Concerti 2010

KRÖNUGSMESSE [William Fratti] Busseto, 27 gennaio 2010.
Nel centonovesimo anniversario delle morte di Giuseppe Verdi, il Comune e la Parrocchia San Bartolomeo Apostolo di Busseto hanno voluto omaggiare il celebre compositore con la Messa dell’Incoronazione di Wolfgang Amadeus Mozart. “Una messa in musica per Verdi” è un avvenimento che segna l’inizio dei festeggiamenti bussetani in vista del 2013, con la stretta partecipazione delle istituzioni locali in un progetto unico, che porti alto il nome di Busseto e del suo Cigno fino alle celebrazioni del Bicentenario Verdiano. La celebrazione eucaristica, officiata dal Vescovo Sua Ecc. Rev.ma Monsignor Carlo Mazza nella Chiesa Collegiata di San Bartolomeo Apostolo, è stata aperta con una toccante esecuzione dell’Ave Maria volgarizzata da Dante di Giuseppe Verdi, con il canto di Roberta Canzian arricchito di raffinati pianissimi ed eleganti chiaroscuri, accompagnato all’organo da Fabrizio Cassi e al violino da Marco Bronzi. La Krönugsmesse di Mozart, opportunamente inserita nella funzione, è stata guidata con sapienza da Alessandro Nidi sul podio dell’Orchestra Giuseppe Verdi di Parma, che si è avvalso delle voci soliste del soprano Roberta Canzian, del mezzosoprano Altea Maria Pivetta, del tenore Marco Lopez e del basso Romano Francescetto, affiancate dal Coro diretto da Emiliano Esposito. La partitura commovente del compositore austriaco ha scandito i momenti più intensi del rito cattolico, per culminare nel vertice più espressivo dell’opera con l’Agnus Dei, con la voce angelica e ben salda del soprano trevigiano, nel decimo anniversario del suo debutto nel ruolo di Gilda al Teatro Giuseppe Verdi di Busseto, avvenuto esattamente il 27 gennaio 2000.

PAVANE, TE DEUM, REQUIEM [William Fratti] Parma, 2 aprile 2010.
Il calendario della Quarta Edizione di Nuove Atmosfere della Fondazione Arturo Toscanini prosegue con un appuntamento al Teatro Regio di Parma, con la partecipazione della Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Lawrence Foster, accanto al Coro del Teatro Regio di Parma guidato da Martino Faggiani, che eseguono alcuni dei brani più suggestivi del repertorio francese di fine XIX secolo. Il concerto si avvia con un regalo di Pasqua annunciato dal direttore romeno-americano, Pavane di Gabriel Fauré, ispirata all’omonima danza rinascimentale della corte spagnola, che il compositore francese fa rivivere con estrema raffinatezza, eleganza e un poco di malinconia. Nei pochi minuti dell’esecuzione di Pavane, Lawrence Foster incanta il pubblico parmigiano, che lo accoglie con uno scrosciante applauso. Segue il Te Deum di Georges Bizet, che si apre con il Coro immediatamente impegnato ad inneggiare alla gloria, accompagnato dai magnifici accordi degli archi. Nella melodia splendidamente brillante, terrena, spiccatamente teatrale, si inseriscono anche le voci del giovane tenore Adriano Graziani, di sapore belcantista e del soprano Yolanda Auyanet, che interpretano anche il successivo Tu rex gloria Christe, vigoroso ed intenso, certamente più vicino al gusto profano che al canto religioso. Il Te ergo ha il carattere di una raffinata preghiera, verosimilmente introducibile in un melodramma, mentre la maestosa fuga conclusiva dell’opera, il Fiat misericordia tua, riprende nel finale i gloriosi accordi introduttivi. Nella seconda parte del concerto è eseguito il Requiem di Gabriel Fauré, composto “solo per il piacere di farlo” e proposto per la prima volta nel 1888 durante un funerale privato alla Madeleine. Pur essendo volutamente poco enfatico, più vicino all’idea di liberazione gioiosa della morte, che alle paure tremende del giorno del giudizio – l’intera sequenza del Dies Irae è addirittura eliminata – il compositore francese decide di rimaneggiare la partitura e di rivedere l’orchestrazione, ampliando l’organico, per la fastosa esecuzione al Trocadero nel 1900, in occasione dell’Expo. Il primo movimento è intriso di tinte scure nel Requiem, che diventano più luminose passando al Kyrie, mentre l’Offertorio appare particolarmente intimo, soprattutto nell’Hostias interpretata dal baritono Simone Alberghini, che possiede la giusta vocalità calda e morbida per donare alla preghiera il carattere giustamente raccolto. Seguono l’angelico Sanctus accompagnato dall’arpa e il dolcissimo Pie Jesu, elegantemente interpretato dal soprano Yolanda Auyanet, seppur qualche piccolo passaggio nel registro acuto non risulta essere del tutto pulito. Con l’Agnus Dei si riprendono alcuni colori ombrosi del Requiem, per essere solo in parte mantenuti nel coro del Libera Me, contrapposto alla linea melodica del baritono, che poi si tuffa nel celestiale e liberatorio In Paradisum che conclude l’opera sacra. Lawrence Foster e i complessi artistici parmigiani si distinguono indiscutibilmente per la preparazione accurata e meticolosa, ma soprattutto per un’esecuzione carica di sentimento, strappando ampi consensi al pubblico del Teatro Regio.

