Commento all’Attila di Giuseppe Verdi

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta di questo titolo degli “anni di galera” del cigno di Busseto.

Atto Primo

Giuseppe Verdi ritratto da G. Boldini

L’atto primo si apre con una scena “romantica”: un bosco presso il campo di Attila immerso nella notte, un ruscello che brilla sotto i raggi lunari. Odabella è sola e dà sfogo nella sua solitudine ad una romanza, “oh! nel fuggente nuvolo” che si snoda malinconica e patetica con il supporto di una orchestrazione raffinatissima. E’ il miracolo di cui solo la musica è capace: l’animo fiero dell’amazzone che ha sfidato Attila si ripiega su se stessa con la complicità della notte. Solera sembra riecheggiare la mesta melodia dei versi Foscoliani e Leopardiani dedicati all’attesa consolatrice della sera e al cuore indomito che “scorre di loco in loco”. Odabella ha l’impressione di vedere “nel nuvolo fuggente” impressa l’immagine del padre, ma l’immagine muta e si trasforma in quella di Foresto: una preghiera al rivo che sospenda il murmure e all’aura che sospenda il fremito: la fanciulla vorrebbe “udir la voce degli amati spiriti!”. E invece Foresto appare realmente per rimproverare alla donna di sorridere all’omicida fra tazze e cantici, l’accusa di tradimento dimentica della patria in cenere, dimentica del padre morente. Odabella chiarisce con angoscia qual è invece la verità dei fatti: dal giorno in cui lo ha creduto spento, continuando ad amarlo, ha deciso di vendicarsi come “Giuditta che salva Israele”. Il tiranno morrà colpito dalla sua mano. L’equivoco si chiarisce e un duetto tipico del melodramma romantico chiude la scena: Foresto e Odabella parlano inebriati di un amplesso e di una gioia immensa che disperdono “il corso duol” e la vita dei due miseri si effonde in una sola. Ed ecco ancora un preludio intenso ed evocativo inteso a creare un clima oscuro. Quello che segue si muove tra storia e immaginazione creativa. Attila è agitato nel sonno e atterrito chiama Uldino che riposa su una pelle di tigre. Racconta di un sogno, di un “veglio immane” che alle porte di Roma lo afferra per la chioma comunicandogli la volontà di Dio: “di flagellar l’incarco contro i mortali hai sol. T’arretra! Or chiuso è il varco; questo dei numi è il suol!”. In questi versi tutta la storiografia cristiana, che ha voluto vedere in Attila, come più volte ricordato, il “flagello di Dio”, ha raccontato del “miracolo” operato dal Papa Leone Magno nel ricacciare gli Unni fuori dall’Italia. Nello scorso articolo si è fatto riferimento all’episodio dell’incontro avvenuto fra i due grandi e si è detto delle inspiegabili ragioni che indussero Attila a non aggredire Roma. Nel dramma verdiano Attila appare in preda al panico, ma poi, recuperati i sensi, ritrova la baldanza, si vergogna del rossore e chiama i druidi, i duci, i re, le ardite schiere, per marciare deciso contro la città eterna: lo “spettro” apparso in sogno non potrà vietargli il passo e lui sarà infine il “vindice” del mondo. Dell’ambasceria, così come storicamente si sarà verificata, si trova traccia in Prospero d’Aquitania, discepolo di S. Agostino, e testimone contemporaneo: “l’ambasceria era formata da Papa Leone e due laici, in rappresentanza dell’Impero: l’ex console Avieno e l’ex prefetto Trigezio”. Nella trasformazione leggendaria di questo episodio storico, forse sulla base del sermone di Papa Leone, le figure dei due senatori romani vennero identificate in S. Pietro e S. Paolo. Nella leggenda quindi espressa ancora una volta la convinzione che sarà di tanta storiografia secondo la quale il tramonto di Roma e l’eclissarsi della sua potenza era nei disegni di Dio. Ma ecco, nel prosieguo del Melodramma, che non di trombe guerriere si sente l’eco: una schiera di vergini e fanciulli in bianche vesti recanti palme si avanza preceduti da Leone e da sei anziani: il sogno di Attila si fa realtà. Il coro delle vergini e dei fanciulli intona parole di pace. Attila si trova così di fronte al “fantasma” visto in sogno che gli ripete le parole già udite, le “note stesse che la tremenda vision” gli aveva impresso nella mente: “no!…non è sogno ch’or l’alma invade! Son due giganti che investon l’etra…fiamme son gli occhi, fiamme le spade…le ardenti punte giungono a me. Spirti, fermate. Qui l’uom s’arretra; dinanzi ai numi prostrasi il re!”. Si ripete in questa scena la resa di Nabucco al Dio di Israello: metafora e drammatizzazione di un pensiero alto della filosofia della storia di Mazzini per il quale la libertà dei popoli è nei disegni di Dio? Sembrerebbe di sì: l’intenzionalità “politica” sottesa all’opera era del resto evidente e il messaggio diretto ai liberali italiani, da una parte, e all’Austria dall’altra, era esplicito e chiaro. Uldino e il coro, intanto, restano allibiti e stupiti si chiedono: “qual possa è questa! Prostrato al suolo la prima volta degli Unni il re!”. Lo stupore degli Unni contrasta con il canto di giubilo di Leone, Odabella, Foresto e vergini musicalmente disteso e lirico. Immagini e metafore bibliche rendono prezioso questo passo e dicono della perizia e della cultura di Solera. La lettura figurale della Bibbia è qui evidente: “da un pastorello vinto è Golia, da umil fanciulla l’uomo ha salute, da gente ignota sparsa è la fé…Dinanzi a turba devota e pia, ora degli empi s’arretra il re”. L’atto primo si chiude, quindi, canonicamente con un coro e con un concertato finale che contrasta la voce spezzata e punteggiata di Attila.

