Myung-whun Chung – Teatro alla Scala, Milano
Il prossimo direttore musicale della Scala e già direttore emerito della Filarmonica della Scala torna sul podio a distanza di due mesi. In aprile, nell’ambito della stagione della Filarmonica, Myung-whun Chung aveva diretto il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Beethoven (Leif Ove Andsnes al pianoforte) e la Seconda sinfonia di Brahms. Questa volta in programma ci sono il Triplo concerto di Beethoven e la Quarta sinfonia di Brahms. I due appuntamenti formano evidentemente un dittico, ma il concerto qui recensito fa parte della stagione sinfonica del teatro e non di quella della Filarmonica, e segna quindi un’altra tappa ideale verso il passaggio delle consegne con Riccardo Chailly, che avverrà a dicembre.
Il rapporto di Chung con l’orchestra e con il pubblico milanesi è di lunga data e molto forte, come si nota dal fatto che il teatro è di nuovo tutto esaurito e applaude con entusiasmo entrambe le parti in cui è divisa la serata. Si segnala anche la presenza di molti spettatori coreani, probabilmente attirati dalla presenza del loro connazionale

Il Triplo concerto occupa da sempre un posto importante nel repertorio di Chung pianista e direttore. Lo ha eseguito spesso insieme alle sorelle Kyung-wha e Myung-wha, rispettivamente violinista e violoncellista, ma anche con altri solisti. In questo caso il violino è quello di Francesco Manara, il violoncello quello di Massimo Polidori. L’approccio quasi cameristico di Chung a questa composizione solare del Beethoven del cosiddetto periodo eroico è stato già più volte notato dai critici. L’organico dell’orchestra è ridotto (circa un terzo in meno gli archi rispetto a quelli impiegati nella sinfonia di Brahms). L’aspetto virtuosistico della partitura del violino e soprattutto del violoncello non viene sottolineato, mentre è evidente l’affiatamento dei tre solisti. In molti punti del concerto il suono del violino e quello del violoncello arrivano a fondersi in maniera ammirevole, contrapponendosi al suono brillante dello Steinway. Polidori esibisce un suono caldo e un fraseggio elegante nell’adagio, in cui il violoncello ha un ruolo dominante, ma non è esente da qualche sbavatura nelle sezioni più rapide del primo e del terzo movimento. Ottima la presentazione di Manara. Chung è perfettamente a suo agio nel doppio ruolo di direttore e pianista, ma è attento a non lasciar emergere una gerarchia. Al contrario, alla fine della prima parte è Polidori a introdurre il bis, formulando l’insolita domanda: “preferite Beethoven o Mendelssohn?”. L’assenza di gerarchia, altro richiamo a una dimensione cameristica, è sottolineata da un dettaglio all’apparenza secondario: i tre musicisti suonano con la partitura.
Il bis è l’andante del primo trio per pianoforte e archi di Mendelssohn. Emerge ancora più chiaramente l’intesa tra Chung, Manara e Polidori. Tuttavia, forse l’adagio è un po’ troppo lungo come bis, e il ricordo fresco dell’adagio del Triplo concerto, legato con tanta naturalezza al rondò finale, contribuisce a far sentire la mancanza del resto del trio. Il pubblico mostra comunque di apprezzare.

La seconda parte della serata è occupata per intero da uno dei capolavori del repertorio sinfonico ottocentesco, la quarta di Brahms. Chung rientra con la bacchetta e dirige l’orchestra con autorità. Il contrasto con la prima parte è netto sia per il carattere delle composizioni scelte sia per l’approccio interpretativo e anche nelle espressioni più severe del direttore. Per quanto riguarda le opere, da un Beethoven relativamente minore, per quanto molto eseguito e molto apprezzato, passiamo all’opera sinfonica forse più importante di Brahms, il frutto più maturo (1884) di una carriera di sinfonista tanto laboriosa quanto memorabile. L’approccio muta di conseguenza. Se nel Triplo concerto i tempi erano abbastanza comodi, con accelerazioni in momenti particolari come lo sviluppo e la coda nell’allegro iniziale, e le dinamiche contenute, nella Quarta sinfonia Chung sceglie tempi sostenuti in tutti e quattro i movimenti. La sua lettura, affinata negli anni, è estremamente coerente, rigorosa ed estremamente intensa. Un dettaglio mostra l’assoluta padronanza della situazione da parte del direttore. Alla fine dell’andante, Chung aspetta a lungo, forse per più di dieci secondi, prima di riabbassare le braccia e la bacchetta. Non solo l’orchestra, ma tutto il pubblico in sala rimane col fiato sospeso.

La Filarmonica della Scala, nelle sue due diverse versioni, più leggera nel concerto e più monumentale nella sinfonia, offre una prestazione eccellente. A dicembre Chung, allievo di Carlo Maria Giulini, dirigerà in poche settimane l’Otello, per la prima della nuova stagione, e la Nona di Beethoven, per il concerto di Natale. Si può già dire che la Scala è il suo teatro.
Ludwig van Beethoven
Concerto in do magg. op. 56 (“Triplo concerto”)
per pianoforte, violino e violoncello
Myung-Whun Chung, pianoforte
Francesco Manara, violino
Massimo Polidori, violoncello
Johannes Brahms
Sinfonia n. 4 in mi min. op. 98
Filarmonica della Scala
Myung-whun Chung, direttore
