matinée classique e vox humana – le Settimane musicali meranesi si confermano il Festival di musica classica dell’Alto Adige per antonomasia.
Sembra ormai una tradizione, alle Meraner Musik Wochen, iniziare con il fair-play, l’onore di aprire le danze, anzi i concerti, spetta all’ospite che quest’anno è la Baltic Sea Philharmonic, un’orchestra che nel nome racchiude un senso di internazionalità e di cooperazione, infatti i giovani e giovanissimi musicisti di questa formazione orchestrale vengono dai paesi che condividono le acque del baltico tra cui: Finlandia, Russia ed Estonia le cui città più importanti si affacciano sul mare come dirimpettai sul pianerottolo di casa.
Ecco che il primo pezzo del programma di questa edizione è proprio di un Estone, Arvo Part, con ”Swan Song”- trascrizione orchestrale da “Littlemore Tractus” per solo coro e organo che ha visto la luce nel 2014 e dedicato alla controversa vicenda della conversione di John Henry Newman dall’anglicanesimo al cattolicesimo, avvenuta subito dopo i drammatici avvenimenti della seconda guerra mondiale -. L’apertura delle Meraner Musik Wochen viene fatta in punta di piedi, con pizzicati in pianissimo degli archi che lasciano via via spazio ai suoni filati dei legni in un via via crescendo che poi così come magicamente apre le sonorità dell’orchestra sfumando svanisce in un delicato pianissimo.
Dopo questa piccola ed elegante introduzione di un compositore vivente, sale sul palco un piccolo ma grande musicista, Alexandeer Malofeev, 16 anni, è già vincitore del primo premio Tchaikovsky di Mosca nel 2014.
Una parte non semplice per un giovinetto, il pianista e compositore Sergej Rachmaninoff era famoso per le sue mani grandi e questo di certo era un valido strumento nei passaggi e per aprire le dita agli spazi tra tasti bianchi e neri della tastiera, ma le piccole mani di Alexander Malofeev però non disattendono il nome del compositore russo, i salti, gli accordi e i rapidi passaggi sulla tastiera avvengono con agilità e abilità tecniche, condite da un suono delicato; al giovane Malofeev si può forse dire che manchi il peso e la forza per estrarre appieno le sonorità del pianoforte, ma il dialogo perfetto con il direttore Kristian Jarvi e con l’orchestra hanno fatto si che si creasse un perfetto equilibrio. Grande intesa tra il pianista e il direttore. Dopo Scrosci di applausi nonostante l’impegno fisico di un concerto di Rachmaninoff, Malofeev ha concesso ben due bis.
Nella seconda parte del programma uno dei momenti più forti dell’intera serata, sul palco della Kurssaal poche sedie, nessun leggio, la Baltic Sea Philarmonic si dispone, violoncelli in centro, e tutti gli altri in piedi.
È il momento dell’uccello di fuoco di Igor Strawinsky che viene suonato a memoria, Kristian Jarvi nell’introduzione che fa di questa parte del programma in inglese dice “Play By Heart”, che tradotto significa suonare a memoria, ma il senso letterale è suonare dal cuore; esattamente quello che è avvenuto con questa formidabile partitura.
Non dovendo badare alla musica sul leggio i musicisti entrano in una dimensione che va oltre la lettura, si crea un’immersione totale nella musica, ogni musicista ascolta perfettamente il suo compagno di strumento i suoi vicini, si aprono gli occhi a quello che succede intorno a 360 gradi creando un’intesa e una dimensione sonora totalizzante; l’orchestra vive e respira all’unisono. Gli ingressi dei fiati sono un ricamo di un unico filo e si intrecciano l’uno sull’altro. Quando, dopo il delicato pianissimo, scoppia il fortissimo tema del firebird, è subito sorpresa e più di qualche spettatore sussulta sulla sedia, uno tsunami acustico travolge la Kursaal in quest’onda sonora del mar Baltico. Tutta l’intesa dell’andare oltre la musica stampata diventa un amplificatore, una sonorità unica, una libertà che arricchisce le dinamiche: ogni piano è veramente piano, ogni forte è veramente forte, perché ogni musicista è unito l’un all’altro dall’ascolto reciproco. I musicisti si cercano con lo sguardo e si ritrovano nell’insieme, tra gli archi non è più questione di arcate su e giù, ma è quel movimento che rende il suono per come l’orchestra vuole, un organismo unico.
In questa straordinaria resa grande artefice è Kristjan Jarvi che trasporta l’intera orchestra in questa esecuzione che per la prima volta avviene in Italia. La direzione di Jarvi oltre ad essere frutto di un intesa speciale con la Baltic Sea è un vero spettacolo, un balletto dove gli attacchi esplodono come i colpi di un pistolero senza mancarne, con una conoscenza profonda e condivisa Jarvi disegna la partitura nell’aria suggerendo la linea musicale ai giovani musicisti per dare sicurezza e far uscire il suono in modo certo e convinto senza nessun tentennamento, è solo la terza volta che questa orchestra esegue in concerto l’uccello di fuoco “col cuore”, ricordando l’intera partitura. C’era da aspettarselo, Alla fine del pezzo si è scatenato un applauso interminabile, più di 5 minuti di applausi per tutta l’orchestra e per ogni prima parte, speciali apprezzamenti al solo di Fagotto e di Corno, e a tutte le compagini di percussioni e fiati che Jarvi invita a salire sul podio, perché ogni musicista in una completa consapevolezza e conoscenza della propria parte ma anche della parte dei suoi vicini, dei suoi compagni d’orchestra è stato co-direttore e così per ogni giovane, che arricchisce questa compagine, un giusto e meritato momento di gloria.
Il concerto non poteva che concludersi con un pezzo di un compositore finlandese, Sibelius, l'”andante festivo” dai pezzi di Kuolema, un viaggio musicale del mar baltico le cui acque fredde si scaldano con questa musica che viene dal cuore.

ANGELO MANZOTTI [Lukas Franceschini] Vicenza 27 agosto 2017.
Grande serata di musica barocca nella rassegna “Vicenza in Lirica” all’Oratorio di San Nicola da Tolentino con protagonista il controtenore Angelo Manzotti.
La splendida chiesa nel cuore della città, da pochi anni restaurata, è stata cornice ideale per un programma sviluppato su opere di Georg Friedrich Händel e Antonio Vivaldi, due autori settecenteschi che hanno maggiormente composto per i celeberrimi castrati. Oggi nella prassi esecutiva recuperati dalle voci maschili dei controtenori, alle quali appartiene a pieno titolo da anni il cantante mantovano Angelo Manzotti che nel corso di una lunga carriera ha saputo dare seguito a uno stile esecutivo di rilevante efficacia, comprovato da numerose esecuzioni internazionali e da una vasta serie d’incisioni discografiche. Lo stesso Manzotti è stato inoltre docente di una masterclass nell’ambito del Festival.
Il programma spaziava in arie di particolare esecuzione virtuosistica affiancate da altre di più intimista espressione d’abbandono melodico. Del compositore tedesco abbiamo ascoltato una sofferta e appassionata “Cara Sposa” da Rinaldo, e da Giulio Cesare “Empio dirò tu sei” e “Aure deh per pietà” nelle quali l’eccelsa tecnica del cantante ha coniugato man 3ottimamente lo stile virtuoso. In conclusione, la perfetta coloratura è culminata nell’esecuzione dell’aria “Furibondo spira il vento” da Partenope.
Di Vivaldi sono state eseguite tre arie dal capolavoro “Orlando furioso”, nelle quali grande classe e interpretazione sono focalizzate soprattutto, in “Sorge l’irato nembo”, mentre la duttilità del cantante è stata confermata in “Nel profondo cieco mondo” sortita di Orlando nell’opera. Di grande emozione gli abbandoni stilistici espressi in “Sol da te mio dolce amore” con flauto obbligato, solista Mario Mazza, eccelso esecutore che ha “duettato” con Manzotti in una raffinatissima esecuzione, nella quale si ammirano non solo musicalità e tecnica ma stile e rigorosa interpretazione filologica.
Non meno lodevole l’ensemble raggruppato per l’occasione, con Alberto Maron, cembalista, che ha concertato con grande stile e classe, coadiuvando gli altri strumentisti, che giustamente citiamo: Simone Pirri e Chiara Arzenton (violini), Elena Gelmi man 4(viola), Marco Casonato (violotto) ed Enrico Ruberti (violone). Esemplari sono state le esecuzioni del Concerto RV 156 e della Sinfonia RV 168 di Vivaldi, che hanno intervallato il concerto di arie soliste. L’entusiasmo, la professionalità e il talento dei giovani strumentisti, assieme all’alta classe del controtenore, sono stati premiati al termine da numerosi e ripetuti applausi da parte del folto pubblico che gremiva l’oratorio vicentino.