Atto secondo

Figurino per Attila (1846) di P. Rovaglia – Ricordi

La scena prima si apre sul campo di Ezio. Lontano si intravede la città dei 7 colli. Ezio ha ricevuto l’ordine da Valentiniano, che lui ritiene “imbelle coronato fanciullo e concubino” di tornare a Roma perché con gli Unni ormai c’è tregua. “Ben io verrò”, esclama minaccioso il magister equitum, “ma qual s’addice al forte, il mio poter supremo la patria leverà da tanto estremo!”. Prosegue quindi con una struggente melodia, con una invocazione agli avi che un giorno portarono l’aquila a volare alta sul mondo e ora Roma è cadavere vile. I versi concepiti da Solera sembrano ricalcare, ottonari e settenari alternati, quelli del Manzoni del coro dell’atto III° dell’Adelchi: tutta la cultura filosofica, letteraria, musicale del primo ‘800 romantico sembra rinvenibile nel dotto librettista di Verdi! Ma ecco il coro formato da alcuni soldati romani e uno stuolo di schiavi di Attila recare ad Ezio i saluti del re Unno e l’invito a recarsi nel suo accampamento. Gli schiavi si allontanano ma uno di essi, Foresto, si ferma per parlare con Ezio. E’ l’occasione che viene offerta ad Ezio per riscattarsi e riabilitarsi agli occhi di Roma. Un dialogo concitato: Foresto chiede ad Ezio di tenersi pronto con le schiere romane ad intervenire contro Attila; un fuoco lampeggerà sui monti e sarà quello il segnale per l’attacco. Nell’aria che segue, Ezio proclama la sua volontà di cadere da forte; il suo nome resterà e non vedrà l’amata terra svenire lenta e farsi a brani: “sopra l’ultimo romano tutta Italia piangerà”. Ancora un grido di guerra che i liberali veneti della Fenice intesero certamente rivolto contro gli Unni contemporanei e dominatori in terra italica! Di Ezio si è detto nell’articolo scritto in precedenza e si sono notati gli atteggiamenti ambigui da lui assunti nei confronti dell’Impero e di Valentiniano; si è detto di quella sua propensione a tradire per interessi personali e ambizioni di potere, tutto rintracciabile nelle fonti storiche e nei fatti che lo videro protagonista. Di quella ambiguità si è vista traccia nel dramma verdiano nella scena V° del prologo quando Ezio, a condizioni di serbare per sé l’Italia, offre ad Attila l’universo intero. Ed ecco la scena V° che si apre sul campo di Attila ove si appresta un solenne convito. Qui la drammatizzazione della storia assume tutti i caratteri propri delle coinvolgenti scenografie concepite per quel particolare teatro ottocentesco. Cento alberi di querce in fiamme rischiarono la notte. Attila, seguito dai druidi, dalle sacerdotesse, dai duci, dai re, va a sedersi al posto d’onore. Gli è da presso, in costume da amazzone, Odabella. Mentre il coro dei guerrieri inneggia all’imminente strage di romani, uno squillo di tromba annuncia l’arrivo di Ezio col seguito, di Uldino e Foresto che ha rivestito intanto abiti guerreschi per confondersi con la moltitudine. L’incontro tra Ezio e Attila è inizialmente cordiale: sappiamo che Ezio aveva avuto lunga dimestichezza con gli Unni. I Druidi, però, suggeriscono all’orecchio di Attila di guardarsi dallo straniero: nel cielo “nubi, di sangue tinti, si