MARIELLA DEVIA, STEFANO RANZANI [Lukas Franceschini] Verona, 16 aprile 2010.
Il programma del concerto veronese accosta due autori, Beethoven e Rossini, i quali pur essendo artisticamente agli antipodi, casualmente concludono la propria attività compositiva nello stesso periodo ovvero la fine degli anni ’20 del XIX secolo. Mariella Devia, soprano che non necessita di presentazioni, è il trait-d’union tra di due musicisti, i quali annoverano nella loro produzione eccelsi spartiti vocali, l’italiano quasi esclusivamente operistico, il tedesco sinfonico e misuratamene liederistico, differenziandosi per stile e prassi. Il programma presenta nella prima parte, dedicata a Beethoven, l’esecuzione di Egmont Overture, ovvero il pezzo “sopravvissuto” nella consuetudine concertistica delle musiche di scena composte per il dramma di Goethe. Non è accertato l’apprezzamento del drammaturgo per le musiche di Beethoven ma questi espresse nella sua musica tutta la sua convinzione di “libertà” dal potere assoluto (Vienna a quel tempo era occupata dai francesi), di giustizia e di quegli ideali ottocenteschi di emancipazione sociale e fratellanza. Sulla stessa vena “politica”, Beethoven compose Meeresstille und Gluckliche Fahrt, nel periodo del Congresso di Vienna (1815) che a priori produsse illusioni di pace, prosperità e libertà poi andate deluse. Questi due spartiti sono stati eseguiti dall’orchestra dell’Arena di Verona con vistose falle soprattutto nel settore fiati a cui non è valsa l’accorata direzione di Ranzani, il quale cercava entro certi limiti uno stile ed un ritmo andato spesso disatteso. Più egregia la partecipazione del Coro nel brano che rivela un avvenirismo musicale cospicuo ma che critica e pubblico al tempo non capirono. Nella celebre aria da concerto “Ah! perfido”, la cui datazione 1796 farebbe ipotizzare sia uno dei primi studi di Beethoven sotto la guida di Antonio Salieri su testo di Metastasio (Achille in Scirio), si coglie una piena padronanza dello stile italiano a cui arrise sempre una fastosa accoglienza da parte del pubblico. L’orchestra qui dimostra più coesione ed omogeneità esecutiva e Mariella Devia è cantante raffinata e precisa quale sappiamo, semmai manca per peculiarità personali di uno stile e un’interpretazione adeguata che in questo caso determinano un’esecuzione non centrata sotto l’aspetto espressivo. La complessa e lunga overture di Semiramide (1822), ultima opera italiana del genio pesarese, è affrontata da Ranzani con più scaltrezza e famigliarità, pur dovendo egualmente registrare i limiti dell’orchestra in un repertorio di non solita frequenza. La Devia, a differenza che in Beethoven, trova nella cantata di Rossini La morte di Didone uno spessore sia vocale sia interpretativo di alto profilo e si eleva tra le migliori esecutrici sia nella parte recitata sia nel cantabile anche in considerazione di una quasi quarantennale carriera. La cantata fu concepita nel 1811 circa, pertanto agli albori della produzione rossiniana, su libretto anonimo e senza una data certa circa la prima esecuzione. Rossini trova una vena particolarmente ispirata per passione e tragicità, circoscritta da espressione e grande effetto del testo. Buon successo al termine, con particolari ovazioni per Mariella Devia, che purtroppo non concede alcun bis.

