Le siège de Corinthe – Rossini Opera Festival 2026
Al Rossini Opera Festival 2026 Le siège de Corinthe.
Era il 1826 quando, alla Galerie Lebrun di Parigi, Eugène Delacroix presentava, con il Comitato Filelleno di Parigi, uno dei suoi capolavori: “La Grèce sur les ruines de Missolonghi”, oggi al Musée des Beaux-Arts di Bordeaux. Nello stesso anno, Gioachino Rossini, proponeva Le siège de Corinthe, tragédie lyrique in tre atti su libretto di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet.

Un rifacimento del Maometto secondo, opera napoletana del 1820, che, in questa nuova veste, voleva inneggiare e sostenere la Guerra di indipendenza greca, diventata tristemente nota anche per la distruzione di Missolonghi. Quest’ultima, nel libretto rossiniano, diventa Corinto, assediata dagli ottomani dopo la caduta di Costantinopoli. Nella visione del regista Davide Livermore la bellezza e perfezione del mondo classico, rappresentate, fin dall’apertura di palco, da grandi riproduzioni di statue come la canoviana Ebe e la nota Venere di Milo, sono fortemente in pericolo. I frammenti dell’antichità, chiusi in scatola e musealizzati, sono minacciati dalla nostra insensibilità culturale ed ambientale. Gli ottomani, in abiti pressoché contemporanei, a cura di Gianluca Falashi, vengono a rappresentare tutto il brutto della contemporaneità che uccide gli ideali della kalokagatia. Le scene a cura di Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco, e dello stesso Liveromore, ci portano in un mondo in bilico fra antico e contemporaneo, le belle proiezioni dei sempre bravi D-WOK , materializzano una Grecia ideale ispirata a quella dipinta dagli artisti della Scuola di Monaco, che a volte però si tramuta velocemente in un mondo disperato, pieno di rifiuti ed in frantumi. Ottime le coreografie di Erika Rombaldoni, che non snaturano i ballabili di secondo atto: passi di danza sempre godibili che sono al tempo stesso ricordi di infanzia della protagonista. Buono anche il comparto luci di Nicolas Bovey, sempre coerente con quanto accade in scena. Uno spettacolo nel complesso riuscito, forse in alcuni momenti afflitto da una sensazione di “déjà vu”, soprattutto per chi conosce bene il regista genovese, ma dotato di una narrazione coerente, ben strutturata e che riesce a fondersi adeguatamente con il libretto.
Per questa produzione, la terza nella storia del Rof, le redini della narrazione musicale sono affidate a Carlo Rizzi, che, seguendo l’edizione critica curata da Damien Colas Gallet, ci offre l’opportunità di ascoltare la partitura nella sua completa integralità. Il direttore articola il fraseggio musicale con rigore stilistico, risolve le complesse costruzioni sonore con la giusta magnificenza, in costante equilibrio tra la solennità dei declamati e la grandiosità dei concertati. Una lettura dalle tinte scure e dai ritmi brillanti, capace di trovare, ad un contempo, bagliori di morbida luminosità per le pagine più accorate, come, ad esempio, nelle due arie della protagonista. Una concertazione incisiva ed efficace, grazie, tra l’altro, al valido supporto della Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, precisa ed attenta nel dipingere, con evidente compattezza, la tragica atmosfera di una Corinto assediata. Di altrettanto valore anche l’apporto del Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno che, grazie alla preparazione di Pasquale Veleno, si destreggia con egual bravura tra la efferata baldanza degli ottomani e la valorosa resilienza dei greci.

