Il turco in Italia

Il turco in Italia chiude l’autunno rossiniano della Scala.

Torna finalmente in scena, e con il teatro a piena capienza, l’opera che aveva tristemente accompagnato la chiusura del teatro mesi fa. Il capolavoro di Gioachino Rossini fece la sua prima apparizione proprio alla Scala nel 1814 sfruttando l’onda della moda dell’esotismo orientale in voga in quegli anni e già esperita con L’italiana in Algeri. L’allestimento scelto per questa occasione rimanda, secondo il regista Roberto Andò, alla visione letteraria di Italo Calvino, nelle sue lezioni americane leggiamo infatti : “Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.” Funzioni letterarie che si incrociano alla vita reale, schegge di letteratura di cui siamo fatti. 

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Giulio Mastrototaro e Rosa Feola

Tutto ciò si concretizza nella comparsa in scena, a sorpresa, dei personaggi da botole nel palco, frammenti di arte, intrappolati nel destino letterario e musicale per sempre. Una scena semplice e funzionale quella ideata da Gianni Carluccio (che cura anche le luci), onirica, unico elemento sempre presente il mare, creato con rulli rilucenti come si faceva nel teatro di un tempo, la tecnologia messa da parte in questa scelta registica per fare spazio a un teatro delicato e poetico, quinte che ricordano semplici case e qualche pedana mobile che rimanda a un certo modo di fare regia ronconiano. Il colpo d’occhio è completato dalle proiezioni sobrie e funzionali a cura di Luca Scarzella e dai costumi a tinte pastello piacevoli e mai troppo invasivi pensati da Nanà Cecchi.

Il versante musicale appare in perfetta sintonia con il progetto registico.

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Rosa Feola e Alessio Arduini

Il Maestro Diego Fasolis, infatti, offre una lettura del capolavoro rossiniano permeata di sonorità delicate e leggiadre, animata da un ritmo brillante ma non pedante, intrisa di languidi abbandoni e sottile ironia.

La partitura viene eseguita nella sua integralità riaprendo ogni possibile taglio di tradizione; Fasolis, coadiuvato dalla bravura della compagine orchestrale, sa tratteggiare, e mantenere per tutta la durata dello spettacolo, un’atmosfera sonora raffinata ed emotivamente coinvolgente che conquista il favore del pubblico. L’Orchestra del Teatro alla Scala appare in ottima forma e, sulla scorta delle indicazioni del direttore, riesce a dare vita a colori e dinamiche particolarmente suggestive che ben si inseriscono in un sottile, quanto sopraffino, gioco di alternanze tra momenti più lirici ed altri di maggiore concitazione. Efficaci e stilisticamente inappuntabili gli interventi di James Vaughan, Maestro al fortepiano.

La compagnia di canto è capitanata da Erwin Schrott, Selim scenicamente accattivante nei suoi atteggiamenti volutamente caricaturali, esaltazione parossistica del galateo amoroso in vigore nel mondo orientale. La linea vocale, screziata di un seducente impasto brunito, si espande omogenea in tutti i registri, compreso quello acuto che risulta squillante e penetrante; di buon livello il canto di coloratura, affrontato con brio e raffinatezza. Sotto il profilo interpretativo, poi, grazie ad un ottimo dominio del fraseggio, risulta sempre coinvolto ed appassionato.

Trionfatrice della serata è Rosa Feola che interpreta una Fiorilla da autentica fuoriclasse. Il soprano sfoggia un mezzo caratterizzato da un colore limpido e cristallino, una linea vocale impreziosita da innata musicalità e morbidezza. Sempre pertinenti e di gusto le variazioni, soprattutto nelle riprese delle cabalette, eseguite con leggiadria, facile e ben appoggiata la gamma acuta. Scenicamente disinvolta, si muove aggraziata e civettuola, come il ruolo richiede, risultando irresistibile nella veste di inguaribile seduttrice. La sua esecuzione della grande aria di secondo atto, “squallida veste bruna”, intrisa di malinconico patetismo, con la seguente funambolica cabaletta, resta uno dei vertici esecutivi della serata.