COSTANZA PRINCIPE, CEM MANSUR [Mirko Gragnato] Verona, 3 settembre 2017.
Il Settembre dell’Accademia di Verona, l’evento sinfonico dell’istituzione musicale più antica al mondo apre con un anteprima che ospita la Youth Turkish Orchestra guidata da Cem Mansur con il famigerato concerto per pianoforte di Rachmaninov in Re Minore con la pianista Costanza Principe.
Molti teatri stanno dedicando le anteprime per l’apertura delle loro stagioni ai giovani, ad un pubblico under30, questa iniziativa che trova spazio in teatri come La Scala di Milano, il Teatro Massimo di Palermo e recentemente come nuova esperienza anche al Festival Verdi di Parma. L’Accademia Filarmonica fa qualcosa di più, porta un’orchestra di giovani per l’anteprima del settembre: la Youth Turkish Orchestra. Un palcoscenico tutto giovanile dove si avverte la freschezza di chi appena raggiunte le abilità del musicista formato intraprende i primi passi nell’esperienza del vero lavoro del musicista. Un’orchestra giovanile che affronta un programma molto intenso tra partiture di Strauss, Dvorak, Borodin e Rachmaninov.
Il concerto per pianoforte n 3 del famoso pianista e compositore Russo vede alla tastiera la giovane Costanza Principe; un contrasto tale quello tra i tasti bianchi e neri del pianoforte: i dorati capelli biondi della pianista inframezzati ai capelli corvini dei giovani turchi.
Costanza Principe in questo difficile concerto per pianoforte ha dimostrato di avere nelle mani l’intera conoscenza della parte, grande consapevolezza del fraseggio e dell’intenzione musicale. Sin dall’inizio più disteso nel legatissimo che apre la parte sino a passi più drammatici e nervosi; respiri, legature si muovono in un intreccio che dimostra una conoscenza non solo tecnica ma anche di intenzione dell’intera parte.
Dal Fazioli gran coda che aveva preso spazio tra il leggio dell’orchestra però Principe non riesce ad estrarre tutto il potere sonoro, la precisione e la consapevolezza purtroppo mancano di quella forza acustica che il concerto richiede, una partitura che necessita infatti di uno sforzo fisico non indifferente. Questa performance non è infatti solo per musicisti, ma per degli atleti delle dita, la giovane Costanza non riesce in questa sfida a raggiungere il primo posto del podio in questa difficile gara, nonostante il risultato di gran pregio.
Nel secondo movimento in questo intermezzo Adagio Costanza Principe riesce a tirare fuori quel suono pieno e il giusto peso, quindi tempo di continuare gli allenamenti alla tastiera e sicuramente appena raggiunta la forza fisica necessaria questa giovane pianista avrà molto da offrire e sorprendere, quindi non resta che aver fiducia e aspettare. La Youth Turkish Orchestra invece, nonostante sia composta da giovani, ha un suono molto avvolgente e forte. Il Maestro Cem Mansur nel guidarla cerca di trovare poi quello speciale equilibrio di colori, ne “Le steppe dell’asia centrale” di Alexander Borodin, che faceva da Prologo al concerto di Rachmaninov, interessante l’ingresso dei violini nell’armonico in pianissimo a leggio, così da creare un pianissimo che si intensifica a poco a poco come un vento gelido che si avvicina e sfiora la steppa. Al quale poi l’alternarsi dei legni e dei fiati si muove in un intreccio di timbri diversi su questa linea molto semplice ma forte di questa semplicità, il tema passa dal clarinetto, all’oboe, al fagotto e così via. Di grande cura il suono dei fiati di questa giovane orchestra, specialmente clarinetto e corno.
Dalla Russia ci si sposta al “Don Juan” di Richard Strauss, la prima vera grande partitura sinfonica di Richard Strauss, così come giovane è quest’orchestra giovane era Straus, appena 24 enne. Un pezzo che riesce con la sua musicalità ispirata dalla lettura del Don Juan di Nikolaus Lenau, ad incarnare il vigore e la sensualità tipica della giovinezza. La spavalda apertura i temi languidi sino al famosissimo tema dei corni, che in questa orchestra hanno dato prova di grandi abilità, campane alte e formidabile slancio.
Nel programma anche le variazioni sinfoniche di Dvorak, un’orchestra giovane ma di grande coinvolgimento musicale, molti applausi a tutte le compagini e alle prime parti. L’orchestra infatti ha regalato al caloroso pubblico bene due bis con l’ouverture della Forza del Destino di Giuseppe Verdi e la Farandole dalla II suite di Georges Bizet. Un gesto di coraggio e lungimiranza, in questi tempi difficili dove il tema delle guerre e dei profughi è così caldo, aprire con un’anteprima che invita un’orchestra turca. Una dimostrazione di come la cultura possa essere ponte per abbattere muri e andare oltre le frontiere, mosso da quel linguaggio universale che è proprio la musica, missione che l’Accademia Filarmonica da quasi mezzo secolo continua a prodigarsi per realizzare, “Coelorum Imitatur Concentum”.

THEODORE CURRENTZIS [Mirko Gragnato] Merano, 5 settembre 2017.
Alle Meraner Musik Wochen i Musica Aeterna guidati dal loro vigoroso direttore Theodore Currentzis, un programma che unisce il requiem di Mozart alle musiche di Ligeti e Snittcke.
Quando in programma ci sono i Musica Aeterna non si può parlare di un semplice concerto ma di una performance. La Kursaal è lasciata al buio mentre il coro inizia a cantare nel foyer, un momento di smarrimento, che all’ingresso dei coristi in processione trasporta in un momento liturgico, vicino per intensità e pathos alla veglia di Pasqua. La Kursaal si trasforma in una basilica a tre navate dove il palcoscenico diventa l’abside dell’altar maggiore dove si compie un rito, il rito del canto. Il coro si dispone in cerchio e Currentzis ne è il centro, musiche difficili quelle di questa prima parte del programma quasi per addetti ai lavori, avviene un mistero concertistico che lascia il pubblico smarrito. Il coro è come estatico, concentrato sulla realizzazione dei difficili passi che portano a momenti di tensiva dissonanza: quarte eccedenti, settime, armonie che tengono viva l’attenzione del pubblico in questi sentieri musicali poco battuti, che portano il nome di Ligeti e Snittcke. Mettiamo da parte il latino della pronuncia restituita che indurisce le orazioni cantate, come il Salve Regina, lasciando magari qualche filologo medievista un po’scocciato, pur tuttavia mostrando un’efficace cura, un lavoro quasi di bulino sull’aspetto delle vocalità: messe di voce, impercettibili pianissimi, effetti sonori generati dal sussurro o dal respiro. Sembra che Currentzis non voglia comunicare nulla al pubblico, ma tutt’altro, celebrare un mistero comprensibile a pochi, lasciando stordita la sala, complice anche un cambio di programma dell’ultimo momento.
Momenti liturgici davvero, chi va a sentire un concerto di Musica Aeterna non va solo ad ascoltare, ma anche a vedere, giochi di luci, ombre e coreografie arricchiscono come per la recita di un dramma le parti dei coristi, che non solo cantano a memoria ma si muovono sul palcoscenico come attori di un’opera. Gli applausi timidi, forse perché intontiti da un’ora di musica senza sosta, che immergeva in una dimensione completamente nuova, anche per i più esperti delle stagioni teatrali. La stessa sensazione che poteva provare un contadino del medioevo andando alla messa tutta in latino, spettatore passivo di un’azione che avveniva tra pochi individui isolati nel presbiterio. Un vero spettacolo che forse per eccezionalità di programma e intensità trova la chiave del successo dei Musica Aeterna e di Theodore Currentzis.
Kursaal gremita per questa prima volta di Currentzis alle Meraner Musikwochen, che l’anno scorso aveva dato forfait a causa di un febbrone, nella seconda parte un programma più classico il requiem di Mozart k. 626. Gli orchestrali portano gli stessi abiti del coro, lunghe tuniche come i membri di un ordine, riconoscibili dalle vesti indossate, nere come le cocolle dei benedettini. Tutti in piedi i musicisti, tranne che per i violoncelli. La cura della parte dei cantanti mostra sempre un livello alto, le entrate delle parti sono curate con minuzia e grande attenzione su tutti gli ingressi delle voci, particolare bellezza la parte del coro maschile all’inizio dell’introitus del Requiem. Nel Tuba Mirum, il trombone giunto nelle prime file intona le note a memoria per accompagnare la formidabile pienezza del basso Tareq Nazmi voce che il tenore Thomas Cooley non eguaglia per forza acustica, in questo alternarsi delle voci pregevole quella del soprano Julia Lezhneva: leggera e chiara ma di grande presenza vocale, che già nell’introuitus ci aveva incantato con la sua voce angelica. Grande dolcezza sulle vocalità come nell’Hostias o nel Lacrimosa del solo coro femminile. Dopo la registrazione del requiem nel 2011, che ha ricevuto ampio appoggio dalla critica, sentire il requiem dal vivo però porta alla luce alcune cose che in registrazione stranamente non si sentono, dove molto prende il coro. La parte dell’orchestra è, e in particolar modo quella degli archi, eseguita con molta secchezza e brevità, i passaggi dei violini sembrano graffi, strappati. Se l’esecuzione è in una vera chiesa dove l’eco della struttura crea un continuum, un dialogo con l’architettura del luogo sacro, questo ha un senso ma in un auditorium dall’acustica pressoché perfetta questo va a ridurre il potere musicale della partitura orchestrale. Tutta la cura sulla vocalità si perde sull’uso di questa scelta di prassi esecutiva per l’orchestra.
Un personaggio controverso quindi Currentzis, che a fine requiem nonostante timidi applausi fossero iniziati a conclusione del Lux Aeterna, ha tenuto l’orchestra salda, pietrificata, in un momento di stordimento questi applausi vanno a spegnersi ed è allora che finalmente Currentzis lascia la tensione silente per un applauso che ormai perde di significato perché non più figlio delle emozioni provate. In un periodo storico dove i teatri e le orchestre si aprono al loro pubblico per creare una relazione nuova e più salda, dalla Madre Russia Theodore Currenztis sembra sia alla ricerca di un pubblico semplice spettatore ed estraneo al mondo che sembra volere sacrale della musica, sono altri i tempi e come diceva Watzlavich padre della scuola della comunicazione “la relazione influenza il contenuto” e se il contenuto è la musica, è importante comunicarlo con coinvolgimento e dialogo.

INGO METZMACHER, JEAN-YVES THIBAUDET [Lukas Franceschini] Verona, 8 settembre 2017.
Per l’ufficiale apertura del Settembre dell’Accademia sul palco del Teatro Filarmonico sale la Mahler Jugend Orchester diretta da Ingo Metzmacher, un programma quasi tutto novecentesco con tocco quasi jazzistico con il concerto per pianoforte in Fa maggiore di Gershwin affidato Jean-Yves Thibaudet.
Teatro gremito, come a Verona si vede raramente per i concerti sinfonici, l’Accademia Filarmonica riesce così a celebrare il teatro a cui dà il nome e che fece costruire agli inizi del ‘700. Nonostante bombardamenti e incendi il Filarmonico è sempre tornato in piedi per continuare la missione dell’Accademia nel promuovere la musica in tutti i suoi aspetti.
Se all’anteprima si è partiti con l’ospite straniero, con la Youth Turkish Orchestra, in questo concerto di apertura si parla sempre di orchestra giovanile, una creatura del compianto Maestro Claudio Abbado e che celebra quest’anno il trentesimo anno di fondazione: La Gustav Mahler Jugend Orchester, orchestra che si fregia per le sue attività del patrocinio della Commissione Europea. Un settembre tarato quindi sul dare ampio spazio alle giovani generazioni che però propongono un programma tutto che facile con musiche di Bartòk, Ravel, Gershwin e Dvorak. Programma molto ricco come la compagine GMJO visto il gran numero di musicisti, più di 100, che hanno riempito letteralmente l’intero palcoscenico del Filarmonico.
Il Concerto n. 1 di Gershwin ha dato una ventata di vivacità e freschezza a questa apertura ufficiale del settembre. Il pianoforte era affidato Jean-Yves Thibaudet, pianista francese dall’affermata carriera che vanta collaborazioni con grandissimi artisti tra cui Cecilia Bartoli e Yurij Bashmet oltre ad un ricchissimo numero di registrazioni. Un concerto quello di Gershwin che esalta la natura percussiva del pianoforte, intento che si manifesta sin dall’apertura del concerto affidata ai timpani. Il pianoforte viene quindi rivisitato e va ad aprire un dialogo con tutti strumenti ma con un fare percussivo, i fiati si danno a staccatissimi, gli archi a picchiettati e Thibaudet gioca con il pianoforte in queste nuove nuance che Gershwin va ad esplorare dando un sapore a tratti jazzistici e dall’impressione improvvisati come gli scivolamenti delle dita sulla tastiera. Un pianista che al repertorio del novecento con autori come Messiaen, Shostakovich o Ravel si è ampiamente dedicato e che si muove tra queste musicalità come un pesce guizzante.
La GMJO dimostra in tutto il programma la grande capacità sinfonica e di forte dialogo tra le sezioni. Un concerto dedicato molto alla dimensione percussiva prima con Gershwin e poi con la pantomima sinfonica di Bartòk de “Il mandarino meraviglioso”. L’orchestra in questo pezzo estrae tutti gli strumenti e strumentini, dal gong all’organo, senza esclusioni. Le sonorità si fanno potenti, dal ritmo martellante oltre che in alcuni passi suadenti; davvero “meraviglioso“ il solo del clarinetto che diventa incarnazione della seduzione in questa favola con un finale che non si sa se dire lieto o tragico.
Una grande apertura, con uno sguardo verso tempi più recenti, segnando il passo che per fare una bella stagione si può andare oltre i concerti o alle sinfonie di Beethoven ma anche guardare a tempi più prossimi da grandi risultati. Per la Gustav Mahler Jugend Orchester grandi applausi, concerto che si conclude con un abbraccio tra i compagni di leggio, come ogni orchestra di tradizione d’oltralpe insegna.