WAYNE MARSHALL [Lukas Franceschini] Verona, 21 maggio 2010.
L’ultimo concerto della Stagione Sinfonica al Teatro Filarmonico di Verona è stato un successo trionfale, cui ha contribuito in maniera determinante la presenza del musicista Wayne Marshall. Il programma monografico su George Gershwin prevedeva l’esecuzione di pezzi celeberrimi che hanno dato immortalità all’autore più eclettico del panorama musicale del ‘900. Gershwin durante la sua breve vita, morì a soli trentanove anni, svolse un’attività frenetica di composizione in tutti i generi musicali, anche se sarebbe errato considerarlo un “classico” ma è altrettanto doveroso ricordare che oggi Porgy and Bess è classificata come opera e al tempo sue composizioni ebbero l’attenzione e l’esecuzione di moltissimi musicisti che eseguivano il repertorio classico, valga un nome per tutti: Arturo Toscanini. Ebbe occasione di conoscere i più illustri compositori suoi contemporanei Ravel, Stravinskij, Milhaud, Prokofiev, Schoenberg, i quali ammiravano Gershwin per l’estro e la vena compositiva, a sua volta egli chiese ripetutamente a taluni di loro lezioni di composizione, debitamente rifiutate per la stima che nutrivano nei suoi confronti, eccezione per Stravinskij che lo invidiava. Agli inizi compose molte commedie musicali che ebbero un successo travolgente a Broadway e in altri teatri americani, come ad esempio Girl Crazy sulle scene con Ginger Rogers poi al cinema con Michey Rooney e Judy Garland. Ma il suo sogno ambizioso era quello di essere anche un musicista classico. Nel programma del concerto al Filarmonico pertanto si sono ascoltati i due spetti compositivi di Gershwin, due Overture da due commedie-musicals Girl Crazy e Strike up the Band e due pezzi cosiddetti classici il Concerto in Fa per pianoforte ed orchestra e A Symphonic Picture dal celeberrimo Porgy and Bess. Quest’ultimo da considerarsi il vero capolavoro del compositore assieme a poemi sinfonici come Un americano a Parigi si impose trionfalmente alla prima esecuzione ma poi stentò ad essere accettata soprattutto negli Stati Uniti, ove veniva spesso tacciata di superficialità e non da tutti “digerita” quale dramma di afroamericani raccontato da un bianco. Solo dopo il secondo conflitto mondiale si impose come uno dei migliori lavori musicali del secolo non solo in America, ove fiorirono le Suite sinfoniche dell’opera, quale quella che abbiamo ascoltato nel concerto commissionata nientemeno che dal grande direttore Fritz Reiner per la Pittsburg Symphony Orchestra al collaboratore di Gershwin Russell Bennett, ma soprattutto in Europa dove una tournèe dell’opera trionfò nei piu importanti lirici e in tale occasione vi era la presenza di un giovane soprano del Mississippi, Leontyne Price, che oltre ad essere stata la migliore Bess di tutti i tempi, sarà poi una delle più autorevoli cantanti liriche del secolo. Nei brani in programma vi sono ovviamente tutta influenza musicale soprattutto americana dell’inizio secolo, jazz, ragtime, swing, ancor oggi è difficile classificare Gershwin, egli assembla tutti i generi classici e i citati per una strada propria che ha lasciato un segno indelebile soprattutto sui compositori successivi d’oltre oceano basti pensare ai Maazel e Previn degli esordi, certo ed indiscusso è la grandezza compositiva ed un istinto creativo superlativo, che ancor oggi colloca Gershwin nell’olimpo dei musicisti di tutti i tempi. Non si poteva scritturare miglior direttore per eseguire Gershwin, infatti, Marshall è tra i più se non la più accreditata bacchetta in questo repertorio. Non ho neppure ricordi di aver sentito l’orchestra dell’Arena di Verona in forma così smagliante, quasi irriconoscibile a confronto con il solito standard. In particolare gli ottoni erano sfavillanti a cui si aggiungano i fiati e l’intera compagine che mai avrei immaginato cosi ragguardevoli in tale repertorio. A tal fine non è possibile non considerare che Marshall avrà contribuito in maniera determinante, a cui va aggiunta la strepitosa performance come pianista nel Concerto in Fa. Pubblico molto coinvolto che al termine ha decretato un autentico trionfo.