Capolavoro assoluto e tra i vertici compositivi del pesarese, Le siège richiede un cast di grandi artisti, virtuosi nel canto e consapevoli nell’interpretazione. Grazie anche al valido supporto offerto dal podio, questa produzione si avvale di un’ottima compagnia di canto, nella quale spicca, tra gli altri, la prova di Vasilisa Berzhanskaya. L’artista, si misura per la prima volta con Pamyra, ruolo di improba difficoltà, per estensione e per lunghezza. Una sfida vinta grazie alla innegabile importanza di uno strumento sontuoso, cremoso nei centri, sonoro nei gravi e luminoso in acuto. Ma ancora più lodevole sono il dominio tecnico del mezzo, lanciato senza rete nelle colorature (particolarmente d’effetto quelle di grazia), e la duttilità dell’estensione, grazie alla quale vengono esibiti filati di indiscussa bellezza. Sotto l’aspetto interpretativo, Berzhanskaya tratteggia un personaggio che vive il proprio dissidio interiore con nobile compostezza, costruendo una espressività più intima ed interiore. A lei vanno quindi gli apprezzamenti più calorosi del pubblico, che si scioglie in una meritata ovazione a scena aperta al termine dell’aria di secondo atto “Du séjour de la lumière”.
Nel ruolo di Mahomet II, Adrian Sâmpetrean può contare sul carisma di una presenza scenica agile e scattante. Ad onta di una sua annunciata indisposizione ad inizio spettacolo, il basso regala una prestazione vocale di buon livello, mostrando un adeguato controllo dell’emissione e un pertinente utilizzo del canto di agilità. L’appassionato coinvolgimento scenico ed espressivo completa il quadro di una prova superata senza riserve.
Néoclès, l’altro pretendente alla mano di Pamyra, è Maxim Mironov, cui spetta il compito di misurarsi, tra l’altro, con una parte scritta per il grande Adolphe Nourrit. Il tenore indirizza la linea di canto, dal suadente timbro cristallino, verso una emissione raffinata e piuttosto ben sorvegliata. L’evidente familiarità con lo stile rossiniano emerge, in particolare, nella micidiale scena che apre il terzo atto, superata con un adeguato controllo del canto di agilità, facilmente sfogato, all’occasione, verso la regione più acuta.
Matteo Roma, nei panni di Cléomène, riesce a trovare l’efficacia e l’imperiosità necessarie per esprimere l’autorevolezza del personaggio. La fermezza e la solidità dello strumento, dal caratteristico colore serotino, agevolano il tenore nel canto declamato, messo a punto con convinzione e fermezza.

Ottima la prova di Simon Orfila, dalla cavata ampia e sonora. La rotondità dello strumento si intreccia alla determinazione espressiva, per dare vita ad un Hièros visionario. La sua scena della profezia, nel corso dell’ultimo atto, resta uno dei momenti più coinvolgenti dell’intera serata.
Di rilievo tutte le parti di fianco, a partire dalla pregevole Ismène di Anna-Doris Capitelli, dalla vocalità aggraziata e complessivamente ben organizzata.
Meritevoli di altrettanto valore sono, poi, l’Omar di Giuseppe De Luca, dallo strumento vibrante e voluminoso, e l’Adraste di Tianxuefei Sun, puntuale e a fuoco in ogni suo intervento.
A dispetto dei diversi posti vuoti, specie sulle tribune laterali dello Scavolini, la serata viene coronata da un caloroso successo di pubblico, che, come già ricordato, riserva acclamazioni particolarmente accese, all’indirizzo di Vasilisa Berzhanskaya.
LE SIÈGE DE CORINTHE
Tragedie lyrique in tre atti di Luigi Balochi e Alexandre Soumet
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini,
in collaborazione con Casa Ricordi di Milano,
a cura di Damien Colas Gallet
Mahomet II Adrian Sâmpetrean
Cléomène Matteo Roma
Pamyra Vasilisa Berzhanskaya
Néoclès Maxim Mironov
Hiéros Simón Orfila
Adraste Tianxuefei Sun
Omar Giuseppe De Luca
Ismène Anna-Doris Capitelli
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Coro del Teatro Ventidio Basso
Direttore Carlo Rizzi
Maestro del coro Pasquale Veleno
Regia Davide Livermore
Regista assistente Sax Nicosia
Scene Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco,
Davide Livermore
Videodesign D-Wok
Costumi Gianluca Falaschi
Coreografie Erika Rombaldoni
Luci Nicolas Bovey
Foto: Amati Bacciardi