YURI TEMIRKANOV, BEATRICE RANA [Mirko Gragnato] Verona, 12 Settembre 2017.
L’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov ci trasporta nella musica russa con le partiture di Rimsky-Korsakov con Sheherazade e Cajkovskij con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 affidato alla giovanissima e valentissima Beatrice Rana.
Cosa di meglio dei russi che suonano i russi, ecco quindi l’Orchestra di San Pietroburgo, che è di certo una delle più pregevoli e insieme a Beatrice Rana nel cartellone sono forse una delle date di maggior rilievo nel Settembre dell’Accademia di quest’anno.
Come già scritto i pianisti giovani o giovanissimi dimostrano una versatilità spiccata e una dote musicale sorprendente nell’approccio alla musica che nonostante la giovane età dimostra un senso profondo della musica che non diventa quindi mero tecnicismo, nei giovani virtuosi però manca una energia che nel tocco alla tastiera non fa mancare il senso e la visione mentale del pezzo maturata con lo studio. Concerti come Rachmaninov o Cajkovskij richiedono infatti un importante sforzo fisico dalle mani e dalle braccia del pianista: Beatrice Rana oltre che le doti di una valentissima musicista dimostra un’energia e una forza esecutiva che attingono a quel vigore della gioventù.
L’orchestra viene invasa dalla sonorità che la giovane Beatrice, ormai affermatissima, riesce a dare allo strumento con una pregevole esecuzione. Sin dai primi accordi dopo l’elegante prologo dell’orchestra il pianoforte si prende tutta la scena, acclamando con voce piena la sua forza e la sua pienezza di strumento principe. Beatrice Rana, osannata per questa bellissima esecuzione, ha concesso come bis un lied di Schumann trascritto per pianoforte solo; la giovane, dopo aver dato tutta sé stessa nel concerto con bellissimo impiego di colori e una scioltezza di grande respiro, nel bis è risultata un po’ rigida, ma a tanti applausi non sembrava elegante lasciare il pubblico senza un pezzo ulteriore. Una giovane grande pianista!
Il programma si conclude con la suite sinfonica Sheherazade, di Nikolaj Rimsky-Korsakov, qui il maestro Temirkanov ormai mostro sacro della direzione orchestrale ha condotto la Filarmonica di San Pietroburgo nei luoghi delle mille e una notte, veleggiando con Sinbad o correndo per un bazar. La direzione oramai rigorosamente senza bacchetta, in una intervista il maestro aveva dichiarato che non potendo più affidarsi al suo fedele artigiano che gli costruiva le bacchette ha deciso di lasciare questo prolungamento delle intenzioni del direttore d’orchestra per dirigere “a mani nude” . Il gesto del maestro racchiude la delicatezza di una pennellata o di una carezza, e con questo semplice scorrere le mani riesce a curare molte sfumature nell’esecuzione, senza sbracciamenti, salti o mugugni, egli diventa anche maestro di eleganza e di semplicità nella gestualità delle mani.
Rotonde e piene le entrate degli ottoni, senza strappare, con i via vai di legni che condiscono questo pezzo, ma la sezione di maggior pregio nella compagine della Filarmonica di San Pietroburgo è sicuramente quella degli archi, tuttavia i soli del primo violoncello e del violino di spalla avevano un timbro aspro, probabilmente piacerà al pubblico russo ma strideva un po’ con l’intento incantato nel raccontare Sheherazade.
Il pubblico di un Teatro Filarmonico gremito ha tributo lunghissimi applausi all’orchestra e al suo importantissimo direttore che non hanno potuto esimersi dall’eseguire un bis.

SEMYON BYCHKOV, KIRILL GERSTEIN [Lukas Franceschini] Verona, 17 settembre 2017.
Il quarto concerto della 17ª edizione de Il Settembre dell’Accademia ha visto il ritorno a Verona dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, in quest’occasione diretta da Semyon Bychkov e con la partecipazione del pianista Kirill Gerstein.
In programma il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in do min. Op. 18 di Sergej Vasil’evic Rachmaninov e la Sinfonia n. 4 in fa min. Op. 36 di Petr Il’ic Cajkovskij.
Il Concerto n. 2 è una delle prime composizioni mature di Rachmaninov (1901), il quale oltre ad essere considerato dai più autorevoli musicologi il più riuscito è il più famoso ed eseguito dei quattro composti. Trattasi di uno spartito ridondante di pathos romantico e di melodie molto personali, le quali si alternano nella composizione in un racconto rai 2drammatico. In particolare il primo movimento pone il pianoforte al centro di sviluppi quasi di ribellione con l’orchestra, seguito, nel secondo, da un carattere elegiaco. Il finale è invece un alternarsi di episodi vivaci con atmosfere più cupe, nei quali lo strumento solista raggiunge vette di virtuosismo che possiamo definire eccezionale.
La Sinfonia n. 4 (1877) è una delle composizioni più ispirate di Cajkovskij in particolar modo alla musica popolare russa. Restano celebri la fanfare iniziale, l’accorata melodia nel secondo movimento, il formidabile pizzicato, per finire con la viva concitazione del quarto movimento. Dedicata alla mecenate von Meck, in una lettera a lei indirizzata, il compositore specifica che la sinfonia contiene temi della sua emozione con la sua corrispondenza: il fato che ostacola il loro rapporto, la melanconia delle ore serali, l’abbraccio quasi capriccioso nei suoi confronti e la festa popolare, identificata nella felicità altrui quando l’infelicità impera in se stessi. Le forti emozioni espresse fanno di questa partitura una delle più apprezzate sia dagli esecutori sia dal pubblico.
Il pianista Kirill Gerstein è straordinario per perizia tecnica, nella quale ha dimostrato una precisione impressionante, cui bisogna aggiungere un fraseggio con la tastiera che rende la sua mano un tutt’uno con lo strumento. Inoltre, è capace di una peculiare interpretazione nelle sfumature e nei colori, e una suggestiva liricità nelle pagine più romantiche. Una grande esibizione che è stata premiata con calorosi applausi dal pubblico il quale a sua volta è stato rai 3omaggiato con un bis. “Melodia” sempre di Rachmaninov.
Il direttore Semyon Bychkov concerta un’orchestra di grande rango, che conferma l’attitudine a un repertorio poliedrico. Essa è stata brillantissima e omogenea in tutti i settori, sonorità controllate, quasi cameristiche, ma di grande emozione. La bacchetta viceversa, in Rachmaninov, sceglie una strada interpretativa molto sdolcinata con tempi molto dilatati, che per gusto interpretativo ha leggermente deluso poiché ci si aspettava più vigore. Stile cambiato radicalmente in Cajkovskij, nel quale ha impressionato la tensione narrativa dell’”affresco” sinfonico, rifinito in ogni particolare, non tralasciando una drammaticità ora latente ora più accentuata ma sempre condotta in bilico tra sonorità accese o intense melodie post-romantiche. In tale ottica è stato da mozzafiato l’esecuzione del III movimento “pizzicato”.
Anche per l’orchestra un fuoriprogramma “Variazioni Enigma” di Edward Elgar, un tocco di straordinaria poesia musicale.
Successo trionfale al termine con ripetute chiamate per il pianista e il direttore.

ESA PEKKA SALONEN [Mirko Gragnato] Verona, 20 settembre 2017.
La Philarmonia Orchestra inaugura il suo tour partendo dal filarmonico di Verona, alla sua guida il suo direttore stabile, il Maestro Esa Pekka Salonen. Un concerto pregno di sinfonismo quello della Philarmonia Orchestra di Londra, che affianca Sibelius e Beethoven.
Apre il programma la Morte di Melisanda, un pezzo struggente che sottovoce a poco a poco fa prendere possesso del teatro all’orchestra sino al forte crescendo. Una suite orchestrale il Pelléas e Melisande, tema cui moltissimi compositori hanno dedicato il loro lavoro, tra cui ovviamente Debussy, ma anche Fauré e Schoenberg; la versione di Sibelius, commissionata dal teatro svedese più di un secolo fa è poco eseguita nella sua interezza. Essa è il frutto di un Sibelius dalle grandi capacità descrittive nella musica nonostante sonorità delicate si delinea bene l’atmosfera e l’ambientazione di questo dramma amoroso legato agli scherzi della sorte e ad amori impossibili. Il leggero ricamo melodico dei violini ci lascia sospesi in un’atmosfera eterea, sino alla sostanza del forte dei corni. La morte di Melisanda, l’ultimo dei nove pezzi di questa suite è un brano struggente che ha lasciati commossi gli spettatori in questa esecuzione speciale, quasi opalescente nel gioco di colori e sfumature melodiche.
La direzione di Esa Pekka Salonen mostra una sensibilità spiccata, una gestualità leggera, il maestro guida l’orchestra come se stesse muovendo i fili leggeri di un teatro di burattini. Una musicalità sospesa che si manifesta anche nella sesta sinfonia, una partitura dai caratteri misteriosi, che la Philarmonia Orchestra arricchisce di pregevoli nuance nelle fluttuanti tonalità della scrittura di Sibelius. Una linea dal sapore quasi wagneriano in questo continuum senza sosta rischiarato da vivaci ingressi dei fiati, che il maestro Salonen riesce a tingere con leggerezza.
Nel programma anche la terza sinfonia, l’Eroica, di Ludwig van Beethoven, che potrebbe far sembrare la seconda parte del programma un grande classico, ma la Philarmonia Orchestra di Londra dà prova di arricchire una pagina caposaldo della letteratura sinfonica. La gestualità di Salonen si fa più intensa e appassionata, i gesti più ampi, si respira tutt’altra energia, un cambio di approccio totale. La terza sinfonia scritta da Beethoven agli inizi del 1800 è sicuramente la cartina al tornasole che qualcosa sta cambiando, figlia dei tempi del rinnovamento, di quella spinta nata dalla rivoluzione francese è forse una delle prime dimostrazioni di un romanticismo che si sta facendo strada sull’epos europeo. Mirabile la marcia funebre, Esa Pekka Salonen dilata l’adagio assai, un lento incedere che non appesantisce ma arricchisce di una tensione travolgente l’intera sinfonia, come il flusso di un grande fiume che nel suo placido incedere muove un’incommensurabile quantità d’acqua. La Philarmonia Orchestra risulta compatta anche in questo cambio di registro, dal suono quasi effimero di Sibelius alla compattezza della terza di Beethoven. Un suono tenuto, pieno e rotondo che dà un sapore arricchito a questa sinfonia, il compianto Gianandrea Gavazzeni scrisse un libro intitolato “Non eseguire Beethoven”, perché i livelli raggiunti nelle già molte registrazioni di questa sinfonia ormai erano difficili da eguagliare o superare ma la Philarmonia Orchestra e il suo direttore ci hanno dimostrato quanto ancora un classico possa essere scoperto e riscoperto, arricchendosi di nuove letture.
Un inizio di un tour con i fiocchi per un concerto mozzafiato che ha dato al Settembre dell’Accademia un vero sapore sinfonico. Dopo i molti applausi l’orchestra ha dato ancora un tocco di Finlandia con il Valse Triste, sempre di Sibelius.

