Giuseppe Verdi e la Chiesa di San Michele Arcangelo a Roncole

Tutto ha origine dall’attività svolta in due osterie. La prima, oggi distrutta, era collocata a Busseto, fuori le mura nei pressi della porta nord, vicino al mulino e di fronte all’Oratorio di S. Maria. La seconda si trova ancora oggi a Roncole, lungo la strada che da Busseto conduce a Soragna, anch’essa vicino a un mulino e dietro la chiesa di San Michele Arcangelo.

Fra gli antenati del Maestro Verdi, commercianti dinamici e laboriosi dal 1596 presenti a S. Agata e regolarmente censiti come piccoli proprietari terrieri, vari sono quelli che svolsero l’attività di oste. Dal 1770 al 1781 l’osteria di Busseto fu gestita da membri della famiglia Verdi e dal 1799 al 1803 da Vincenzo Verdi, fratello di Giuseppe Verdi nonno del Maestro.

L’osteria di Roncole, invece, fu presa in affitto dal nonno Giuseppe Verdi nell’autunno 1781, quando smise la gestione dell’osteria dell’Ongina, vicina a S. Agata, che conduceva dal 9 maggio 1775 e dove abitava in una casa di sua proprietà. Con sé la moglie Francesca Bianchi, appartenente a una famiglia presente a Villanova sull’Arda dal 1631 i cui membri furono costantemente censiti come piccoli proprietari terrieri. Con loro sei figli poiché un settimo era già morto. La famiglia Verdi entrò in «una casa di muri, con tetto di coppi, consistente in diverse camere inferiori e sopra il solaio, [vi era anche] cantina, porcile, pozzo, forno, [l’osteria era] posta su un piccolo terreno coltivato a canapa». Dall’immediata richiesta di riparazioni sappiamo che «il forno era inservibile, i muri del portico e della stalla andavano chiusi per salvare dai ladri la legna, le tine, ed altre masserizie» e che dai pavimenti, tutti «guasti», uscivano «una quantità sorprendente di scarafaggi». Le riparazioni furono eseguite due anni dopo, nell’ottobre 1783, quando venne chiuso il portico d’angolo che guardava la strada per Soragna e la chiesa di San Michele.

L’intraprendenza tipica dei Verdi permise al nonno Giuseppe di superare l’iniziale diffidenza dei roncolesi: alla licenza di vendita di pane, vino e carni, il 30 marzo 1785 il tribunale di Parma affiancò la vendita di sale, tabacchi e acquavite che i roncolesi volevano fosse affidata ad altra persona. Il giudice ritenne il nonno Verdi in grado di «procurare il bene della Regia Finanza ed il migliore servizio del Pubblico». L’allegata perizia dei Doganieri di Busseto, infatti, evidenzia che «mentre un tempo questo si praticava nella medesima osteria, […] l’odierno oste vende gli Generi in sito separato dalla osteria, cioè in una Bottega annessa alla medesima e detta situazione riesce di maggior comodo [alle massaie che in questo modo non entrano in contatto con gli uomini seduti nell’osteria]».