OSCAR DELLA LIRICA [Lukas Franceschini] Verona, 31 agosto 2010.
La Fondazione Verona per l’Arena ha organizzato il primo International Opera Awards Oscar della Lirica con la partecipazione dell’Orchestra I Virtuosi Italiani diretta Pietro Mianiti e la presenza di numerosi cantanti lirici. Con il senno di poi purtroppo dobbiamo registrare nella parte organizzativa che ci sono state più ombre che luci, ma l’auspicio è che nelle prossime edizioni il tutto possa essere migliorato per far si che l’appendice della Stagione Lirica all’Arena di Verona diventi un appuntamento fisso della lirica a livello internazionale. La prima ombra riguarda l’acustica la quale era amplificata come per un concerto rock il che rendeva fastidioso l’ascolto sia dell’orchestra sia dei cantanti dei quali non potremo certo fare delle valutazioni critiche appropriate. Inoltre, I Virtuosi Italiani sono un ensemble conosciuto di rango che ci ha regalato esibizioni ben più lusinghiere di quella espressa in questa serata. Altro punto da correggere è lo sviluppo della serata. E’ del tutto impensabile poter tenere il pubblico, seppur non numerosissimo, incollato alla poltrona per circa quattro ore consecutive senza una pausa; non era neppure previsto il programma di sala con la scaletta degli interventi. Presentava la serata Massimo Ghini, attore di celebrata fama, al quale sarebbe stato opportuno suggerire meno prolissità la quale era stantia e retorica prolungando lo show che avrebbe dovuto essere più incalzante. Dalle ore 23.00 in avanti si deve inoltre registrare il continuo fuggi-fuggi del pubblico sia dalla platea sia dalle gradinate e tale situazione non fa che confermare le nostre argomentazioni. Tra le presenze abbiamo avuto due premi alla carriera consegnati a Carlo Bergonzi (che ha avuto una standing ovation da parte del pubblico) e a Mirella Freni, cantanti che non necessitano certo di presentazione ma solo un sincero ringraziamento per la loro arte espressa in decenni di carriera. Tra i giovani cantanti sono stati premiati Maria Alejandres un soprano lirico che avrebbe potuto scegliere altro brano per emergere anziché il Valzer di Giulietta dall’opera Roméo et Juliette di Gounod e Ziyan Atfeh piuttosto incisivo nella “Calunnia” da Il barbiere di Siviglia. Per la danza ha ottenuto la statuetta Eleonora Abbagnato, étoile dell’Opera di Parigi che si è magistralmente esibita con il collega Benjamin Pech su un brano di Chopin. L’orchestra ha eseguito una tumultuosa sinfonia da Nabucco mentre il Coro del Teatro Regio di Parma è stato impegnato nel brano “Guerra, guerra” dalla Norma di Bellini, scelta molto discutibile considerato quanti cori da opere erano a disposizione. Tra i cantanti intervenuti ritengo interessantissima le prestazioni di Celso Albelo nell’aria “A mes amis” da La fille du Rgiment di Donizetti, performance, come per gli altri da rivalutare in condizioni acustiche naturali, e di Hui He nell’aria di Tosca“Vissi d’arte”. Désirée Rancatore nell’interpretare la grande aria di Violetta dal I atto de La traviata ha evidenziato che questa partitura non è decisamente nelle sue corde pur ammirando la disinvolta scioltezza nella cabaletta. Giovanni Allevi ha suonato un assolo al piano e diretto un brano per orchestra A perfect Day di non particolare efficacia strumentale, raccogliendo ovazioni prolungate. L’esibizione di Maria Laura Martorana nella seconda aria della Regina della Notte da Die Zauberflöte di Mozart era alquanto imbarazzante, di ruotine l’aria di Figaro cantata da George Petean, commuovente la partecipazione del coro di ragazzi Mano Blancas. Madrina della serata era Katia Ricciarelli e Michele Placido si è prestato ad un inutile parodia dal Don Giovanni. Retorico se non inutile il riconoscimento assegnato a Maria Callas, Renata Tebaldi e Mario Del Monaco, figure leggendarie che essendo scomparse da anni non rientravano nel contesto con il premio. Come predetto ci si augura che per la prossima edizione possano essere risolte problematiche organizzative e di durata di uno show che dovrebbe essere serrato e più cantato che parlato.