JULIEN MASMONDET, SEONG-JIN CHO [Lukas Franceschini] Verona, 25 settembre 2017.
È prassi da alcuni anni che l’Accademia Filarmonica ospiti l’orchestra residente della città, quella della Fondazione Arena, in quest’occasione diretta da Julien Masmondet e con la partecipazione del pianista Seong-Jin Cho.
Il programma prevedeva l’esecuzione dell’Adagio per archi Op. 11 di Samuel Barber, il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra in fa min. Op. 21 di Fryderyk Chopin, e la Sinfonia n. 9 in mi min. Op. 95 di Antonin Dvorak.
Barber è sicuramente il più importante compositore americano del XX secolo. L’Adagio per archi fu eseguito per la prima volta l’11 maggio 1938 in una trasmissione della NBC Symphony Orchestra di New York diretta da Arturo Toscanini, il quale incluse il brano nei programmi di concerti futuri sia in Europa sia in America. E’ il brano più famoso di Barber e trattasi di un arrangiamento, dello stesso autore, di un movimento del suo Quartetto per archi op. 11, composto nel 1936. Il pezzo segue una forma ad arco, e si basa su una breve cellula melodica basata su gradi congiunti ascendenti, che vengono in seguito variati, interpolati ed invertiti.
Il Concerto n. 2 di Chopin, compositore per pianoforte per antonomasia, fu scritto nel 1829 da un giovanissimo autore, il quale con quest’opera focalizza la prima partitura dall’inconfondibile stile melodico, e molto personale nello slancio lirico nell’utilizzo dello strumento solista. Considerato il predominio della parte solistica, cui si aggiunge una “forma libera”, per molti studiosi è il caso di parlare di grande fantasia per pianoforte con accompagnamento orchestrale. Rilevanti sono il secondo movimento, un prezioso gioiello di carattere d’improvvisazione con un’espressione appassionata, ma è il movimento finale, in forma di rondò, a farla da padrone su un ritmo di danza popolare (polacca) che rasenta il valzer. E’ un episodio colmo di slancio, brillante belle idee melodiche e ritmiche, e una tecnica sopraffina che conclude il concerto in modo mirabile.
La Sinfonia n. 9 denominata “Dal nuovo mondo” (1893) appartiene al periodo di residenza americana del compositore. In tale soggiorno egli si occupò di canto indiano e negro e questa composizione è sullo spirito di tali melodie popolari, però senza nessuna citazione letterale. Peculiare fu il tentativo di un compositore europeo di indicare agli autori locali una possibile via “nazionale” in campo musicale. Il suggerimento restò purtroppo isolato poiché il brano composto da Dvorak è schiettamente intriso della tradizione europea, e perché gli elementi della musica popolare americana sfoceranno poco dopo nei generi jazz e simili. Dvorak, nella composizione, abbandona quella scrittura densa e per alcuni aspetti ieratica che aveva caratterizzato le sue sinfonie precedenti, per trovare uno slancio più originale ispirato dal differente senso della natura che il nuovo continente ispirava e dallo stile di vita incalzante. Ne sortisce una sinfonia, tra le più sorprendenti e celebri della seconda metà del XIX secolo, ricca d’idee, di episodi, di temi e intrecci che evidenzia il confluire di due civiltà. Indicativo che nel secondo movimento l’eco della musica dei pellirosse, nel terzo una memoria di danze popolari, entrambi sfociano nel finale (allegro con fuoco) in cui l’imponente viluppo riallaccia i principali spunti precedenti.
Trionfatore della serata è stato il pianista coreano Seong-Jin Cho, il quale ha vinto il primo premio al Concorso Chopin a Varsavia nel 2015. Pur con la giovane età il solista ha impressionato soprattutto per l’eleganza dell’interpretazione accomunata da un suono incantevole per romanticismo. E ovviamente non manca la tecnica, raffinata, precisa, e sotto taluni aspetti, sconcertante considerando la giovane età del pianista, la quale spesso nei giovani è rilevante ma non accomunata da un’altrettanta partecipazione interpretativa. Non in questo caso, nel quale fraseggio e scioltezza erano pari e di grande effetto, e non si può che compiacersi per un futuro che auguriamo tutto radioso. Resterà in memoria il terzo movimento per la levatura tecnica ed espressiva che Cho ha dimostrato di possedere con autorevoli capacità interpretative. Buona la prova dell’Orchestra dell’Arena, anche se non cosi partecipata come negli altri brani in programma e la bacchetta di Masmondet non trovava particolari intuizioni romantiche che il brano richiede.
Il concerto era iniziato con l’Adagio di Barber, nel quale gli archi areniani hanno dimostrato entusiasmante affiatamento, e una rilevante musicalità e uno spirito intimistico davvero emozionante.
Nella Sinfonia di Dvořák il direttore Masmondet ha preso più quota offrendo una lettura ragguardevole soprattutto nella scansione del ritmo, i variegati colori e i cromatismi sferzanti ma precisi. In tal esecuzione si è potuto apprezzare una bacchetta finemente raccolta nel gesto coeso e un’orchestra in buona forma, puntuale negli interventi solisti.
Il pianista Cho ha offerto due bis fuori programma: Clair de Lune di Debussy, intimissima, e una versione molto virtuosistica della Campanella di Liszt tratta da uno spartito di Niccolò Paganini.