Casa Natale di Giuseppe Verdi
Casa Natale di Giuseppe Verdi

A Roncole nacquero altri due figli, fra cui Carlo (28 ottobre 1785) futuro padre del Maestro. All’attività dell’osteria il nonno unì quella agricola. Il giorno 11 febbraio 1791, il vescovo gli concesse in affitto un podere collocato a Roncole di fronte alla chiesa di San Michele, una proprietà ecclesiastica che serviva al mantenimento del Santuario di Madonna Prati. Sul podere era presente una casa padronale in cui probabilmente si trasferirono vari membri della famiglia, causa le piccole dimensioni dell’osteria. La famiglia Verdi si fece ben volere sino a ottenere dal vescovo (20 marzo 1796), per sé e i familiari, il settimo banco nella Chiesa di Roncole, privilegio riservato ai possidenti. Buona considerazione che si osserva anche in occasione della morte del nonno Giuseppe, avvenuta improvvisamente il 1° marzo 1798 all’età di 50 anni «sulla pubblica via, vicino al Monastero di San Francesco di Busseto». Per lui il parroco celebrò un funerale «solenne» con canto e organo. Le attività proseguirono con la nonna Francesca Bianchi e nel 1800 suo figlio Carlo, all’età di quindici anni, divenne cointestatario del contratto di affitto per il podere vescovile. Evidentemente i coniugi Verdi furono considerati bravi osti, quindi meritevoli di fiducia. Gli osti, infatti, avevano il compito di tenere sotto controllo la qualità del vino e il suo consumo moderato. Il comportamento ideale che doveva tenere un oste lo troviamo tratteggiato in un commento del vescovo di Fidenza dedicato alla pericolosità delle osterie e dei loro frequentatori. Così scrisse nel 1805: «Le osterie sicure [ossia i bravi osti] sono quelle che vendono il vino con moderazione [per evitare che i clienti si ubriachino], quelle che non ospitano vagabondi [fra loro potevano esservi dei malavitosi], quelle che chiudono nelle ore della Messa o altre funzioni liturgiche [incoraggiando così la clientela a frequentare i riti] e si trovano lungo le strade importanti [quindi facilmente controllabili dai gendarmi perché non nascoste dalla vegetazione della campagna]». Carlo Verdi non riuscì a mantenere intatta la buona reputazione acquisita da suo padre Giuseppe, causa una condanna per gioco d’azzardo con le carte, irregolarità che sarebbe avvenuta domenica 9 settembre 1804. Quella domenica Carlo e sua madre Francesca erano assenti dall’osteria perché impegnati presso il Santuario di Madonna Prati per l’annuale festa del Nome di Maria, come previsto dal contratto di affitto del podere vescovile. Nonostante l’assenza, il 22 ottobre 1804 Carlo fu condannato perché ritenuto comunque responsabile del comportamento degli avventori.

Nel 1803 Vincenzo Verdi, fratello del nonno Giuseppe, cessò la gestione dell’osteria di Busseto. Lo sostituì Carlo Uttini, già oste a Saliceto. Con lui la moglie Angela Villa e tre figli: Antonio, Lorenzo e Luigia di quindici anni, nata a Saliceto il 29 settembre 1787, di professione filatrice. Lo svolgimento della medesima attività fece incontrare le due famiglie, in particolare i due giovani Carlo e Luigia. Il 30 gennaio 1805, a Busseto nell’Oratorio di S. Maria, di fronte all’osteria, il diciannovenne Carlo Verdi sposò la diciassettenne Luigia Uttini. Gli sposi si trasferirono poi nell’osteria di Roncole, dietro la chiesa di San Michele, e la mamma Francesca (nonna del Maestro), insieme all’altro figlio Marco (zio del Maestro), si trasferirono nella casa padronale del podere vescovile, davanti alla chiesa di San Michele, dove il 21 settembre 1807 Francesca Bianchi morì. I due sposi, illetterati ma non analfabeti, come dimostra l’incarico di tesoriere della Fabbrica della chiesa di San Michele che Carlo assunse il 7 settembre 1825 e che gli fu confermato di anno in anno sino al 1840 quando si dimise volontariamente, rimasero soli nel 1812 quando Carlo Uttini, insieme alla moglie e gli altri due figli, tornò a Saliceto.

Casa Natale di Giuseppe Verdi

Il 10 ottobre 1813, alle otto della sera, nell’osteria di Roncole nacque Giuseppe (in onore del nonno), Francesco (in ricordo della nonna) e Fortunino (nome ben augurante) Verdi. Sul luogo e data di nascita non vi sono dubbi. Da anni quell’edificio era l’osteria di Roncole, gestita dai Verdi fin dal 1781, mentre nella casa padronale del podere vescovile abitava Marco Antonio Verdi, fratello di Carlo. I dubbi circa la data di nascita, creati dallo stesso Maestro che festeggiava il compleanno il 9 ottobre perché la mamma gli aveva detto di essere nato durante la festa di San Donnino patrono di Fidenza, sono cancellati dall’Editto Diminuzione delle Feste e per la loro Osservanza emanato il 31 dicembre 1806 dal vescovo Garimberti, come imposto da Napoleone che, per aumentare i giorni lavorativi, fece spostare alla domenica più vicina le feste religiose che cadevano nel corso della settimana. Siccome nel 1813 i festeggiamenti per San Donnino sarebbero avvenuti sabato 9 ottobre, essi furono spostati alla successiva domenica 10 ottobre. Mamma Luigia aveva dunque affermato il vero, ma non ricordava che la festa era stata posticipata di un giorno. Caduto l’Impero Napoleonico, Papa Pio VII revocò l’Editto del Vescovo di Fidenza (4 dicembre 1814) lasciando le celebrazioni delle varie feste religiose alle loro date originarie.