NICOLA GUERINI, MATTEO VALERIO [Lukas Franceschini] Verona, 3 settembre 2010.
L’apertura della Stagione Concertistica Il Settembre dell’Accademia parte in tono minore con la Sofia Philharmonie Orchestra diretta da Nicola Guerini e il pianista Matteo Valerio, anche se l’inaugurazione vera e propria della rassegna sarà il 7 settembre con l’Orchestra Filarmonica della Scala. Infatti, questo concerto è un omaggio agli abbonati e vede la presenza di due artisti veronesi d’adozione. L’Orchestra Filarmonica di Sofia, fondata solo nel 1928 e diretta da autorevolissimi musicisti di fama internazionale, è un complesso di buona fattura con suono vigoroso seppur la raffinatezza, soprattutto nel settore fiati ,non sia esemplare. Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in re min. Op. 15 di Johannes Brahms è pagina difficile e non sovente eseguita in parte perché è un prodotto ibrido del compositore; proviene originalmente da una sonata che sarebbe poi dovuta diventare una sinfonia per approdare definitivamente in questo concerto in tre movimenti. Matteo Valerio è un pianista preparato ma piuttosto gelido nel gesto e nell’espressione, colpiscono lo struggente ritmo e la tecnica perfetta cui sarebbe auspicabile un fraseggio più articolato. Nicola Guerini risolve la direzione del concerto in maniera molto accademica, non manca certo di conoscenza, ma il respiro dell’orchestra è limitato. Valerio come bis esegue un brano di Chopin con maggior carisma e ampia melodia. Il programma prevedeva anche l’esecuzione della Sinfonia n. 9 in mi min. Op. 95 Dal nuovo mondo di Antonin Dvorak, una monumentale composizione che risale alla fine dell’800 quando il musicista era a capo del Conservatorio di New York. In essa si trovano molti elementi della musica popolare americana, dallo swing agli spirituals, dalle ballate indiane a quelle dei cowboy poi riversatesi nel country novecentesco. Considerata dai nordamericani come l’emblema della musica colta nazionale che in se racchiude in parte quel complesso di inferiorità rispetto all’Europa musicale, è a tutti gli effetti un affresco pittorico musicale del nuovo continente che Dvorak scolpisce soprattutto nel colore e dall’influenza che esso percepì oltrepassando l’Atlantico; non dimentichiamo che nello stesso periodo compose il celebre Quartetto per Archi Americano. Guerini trova un terreno espressivo più pertinente nella sinfonia di Dvorak rispetto al concerto brahmsiano. Qui cesella, o meglio, dipinge colori con maggior naturalezza e viva espressione, il ritmo è decisamente più incalzante e l’Orchestra di Sofia risponde con sapiente energia. Quale bis esegue una brillantissima Danza Slava n. 8 in sol min. Op 46 dello stesso autore ottenendo un successo di stima dal folto pubblico.

SEMYON BYCHKOV [Lukas Franceschini] Verona, 7 settembre 2010.