REQUIEM – STRINGEREMO NEI PUGNI UNA COMETA [Mirko Gragnato] Bolzano, 27 Settembre 2017.
A coronamento dei 20 giorni di TrasArt festival, L’Orchestra Haydn di Trento e Bolzano, guidata maestralmente da Maxim Pascal, esegue una delle prime esecuzioni di “Requiem – Stringeremo nei pugni una cometa” per soli, coro e orchestra di Silvia Colasanti. Monica Bacelli la voce del mezzosoprano che si intreccia alla voce recitante di Mariangela Gualtieri e al Bandoneon di Massimiliano Pitocco.
Nato del 2000, con uno spirito dato dall’alba del nuovo millennio, TrasArt giunge quest’anno alla sua diciassettesima edizione: un Festival interamente dedicato alla contemporaneità, all’artista di oggi. “The artist is present” è del resto il nome di una famosa performance di Marina Abramovich che sembra essere il sottotitolo giusto per TrasArt, che invade la città di Bolzano ed i paesi limitrofi con la forza di uno tsunami pieno dell’entusiasmo e della vitalità degli artisti partecipanti. Un Festival che è scoperta della città e scoperta di sé, un contemporaneo insieme figlio del suo tempo ma anche della tradizione: il luogo chiave del Festival è il TrasArt Hub, che non è un’installazione alla Apple Store, ma anzi trova alloggio in un luogo legato alla storia e alla tradizione, il Museo Civico di Bolzano.
TrasArt va a frugare in posti dove da tempo nessuno metteva più il naso, riapre vecchi armadi e bauli dimenticati per cercare di comprendere meglio il senso dell’oggi. Ecco allora i luoghi del museo civico obliati – sotterranei, soffitte, cantine e magazzini – che diventano spazi dove giovani artisti si fanno strada tra la polvere sperimentando e proponendo nuovi schemi. Un modo di reinterpretare ma soprattutto arricchire realtà solitamente avvolte da un malinconico velo di consuetudine, capace di renderle qualcosa di inconsueto: TrasArt spezza questa monotonia, e come la luce che passa da un prisma ne propone le molteplici sfumature, contaminando di contemporaneità, di un “qui ed ora” ricco di possibilità, le realtà che giorno dopo giorno ad incontrare.
Una delle proposte più interessanti è “INAUDITO”, un’esclamazione che effettivamente può essere passata per la mente a qualche professore all’antica, dopo aver sentito la proposta di “invadere” la facoltà di design dell’università di Bolzano. Per dare i numeri nel senso più matto del termine: 3 gli ensemble coinvolti, 6 i piani dell’edificio, 9 le ore di performance senza sosta e 21 le postazioni musicali: Blackpage Orchestra, Cromoson e ConTakt i fautori di musica, in una realtà simile ad una piattaforma web,  dove chiunque è libero di entrare e di sperimentare la possibilità di poter ascoltare da un secondo a 9 ore di performance, una sensibilità e attenzione all’attualità che pone lo spettatore nella stessa libertà che dà il web, un’interattività da pensare in mille modi, un “sali e scendi” da poter pensare in una modalità schuffle, una struttura liquida e che per ogni spettatore è un’esperienza unica, tarata per sé e su di sé.
INAUDITO non è Spotify o iTunes, ma è vita vera, fuori dal pc o dallo smartphone, e, cosa importante, è una performance interamente dal vivo: “The artist is present”.
Questa esperienza, per estensione, dà a TrasArt la definizione di una babele di performance e installazioni. Ma se il termine “babele” dalla storia biblica assume un significato negativo per il ginepraio linguistico che portò alla disfatta e alla confusione, qui assume un significato di qualità, questo perché non si usano le tante lingue del globo, ma un linguaggio universale, quello dell’Arte e soprattutto della Musica.
A coronamento di questo viaggio in luoghi, riscoperte ed esperienze, un evento di rara e unica bellezza, il “Requiem – Stringeremo nei pugni una cometa” di Silvia Colasanti, una partitura per soli, coro e orchestra commissionata dal Festival dei Due Mondi di Spoleto per commemorare le vittime dei terremoti che hanno sconvolto il centro Italia. Il concerto non ha sede nel bellissimo auditorium di Bolzano, bensì l’Orchestra Haydn sale su un palcoscenico di legno nell’hangar delle officine FS, un luogo di rumore che si ferma e diventa silente per porsi in ascolto.
Il Requiem inizia con mormorii e sussurri, poi alle voci umane si contrappone il suono delle pietre: strisciate, sbattute; la roccia si muove e diventa strumento, suoni secchi e inconsueti che però fanno venire i brividi facendoci rammentare che la terra sotto i nostri piedi è viva e si muove anch’essa.
Il direttore Maxim Pascal guida l’orchestra con gesti sicuri, movimenti semplici ma pieni di enfasi, le sue mani concentrano l’energia in passi lenti e piani per farla esplodere con inaspettati fortissimi e accenti. L’orchestra ha sempre gli occhi puntati sulla sua gestualità, una guida che regge il fragile equilibrio di una partitura complessa e inestricabile.
Il “Requiem” di Colasanti non è però un rito funebre, non ha nulla di religioso, semmai è un rito laico. In un momento in cui le certezze vengono meno, in cui la solidità della nuda terra ci trema sotto i piedi, la parte protagonista spetta al dubbio, ed ecco che nel coro dei non dubitanti si fa strada la voce della poetessa Mariangela Gualtieri, la voce di chi dubita, che esprime il dubbio di chi ha perso tutto, e non sa dare risposte. Il testo (in italiano) letto dalla poetessa non ha nulla di sacrale, sa piuttosto di quotidiano, di domestico, di quella quotidianità che il terremoto ha spazzato via per sempre. La sua è la voce della persona semplice che non ha colpe e che si trova ad affrontare un dramma senza sapere il perché.
La voce recitante emerge dal silenzio dopo la caotica e fortissima ondata di note dell’orchestra, sola, in un palcoscenico affollato. Poi, pian piano, l’accompagnano gli strumenti ad uno ad uno: il solo del primo violoncello, con le note gravi di un languido vibrato e ghirigori di veloci note nell’acuto, dà all’atmosfera un clima caldo e avvolgente, in pieno contrasto con i glaciali e rapidi armonici della sezione degli archi. Al violoncello si uniscono i legni, specialmente il clarinetto nel sussurro che insieme al coro culla alcuni tratti del requiem. La liturgia sacrale del requiem diventa immanente, non più divina ma umana, una liturgia delle emozioni, con un caleidoscopio di sfumature emotive da brivido: una musica, quella di Silvia Colasanti, capace di sfiorare i registri più emozionali nell’ascoltatore. Oltre alla voce di Mariangela Gualtieri spicca quella del mezzosoprano Monica Bacelli, interprete che ha solcato palcoscenici importanti come la Scala, un’abile voce che dal Barocco si presta ai virtuosismi e tecnicismi sospesi di quest’opera contemporanea: diapason tra le dita, nel silenzio dell’orchestra così come le prime parole di chi dubita, attraverso una selva di leggi e strumenti, ecco che entra ad incarnare un “cuore ridotto in cenere”.
L’organo che è comune a vecchi e bambini, uomini e donne, senza distinzione di genere, età o razza, uguale per tutti, l’organo in cui idealmente ha sede l’anima e nel quale risiede il metronomo delle nostre emozioni, il cuore, qui diviene protagonista, ispirandosi probabilmente al “cor contritum quasi cinis” del Confutatis liturgico, e rappresenta idealmente un’umanità sguarnita che non ha più appoggio o fondamenti, così come non ha riferimenti il mezzo soprano che dal silenzio esala un glissato che scivola verso l’acuto quasi come un grido soffocato. L’aria del cuore che si muove sul testo del “quid sum miser” viene poi accompagnata dalle lunghe note in armonico degli archi, il cui suono stavolta perde ogni gelo e diventa un sussurro, una carezza a qualcosa di fragile e delicato come l’animo di chi ha perso tutto.
La voce del mezzosoprano non è l’unico fiato di questo requiem: accanto ad essa, il bandoneon di Massimiliano Pitocco diventa quasi il respiro della terra. Silvia Colasanti esplora mondi nuovi affidando ad un musicista come Pitocco e al suo strumento una parte di solo: il Bandoneon diventa una voce antica che sa di ricordi, il suono che accompagna feste di paese e momenti di gioia domestica. Uno strumento semplice che, come la fisarmonica, ha accompagnato e cadenzato molti momenti belli della vita in mezzo alle valli di chi oggi ha più di qualche capello bianco. Questo strumento si fa intreccio tra passato e presente, un nostalgico ricordo di qualcosa che non è più, un sospiro cullato di rimembranze, sino al tesissimo e coinvolgente “Lux Aeterna”, che nell’acuto delle voci femminili ci trascina da un pianissimo ad un fortissimo, e poi al silenzio, per finire nuovamente col pianissimo ed un fortissimo per concludersi nel buio che cala in tutta la sala.
Passano decine di secondi prima che il pubblico lascio come ad occhi chiusi e nell’emozione si liberi in un fragoroso applauso che riporta le luci ad accendersi; cosa inusuale, ma anche speciale questa volta, veder salire sul palco la compositrice: ancora una volta, “the artist, is present”.
l’Ensemble Vocale Continuum e l’Orchestra Haydn hanno dato una grande prova di versatilità compiendo un lavoro approfondito, riuscendo a muoversi con agilità anche in repertori nuovi, in questa esecuzione unica che ne è la prova tangibile.
Il direttore artistico di TrasArt a coronamento di questo Festival, che per 20 giorni ha offerto imperdibili esperienze, ha ringraziato la presenza delle istituzioni che si sono fatte sensibili ma soprattutto presenti, come gli artisti del resto, e lo sponsor Assiconsult per la realizzazione di questa iniziativa, ricordando che l’importante impegno dei privati copre un terzo dei costi totali. Poi però ha chiesto un applauso per chi dona una risorsa speciale, il proprio tempo, ed una forte gratitudine ai tanti giovani volontari che con i loro tanti piccoli aiuti permettono a questo Festival di funzionare e di far vivere la città e la provincia di Bolzano.
Peter Kainrath è anche il direttore artistico del celebre Festival Busoni, un marchio di garanzia e di qualità per un festival ormai quasi maggiorenne che ha tutte le carte per gareggiare nell’ampio respiro contemporaneo che oltre a Venezia e Milano è presente anche in una piccola città: con il Talvera e l’Isarco scorrono le rapide di un’intensa esperienza artistica.
Vi lasciamo con la possibilità di gustarne un assaggio grazie alla piattaforma VIMEO
https://vimeo.com/235887690

ALESSANDRO TAVERNA [Lukas Franceschini] Verona, 1 ottobre 2017.
Il penultimo concerto della rassegna Il Settembre dell’Accademia è stato caratterizzato per la presenza del pianista veneziano Alessandro Taverna, il quale si è esibito in un programma molto interessante ed eclettico.
La prima parte è stata dedicata tutta a Fryderyk Chopin: i Notturni n. 1 e 2 Op. 9, il Grande Valse brillante Op. 18, la Ballata n. 1 Op. 23, lo Scherzo n. 3 Op. 23, l’Andante spianato e grande polacca brillante Op. 22.
Nella seconda tutti brani del ‘900: George Gershwin con una selezione da “Songbook” (Swane, Nobody but You, I’ll build a Stairway to Paradise, Do it Again, Fascinanting Rhytm, Oh, lady be Good!, The Man I Love, clap yo’ Hands, My One and Only, ‘S Wonderful, Strike up the Bland, I Got Rhythm), il rarissimo n. 7 Intermezzo e n. 8 finale da “Otto studi da concerto Op. 40” di Nikolai Kapustin, Fredrich Gulda con quattro pezzi da “Play Piano Play (n. 1 moderato, n. 9 allegro dolce, n. 5 moderato poco mosso, n. 6 presto possibile, e per finire ancora Gershwin con la versione per solo pianoforte di “Raphsody in Blue”.
Taverna si è affermato a livello internazionale al concorso Pianistico di Leeds del 2009. In seguito, la sua carriera l’ha portato a esibirsi con le più importanti istituzioni italiane ed estere e ad affermarsi nei più prestigiosi concorsi pianistici, confermandosi come uno dei più interessanti artisti alla tastiera degli ultimi anni.
In Chopin impressiona il fraseggio variegato, ma sempre sotto il controllo di uno stile preciso e molto classico. Tuttavia, quest’ultimo aspetto non lo esime da una vitalità interpretativa scattante, soprattutto nella polacca e nel valzer brillante, nei quali l’effetto, prodotto da una tecnica rilevante, è decisamente mozzafiato. Infine, ma non secondaria, è la classe dell’artista che colpisce, poiché in questi brani del classicismo pianistico egli riesce a scavare minuziosamente ogni angolo rimarcando il colore, e in particolare il timbro, nel quale emerge la grande raffinatezza dell’interprete. Magnifico l’attacco poetico del Notturno Op. 09 n.2.
Nella seconda parte egli trova un terreno ancor più edificante nella sua vena artistica. Impressionano lo scaltro e incisivo tono con cui affronta il Songbook di Gershwin, nei quali prevale la “libertà” esecutiva in bilico tra la formazione classica di Taverna e il ritmo jazz dei brani. È straordinario, oserei dire quasi interprete di riferimento oggi, sia negli studi di Nikolai Kapustin, sia nei brevi pezzi di Fredrich Gulda, nei quali emerge non solo il gusto ma anche la scansione cromatica.
La conclusione è sostanzialmente soggiogante, poiché in Raphsody in Blu (nella versione per pianoforte solo approntata dall’autore) ha impresso uno stile magnifico, per classe, aderenza stilistica e grande armonia nell’insieme cui va sommata una nitida esecuzione di ampio respiro.
Successo clamoroso da parte di un pubblico attento e numeroso, al quale sono stati regalati due bis, un Ragtime e un delicatissimo Notturno di Claude Debussy.