Il bussetano Ercole Cavalli, che conosceva la mamma del Maestro e dalla cui famiglia Verdi acquistò nel 1845 il palazzo al centro della via principale di Busseto, così racconta la nascita del piccolo Giuseppe: «Luisa, donna robusta, badando poco allo stato in cui si trovava aveva ballato fino a tarda ora nell’osteria, quando quasi all’improvviso fu presa dai dolori che precedono il parto e, chiamando suo marito, si ritirò in segreto nella sua stanza, per non turbare il divertimento dei partecipanti e, in poche ore, diede felicemente alla luce un bambino mentre tutta la gente, senza accorgersi di quello che stava succedendo, aveva continuato a ballare. Carlo, pieno di allegria, corse a raccontare quello che era avvenuto ai turbolenti ospiti, i quali accolsero la notizia con la più grande allegria: a molti venne l’idea di portare il bambino appena nato alla fonte battesimale, offrendogli come degno seguito quello dei musici stessi che avevano animato il ballo». Il lunedì mattina, 11 ottobre, accompagnarono il neonato alla Chiesa di San Michele dove «la cerimonia si svolse al suono di valzer e controddanze». E sono proprio queste ultime parole di Cavalli che inducono a credere al suo racconto: nella Messa «solenne» celebrata per il Battesimo di Verdi e il Matrimonio dello zio Marco, all’organo si univano gli strumenti a corda o a fiato e il canto gregoriano era in parte sostituito da musiche d’ispirazione popolare o teatrale, con grande soddisfazione dei fedeli, ma non di tutti i sacerdoti. Seguì poi la festa presso l’osteria. Mentre Marco Antonio continuò ad abitare nella casa padronale del podere vescovile, nell’osteria di Roncole, nel 1816 nacque anche Giuseppa, sorella del Maestro, che morirà prematuramente il 9 agosto 1833. Oltre ad aver accolto il Maestro per il Battesimo, la chiesa di San Michele gli fornì protezione nei primi mesi del 1814. È questo il periodo in cui alla ritirata delle armate francesi che occupavano il territorio, seguì l’insediamento delle truppe austriache e russe. La mamma Luigia, con Giuseppe in braccio, si nascose in cima al campanile, salvando entrambi dai soldati austriaci e russi che, affamati e senza riparo per la notte, in quei giorni saccheggiavano la zona. Più avanti, nel luglio 1819, nella chiesa di Roncole gli fu conferita la Cresima: Giuseppe non aveva ancora compiuto sei anni. Sempre Cavalli scrisse che «il bambino [Verdi] era di indole abbastanza buona, docile e ubbidiente, ma era di molto introverso e amante della solitudine» precisando che «poche volte sua madre era obbligata a riprenderlo, ma quando erano di passaggio organetti o musici ambulanti era impossibile trattenerlo, essendo necessario usare la forza per riportarlo a casa». A mamma Luigia poi attribuì la seguente frase: «questo bambino non potrebbe essere più bravo; ma se sente un organetto, non mi lascia in pace».

