Semele – Auditorium Manzoni, Bologna
A Bologna la grande musica torna, finalmente, nel centro storico.
Se a Dioniso spetta l’epiteto di dithyrambos, “nato due volte”, lo si deve a Semele, il cui mito è giunto a noi nel Libro III delle Metamorfosi di Ovidio. Per conoscere la vicenda dell’amore infelice fra la figlia di Cadmo ed il signore degli Dei possiamo anche affidarci, però, alla musica bellissima di George Frideric Händel. L’autore, dopo la Deidamia, sua ultima opera italiana, si concentrò sulla scrittura in inglese, sfruttando un libretto di William Congreve che apportò qualche modifica alla vicenda ovidiana.
Con Semele possiamo quasi rintracciare il tentativo di fare nascere un’opera autoctona della Gran Bretagna: un oratorio ma a tematica profana e non sacra come era usuale a quell’epoca per il genere. Una complessa scrittura, ricca di autocitazioni, recitativi di grande qualità, e splendidi cori. La partitura arriva per la prima volta assoluta a Bologna e lo fa sul palco dell’Auditorium Manzoni, prima tappa nel progressivo rientro verso lo storico teatro del Bibiena che tornerà definitivamente alla città dal 14 febbraio 2027. Si è optato per una esecuzione in forma di concerto, ecco quindi le nostre impressioni sul versante musicale.

Al posto dell’ annunciato Rinaldo Alessandrini sale sul podio Giulio Prandi, altro raffinato specialista del repertorio barocco. Con un approccio stilisticamente consapevole e sicuro, il direttore va dritto al cuore di questo componimento che, pur classificandosi come oratorio, rivela tutte le peculiarità di un autentico melodramma. Prandi opta per una concertazione vivace e luminosa, sapendo trovare il giusto equilibrio dinamico e sonoro tra i momenti di più intimo abbandono e quelli animati da un impeto travolgente. Di concerto con l’ottima orchestra felsinea, il maestro costruisce un fraseggio lineare e omogeneo, arricchito dal prezioso contributo del basso continuo affidato a Luca Faraci e Francesco Tomasi (chitarroni), Alessandro Culiani (violoncello) e Angelo Trancone (organo e cembalo).
Bene, anzi benissimo, il Coro del Teatro Comunale: sotto la guida di Claudio Marino Moretti raggiunge una compattezza innegabile e una pregevole intensità espressiva, sapendo sottolineare con eguale forza sia l’aulicità sia l’autorevolezza dei propri interventi.
Venendo al cast vocale, a Suzanne Jerosme spetta l’arduo compito di misurarsi con il ruolo particolarmente impervio di Semele. Il soprano colpisce per la freschezza e la luminosità del timbro e, dopo un primo atto affrontato con una certa cautela, la sua prova guadagna in intensità a partire dalla seconda parte, grazie alla morbidezza e alla tenerezza del cantabile, particolarmente evidenti nell’aria “O sleep, why dost thou leave me”. A conquistare il pubblico sono inoltre il controllo dei virtuosismi, specialmente in “No, no, I’ll take no less”, e la cura nella definizione del personaggio, assicurata dalla varietà dell’accento.
Jorge Navarro Colorado, grazie al suo strumento caldo e vellutato, incarna al meglio la solennità e la passionalità di Giove, sostenuto da un’emissione solida e da una linea di canto particolarmente duttile. Sempre convincente, l’interprete sa argomentare il fraseggio con la giusta dose di enfasi e abbandono. In chiusura d’opera si cimenta anche nel ruolo di Apollo: un intervento breve, ma affrontato con profetica fierezza.
Raffaele Pe, profondo conoscitore del repertorio barocco, sfoggia sin dal suo ingresso un’indiscussa disinvoltura tecnica ed esecutiva. Il controtenore affronta il personaggio di Athamas con intensa partecipazione emotiva e, grazie alla fluidità e al controllo del proprio strumento, riesce a restituire con efficacia tutte le inquietudini e i turbamenti sentimentali di questo carattere.
Di altrettanta levatura è la prova di Giuseppina Bridelli, dall’emissione pastosa e brunita. La rotondità del suo strumento si fa particolarmente apprezzare nei passi più languidi e distesi, su tutti il suggestivo duetto con Semele a chiusura della seconda parte. La pienezza vocale consente inoltre all’artista di sottolineare con efficacia l’involo amoroso di Ino e, di contro, il febbrile livore vendicativo di Giunone. A quest’ultima appartiene, tra l’altro, la celebre “Hence, Iris, hence away”, affrontata con un canto sgranato e preciso.
E a proposito di Iris, a Monica Piccinini vanno i meriti di una naturale musicalità e di una buona proprietà stilistica. Grazie alla raffinatezza del suo canto, poi, l’artista conquista facilmente i favori del pubblico.
A completare la locandina è Ben Kazez, impegnato con eguale efficacia in ben tre ruoli, che differenzia con grande precisione. Si fa apprezzare soprattutto per la capacità di usare il canto come strumento di caratterizzazione: impressione particolare lasciano l’austerità paterna di Cadmus, la ninna nanna sognante di Somnus e la ieraticità solenne dell’Alto Sacerdote.
La serata si chiude tra i festosi applausi di un pubblico positivamente ammirato dalla magia di questo immortale capolavoro del repertorio barocco.
Foto: Andrea Ranzi
Semele
Dramma musicale, alla maniera di un oratorio, in tre atti
Librettista ignoto (forse Newburgh Hamilton, da William Congreve e Alexander Pope)
Soggetto tratto da La Metamorfosi di Ovidio
Musica Georg Friedrich Händel
Jupiter/Apollo Jorge Navarro Colorado
Cadmus/Somnus/Alto Sacerdote Ben Kazez
Semele Suzanne Jerosme
Athamas Raffaele Pe
Juno/Ino Giuseppina Bridelli
Iris Monica Piccinini
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Maestro concertatore e Direttore Giulio Prandi
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Foto: Andrea Ranzi