6° CONCORSO INTERNAZIONALE PIANISTICO CITTÀ DI VERONA [Gianni Villani]
Si è concluso all’auditorium della Gran Guardia il 6° Concorso Internazionale Pianistico Città di Verona, che ha visto una griglia di ben 120 partecipanti, provenienti da ben 17 Paesi di tutto il mondo, fra cui anche con una buona partecipazione italiana. La prova dei tre finalisti si è protratta per oltre due ore, con un tasso qualitativo che forse mai nelle edizioni precedenti è stato così elevato. I finalisti sono risultati: l’ucraino Vasyl Kotys, 33 anni, propostosi con lo Studio trascendentale n° 12 di Liszt e la Sonata n° 1 op. 28 di Rachmaninov, seguito dal ventinovenne russo Nikita Abrosimov che ha eseguito la Barcarolle op. 60 di Chopin, lo Studio tableux n° 1 op. 39 di Rachmaninov e i Quadri di un’esposizione di Mussorgski. Chiudeva il trio, un altro russo, il ventitreenne Konstantin Emilianov, impegnato con gli Studi sinfonici op. 13 di Schumann e i 3 Movimenti da Petruska di Stravinski.
E in questo preciso ordine i tre pianisti si sono classificati al termine dopo una sofferta decisione della commissione giudicatrice, locandina perché sia pure con diverse caratteristiche di ognuno, la loro prestazione è stata veramente eccelsa, applauditissima da un folto pubblico, degna probabilmente di una incisione discografica, come ha voluto sottolineare un membro della giuria.
Konstantin Emilianov, negli Studi sinfonici schumaniani è riuscito a creare un miracolo di richiami e di sommessi rintocchi, ma con i 3 Movimenti da Petruska ha fatto vedere anche di che squisita pasta era pure il suo virtuosismo.
Dei Quadri di Mussorgski, Nikita Abrosimov è stato poi un narratore fascinoso e raffinato nell’evocare colori orchestrali con grande fisicità timbrica specie nei brani più lirici ed introspettivi.
Infine Vasyl Kotys ha mostrato subito la stoffa del vincitore di importanti concorsi internazionali, nel grande solco della tradizione sovietica. Il suo Rachmaninov della Prima Sonata è stato sontuoso e malinconico, declamato a piena voce e sostenuto da una tecnica leonina, sciorinata con classe ed energia. Ammirata soprattutto l’incisività del suo tocco e la profondità del suono, nei passaggi virtuosistici come nel cantabile.
Ai tre finalisti è andato un monte premi complessivo di 12 mila euro, offerto dal sostegno di Fondazione Cattolica Assicurazioni, Banco BPM, Fimauto, Agsm, Amia e Fontanara, unitamente ai premi speciali intitolati ad Alessia Fabbri, per la migliore Sonata classica, a Beppino Milani per la migliore esecuzione di un’opera di autore romantico, a quello della giuria intitolato ad Enrico Paganuzzi, già bibliotecario dell’Accademia Filarmonica di Verona. Fra il pubblico dell’auditorium, uno spettatore di lusso: il grande pianista russo Grigory Sokolov che il prossimo 20 novembre terrà un recital al Teatro Filarmonico organizzato dall’Accademia Filarmonica di Verona.

KRISTIAN BEZUIDENHOUT [Mirko Gragnato] Verona, 5 Ottobre 2017.
Ultimo appuntamento di questa XXVI edizione del “Settembre dell’Accademia”. Un concerto tutto dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart con la Camerata Salzburg e il pianista Kristian Bezuidenhout.
Chi meglio dei salisburghesi può sentirsi legato alla musica di Mozart, così come i veneziani interpretano al meglio Vivaldi come ce l’avessero scritto nel sangue, idem gli austriaci, o meglio i salisburghesi. Un programma da capo fine per un concerto solo Mozart, un’overdose di classicismo della migliore qualità.
Una piccola orchestra composta da qualche legno, due trombe e una validissima orchestra d’archi: un suono chiaro e limpido, anche nelle agilità, nelle notine veloci che nei primi violini spesso si ripresentano suonate velocissime, ma pulite senza sgarrare, precise ma pur sempre vivaci. Apprezzabilissima la vicinanza sul palco dell’oboe con le viole, ai quali Mozart fa spesso fare squadra, creando un impasto timbrico interessantissimo.
I concerti per pianoforte numero 12 e 14 erano al pianofortista Kristian Bezuidehout, nominato da Grammophone artista dell’anno nel 2013.
Forse un pianofortista così attento al tocco delicato alla tastiera non era proprio a suo agio con uno Steinway grancoda, qualche sbavatura negli agili passaggi di dita, ma glielo perdoniamo: magistrale il senso delle linee musicali e del fraseggio, ma soprattutto un tocco delicatissimo.
La parte pianistica era ottimamente cucita con l’insieme orchestrale, creando un’ottima intesa, tra archi fiati e strumento solista. Certo un forte piano ha tutt’altra sonorità e meccanica e per il giovane direttore e solista questa cosa forse non ha aiutato così come il dover in un certo qual modo guidare l’orchestra. Probabile qualche distrazione che non ha portato ad un’esecuzione che si potrebbe dire fatta al meglio, ma l’intenzione musicale del maestro e la sua visione della partitura sono sicuramente arrivate al pubblico che ha perdonato qualche piccolo errore, che potremmo dire fanno anche parte della performance dal vivo se uno volesse sempre la perfezione starebbe meglio in poltrona con nelle cuffie qualche esecuzione fatta in studio, fatta e rifatta; il buona la prima infatti funziona solo in teatro.
Un concerto quindi da suoni intesi al meglio, per un’orchestra nata, pensata e studiata per fare Mozart. Un’esecuzione da un suono difficile da trovare negli strumenti non così “filologici”, ma una chiara espressione di come molto sia il risultato della prassi del musicista, più che dello strumento.
Una stagione che, dopo qualche incursione dal sapore Jazz e con un occhiolino fatto al secolo scorso, si conclude con il classicismo più pieno: con la Musica del genio salisburghese che secoli fa sedette anche come spettatore nei palchi degli accademici che allora come oggi si prodigano “pro gratiae et amore musicae”.

ANNA TIFU, JULIEN QUENTIN [Gianni Villani] Verona, 11 ottobre 2017.
Concerto inaugurale della 108° Stagione degli Amici della Musica di Verona al Teatro Ristori. Lungamente applaudito il concerto inaugurale della 108ª Stagione della Società Amici della Musica di Verona, alla quale ha partecipato la nota violinista sarda, Anna Tifu accompagnata dal pianista francese Julien Quentin. Un duo che si presentava con la Sonata n° 3 di Brahms e la Sonata n° 2 di Prokofiev, integrate da note composizioni di Maurice Ravel: la Seconda Sonata in sol maggiore e la Tzigane, rapsodia da concerto. Lei, già per la sua terza volta a Verona, molto affascinante in un lungo abito nero da sera, col suo più attivo collaboratore attuale che invece era al debutto veronese.
L’interpretazione dei due concertisti ha lungamente colpito l’attenzione del numeroso pubblico accorso al Teatro Ristori, per un programma che si presentava irto di problematicità, a partire dall’impegnativa Sonata prokofieviana (trascrizione da un originale per flauto) le cui caratteristiche espressive -pur tecnicamente riadeguate- si mantengono anche nell’andamento violinistico.
Anna Tifu ha mostrato una tecnica diamantina e inappuntabile. Il suono tornito del suo violino non è però riuscito a restituire tutte le spigolosità, anche ironiche, del brano. La delicatezza dei celebri glissati, che Prokofiev stesso voleva inespressivi (in partitura indicati come “freddi”), hanno invece suonato con lei deliziosamente caldi. Glissati che sono chiaramente molto belli. C’è in essi una fluidità di scorrimento che lascia a bocca aperta, ma sono poco graffianti. L’intuizione della violinista e tifu 3del suo partner è comunque folgorante, ma non sembra che i due musicisti riescano a trovare poi un filo unitario per la loro interpretazione, che singolarizza il perno espressivo di ciascun movimento, smussandone gli angoli, attutendone le ironie, sfumandone le tinte che perdono un poco dell’evidenza “alla Braque” che sta a monte dell’estetica di Prokofiev.
Totalmente diverso invece l’approccio dei due nella splendida Sonata in sol maggiore di Ravel, col suo arguto movimento centrale (Blues) sotteso da una esaltante ironia e da intenti chiaramente parodistici. Anna Tifu ed il compagno la filtrano attraverso una squisita sensibilità e ne mettono in bella evidenza soprattutto l’Allegro conclusivo, vero studio di agilità, significativamente intitolato Perpetuum mobile che per certi versi sembra ricollegarsi alle estreme misure del Quartetto e del concitato finale del Concerto in sol per pianoforte e orchestra. Una Sonata perfettamente equilibrata: ed è in questo risiede il motivo principale dell’indubbio fascino che ancora promana. Successo lungamente applaudito dal numeroso pubblico in sala.

SUSANNA BRANCHINI, ANNA MARIA CHIURI, CARLO VENTRE, BORIS STATSENKO, NICOLA ULIVIERI [Lukas Franceschini] Verona, 15 ottobre 2017.
In un teatro Filarmonico stipato in ogni ordine si è inaugurata la 7ª Stagione Concertistica 2016-2017 dell’Associazione “Verona Lirica”.
Come al consueto al pianoforte la preziosa presenza del maestro Patrizia Quarta, la quale ha accompagnato i cinque protagonisti della serata: il soprano Susanna Branchini, il mezzosoprano Anna Maria Chiuri, il tenore Carlo Ventre, il baritono Boris Statsenko, il basso Nicola Ulivieri.
Nicola Ulivieri ha esordito cantando l’aria del protagonista Non più andrai farfallone amoroso da “Le nozze di Figaro” di Wolfgang Amadeus Mozart, nella quale le straordinarie qualità di fraseggiatore e ricercato interprete emergono in maniera nette, in un repertorio a lui particolarmente congeniale. Stesse qualità espresse anche nella celebre Calunnia da “Il barbiere di Siviglia”, aria che richiederebbe una vocalità più scusa ma che il cantante trentino ha saputo colmare con un accento molto seducente. Molto raffinato il terzo intervento, La mort de Don Quichotte di Jacques Ibert, ciclo di melodie francesi, nel quale l’ artista mette in luce un gusto e un mirabile fraseggio che confermano doti canore non comuni.
Mirabile l’esordio di Anna Maria Chiuri nell’aria O ma lyre himmortelle da “Sapho” di Jules Massenet, per l’abbandono interpretativo e il ricercato fraseggio. La cantante offre un altro brano non solito nei concerti come Adieu foret da “La pulzella d’Orleans” di Piotr Ilic Cajkovskij (eseguita in lingua originale) nella quale morbidezza vocale e gusto esecutivo, particolarmente raffinato nell’accento, hanno entusiasmato il pubblico, concludendo la sua esibizione con una sensualissima esecuzione di Mon coeur s’ouvre a ta voix da “Samson et Dalida” di Camille Saint- Saens particolarmente sentita.
Carlo Ventre cantava per la prima volta in pubblico Vesti la giubba da “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, che probabilmente debutterà a breve, dimostrando ancora una volta la disinvoltura vocale in una scrittura a lui particolarmente consona. Passando poi ad un suo celebre cavallo di battaglia, spesso cantato anche a Verona, Cavaradossi del quale ha cantato “E lucevan le stelle”, nella quale ha dimostrato un intimo e disperato sentimento di rilevante valore esecutivo.
Boris Statksenko ha dato forza emotiva al personaggio di Luigi da “Tabarro” di Giacomo Puccini, cantando Nulla silenzio con voce ferma e possente. Ma ancor più incisiva è stata la sua esecuzione di Credo in un Dio crudel da “Otello” di Verdi per una pertinente scansione dei colori.
Susanna Branchini ha sfoderato una voce incisiva e drammatica nell’aria Anch’io dischiuso giorno da “Nabucco” di Giuseppe Verdi, nella quale temperamento e precisione stilistica hanno dato modo alla cantante di offrire un’esecuzione mirabile soprattutto nel trasporto veemente della cabaletta. Qualità che le permettono di affrontare, in seguito, La luce langue da “Macbeth” di Giuseppe Verdi con voce molto seducente e ricca di pathos. Infine, struggente l’esecuzione dell’aria di Margherita L’altra notte in fondo al mare da “Mefistofele” di Arrigo Boito, nella quale si è potuto ammirare un temperamento altamente drammatico.
L’unico duetto è stato interpretato da Anna Maria Chiuri e Carlo Ventre “L’abborita rivale ” da Aida di Verdi, eseguito con spiccata tensione drammatica e una vocalità precisa da parte di entrambi i cantanti.
Il concerto è terminato con una travolgente esecuzione del terzetto Di geloso amor spruzzato che chiude il primo atto de “Il Trovatore”, nel quale Susanna Branchini, Carlo Ventre e Boris Statksenko hanno fato fornito prova di ottima coesione premiata da prolungati applausi.
Al termine del concerto è stato assegnato al tenore Carlo Ventre il Premio “Verona Lirica” per la sua partecipazione all’opera Aida nella scorsa stagione areniana.