Nei suoi Cenni biografici, Giuseppe Demaldè scrisse che Verdi «ebbe dal suo parroco i primi rudimenti di lettura e scrittura».  Affermazione curiosa se consideriamo che l’anziano Pietro Baistrocchi, l’organista di San Michele erroneamente indicato come sacerdote in varie biografie, svolgeva l’incarico di «magister parvulorum» di Roncole. Non essendo ancora istituita la Scuola elementare, nella propria abitazione egli insegnava lettura e scrittura ai bambini di Roncole, ricevendo dai genitori un compenso modesto. L’iniziale e apparente isolamento scolastico di Verdi dagli altri bambini è da ricercare nella condizione sociale di figlio di oste. Così come i figli dei macellai, dei giudici e dei gendarmi, genitori che avevano frequenti contatti con il sangue, con i delinquenti e i loro reati, anche il piccolo Verdi poteva involontariamente assistere a scene o ascoltare discorsi non adatti all’età. Per questi motivi le altre famiglie spesso non gradivano la convivenza con i loro figli, per il timore che raccontassero quanto visto o ascoltato. Tuttavia, la frase di Demaldè che limita l’insegnamento ai soli «primi rudimenti» incoraggia a immaginare che l’insegnamento sia poi proseguito insieme agli altri bambini con Baistrocchi, divenuto nel frattempo anche il suo insegnante di musica, colui che gli tramandò quelle «poche cose non di studio ma di memoria [che] scalpitava alla bella meglio sull’organo». È durante il rapporto con Baistrocchi che il fanciullo Verdi, a soli otto anni, visse un’esperienza che pochi altri dilettanti d’organo bussetani potevano vantare: assistere ai lavori di ampliamento dell’organo con cui i due svolgevano la loro opera. Il parroco don Carlo Arcari, nel 1821, affidò ai fratelli Giovanni e Stefano Cavalletti l’incarico di inserire due registri ad ancia (Fagotto bassi e Oboe soprani) nello strumento costruito da Francesco Bossi nel 1797 (e non Ferdinando come erroneamente indicato in tutte le biografie verdiane). È emozionante immaginare Verdi in San Michele al fianco di Baistrocchi, in visita ai lavori con la curiosità tipica dei bambini; è possibile immaginarlo mentre interrompeva i dialoghi con domande riguardanti le canne, i legnami, oppure mentre attendeva con ansia di provare i nuovi timbri. Probabilmente fu in quelle occasioni o mentre suonava il suo arpicordo della seconda metà del XVI secolo, appoggiato sopra un tavolo dell’osteria dei genitori, che Verdi conquistò la simpatia di Stefano, uno dei fratelli Cavalletti. Ammirazione che si manifestò nella riparazione gratuita del suo strumento e documentata dal cartellino apposto al suo interno: «Da me Stefano Cavaletti fu fatto di nuovo questi saltarelli e impennati a corame e vi adatai la pedaliera che ci ho regalato; come anche gratuitamente ci ho fatto di nuovo li detti saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi d’imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per essere del tutto pagato. Anno Domini 1821».

Sempre in quel periodo avvenne l’episodio della maledizione scagliata a don Giacomo Masini, cappellano di Roncole. Durante una Messa in cui Verdi assisteva il sacerdote come chierichetto, rapito dai suoni dell’organo si dimenticò di portare all’altare le ampolline dell’acqua e del vino. Il prete, dopo vari richiami, lo riportò alla realtà con un calcio. Il bambino Verdi reagì bruscamente urlando la frase «Dio t’manda na sajeta» (che Dio ti mandi un fulmine). Vari anni dopo, nel pomeriggio di domenica 14 settembre 1828, appena prima dell’inizio del Vespro nella festa del Nome di Maria che annualmente si celebrava nel Santuario di Madonna Prati, un fulmine cadde sul santuario, entrò in coro e correndo lungo il muro uccise quattro sacerdoti e due laici che erano seduti in esso. Verdi si salvò perché giunse al Santuario in ritardo, forse perché impegnato ad aiutare il padre all’osteria o perché, vedendo l’arrivo del temporale, si rifugiò in una casa lungo la strada. Notevole fu lo sgomento del giovane quasi quindicenne nel vedere a terra il cadavere bruciacchiato di don Giacomo Masini, il sacerdote che aveva maledetto qualche anno prima.

