Don Carlo

Don Carlo di Giuseppe Verdi è il titolo inaugurale della stagione lirico-concertistica del Teatro Magnani di Fidenza.

A pochi chilometri da Parma sorge Fidenza, borgo che custodisce numerosi siti di grande interesse artistico ed architettonico, come la cattedrale di San Donnino, con le sculture di Benedetto Antelami in facciata, e, pochi passi più in là, un piccolo e prezioso gioiello: il Teatro Magnani. Edificato in stile neoclassico fra il 1813 ed il 1861 su progetto di Nicolò Bettoli, presenta una facciata che ricorda quella del Teatro Regio di Parma, dello stesso architetto, ed una splendida sala affrescata dallo scenografo fidentino Girolamo Magnani, a cui il teatro è intitolato.

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Giacomo Prestia e Giuseppe Altomare

Ogni anno, grazie al lavoro instancabile dell’associazione “Gruppo Musicale Promozionale Tullio Marchetti”, questo teatro ha la sua stagione lirico-concertistica, un cartellone ricco di eventi che raccoglie puntualmente il favore del pubblico e della critica. L’evento inaugurale del programma 2021 è un titolo d’opera molto amato dagli appassionati, “Don Carlo”, dramma lirico in quattro atti di Giuseppe Verdi, qui proposto nella traduzione ritmica italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini. Una serata molto attesa, dunque, che ha richiamato appassionati anche dai comuni e dalle province confinanti. Entrando in teatro lo sguardo dello spettatore è rapito dalla bellezza della Camera Acustica dipinta da Girolamo Magnani nel 1871, dieci anni dopo l’inaugurazione del Teatro: si tratta di nove grandi tele, otto delle quali montate su telai lignei, che formano le pareti laterali ed il plafone, e da una avvolta che ne costituisce il fondale, per complessivi 330 metri quadri di tela dipinta a tempera. I pannelli creano sul palcoscenico una proiezione trompe l’oeil del teatro stesso, con la ripresa di tutti i motivi decorativi che richiamano e proseguono la volta affrescata della platea. Questa vera e propria opera d’arte costituisce dunque, per questo spettacolo, una meravigliosa quinta a vista che ben si adatta con l’ambientazione della vicenda. Non saremo forse alla corte del Grande di Spagna, ma siamo pur sempre in un contesto regale ed aristocratico. Essenziali gli elementi di scena: una panca, una fontana, un tavolo (dove Filippo II siede assorto nei suoi pensieri all’inizio del terzo atto), mentre sul fondo incombe per tutta la durata dello spettacolo un sepolcro su cui si erge una statua con le fattezze un frate incappucciato (il sepolcro di Carlo V). La regia di Ricardo Canessa è pulita e di stampo tradizionale, i protagonisti si muovono sul palcoscenico con gestualità essenziale, mentre il coro è disposto sul fondo, in una tribuna a più livelli. Efficaci, nella loro linearità, i costumi di Artemio Cabassi che sceglie cromie scure per gli uomini (soprattutto nero), mentre gli unici colori presenti sono quelli degli abiti femminili, pur con tonalità tenui e ben coordinate con il gioco di luci che di volta in volta illumina la scena. Tutti gli artisti del coro indossano un costume fratesco in linea con l’epoca storica della vicenda. Gradevoli le luci, a firma dello stesso Canessa, specialmente nel gioco di effetti cromatici sul fondale, dove è posto il simulacro dell’imperatore defunto.

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Viktoria Kholod e Mirouslava Yordanova

Allestire un titolo come Don Carlo significa impiegare, spesso, ingenti risorse economiche per reperire almeno sei fuoriclasse, un direttore d’orchestra di grande esperienza e un regista che sappia raccontare, a volte anche con trovate grandiose, la vicenda di Filippo II e delle trame della sua corte. Questa produzione sembra smentire, almeno in parte, questi luoghi comuni, con un’operazione interamente autofinanziata, si è assistito ad un’esecuzione lodevole per più di una ragione di interesse.

Il Maestro Stefano Giaroli, forte di una prestigiosa carriera internazionale, ha saputo interpretare al meglio le intenzioni verdiane facendo ben trasparire dalla sua lettura la solennità della corte reale spagnola, le inquietudini e le cospirazioni che si annidano all’ombra del trono, la malinconica solitudine del sovrano e ancora l’amore infelice (ed impossibile) tra Don Carlo ed Elisabetta. Alla guida dell’Orchestra Filarmonica delle Terre Verdiane, il maestro concertatore ricerca il giusto equilibrio sonoro supportando al meglio gli artisti presenti sul palco. Mirabile la capacità di mantenere il controllo e la coesione tra buca e palcoscenico alla fine del terzo atto in occasione di un momento di amnesia da parte dell’interprete de Il Conte di Lerma. La compagnia di canto, considerato anche il periodo di prove veramente limitato, è risultata pienamente soddisfacente.

Nel ruolo del protagonista, il tenore Gustavo Porta mette al servizio della scrittura verdiana tutta l’esperienza maturata nel corso della sua lunga carriera. La voce, squisitamente lirica, ben si piega alle esigenze di un fraseggio sempre accorato e partecipe.

