Giovanna D’Arco

Il rogo dell’anima: la Giovanna D’Arco verdiana non finisce bruciata viva come quella realmente esistita, ma a prendere fuoco è il suo stato interiore ed è proprio questa la lettura che il Teatro dell’Opera di Roma ha voluto approfondire per l’ultimo titolo della stagione 2020-2021. Era un’occasione più che ghiotta: il Costanzi aveva dato “ospitalità” alla Pulzella d’Orléans soltanto una volta, quasi mezzo secolo fa. Era il maggio del 1972 e una promettente e giovane Katia Ricciarelli fece conoscere al pubblico romano quella che colpevolmente viene considerata un’opera minore di Verdi. Oltre all’attesa di cinquant’anni, la Capitale non ha mai avuto un buon rapporto con il titolo in questione.

Subito dopo la prima assoluta milanese del 1845, infatti, venne allestita al Teatro Argentina con un altro titolo, “Orietta di Lesbo”, confondendo non poco gli spettatori. Il nuovo allestimento dell’Opera di Roma con elementi scenici del Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia ha inaugurato dunque una nuova fase per la “Giovanna D’Arco” in salsa capitolina. Questa recensione si riferisce alla seconda recita, quella di martedì 19 ottobre 2021. La regia e la coreografia di Davide Livermore hanno voluto puntare sui conflitti interni della protagonista. Il Medioevo è emerso in modo sfuggevole, ma non è stato un dettaglio che ha fatto la differenza. 

La lettura è stata improntata a un impianto scenico fisso, vale a dire il mondo interiore di Giovanna interamente condensato in una struttura a cerchi concentrici, leggermente inclinata (muoversi su un palco del genere non è stato semplice, rendendo di tanto in tanto i personaggi un po’ impacciati). L’obiettivo era quello di stilizzare una sorta di gorgo, mentre sullo sfondo si stagliava una sfera che rappresentava in parte il sole e in parte il mondo della protagonista con tutti i suoi turbamenti. Per quel che riguarda i costumi, invece, Livermore ha voluto a tutti i costi una sospensione temporale, visto che le fogge e il materiale erano decisamente contemporanei, in pratica una semplificazione dell’epoca medievale. 

Il misticismo dell’opera verdiana si deve anche e soprattutto alle danze e la regia non le ha messe in secondo piano. Anzi, i balletti dei demoni e degli angeli hanno reso più vivo il racconto, con il particolare di una “seconda” Giovanna D’Arco più eterea che moriva al posto di quella autentica per mettere in risalto la sua potenza. Il corpo di ballo ha avuto i suoi vertici in Susanna Salvi che impersonava proprio Giovanna, oltre agli angeli Claudio Cocino, Virginia Giovanetti e Viviana Melandri. Applausi e gradimento sia per questi artisti che per il cast vocale. Si dice spesso che il lavoro di Verdi sia poco presente nei cartelloni per la mancanza di voci giuste.

In parte è vero, anche se i cantanti che hanno dato vita a questa “Giovanna D’Arco” romana si sono ben disimpegnati per onorare il Cigno di Busseto. Assoluto protagonista della recita a cui si riferisce questa recensione è stato Roberto Frontali, baritono di razza che ha dimostrato una volta di più di meritare gli applausi scroscianti del Costanzi. La voce del suo Giacomo è apparsa robusta e stentorea, onorando in pieno la scrittura verdiana che nei suoi anni di galera è stato a dir poco esigente con i cantanti. L’interpretazione è stata, poi, drammaturgicamente impeccabile e intensa. Non è stato da meno Francesco Meli, una garanzia quando si tratta di “rispolverare” titoli del genere.

D’altronde, in tanti ricordano una recente prima della Scala proprio con “Giovanna D’Arco” e con il tenore genovese nei panni di Carlo VII. Come accaduto sei anni fa, Meli ha confermato le buone impressioni con una dizione davvero impressionante, un canto accurato e nessuna emissione spinta all’eccesso. La correttezza di fonazione e il temperamento drammatico hanno impreziosito la sua performance romana. A completare il trio dei personaggi di rilievo ci ha pensato Nino Machaidze, soprano georgiano dal volume portentoso e dal canto ricco di sfumature, mai monotono nell’accento. Tenuta e intonazione non sono stati problemi per tutto il corso della serata, dettagli non poco apprezzati dal pubblico.

Del cast hanno fatto parte anche il preciso Leonardo Trinciarelli (Delil) e l’imponente e solenne Dmitry Beloselskiy (Talbot). Alla guida dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma c’era Daniele Gatti, capace di far rivivere il giovane Verdi e tutta la sua “irruenza” in ogni nota. Il direttore ha puntato sull’estrema attinenza allo stile musicale di questo “primo” Verdi, senza appesantire le pecche della partitura che (tenendo conto del periodo di composizione) si possono ritrovare. In un’opera in cui ci sono pochi personaggi, infine, il coro del Teatro dell’Opera di Roma diretto con sapienza da Roberto Gabbiani si è dimostrato un elemento in più per il successo della serata, accompagnando i deliri di Giovanna ed i momenti più drammatici.  

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2020-2021
GIOVANNA D’ARCO
Dramma lirico in 4 atti su libretto di Temistocle Solera,
Musica di Giuseppe Verdi

Carlo VII Francesco Meli

Giovanna Nino Machaidze

Giacomo Roberto Frontali

Delil Leonardo Trinciarelli

Talbot Dmitry Beloselskiy

Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Daniele Gatti

Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Direttore Roberto Gabbiani

Scene Giò Forma

Costumi Anna Verde

Luci Antonio Castro

Video D-Wok

Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento del Teatro Costanzi con elementi scenici del Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia

Foto Fabrizio Sansoni (Teatro Opera Roma)