GRIGORY SOKOLOV [Gianni Villani] Verona, 20 novembre 2017.
Entusiasmante conclusione della stagione sinfonica dell’Accademia Filarmonica di Verona con un concerto straordinario del pianista russo Grigory Sokolov. Un fine stagione che ha consentito al numerosissimo pubblico presente al Teatro Filarmonico di ascoltare uno dei più formidabili interpreti al pianoforte oggi in circolazione, il cui predominio quasi assoluto nel panorama internazionale è ormai fuori discussione.
Il famoso pianista russo ha suonato, ancora una volta senza interruzioni, le tre Sonate di Haydn numeri 32, 47, 49 e dopo una breve pausa anche le Sonate 27 e 32 di Beethoven, aggiungendovi la nutrita sfilza di ben sei bis che hanno scatenato gli applausi ritmati del pubblico. Cosa ha messo ancora in evidenza? Certamente alla sua fama di interprete infallibile -mai una nota sbagliata, né errori nella dinamica, nel fraseggio o nelle espressioni- ha aggiunto la percezione di quel senso di compiacimento e di quella contemplazione personali per aver saputo rinnovare un’altra prova di indiscussa classe.
Potremmo definire Sokolov un perfezionista senza essere contraddetti, perché non è mai soddisfatto della propria prestazione, ma non un freddo interprete come potrebbe apparire da un’analisi frettolosa. Sokolov non è mai contento di quanto fa, per questo durante le sue estenuanti prove deve capire innanzitutto lo strumento e la sala affinché ogni nota sia al suo posto e ben udibile, senza essere tacciato di impassibilità.
Sokolov non è un freddo e un distaccato interprete, ma solo un estatico di chi contempla la bellezza che ha costruito, l’estasi di chi si compiace della perfezione: contemplazione della perfezione, non solo impeccabilità. La sua tecnica è trascendente nel senso che trascende se stessa. E a dimostrarlo il finale della Sonata op. 111 di Beethoven, con la famosa Arietta che anticipa certa musica leggera novecentesca, dove non si intrufola un solo grammo di preoccupazione o di timore. E l’Allegro con brio ed appassionato del primo tempo, giocato alla sua maniera riducendo a cose infantili tutte quelle maledette difficoltà che Beethoven vi ha sparso qua e là. Il primo tempo della Sonata n° 27 op. 90 è suonato perfino con un tono di intima affettuosità.
Una tecnica favolosa però anche una forte sensibilità sia ai valori formali che espressivi. Un tecnico granitico -con tutto l’impeto dei pianisti di scuola russa- nel senso dell’uomo infervorato dalla passione attorno al suo lavoro, ammirevole e tale da chiudere tutti gli spazi per chi volesse camminare su quella stessa strada.

GRIGORY SOKOLOV [Mirko Gragnato] Verona, 20 novembre 2017.
Uno straordinario concerto fuori abbonamento, come ultima data della rassegna Il Settembre dell’Accademia 2017 giunta alla XXVI edizione, che raggiunge un novembre inoltrato Grigory Sokolov al Teatro Filarmonico.
Nel silenzio concertistico della Fondazione Arena che aprirà a fine dicembre l’Accademia Filarmonica arricchisce il panorama musicale di Verona chiamando uno dei più importanti pianisti del panorama internazionale. In programma sonate di Haydn e di Beethoven, una collezione di sonate molto colta e per nulla scontata. Il vero concerto di Sokolov però non sta nel programma ma nel fuori programma:la grande magia di Grigory Sokolov sta nei suoi bis; che diventano tris e anche oltre. Sono celebri le serate in cui se ne siano contati addirittura 10.
Mentre dalla platea e i palchi il pubblico pian piano scema verso l’uscita, la galleria e qualche accademico nei palchi resta e attende con impazienza le proposte di un concerto nel concerto, i “Sokolov’s Enchores”, così la pianista Leonora Armellini suggerisce di chiamare un’ideale concerto o cd, fatto solo dei fuori programma del maestro, che tra l’altro è possibile incrociare sugli autobus di Verona, risiedendo proprio nella città scaligera. Nel suo palco anche il presidente Tuppini, rimasto sino all’ultimissimo e acclamato bis del virtuoso. Sokolov ha una capacità musicale speciale, un tocco che si dosa benissimo nel rapporto con i tasti, nel passaggio da Haydn a Beethoven.
Tuttavia il programma mancava di quella verve, di quel tocco di magia che nei bis di Sokolov si respira. I veri musicofili restano fino alla fine e il maestro bis dopo bis riceve sempre più applausi, nelle serate buone il numero è oltrepassa la decina di pezzi e i teatri accendono tutte le luci della sala per fare capire anche al maestro che è ora di chiudere “la musica è finita e gli amici se ne vanno”. Applauso dopo applauso quando il maestro si siede al pianoforte, nell’aria si respira un’emozione e il pubblico è in attesa trepidante, cerca di indovinare quale sarà l’autore del prossimo bis: Schumann, Mozart, Beethoven, Listz o Rameau.
Lo stesso musicista in questo momento è libero, suona quello che sente più suo, il livello musicale e di coinvolgimento è superiore a quello di un programma contrattato, la dimensione delle agenzie e di burocrazia programmatica viene meno, ecco che inizia il vero concerto, quello della musica suonata by heart dal musicista.
Sei i bis di questa mirabile serata passando dalle note di Chopin, a Listz, ancora Beethoven e infine Schubert.

GILDA FIUME, TERESA IERVOLINO, PIETRO ADAINI, GIOVANNI ROMEO [Lukas Franceschini] Verona, 3 dicembre 2017.
Il consueto appuntamento mensile con il Concerto di Verona Lirica si è svolto al Teatro Filarmonico con la partecipazione dell’Orchestra dell’Arena di Verona diretta da Francesco Ommassini e un quartetto di solisti rilevanti: Gilda Fiume, Teresa Iervolino, Pietro Adaini e Giovanni Romeo.
Il Concerto si è aperto con l’esecuzione dell’Overture da Der Freischütz di Carl Maria von Weber nella quale il maestro Ommassini ha conferito uno stile e una ricercata sonorità ma anche dinamiche e ritmo tipico dell’opera tedesca, anzi di quella che è considerata la prima opera romantica tedesca. In seguito, brillantezza e tempi briosi hanno contraddistinto l’esecuzione della Sinfonia da Don Pasquale di Gaetano Donizetti, un vero gioiello interpretativo. Non meno valida anche l’overture da Le nozze di Figaro, nella quale ritmo e nitida pulizia di suono hanno contraddistinto l’esecuzione. L’orchestra e il direttore hanno concluso i loro pezzi solistici con un’ammirevole esecuzione di “Invito alla danza ” di Carl Maria von Weber, nella quale sono prevalsi stile e un ottimo spirito di romantico.
Il giovane basso-baritono Giovanni Romeo, cantante sempre più in ascesa, ha iniziato la sequenza delle arie con “Udite! O rustici” da L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, interpretata con verve e una riuscitissima estetica vocale. I ruoli buffi si addicono in maniera particolare alle qualità del cantante e in “Miei rampolli femminini” da La Cenerentola di Gioachino Rossini ne ha fornito una prova eccelsa, soprattutto nel sillabato. Reduce da un’importante Italiana in Algeri a Palermo, e non dimenticata La Cenerentola al Filarmonico con l’Accademia del Teatro alla Scala, possiamo affermare che egli sarà nel repertorio buffo uno degli artisti del prossimo futuro.
Teresa Iervolino, mezzosoprano ormai di riferimento nei teatri italiani, ci ha deliziato con una rarità rossiniana, “Non temer d’un basso affetto” da Maometto II di Rossini, dimostrando una tecnica esecutiva di grande efficacia assieme ad un perfetto utilizzo dei registri, in particolare il grave. Il belcanto è il terreno ove si svolge l’attuale carriera della cantante, infatti, in “O mio Fernando” da La Favorita di Donizetti ha messo in luce una vocalità ricca di espressione, un timbro efficace e una sfavillante gamma vocale nel registro acuto.
Pietro Adaini, tenore che a Verona si ricorda per la brillante Cenerentola menzionata, ha coltivato una particolare predisposizione per Rossini. Infatti, l’esecuzione di “Languir per una bella” da L’Italiana in Algeri è stata di grande pregio con una padronanza esemplare del registro acuto e in “Cercherò terra lontana” da Don Pasquale di Donizetti il cantante ha saputo coniugare stile ed eleganza attraverso un’ottima prova vocale, cui è seguita una raggiante esecuzione della cabaletta.
Il soprano Gilda Fiume si è esibita in un suo ruolo prediletto, Amina da La Sonnambula di Vincenzo Bellini, riconfermando nell’aria finale dell’opera le ottime qualità vocali e una prodigiosa tecnica nella cabaletta. In seguito, ha mostrato un rifinito fraseggio e tensione drammatica incisiva nella lunga aria finale di Anna Bolena di Donizetti.
Divertentissimo il duetto “Ai capricci della sorte” da L’italiana in Algeri cantato da Iervolino e Romeo, preciso stilisticamente e accomunato con una grande vivacità giocosa, anche se l’eccessiva recitazione poco si presta all’esecuzione concertistica. Un secondo duetto “Una parola Adina” da L’elisir d’amore di Donizetti è stato eseguito da Fiume e Adaini, i quali hanno brillato per spontaneità e sensibilità esecutiva nel rendere giustamente poetica la pagina musicale.
Il concerto è terminato con una peculiare esecuzione del quartetto “Bella figlia dell’amore” da Rigoletto di Giuseppe Verdi, premiata da calorosi e continui applausi, i quali sono stati fragorosi e convincenti durante tutta l’esecuzione del concerto.