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Mirouslava Yordanova e Anna Capiluppi

Il soprano Viktoria Kholod interpreta un’Elisabetta dolente e rassegnata al suo infelice destino. Dotata di bella presenza scenica, risulta sempre regale nel fraseggio e convince anche sotto il profilo vocale dove mostra una buon controllo del mezzo, caratterizzato da un bel colore chiaro, e una linea di canto omogenea. Particolarmente riuscita l’aria di quarto atto, “Tu che le vanità”, dove l’artista domina l’impervia tessitura con perizia e la giusta intensità emotiva.

Autentico trionfatore della serata è il basso Giacomo Prestia che, con la sua interpretazione di Filippo II, festeggia i trent’anni di carriera. Il basso fiorentino entra in scena e sin dalla prima frase “Perché sola è la regina” mostra la preziosità di un mezzo di rara suggestione per bellezza del colore, intensità e potenza. L’artista è completo: la presenza scenica è magnetica, così come il fraseggio, di rara eleganza, dove ogni frase viene valorizzata con una tavolozza di infinite sfumature (la ripetizione dei versi “Ti guarda” al termine del duetto con Posa in primo atto, inchioda alla poltrona lo spettatore tanto risulta penetrante e spettrale). La linea di canto è di invidiabile sicurezza, si espande in acuto compatta e sonora, affonda nel registro grave con naturalezza. Da ricordare l’esecuzione dell’aria “Ella giammai m’amò”, con il suo cantabile quasi sussurrato, che ben riflette la desolazione che alberga nel cuore del re, che culmina nel finale dove Prestia imprime un accento supplichevole e disperato, di tale intensità emotiva da scatenare in sala un’ovazione da parte del pubblico.

Degna di nota la prova del baritono Giuseppe Altomare nel ruolo di Rodrigo. La voce presenta un bel colore lirico che si espande facilmente su tutta la linea. Il suo marchese di Posa è appassionato ma anche nobile e leale; degna di nota la scena del carcere di terzo atto dove l’artista, particolarmente ispirato, realizza, suggestivi effetti chiaroscurali combinati ad un fraseggio fremente ed accorato.

Il mezzosoprano Mirouslava Yordanova, accorsa in sostituzione della prevista titolare del ruolo, è un Eboli che seduce per il bel colore brunito del mezzo, il registro centrale corposo e quello grave sonoro; una prova in crescendo soprattutto a partire dal secondo atto dove l’artista riesce a sbalzare un personaggio ferino e pugnace. Arrivata al celebre “O don fatale”, regala un’esecuzione intensa e partecipata che le vale l’apprezzamento da parte del pubblico.

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Gustavo Porta, Giacomo Prestia e Viktoria Kholod

Buona impressione suscita il Grande Inquisitore interpretato da Ernesto Morillo: il duetto con Filippo di terzo atto, complice anche la bravura di Prestia, è di forte impatto emotivo, e colpisce per intensità espressiva e potenza drammatica. Si apprezza in particolare la forza dell’accento e la ricerca di un fraseggio adeguatamente ieratico e spettrale.

Musicale Anna Capiluppi, impegnata del duplice ruolo di Tebaldo e una voce dal cielo, che si fa apprezzare per la freschezza della voce caratterizzata dal bel colore chiaro.

Puntuale il frate di Julius Loranzi, che partecipa anche al concertato di secondo atto come uno dei deputati.

Completano la locandina Giulio Alessandro Bocchi, Fabio Bonelli, Giovanni Chiapponi, Wang Jngtian e Yang Bo, interpreti dei deputati fiamminghi.

Di buon livello la prova offerta dal Coro dell’Opera di Parma diretto da Emiliano Esposito.

Un’inaugurazione coraggiosa questa, ma anche la prova di come spesso nelle piccole realtà liriche locali e “di provincia” si possa assistere a performance davvero virtuose.

Grande successo al termine da parte del folto pubblico presente in sala.

Don Carlo
Dramma lirico in quattro atti
Libretto di François Joseph Méry e Camille du Locle
Traduzione ritmica italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini

Musica di Giuseppe Verdi

Filippo II Giacomo Prestia
Don Carlo Gustavo Porta
Rodrigo Giuseppe Altomare
Il grande inquisitore Ernesto Morillo
Elisabetta di Valois Viktoria Kholod
Eboli Mirouslava Yordanova
Un frate Julius Loranzi
Tebaldo Anna Capiluppi
Deputati fiamminghi:
Giulio Alessandro Bocchi
Fabio Bonelli
Giovanni Chiapponi
Julius Loranzi
Wang Jngtian
Yang Bo

Orchestra Filarmonica delle Terre Verdiane
Maestro concertatore e Direttore
Stefano Giaroli
Coro dell’Opera di Parma
Direttore del coro Emiliano Esposito
Regia e luci Riccardo Canessa
Costumi Artemio Cabassi

FOTO PER GENTILE CONCESSIONE DEL TEATRO