Organo Francesco Bossi 1797
Organo Francesco Bossi 1797

Il 2 maggio 1823, all’età di ottant’anni, morì Pietro Baistrocchi e il posto di organista presso San Michele fu affidato a Giuseppe Verdi, bambino di soli nove anni, anche se nelle varie festività solenni era chiamato a suonare Donnino Mingardi, organista e violinista cieco di ventidue anni. Il giovane Verdi, infatti, era fornito di una preparazione lacunosa, fondata sulla memorizzazione istintiva degli accompagnamenti che eseguiva l’anziano Baistrocchi, e di un’incerta lettura musicale esercitata con Giovanni Biazzi, studente roncolese al seminario di Fidenza. Verdi mantenne l’incarico di organista in San Michele anche dopo il trasferimento a Busseto avvenuto nel novembre 1823 per frequentare le lezioni nel locale Ginnasio. I genitori lo alloggiarono presso Pietro Michiara, che recenti studi hanno dimostrato non essere un ciabattino, ma un possidente terriero di Roncole e amico dei Verdi, membro del Consiglio degli Anziani di Busseto e nel 1837 nominato «Sindaco» (l’attuale Assessore) con riconferma nel 1843. La casa si trova nell’attuale via Piroli, di fronte ad uno degli ingressi della Casa protetta ma che all’epoca era l’ingresso della caserma delle guardie. Contemporaneamente allo svolgimento dell’incarico di organista in Roncole, a Busseto Verdi si avvicinò all’attività musicale svolta da Ferdinando Provesi, Maestro di Cappella della Collegiata di San Bartolomeo, musicista che da alcuni anni stava mettendo in subbuglio il tranquillo ambiente bussetano. Assunto in Collegiata nel 1820, grazie alla conoscenza della musica, della letteratura e della poesia, alla passata esperienza d’insegnante in terra lombarda e alla simpatia per le idee anticlericali francesi, Provesi era stimato da Antonio Barezzi, dal fratello Orlando Barezzi, dal cognato Giuseppe Demaldè e da altri allievi di Pietro Ferrari, il precedente Maestro di Cappella della Collegiata, i quali avevano costituito la Società filarmonica bussetana il 12 agosto 1816. Essi lo ritennero la persona adatta non solo per far rinascere la musica che languiva dal 1817 quando morì Pietro Ferrari (i Filarmonici ripresero a suonare regolarmente in Collegiata dopo la convenzione del 25 gennaio 1822 fra il Parroco, Provesi e dodici Filarmonici), ma anche per strappare al clero il possesso della scena culturale bussetana. La sua cultura lo qualificava come personalità in grado di contrapporsi ad esso in ambito didattico. L’attività musicale a Busseto inizialmente fu affiancata dall’insegnamento di Umanità e Retorica nel Ginnasio appena riaperto, poi dall’insegnamento della Filosofia nell’abitazione dello stesso Provesi (di proprietà di Demaldè, sita nell’attuale via Antonio Barezzi che corre fra via Roma e via Zilioli) e dall’attività di riordino e guida dell’Emonia, società poetica la cui grande maggioranza degli iscritti era costituita da sacerdoti e nobili bussetani. Nella Scuola di Musica finanziata dal Comune e dal Monte di Pietà, ma assoggettata all’incarico in Collegiata, all’interno di un programma di lotta alla disoccupazione e con l’ulteriore intento di togliere e allontanare la gioventù «dall’ozio e dai turpi vizi che ne derivano», Provesi diede accesso anche alle ragazze. Tutti gli alunni dovevano frequentare tre lezioni alla settimana di un’ora l’una, da inizio ottobre al 25 agosto dell’anno successivo.

Come tutti gli allievi di Provesi, anche Verdi svolse un periodo propedeutico alle lezioni musicali presso il coro della Collegiata per esercitare la lettura intonata e la memoria. Nei suoi Cenni biografici, Demaldè fissa in due anni il periodo di frequenza dell’attività corale grazie al quale «ei trasse dalle lezioni bastante profitto per impegnare gli Istruttori di farne buon conto». Verdi, nel 1825 all’età di dodici anni, conquistò la fiducia di Provesi e passò all’autentico insegnamento musicale. Ed è proprio in questi due anni che è collocabile l’episodio della pericolosa scivolata del futuro Maestro nel canale che ancora oggi costeggia la strada che da Busseto conduce a Roncole. Una mattina di festa del periodo invernale, mentre camminava verso Roncole per suonare alla prima Messa, il buio, la nebbia e la strada fangosa lo fecero scivolare nel canale. Impantanato nella melma fu tratto in salvo da una contadina, anche lei in cammino verso la chiesa di Roncole.