Il primo concerto in abbonamento del settembre dell’Accademia ha portato nuovamente a Verona l’Orchestra Filarmonica della Scala in un concerto diretto dal maestro russo Semyon Bychkov. In programma Wagner, Bartok e Cajkovskij. Inutile fare apprezzamenti sulla compagine scaligera, l’orchestra è uno degli ensemble più celebri a livello internazionale, e in questa occasione si è presentata in forma splendida. Il merito va anche e soprattutto all’eclettica bacchetta di Bychkov, direttore tra i più illustri che in programma raffinato ha fornito una prova superba. L’enfasi e l’abbandono nonché la passione espressa nel preludio e finale del Tristano erano commuoventi, la perfetta sincronia dei fiati con gli archi nel vortice della tensione sintesi del dramma. L’esasperante tensione di larghi abbandoni rappresenta sicuramente una lettura molto personale, ma l’irrequieta e sensuale passionalità del direttore è puro eufemismo definire commuovente. Nella Suite dal balletto Il mandarino meraviglioso è prevalsa una tecnica sopraffina nel coordinare le tipiche durezze musicali di Bartok in una composizione che si sviluppa particolarmente sul dinamismo timbrico dai grandi effetti sonori su una trama di per sé violenta e anche spinosa. Da lodare specialmente il settore degli ottoni per l’efficace sincronismo. Nella seconda parte del concerto il pezzo forte: la Sinfonia n. 6 Patetica di Cajkovskij. Ultima sinfonia del compositore russo, il quale non sempre riuscì a controllare l’equilibrio fra il suo connaturato patetismo e la ricchezza delle costruzioni melodiche. Se l’invenzione è felicissima, spesso il discorso musicale è banale, ma l’invenzione è sempre originale e il suo malinconico decadentismo è un chiaro specchio della sua psicologia e vicenda privata. In specie nella 6ª si percepisce l’ansia, per alcuni tratti isterici, della sua personalità, ma lo slancio creativo è d’impagabile coinvolgimento per l’ascoltatore. Tutto sommato questa sinfonia è un congedo, dove dominano le due sezioni estreme cosparse di fantastica tenebrosità, ed è un chiaro messaggio del suo mal di vivere che il movimento finale sia un andante: come chiudere senza trionfalismi un’esistenza combattuta e difficile. Bychkov legge il compositore russo con passionalità e altrettanta energia nelle sezioni centrali, cercando un’esemplare sonorità compatta e nello stesso tempo un decadentismo neoclassico di altissimo spessore, soprattutto nel finale. L’orchestra da par suo ha in questo repertorio terreno d’elezione per spontaneità melodica e timbro. Successo trionfale!

ION MARIN, SINFONIA N. 9 [Lukas Franceschini] Verona, 14 settembre 2010.
Il terzo appuntamento del Settembre dell’Accademia veronese si è rivelata una delle più clamorose delusioni dell’intera rassegna sin dalla sua nascita. La delusione maggiore è venuta da Ion Marin, direttore molto apprezzato in altre occasioni operistiche a livello internazionale, a seguire l’Orchestra Filarmonica Ceca, il Coro Filarmonico di Praga e il disomogeneo quartetto di solisti. In programma la Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven. Questa composizione ebbe il curioso antefatto di essere commissionata a Beethoven dalla Società massone… di Londra, e questi come al suo solito non solo mandò lo spartito con un anno di ritardo ma addirittura privo i committenti della prima esecuzione assoluta, la quale avvenne a Vienna al Teatro di Porta Carinzia il 24 maggio 1824 mentre la prima londinese avvenne il 21 maggio 1825 e, altra curiosità, con il celebre coro finale su testo di Schiller tradotto e cantato in italiano. Sebbene la Czech Philharmonia orchestra fu tenuta a battesimo nientemeno che da Antonin Dvorak attualmente non vanta una fama europea come nel passato soppiantata dalla crescente esplosione delle orchestre nell’ex cortina dell’Urss, della vecchia Germania dell’est e delle attuali nuove repubbliche Russe. Ion Marin ha scelto una lettura molto romantica ma caratterizzata da un’esangue lentezza e sovente confusione nella concertazione tra i vari settori orchestrali distorcendo il profondo concetto della composizione. Il Coro di Praga si esprime anche bene ed è compatto e sicuro tecnicamente, cosa che non si può dire altrettanto delle quattro voci soliste, le quali sono parse approssimative, corte e non particolarmente incisive. Applausi al termine, ma con poco entusiasmo.

PIETRO DE MARIA [Lukas Franceschini] Verona, 20 settembre 2010.
