Spettacoli

La clemenza di Tito – Teatro La Fenice, Venezia

La stagione operistica del Teatro La Fenice di Venezia si apre con La Clemenza di Tito. 

“Omnes feriunt, ultima necat”: all’apertura del palco della Fenice il motto di Seneca il vecchio, a caratteri capitali, si impone sulla scena. Una allusione alle ore che scorrono inesorabili e che consumano l’esistenza che può avere un solo senso ultimo. Questo senso ce lo rivela Mozart con la sua opera testamentaria del 1791 che invita tutti alla “clemenza”, intesa non solo come buon governo, quello di Leopoldo II per cui l’opera é scritta, ma anche come monito di vita.

Il regista Paul Curran e lo scenografo Gary McCann, ambientano la vicenda in un palazzo del potere dallo stile architettonico razionalista ma ricco di statue dell’antichità greco romana. Un tempo volutamente sospeso fra presente e passato,come dimostrano anche gli eleganti costumi dello stesso McCann, uno spazio suggestivo ed elegante messo ben a fuoco dalle corrette luci di Fabio Barettin. Una scatola di pietra dal nitore fisico e morale che viene stravolta da una bomba alla fine del primo atto, simbolo di una società non più capace a sopravvivere a se stessa. Sarà solo l’atto finale di clemenza, compiuto da Tito, a ricomporre la scena e l’ordine. Uno spettacolo pulito e funzionale, dal messaggio chiaro, non particolarmente eclatante, forse, ma incisivo. Una nota di colore: l’invito alla clemenza espresso in modo così chiaro dal team registico non é stato recepito però dalle masse teatrali che, alla fine della rappresentazione, hanno fatto piovere volantini di protesta dal loggione, rinnovando quella che, da Senso in poi, é forse diventata una tradizione tutta veneziana. 

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Anastasia Bartoli e Cecilia Molinari

Passando al versante musicale dello spettacolo, si rimane piacevolmente sorpresi dalla concertazione di Ivor Bolton impegnato, per altro, anche al fortepiano. Il direttore, forte della consolidata esperienza nel repertorio tardo settecentesco, intesse un racconto fatto di contrasti, sublimando le melodie con accesa teatralità. La narrazione si sviluppa attraverso un fraseggio articolato e sfumato, un caleidoscopio di tinte e di colori che cangia in continuazione seguendo l’evoluzione del dramma. La cura nella scelta delle dinamiche e delle soluzioni ritmiche, rivela una analisi approfondita della partitura, dove recitativi e cantabili si compenetrano reciprocamente e senza soluzione di continuità. Ne consegue un evidente connessione con la buca, dove si esibisce una compagine orchestrale stilisticamente impeccabile e il cui smalto timbrico contribuisce alla creazione di un tappeto sonoro di impalpabile leggerezza. 

Sul palco agisce una compagnia di canto di valore. 

A vestire i panni dell’imperatore Tito Vespasiano è Daniel Behle che, pur ad onta di un timbro non particolarmente accattivante, trova nella pulizia e nella compostezza dell’emissione i punti di forza della sua prova vocale. Una correttezza di fondo che accompagna anche la caratterizzazione del personaggio, quest’ultimo tratteggiato con maggiore convinzione ed autorevolezza, nei recitativi come nel cantabile.

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La clemenza di Tito, Teatro La Fenice, Venezia

Brava, anzi bravissima Cecilia Molinari il cui canto, musicale e morbidissimo, ben rappresenta l’ardore amoroso di Sesto. La raffinatezza dell’emissione si combina con un legato di ottima fattura e, ancora, con una totale aderenza stilistica alla scrittura mozartiana. Va da sé come le due arie di Sesto possano ascriversi tra i momenti più emozionanti della serata. Tutto ciò è possibile, tra l’altro, grazie alla precisione e alla efficacia di un accento appassionato e, ad un contempo, raffinato.

Al suo fianco si impone anche Anastasia Bartoli che dona a Vitellia tutta la preziosità di uno strumento privilegiato per colore e luminosità. Il soprano affronta la parte con piglio ferino e dona tutta se stessa in una interpretazione trascinante e totalitaria. La generosità dell’emissione, unita ad un sapiente controllo tecnico, consentono all’artista di espugnare tutte le difficoltà della parte, ottemperando egregiamente alle numerose impennate verso l’acuto come alle altrettanto copiose discese negli abissi del registro grave (specie nell’aria finale). Di indiscusso valore, poi, l’innato carisma scenico, impreziosito dalla sensuale femminilità del portamento.

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La clemenza di Tito, Teatro La Fenice, Venezia

Pregevole anche la prova di Nicolò Balducci, un Annio stilisticamente sempre a fuoco. La precisione e la sicurezza nell’emissione assicurano al cantabile il giusto trasporto, così come la disinvoltura ed efficacia delle movenze garantiscono l’incisività del personaggio. Da sottolineare, poi, l’affiatamento timbrico e scenico con Servilia, quest’ultima impersonata da una deliziosa Francesca Aspromonte, dalla linea aggraziata e dalla figura elegantissima. La tenera morbidezza di una linea cristallina impreziosisce ogni suo intervento con una menzione particolare per il duettino con Annio in primo atto “Ah, perdona il primo affetto”.

Non sempre a fuoco e a tratti sfocato il Publio di Domenico Apollonio cui dobbiamo riconoscere, ad ogni buon conto, la giusta credibilità scenica. 

Di magnifica compattezza, infine, gli interventi del coro veneziano preparato da Alfonso Caiani.

Successo festoso al termine con ripetute chiamate alla ribalta per la compagnia e il direttore.

LA CLEMENZA DI TITO
Opera seria in due atti
Libretto Caterino Mazzolà da Pietro Metastasio
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Tito Vespasiano Daniel Behle
Vitellia Anastasia Bartoli
Servilia Francesca Aspromonte
Sesto Cecilia Molinari
Annio Nicolò Balducci
Publio Domenico Apollonio

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Ivor Bolton
Maestro del coro Alfonso Caiani
Basso continuo Giacomo Cardelli
Regia Paul Curran
Scene e costumi Gary McCann
Light designer Fabio Barettin

Foto: Michele Crosera