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Di ottimo livello è la prestazione di Giulio Mastrototaro, un Don Geronio giovanile, ironico e raffinato. Pregevole il controllo vocale di un mezzo pastoso, omogeno a tutte le altezze, ben tornito nel registro grave e sicuro in acuto. Il baritono risulta a proprio agio nella scrittura rossiniana, sciorinando con maestria e perizia le difficoltà tecniche della parte con particolare riferimento al frenetico sillabato dell’aria di secondo atto “se ho da dirla avrei molto piacere”, eseguita in un palco di terzo ordine come un monologo rivolto direttamente agli spettatori in sala. Interprete finissimo, sa infondere al testo, la giusta ironia senza eccessi caricaturali.

Antonino Siragusa veste i panni di Don Narciso e, dopo le recenti Italiana in Algeri e Barbiere di Siviglia, completa così la trilogia rossiniana al Piermarini. Frequentatore di lungo corso di questo repertorio, il tenore conferma anche in questa occasione il valore di un bagaglio tecnico che gli consente di affrontare la parte con intelligenza, controllo del canto fiorito, linea vocale precisa e ricca di sfumature. Coerentemente con la visione del regista il suo personaggio mantiene un contegno ed una virile dignità che ne valorizzano la nobiltà prevista dell’autore.

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Erwin Schrott

Ad Alessio Arduini spetta il compito di vestire i panni di Prosdocimo, il vero deus ex machina della vicenda, una sfida superata senza riserve. Il suo è un personaggio scenicamente trascinante con le sue movenze fluide e naturali, caricatura raffinata e mai grottesca dell’autore del dramma da cui scaturisce il gioco metateatrale che è alla base della stessa partitura. Interessante il materiale vocale, ben tornito e contraddistinto da adeguata morbidezza.

Di buon livello la prestazione offerta da Laura Verrecchia che mette il suo timbro vellutato al servizio di un’interpretazione partecipata in virtù, tra l’altro di un fraseggio sempre accorato.

Convincente Manuel Amati nelle vesti di Albazar. Voce educata e musicale che riesce a spiccare particolarmente nell’aria di secondo atto “Ah! Sarebbe troppo dolce”, interpretata come un irresistibile, quanto riuscitissimo, provino per un casting di partecipazione al dramma cui lavora Prosdocimo che lo osserva divertito in platea appoggiato alla balaustra del direttore d’orchestra.

Musicali e brillanti gli interventi del Coro del Teatro alla Scala di Milano, di encomiabile bravura come sua abitudine, preparato dal Maestro Alberto Malazzi.

Vivo successo arride alla serata da parte di un pubblico divertito che esprime maggiore entusiasmo nei confronti degli interpreti e, in particolare il terzetto dei protagonisti, e direttore al termine.

Una nota di colore: il maestro Fasolis, prima di attaccare l’inizio del secondo atto, si rivolge al pubblico ed esclama a gran voce “Abbiamo bisogno di voi!” e da un palco si leva gioioso un grido “Viva il teatro!”, e questa volta, speriamo sia per sempre!

IL TURCO IN ITALIA
Dramma buffo in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gioachino Rossini

Selim Erwin Schrott
Donna Fiorilla Rosa Feola
Don Geronio Giulio Mastrototaro
Don Narciso Antonino Siragusa
Prosdocimo Alessio Arduini
Zaida Laura Verrecchia
Albazar Manuel Amati

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Diego Fasolis
Maestro del coro Alberto Malazzi
Fortepiano James Vaughan
Violoncello Simone Groppo
Regia Roberto Andò ripresa da Emmanuelle Bastet
Scene e luci Gianni Carluccio
Costumi Nanà Cecchi
Video Luca Scarzella

FOTO: Brescia – Amisano Teatro alla Scala