La rassegna veronese dell’Accademia Filarmonica ha proposto due concerti solistici al pianoforte, uno di questi è stato tenuto da Pietro De Maria. Il giovane pianista veneziano vinse il Premio della critica al Concorso Cajkovskij di Mosca e il Primo premio al Concorso Internazionale Dino Ciani al Teatro alla Scala nel 1990. Formatosi con Giorgio Vianello passando poi per Gino Gorini, si diploma al Conservatorio lagunare e vince anche il Concorso Cortot di Milano, perfezionandosi successivamente con Maria Tipo a Ginevra. Passato in breve tempo ad una più che ragguardevole carriera collabora con i più illustri direttori e le più prestigiose orchestre. Il suo repertorio, che spazia da Bach a Fedele, è contraddistinto dall’amato Chopin, del quale esegue pubblicamente l’integrale delle composizioni (primo italiano) che vengono poi incise per Decca con la quale collabora in esclusiva. Per il concerto veronese De Maria sceglie due autori del romanticismo pianistico ottocentesco: Robert Schumann e Fryderyk Chopin. Del primo esegue Papillons Op. 2 e Kreisleriana Op. 16, due composizioni che si rifanno alla figura letteraria rispettivamente di Paul e Hoffmann. Egli ci regala un’interpretazione misurata ma emotiva, dove prevale l’aspetto timbrico delle suggestioni letterarie dell’autore. In Chopin trova il suo spartito d’elezione in un appropriato linguaggio. Esegue le Quattro Ballate con impeccabile virtuosismo sempre controllato ma cesellato nei più remoti particolari e privilegiando una visione “incalzante” senza rifuggire nel facile e scontato retorico. Inoltre, la perizia tecnica è straordinaria nonché la classe, il temperamento e l’eleganza. La tiepida accoglienza iniziale si trasforma al termine in trionfali battimani cui il pianista risponde con tre bis di diversa estrazione musicale, i quali dimostrano l’ecletticità dell’artista: una Sonata di Scarlatti, la virtuosa Campanella di Franz Liszt da Paganini e un romanticissimo Notturno di Chopin.

MAX RAAB [Lukas Franceschini] Verona, 23 settembre 2010.
Una serata leggera al Settembre dell’Accademia Filarmonica, nel quale vi è stato in programma un concerto del berlinese Max Raab con la Palast Orchester Berlin. La formazione fu fondata nella capitale tedesca nel 1986, composta di dodici elementi ripropone fedelmente l’organico delle bands che negli anni ’20 e ’30 furoreggiavano sia in Europa sia in America. Il loro repertorio ripropone canzoni popolari che in quegli anni tutti conoscevano, cantavano e anche ballavano soprattutto nei locali. Il titolo della serata veronese Questa notte o mai più non è semplicemente un concerto ma uno spettacolo vero e proprio curato nelle luci, nella regia e soprattutto nei tempi ritmici ed umoristici. Come in un flashback ci troviamo immersi nell’atmosfera berlinese della Repubblica di Weimar nella speranzosa illusione di superare il dramma della Grande Guerra e dove il fermento artistico raggiunse vette elevate in varie discipline i cui artisti hanno i nomi di Bertold Brecht, Max Rehinardt, Paul Klee, Wassily Kandinsky, Thomas Mann, Fritz Lang, Paul Hindemith, Kurt Weill e Ernst Krenek. Spopolavano nel clima euforico e prolifico del jazz, del pop, dei valzer anche le canzoni della musica popolare ed americana. Era un fermento musical popolare dove le note d’oltre oceano varcavano i confini europei e contaminavano la razionale e tradizionale arte continentale. I ritmi del blues e dello swing venivano ora eseguiti nei locali europei, come le composizioni di autori come Paul Withermann, Duke Ellington, George Gershwin e Louis Armstrong. I musicisti della Palast Orchester vestono impeccabilmente lo smoking bianco nella loro disposizione scenica tipica al cui centro impera Max Raabe in frac nero, il quale ci esalta in un’efficace riproposta musicale non del tutto nuova alla nostra conoscenza. Il metodo di lavoro dell’ensemble è un peculiare ricerca musicale ed eseguita da un pianoforte, violini, contrabbasso, sassofoni, clarinetti, trombe, trombone, banjo, chitarra e percussioni, in un progetto non di rilettura ma di studio e proposta che potremo definire filologico. La versatilità musicale è insita nel fatto che i vari i componenti della band suonino strumenti diversi e interagiscono sul palco tra loro, o con il cantante solista, creando situazioni ironiche sottili ed appropriate gags cabarettistiche. Raab è sarcastico ma nello stesso tempo glaciale, crea un personaggio nello spettacolo con un humour british ed un accento tedesco, il che rende l’insieme ancor più divertente. Difficile definirlo come cantante, può magnificamente usare il falsetto oppure aver voce baritonale, ma è lo stile e il gusto ad impressionare per la perfetta aderenza al tono dell’epoca in aggiunta ad una musicalità innata. Ascoltarlo è un piacere e pare di accendere un vecchio Wurlitzer con i brani di Friedrich Hollander, Robert Stolz (famoso autore e direttore d’operetta viennese), Misha Poliansky, in canzoni che erano il repertorio di Marlene Dietrich, ma anche nei jazz americani di Duke Ellington. Non manca ovviamente uno spazio italiano con un omaggio Vittorio De Sica, Parlami d’amore Mariù, o a Bixio, Vivere, per passare poi all’epopea viennese con “Dein war mein ganzes Herz” dall’operetta Das Land des Lachelns di Franz Lehár (conosciuta in Italia come “Tu che m’hai preso il cor”) e ancora tanghi, charleston, fox trot e rumbe cubane. Nei bis finali diverte una parodia tratta dalla fiaba I tre porcellini cantata da tutto il gruppo. Teatro gremito, anche di stranieri in passaggio a Verona, che canticchiavano con Max canzoni le quali per alcuni ricordavano forse l’infanzia, per altri un mondo non conosciuto di persona ma molto apprezzato. Accoglienze trionfali!