adunano e dalle montagne urlò lo spirito infido misto all’infausto grido di sinistri augelli”. Attila respinge i vili profeti e invita le sacerdotesse a cantare con le cetre, ma un improvviso e rapido soffio procelloso spegne gran parte delle fiamme. Tutti sono presi da naturale terrore; si fa silenzio, mentre Ezio si avvicina ad Attila e Foresto raggiunge Odabella. Si tramano due tele opposte: Ezio, ancora una volta, pronto a tradire la causa romana, ripropone ad Attila l’alleanza di cui si è visto nel prologo dell’opera; Foresto rivela ad Odabella la trama ordita ai danni di Attila con la complicità di Uldino: una tazza avvelenata porrà fine alla vita del tiranno; Odabella, fra sé, rifiuta l’idea che Attila possa morire per mano di uno dei suoi, morire per un tradimento: sarà la sua spada a colpire il barbaro! Attila respinge con sprezzo ancora una volta le proposte di Ezio ma sente che il suo cuore vacilla; Uldino si interroga, da bretone, se porterà fino in fondo l’azione vendicatrice contro Attila. Tutto questo insieme in una scena di grande suggestione. Intanto il cielo è tornato sereno, l’orrenda procella è svanita e le querce vengono riaccese: Attila chiede a Uldinola conca ospital”, si accinge a berne il contenuto, ma viene fermato da…Odabella: “Re, ti ferma…è veleno!” Quello che segue vede Foresto accusarsi della trama omicida e la reazione irosa di Attila che si placa quando Odabella interviene chiedendo di affidare a lei, che lo ha salvato, la punizione dell’ “indegno”. L’atto secondo si avvia al finale concertato mentre Odabella esorta Foresto a fuggire, Ezio rimugina sulla rivelazione del complotto e sulla decisione di piombare armato sull’esercito Unno, Uldino giura eterna fedeltà a Foresto che lo ha salvato, autoaccusandosi, dal furore di Attila, il coro esulta per lo scampato pericolo ed esorta il re a colpire, punire, percuotere lo stuolo di traditori. Un concertato da fine atto dove l’orchestra e le parti vocali sono tutte coinvolte nel sottolineare la drammaticità del momento. Questo il fascino del teatro lirico e della poesia: drammatizzare e spettacolarizzare quelle passioni umane che tendono di per sé a nascondersi sotto un velo o a inabissarsi nelle profondità del cuore: ciò che la storia non può dire, perché parla il linguaggio delle fonti, dei documenti e del vero, viene detto dalla musica di Verdi e dai versi di Solera. L’Attila verdiano fin qui seguito, fino al concertato del secondo atto, è ancora almeno in parte l’Attila della storia, l’Attila che dovette confrontarsi con Ezio (dal quale aveva subito nel 451 la sconfitta ai Campi Catalaunici) e con il composito esercito cui era capo, confrontarsi con i superstiti della distruzione di Aquilea e forse fronteggiare trame e tradimenti interni al suo comitatus dal momento che non tutti i re che gli tributavano obbedienza e fedeltà erano disposti a subire fino in fondo la supremazia del re Unno: Uldino, cioè, di origine bretone, poteva avere delle ragioni per rivendicare l’autonomia della sua gente e del suo paese rispetto al “signore di tutte le foreste”.

Atto terzo

Illustrazione del finale – Illustrated London News (1848)