Chiesa di San Michele Arcangelo a Roncole
Chiesa di San Michele Arcangelo a Roncole

La posizione di alunno con la quale Verdi entrò nell’abitazione di Provesi, luogo dove si tenevano le lezioni strumentali, è di difficile definizione. La scuola era finalizzata all’insegnamento degli strumenti a fiato per i quali Verdi non mostrò alcun desiderio di apprendimento, attratto com’era dall’organo e intento a realizzare il desiderio dei «genitori d’innicchiarlo col tempo in qualche luogo come Organista». Sicuramente il ragazzo non fece parte degli alunni gratuiti sostenuti dal Monte di Pietà perché – è bene ricordarlo – egli non apparteneva a una famiglia povera: i genitori gestivano un’osteria e conducevano in affitto un podere della Curia; i suoi lo mantenevano pensionante in Busseto per consentire gli studi al Ginnasio, rinunciando così al guadagno derivante dalla partecipazione alle attività paterne dell’unico figlio maschio. Inoltre i Verdi erano proprietari di uno strumento musicale, se pur modesto, al contrario di Provesi che ne era sprovvisto. Conosciuto, invece, è il rapporto che s’instaurò fra allievo e docente: Verdi svolse il compito di apprendista, ragazzo di bottega, al servizio di Provesi nello svolgimento delle mansioni di Maestro della Collegiata. Attività che svolse ben oltre il proprio orario di lezione. A renderlo disponibile e a sollecitarlo nell’impegno, oltre all’interesse per la medesima attività, è l’apparente mancanza di limiti orari derivanti dall’indipendenza dai genitori e dalle loro attività, nonché la solitudine e il silenzio della sua stanza bussetana. Demaldè informa che Verdi, per frequentare Provesi, trascurò le lezioni del Ginnasio riservando «le ore notturne al suono», con grande rabbia di Giovanelli, il comandante delle guardie che, non riuscendo a dormire, si lamentò più volte con Michiara senza ottenere alcun risultato. Lo scarso impegno scolastico irritò don Pietro Seletti, insegnante di Grammatica latina al Ginnasio, che pose Verdi davanti a una scelta: «abbandonare il Ginnasio o la scuola di Musica giacché non potest Duobus dominis servire». Per questo motivo Verdi iniziò a frequentare saltuariamente e con «freddezza» le lezioni di musica. Provesi, accortosi del cambiamento e saputo della richiesta di don Seletti, fece riflettere Verdi con le seguenti parole: «sapiate mio figliolo che se voi aplicherete come in passato alle mie lezioni, voi diverrete ottimo Maestro che non potrei presagire tanto per le scienze non per mancanza d’ingegno, ma per l’amore smodato che avete alla Musica. Ciò non pertanto fa duopo, onde giungere alla celebrità che mi sono prefisso, e che credo di non ingannarmi, di attendere anche al corso Ginnasiale giacché al Maestro compositore richieggonsi molti lumi, molte cognizioni in tutto lo scibile».

Ecco l’obiettivo che Provesi voleva raggiungere con Verdi: l’unione delle discipline umanistiche con l’arte musicale per formare il «Maestro», ossia chi ha un rapporto intellettuale con la musica e lo sguardo rivolto alla tradizione antica. Al contrario del «compositore», che svolgeva invece l’attività pratica e manuale dello scrivere con la mente rivolta alla musica contemporanea, attività che Provesi riteneva di minore dignità e quindi presentata a Verdi in posizione arretrata rispetto alla prima. Purtroppo il consiglio di Provesi cadde nel vuoto. Il verbale dell’esame di Grammatica Superiore, tenutosi il 4 agosto 1826, ci informa che la commissione collocò il dodicenne Verdi fra gli allievi «dissipati e negligenti» che «non hanno fatto nessun progresso sebbene forniti di qualche talento».

Lo studio svolto all’interno del Fondo musicale della Società filarmonica, oggi custodito nella Biblioteca della Fondazione Cariparma di Busseto, ha permesso di stabilire che l’attività di base del rapporto ‘mastro-apprendista’ fu la realizzazione delle parti staccate vocali e strumentali tramite l’estrazione dalle partiture composte interamente da Provesi. Lavoro che richiese la conoscenza di tutte le chiavi musicali e che permise a Verdi di apprendere il registro migliore di ogni voce e strumento, oltre ad analizzare le strutture delle varie forme musicali. Fece seguito poi il compito di orchestrare delle partiture abbozzate da Provesi nella linea del canto e del basso continuo, attività alternata con vari ampliamenti e riduzioni vocali e strumentali di brani già eseguiti per adeguarli alle nuove occasioni esecutive. Al termine del percorso Verdi giunse alla composizione di brani propri. Risale proprio al 1828 il successo ottenuto dall’esecuzione di una sua Sinfonia posta innanzi all’opera Il Barbiere di Siviglia di Rossini messa in scena dai Filarmonici nel vecchio teatro di Busseto, presente in Rocca nel medesimo luogo dell’attuale teatro aperto nel 1868 e dedicato al Maestro.