JUAN DIEGO FLOREZ [Mirko Gragnato] Bergamo, 4 dicembre 2017.
Avviatisi i lavori di restauro del Teatro Donizetti di Bergamo, l’attività artistica della Fondazione Donizetti risale i pendii e i declivi e si sposta a Città Alta, al Teatro Sociale, con un concerto straordinario con il tenore Juan Diego Florez e il pianista Vicenzo Scalera.
Il Festival Donizetti, che quest’anno ha riportato in cartellone e rivalutato l’opera Pygmalione, focus di tutto il programma, si conclude in grande stile chiamando Juan Diego Florez, tenore celebre per la voce di belcanto e per il repertorio Rossiniano. Un Teatro Sociale gremito, tutto sold-out per questo straordinario concerto con biglietti venduti a caro prezzo, per l’eccezionalità di questa proposta un pubblico non di soli bergamaschi.
La città che accoglie le spoglie mortali di Donizetti ha chiamato a sé appassionati da molte città del nord Italia, anche se il maggior teatro è chiuso per lavori di restauro, l’attrattiva per il festival Donizetti non viene meno, dimostrando che quando i cartelloni sono di rilievo con artisti di alta levatura il pubblico fedele non manca. Un programma che spazia tra varie arie d’opera di Rossini, Massenet e ovviamente Donizetti; ad accompagnare il famoso tenore al pianoforte il maestro scaligero Vincenzo Scalera.
Molti gli applausi tra un’aria e l’altra, Juan Diego Florez ha un nutrito gruppo di Fans. Nonostante la salute un po’ compromessa a causa di una sinusite, che forse l’aria fredda e umida della pianura padana non ha certo aiutato, la voce era comunque calda; Florez spesso usciva per andare dietro le quinte per bere o comunque rinfrescare la gola. Qualche piccola fragilità nell’acuto con un timbro lievemente vacillante, ma grande qualità, soprattutto nell’ampiezza dei respiri, messe di voce pensate in piena sintonia con il climax musicale. Florez è una certezza per un concerto di alto livello.
Nel clima festoso del pubblico che letteralmente acclamava il tenore, con calorosissimi e fragorosi applausi, ovazioni, richieste di Bis. Il tenore peruviano oltre a qualche battuta per entrare in relazione con il suo pubblico ha concesso altri bis in canto piano ma dopo continue chiamate e applausi, il biglietto dal prezzo tutt’altro che basso ha acquisito appieno il suo valore. Florez uscito con chitarra alla mano ha sorpreso il pubblico del Teatro Sociale con un lunghissimo fuori programma di bis con cantate napoletane e pezzi popolari della tradizione spagnola, tra cui grande a sorpresa “cuccuruccucù paloma”.
Lunghissima la coda per poter fare foto con il tenore e chiedere autografi, tantissimi giovani armati di cd e partiture. Un grande successo che dimostra come anche città piccole un po’ oscurate dalla vicinanza della Scala siano in grado di offrire programmi e stagioni di alto rilievo.

I VIRTUOSI DELLA SCALA [Gianni Villani] Verona, 5 dicembre 2017.
Programma molto curioso, sicuramente insolito, ma applauditissimo dal pubblico, quello proposto da I Virtuosi della Scala al Teatro Ristori, nel suo voler assommare i nostri migliori musicisti dell’Ottocento, da Donizetti, a Paganini e Verdi, affratellati dalla forte passione per la musica cameristica.
A loro è stato unito quel Bottesini (non dimentichiamoci direttore della prima Aida di Verdi) che poi contribuì, insieme ai colleghi Bazzini, Arditi e Piatti, al debutto dei Quartetti di Donizetti, oltre che autore lui stesso, di ben sette quartetti per archi. Il suo “Andante sostenuto” dedicato all’editore Giulio Ricordi, recentemente scoperto proprio da I Virtuosi scaligeri, è un’opera in un unico movimento di solide basi musicali e strutturali, caratterizzata da una certa preminenza data ai primi violini, che offre un magnifico esempio di stile italiano nella cameristica ottocentesca.
Il concerto al Ristori era iniziato nel nome di Donizetti, con la proposta del suo penultimo “Quartetto n. 17” in re maggiore trascritto per archi, e proseguito con la “Fantasia su Traviata e Rigoletto” di Verdi, orchestrata dal barese Donato Lovreglio, lavoro classicamente strutturato che evidenzia le qualità virtuosistiche del clarinetto e dei suoi esecutori. Fabrizio Meloni, pochi giorni fa ancora al Ristori, ha confermato quanto il suo strumento sia fra i migliori oggi in circolazione -e non solo sui circuiti nazionali- per plasticità e colore, sottolineandolo ulteriormente col delizioso “Oblivion” di Piazzolla concesso come bis.
I Virtuosi della Scala sono un manipolo di 15 archi, che trovano con facilità la giusta espressività nei passaggi cantabili, mostrando d’altra parte doti di virtuosismo e tenuta tecnica al disopra di ogni dubbio, che rendono così onore alla scuola italiana degli archi. Un esempio lampante è stata la prova della giovane solista Laura Marzadori, spalla dell’orchestra -propostasi nelle Variazioni sulla preghiera “Dal tuo stellato soglio” dal Mosè in Egitto di Rossini, trascritto da Paganini- alla quale va rivolto un elogio particolare per il rigore stilistico e la generosità di musicista completa.
Gli scaligeri hanno una maniera di fraseggiare così interiorizzata da sembrare basata su uno scambio telepatico di pensieri che rende più palese che mai i legami col mondo di Haydn, Mozart, i primi Beethoven e Schubert. E non tanto per gli sviluppi armonici e tematici, ma per la sottile bellezza del loro tessuto strumentale, per gli effetti coloristici nei trapassi da modo maggiore a modo minore. Ad ogni buon conto la loro esecuzione è stata assolutamente convincente perché molto musicale, dove ogni dettaglio viene curato a dovere come messe di voce, trilli, abbellimenti, crescendo o altri elementi di agogica. Non parliamo poi nell’unico quartetto verdiano, suonato al termine con l’orchestrazione di Toscanini, giunto all’orecchio sempre interessante e piacevole sicuramente anche per merito del grande Giuseppe, che meriterebbe maggiore interessamento nei concerti cameristici. Al pari di quel Nino Rota, autore di tutti i film di Fellini, di cui è stato concesso come bis il finale del Concerto per archi.SHLOMO MINTZ [Gianni Villani] Verona, 17 dicembre 2017.
Ottimo avvio della XIX stagione concertistica de I Virtuosi Italiani in Sala Maffeiana, corroborato dalla magica presenza di un grande violinista come il russo-americano Shlomo Mintz. Un solista di immutabile fascino e ascendente, un assoluto anti-divo nonostante gli enormi traguardi raggiunti in 40 anni di carriera, in grado di coinvolgere sempre l’uditorio attraverso un’appassionante e piacevole comunicativa strumentale. Quanto basta per esaltare le novità e l’effetto di un Quarto Concerto di Mozart -piuttosto che nella Prima Romanza di Beethoven, tuttavia gradevole- suonato nella prima parte del concerto. Quarto Concerto in re maggiore, che rispetto ai tre precedenti presenta alcune notevoli libertà strutturali, idee originali e tratti più individuali. Ad esempio nella ricca tematica del primo movimento, concepito in forma sonata con un tema introduttivo all’unisono, dal carattere ben pronunciato. O nella raffinata melodia dell’Andante, chiaramente dominata dallo stile operistico e cantabile nel vero senso della parola. O ancora nel Rondò finale, caratterizzato da inattesi e originali cambiamenti di metro, spesso poi associato ad una melodia che Mozart aveva ascoltato a Strasburgo e che presumibilmente cita in questo concerto.
L’idea base del concerto sta comunque nell’intimità cameristica con cui viene carezzata la musica perfetta e fragilissima del Mozart dei concerti per violino, di cui è facile sbagliarne il carattere, per voler gonfiare le gote e farne una tronfia esibizione laddove serve invece il bulino. Si sa che Mozart odiava l’esibizionismo della maggior parte dei violinisti virtuosi, pensando agli affetti della musica più che ai suoi virtuosi effetti. Mirava perciò ad accentuare le quasi illimitate risorse espressive del violino piuttosto che a farne brillare, con facili espedienti, le altrettanto inesauribili possibilità di sbalordire. E più che andare in direzione di quella intensità romantica, che ogni tanto pare presagire in alcuni Concerti per pianoforte, in questi per violino, egli esplora le corde della cantabilità riposta, il ripiego interiore dello strumento che dialoga sommessamente con l’orchestra, in un affettuoso scambio di motti, di sensazioni personali, quasi in reciproca confessione.
A questa pacifica confidenzialità indirizza la lettura contenuta, ma freschissima e limpida di Shlomo Mintz (rocambolesco e applauditissimo il suo bis di Ysaȳe), fuso a perfezione con I Virtuosi Italiani, che paiono respirare con lo stesso fiato, cantare con le stesse corde, fraseggiare con lo stesso arco dell’incantato solista, per una esecuzione che crediamo non sia possibile immaginare meglio amalgamata e coerente.
La concertazione del pezzo è dello stesso Mintz che nella seconda parte del concerto imbraccia anche la bacchetta per dirigere la Serenata di Elgar e il Concerto per archi di Rota. Un ambito esecutivo che comunque I Virtuosi Italiani mostrano di conoscere a memoria per averlo già suonato (ed inciso) in altre diverse occasioni. Il che rende la direzione di Mitz sciolta e libera da ulteriori impegni. Grandi applausi finali e successo indiscusso della mattinata salutato da una sala esaurita, alla quale in apertura il direttore musicale Alberto Martini ha anticipato i prossimi festeggiamenti per il 30° anno di nascita de I Virtuosi Italiani, con due trasferte in Russia ed estremo Oriente, nonché 5 incisioni discografiche. Lunedì 19 dicembre poi il loro concerto a Cremo