Ancora un preludio orchestrale, calmo e disteso affidato ai soli archi, introduce l’atto. Un bosco divide il campo di Attila da quello di Ezio. E’ mattino; Foresto attende Uldino che gli comunica che “il corteo giulivo” che accompagna Odabella alla tenda di Attila si muove. La reazione di Foresto è furiosa: le schiere romane sono pronte ad intervenire non appena si saranno ricongiunte a quelle di Uldino. Cade qui la romanza di Foresto triste e lirica sorretta da un’orchestra discreta. Il suo è un lamento sconsolato e al tempo iroso: “perché sul viso ai perfidi diffondi il tuo seren?…”. E’ l’interrogativo posto al Cielo: “perché fai pari agli angeli chi sì malvagio ha il sen?”. Foresto è convinto del tradimento di Odabella, convinto che il giorno delle nozze con l’orrendo barbaro era da lei bramato. E mentre Ezio e Foresto riuniti sono risoluti a intervenire, sulla scena il coro dei barbari intona l’inno nuziale per Attila e Odabella, un coro senza accompagnamento strumentale. Foresto non dissimula la gelosia che lo tormenta e solo a stento è trattenuto da Ezio. La scena viene ulteriormente movimentata dall’arrivo trafelato di Odabella, in veste d’amazzone e con manto regale e corona, che fugge come presa da delirante terrore: “cessa, deh, cessa …ah lasciami ombra del padre irata…lo vedi? Io fuggo il talamo…sarai…sì…vendicata…”. Odabella può aver nutrito, anche solo per un istante, amore per Attila, può aver desiderato il talamo nuziale?. L’apparizione dell’ombra paterna o la presunta visione dell’ombra paterna in uno stato confusionale, autorizza a ritenerlo possibile. La fuga dalla tenda di Attila e l’assicurazione che vendicherà l’ombra del padre dice di una Odabella in preda ai rimorsi e sensi di colpa. Foresto, però, respinge la donna: il suo pentimento è tardivo. Il melodramma utilizza a questo punto l’immancabile terzetto tra il baritono, il tenore, il soprano ognuno dei quali canta le proprie ragioni: Odabella chiede a Foresto pietà per il suo martirio; l’anima sua ha amato di immenso amore solo lui; il suo cuore è puro ed è rimasto sempre fedele; Foresto non crede alle parole di Odabella perché sempre mendace nei suoi confronti; Ezio rimprovera gli indugi: non è “tempo di lacrime e di geloso accento”. L’incrociarsi delle tre voci è interrotto dall’arrivo di Attila che si rivolge direttamente ad Odabella: le rivolge parole d’amore: “non involarti, seguimi; perché fuggir chi t’ama?…”. Un Attila, dunque, melodrammatico, improbabile nella realtà storica e in una contingenza simile. Quando, infatti, si avvede di Ezio e Foresto, il tono dell’Unno torna aggressivo e ne ha per tutti e tre: Odabella è ora una donna rea, già schiava, ora sposa di Attila; Foresto è il “fellone” a cui ha fatto dono dopo la scoperta della trama omicida; Ezio, dopo che Roma è stata risparmiata, congiura con gli altri contro di lui. Ebbene la vendetta di Attila piomberà implacabile su tutti. Stupenda, a questo punto, la reazione di Odabella che scaglia lontana da sé la corona: “maledetto sarebbe l’amplesso che me sposa rendesse del re”; ugualmente irosa la reazione di Foresto che rimprovera ad Attila di avergli rapito la patria e l’amante, di avergli reso la vita in un abisso di affanno. L’odio che cova nel cuore potrà frenarsi solo con la morte del tiranno; sprezzante è la reazione di Ezio: “Roma hai salva!…, ma dimentichi lo sdegno che invoca superna vendetta, dimentichi il sangue inulto? L’ira del Cielo pende su di te”. I tre hanno appena finito di reagire contro Attila, che s’ode il rumore dell’improvviso assalto al campo dei barbari. Attila sta per essere trafitto da Foresto, ma Odabella lo precede e può quindi esclamare: “padre!…ah padre, il sacrifico a te”. Sulle labbra di Attila morente Solera pone parole che suonano stupore e anche amore per una donna amazzone ammirata dal barbaro sin dal suo primo apparire fra i superstiti di Aquilea: “e tu pure, Odabella”? Un commiato dalla vita, da una vita vissuta sui campi di battaglia, fra razzie e saccheggi, che ricalca nello stupore che lo accompagna, quel “quoque tu, Brute, fili mi” probabilmente proferito da Cesare prima di cadere ai piedi della statua di Pompeo. Non era certamente nelle intenzioni non espresse di Solera e di Verdi assimilare Attila a Cesare; entrambi, comunque, differenze profonde a parte, potevano definirsi “tiranni”; entrambi muoiono e scompaiono dal palcoscenico della storia umana esprimendo lo stupore doloroso che deriva loro dal constatare che la morte viene dal pugnale di una persona amata. L’Attila verdiano che muore per mano di Odabella e l’Attila della storia rinvenuto cadavere, ma “felice” nel letto nuziale di Ildico? L’operazione di trasferimento nel melodramma dell’ultima scena raccontata dalle fonti storiche appartiene alla libertà creativa che è propria dell’arte, in particolare di quell’arte musicale che caratterizzò il teatro lirico italiano nello ‘800 risorgimentale.