Alla fine del 1829, concluso il quarto anno di studi con Provesi, il sedicenne Verdi sembra non avere più motivo per risiedere a Busseto. In paese non vi era spazio per svolgere una professione musicale: in Collegiata lavorava Provesi, mentre la direzione dei Filarmonici (orchestra fornita di archi, flauti, oboi, clarinetti, fagotto, controfagotto, corni, trombe, tromboni, serpentone) e l’insegnamento del violino erano affidati dal 1826 a Giovanni Maloberti. Verdi accontentò il padre Carlo: cercò un’occupazione partecipando alla selezione per il posto di organista presso la chiesa parrocchiale di Soragna, a pochi chilometri dall’osteria delle Roncole. Con dispiacere del padre, gli fu preferito un musicista più anziano. Verdi rimase quindi a Busseto, dove continuò a collaborare con Provesi e a sostituirsi a lui nella composizione dei brani per la Collegiata. Musiche in parte oggi presenti nel Fondo della Biblioteca bussetana.

Contemporaneamente Verdi approfondì lo studio del pianoforte. Demaldè, nei suoi Cenni biografici, non perse occasione per illustrare l’abilità che Verdi raggiunse alla tastiera: «E poi era già grande per eseguire colla massima disinvoltura e perizia ed a primo colpo d’occhio sul pianoforte qualunque più scabra composizione fosser pure fantasie, caprici, variazioni o concerti per quello Istromento in cui si fece prode campione coi soli metodi a stampa che nissuno da noi lo eguagliava». Demaldè riferisce inoltre che Verdi «suonava e componeva sul Piano forte e nella stessa casa del suo mecenate al cui uopo si recava per istruire la di lui figlia Margherita sia pel canto che nel Piano forte. Le qualità morali del Verdi, la sua bontà, docilità, onestà e talenti furono i moventi che indussero il Barezzi a chiamarlo come altro de’ suoi figli, passando quasi direi notte e giorno in casa sua», sino a maggio 1831, quando fu invitato ad abitare stabilmente in Casa Barezzi. I commenti di Demaldè sono confermati dalla soddisfazione del maestro Giuseppe Alinovi, manifestata a Verdi per l’esecuzione a ‘prima vista’ della «Suonata d’Herz a quattro mani» svolta in occasione dell’esame per l’incarico di Maestro di musica di Busseto, sostenuto nel febbraio 1836: Alinovi lo definì «il Paganino del Pianoforte». È l’amore di Verdi per Margherita Barezzi, unito alla speranza di intraprendere una carriera musicale più importante di quella del proprio maestro Provesi, che incoraggiò il giovane musicista e Antonio Barezzi a pensare al Conservatorio di Milano come istituto dove perfezionarsi e diplomarsi in Pianoforte. E nel giugno 1832, con la partenza per Milano, Verdi abbandonò l’incarico di organista della chiesa di San Michele Arcangelo di Roncole.

I parroci che si succedettero in San Michele Arcangelo di Roncole ebbero sempre in gran considerazione l’organo Bossi suonato dal Maestro. Nel corso dei secoli XIX e XX, infatti, rifiutarono tutti i progetti di rifacimento che gli organari presentarono al fine di adeguarlo ai vari editti, regolamenti e circolari sulla musica sacra emanate dalle autorità religiose. Grazie alla loro scelta oggi è possibile ascoltare lo strumento che suonò Giuseppe Verdi.