Conclusioni

L’Attila della storia, che muore nel 453 e che nella trenodia dei suoi guerrieri è cantato come il “più grande degli Unni, morto non per ferita del nemico, non per tradimento dei suoi, ma incolume, lieto nella gioia e senza senso di dolore”, non è dunque l’Attila del melodramma verdiano. Eppure il sospetto (che è nel dramma di Werner) che sia Hildegonde-IldicoOdabella a colpire a morte il grande cavaliere delle steppe ha un suo fondamento e allora l’Odabella dell’Attila verdiano non è più solo l’eroina topica da melodramma che vendica sul nemico innamorato la morte del padre e la patria perduta, ma la metafora di una “verità” forse storica. Il magister equitum dei romani, l’Ezio che abbiamo visto nella sua ambiguità, assetato di potere e pronto a tradire nell’opera verdiana, non dissimile probabilmente doveva essere stato nella storia vissuta e nei rapporti con gli Unni che ben conosceva e molti dei quali gli erano devoti. Di Foresto, personaggio realmente vissuto, abbiamo la rappresentazione verdiana, caricato di sensi patriottici e volontà di vendetta nei confronti di chi lo aveva derubato dell’amante e della patria ed è forse il personaggio che più risponde alle esigenze della rappresentazione teatrale. L’Uldino del melodramma, re bretone, deluso dai mutamenti di “umori” e di pratica militare di Attila, può storicamente aver fatto parte di quegli Unni che non del tutto supinamente subivano la suprema volontà del grande Attila. Che l’Attila verdiano sia stato concepito “alla risorgimentale” è sin troppo evidente ma è questa la ragione per cui l’opera, concepita da Verdi, concisa, rapida nella struttura musicale, con pochi recitativi e ampio spazio ai cori, dovette apparire una pagina di storia con i colori della verità. Di vero “storico” peraltro si andava nutrendo tutta, o quasi, la letteratura italiana e il teatro melodrammatico della prima metà dell’ 800. Manzoni aveva creato il romanzo storico e di idee dei Promessi Sposi, aveva ridato vita al teatro italiano con l’Adelchi e il Conte di Carmagnola, argomenti storici mescolati col verosimile e la verità del poeta; ma già Foscolo e Leopardi avevano cantato la realtà dei tempi se non della loro soggettività; i romanzi storici e la lirica eroica risorgimentale tenevano campo ed infiammavano gli animi alla libertà e all’indipendenza nazionale. La “storia” drammatizzata, dunque, era nella cultura dei tempi e Attila, peraltro, costituiva, prima ancora di quello raccontato da Verdi, un vero e proprio prototipo di cui altri avevano trattato (Corneille, 1677) e non ultimo quel Zacharias Werner (1808) al quale Solera, come già detto, doveva attingere operando talune modifiche. Nell’Attila verdiano mancano, certo, i tratti del nobile selvaggio,ma vi è traccia di quelle superstizioni che certamente erano i tratti della psicologia barbara: le si rinviene nell’episodio del sogno reificato poi dall’incontro col grande Leone alle porte di Roma. Non è certo l’Attila verdiano l’Attila fratricida e senza pietà (emulo di Alessandro Magno?) ma è l’Attila di cui Verdi, come si è accennato, aveva letto in Madame de Staël “i cui moti dell’animo possiedono una specie di rapidità e di decisione che esclude qualsiasi sfumatura; sembra quasi che si comporti come una forza fisica, movendosi irresistibile e totalmente nella direzione che segue” (De L’Allemagne, pg. 315). E si torna, come si vede, a quell’Attila che si è tentato di definire nell’articolo precedente, l’Attila che patteggia le tregue con Roma in cambio di donativi e oro contante, ma freme per entrare in una sorta di condivisione con Roma degli agi e delle ricchezze dell’impero agonizzante; l’Attila che fallisce nella politica di integrazione, che rifiuta di fatto “l’alternativa romana” e che per amore di Onoria (nel dramma dei Werner Onoria è presente nel momento in cui Hildegonde pugnala a morte il grande Attila!) mai conosciuta, ma “amata” dal momento in cui riceve da lei richieste disperate di salvezza muove guerra all’Impero Romano: un Attila “romantico” ante litteram e perciò possibile personaggio da melodramma ottocentesco. Verdi non poteva che entusiasmarsi di un Attila barbaro e pure “umano”, così come si era innamorato dei drammi di Schiller e amerà di sconfinato amore il grande Shakespeare di Macbeth e Dumas figlio e Hugo. Stagione irripetibile dell’arte e del genio italiano, stagione di grandi passioni e di grandi valori.