Il Maestro non si dimenticò di Roncole e dei suoi abitanti: nel 1882 istituì dei lasciti per aiutare ogni anno trentatré famiglie povere di Busseto e cinquanta famiglie di Roncole. L’ultima visita avvenne domenica 21 ottobre 1900, per ascoltare l’organo Bossi riparato e pulito gratuitamente dalla ditta Tronci di Pistoia in suo omaggio. Lo sollecitarono alla visita il critico musicale francese Camillo Bellaigue e Arrigo Boito che lo accompagnarono. Bellaigue racconta: «Era domenica all’ora dei Vespri e noi entrammo in chiesa. I fedeli, che erano tutti contadini e contadine, con la testa coperta di fazzoletti di vivo colore, vi si accalcavano. Si sentiva la voce dell’organo, un piccolo organo dalla voce stanca. Ma quell’organo era stato il suo. Al posto del giovane di cui vedevo errare sulla tastiera le mani, vi erano state le sue melodiose mani predestinate. Lo sapevo! E bruscamente egli se ne ricordò. Lo guardai: era diventato pallido, e nei suoi occhi brillavano delle lacrime. Mi toccò la spalla: Usciamo, usciamo, disse piano. Lo avevano riconosciuto. Il popolo, il suo popolo uscì dietro di noi e lo circondò. Mentre salivamo in vettura scoppiarono delle acclamazioni: Viva il Maestro! Viva Verdi!… Il ritorno fu più silenzioso dell’andata. La sera, dopo cena, il Maestro ci rimproverò dolcemente di averlo trascinato, di averlo in qualche modo costretto a ritrovare, dopo tanto tempo la memoria e la visione del passato… Nell’umile chiesa di Roncole io avevo compreso che quell’uomo, che viveva una vita sì piena e ricca, non era di quelli che si compiacciono a guardarsi vivere». Lunedì 22 ottobre 1900 Verdi inviò i suoi ringraziamenti al «Cav. Filippo Tronci, che si offrì spontaneo restauratore di quest’organo, che io suonai fanciullo».

© Dino Rizzo

Bibliografia

  • Giuseppe Demaldè, Cenni biografici del Maestro di Musica Giuseppe Verdi, manoscritto conservato presso la Biblioteca della Fondazione Cariparma di Busseto. Il testo integrale dei Cenni biografici è stato pubblicato a cura di Mary Jane Phillips Matz in AIVS newletter, 1-2 (1976), 3 (1977), con traduzione inglese a fronte. Ampi stralci in Gustavo Marchesi, Verdi, merli e cucù. Cronache bussetane fra il 1819 e il 1839 ampliate su documenti ritrovati da Gaspare Nello Vetro, Busseto, Biblioteca della Cassa di Risparmio di Parma e Monte di credito su pegno di Busseto, 1979 (Quaderno 1 di “Biblioteca 70”).
  • Don Amos Aimi, Vi vuol dunque tutta l’energia col Verdi, in Corriere di Parma, Parma, Casa editrice Battei, estate 1991.
  • Hercules Cavalli, Biografia artisticas contemporaneas de los célebres José Verdi, maestro de música y Antonio Canova escultor, Madrid, Imprenta de J.M. Ducazcal 1867, pubblicata nella traduzione di Riccarda Baratta, Riccardo Baratta ed Enrica Baratta in Mary Jane Phillips Matz, Verdi il grande gentleman del piacentino, Piacenza, Banca di Piacenza, 1992.
  • Mary Jane Phillips Matz, Verdi. A biography, Oxford-New York, Oxford University Press, 1993.
  • Amos Aimi – angela Leandri, Giuseppe Verdi, il nipote dell’oste, Parma, PPS editrice, 1998.
  • Dino Rizzo, Verdi all’organo e l’organo in Verdi, in Organo di Giuseppe Verdi, il restauro dello strumento di Francesco Bossi (1797) nell’Anno Centenario Verdiano 2001, a cura di Corrado Mingardi, Roncole Verdi, Parrocchia di San Michele Arcangelo, 2001.
  • Dino Rizzo, Verdi filarmonico e Maestro dei filarmonici bussetani, Parma, Istituto Nazionale di Studi Verdiani, 2005, Premio Rotary Club “Giuseppe Verdi” – 6.
  • Luigi Chini, Un cittadino di Villanova di nome Giuseppe Verdi, Cremona, Fantigrafica, 2013.
  • Meri Rizzi, Il giovane Giuseppe Verdi, Busseto, Casa Editrice Sichel, 2015.