SOLVEIG KRINGELBORN, CHRISTIAN ZACHARIAS [Lukas Franceschini] Verona, 28 settembre 2010.
Tra i vari appuntamenti dell’Accademia Filarmonica 2010 uno dei più riusciti è stato il concerto della Gothenburg Symphony Orchestra diretta da Christian Zacharias in un programma tipicamente tedesco (Strauss e Mahler) e con la partecipazione del soprano Solveig Kringelborn. I quattro ultimi lieder e più propriamente i Vier letzte Lieder sono a tutti gli effetti del poi, la più grandiosa composizione per voce e orchestra del ‘900. In essi possiamo configurare il testamento musicale di Richard Strauss anche in virtù della prima esecuzione (con Wilhelm Furtwangler e Kirsten Flagstad) che avvenne postuma a Londra nel 1950. Strauss non pensò ad un ciclo come oggi viene sempre eseguito, bensì a composizioni separare sulle quali fu fortemente colpito dai versi di Joseph Eichendorff e Hermann Hesse, i quali hanno come denominatore comune la vita e l’invitabile morte. La compagine orchestrale è di grandi proporzioni sulla quale svetta la voce della solista dal timbro delicato e melodioso che attraverso il testo poetico annuncia serenamente ciò che della vita e della sua conclusione è inesorabile. Solveig Kringelborn è un soprano raffinato, non propriamente ampio nel volume che regge poco il dinamismo vocale, ma il fraseggio è eloquente e il colore molto apprezzabile. Nella seconda parte è stata eseguita la Sinfonia n. 4 di Gustav Mahler, altro compositore austriaco innovatore nel campo del sinfonismo d’inizio secolo. Delle sue sinfonie (la 10ª è incompleta) solo la 2ª, 3ª e 4ª (tralasciamo l’8ª) prevedono l’intervento di una voce solista che esegue brani da Des Knaben Wunderhorn. Nelle intenzioni dell’autore vi era il desiderio di comporre una sinfonia umoristica quasi fiabesca e questo si avverte sicuramente già nel primo movimento. La durata dei tempi mahleriani sono assai estesi e questo è dovuto soprattutto al suo linguaggio ricercato, minuzioso e prolisso dove l’armonia spesso sostituisce la parola nella descrizione. La duttilità della Gothenburg Symphony Orchestra è sorprendente, la bacchetta di Christina Zacharias (conosciuto anche come eccellente pianista) è decisamente lenta ma struggente nella narrazione ed emblematica per il gioco dei colori. L’intervento del soprano nel 4° movimento è perfetto per l’abbandono dei ricordi e l’atmosfera patetica che esprime. Agli artisti è stato tributato un vivo successo con numerose chiamate.

CONCERTO DI CAPODANNO [Lukas Franceschini] Venezia, 30 dicembre 2010.
Il Concerto di Capodanno al Teatro La Fenice è giunto alla sua ottava edizione, ma purtroppo non ha ancora trovato una sia identità di essere, se non quello di un concerto banale e senza logica per essere trasmesso da Rai 1. Non ci è dato di sapere, o quantomeno non ne abbiamo la certezza, chi ha stilato il programma odierno, ma è possibile ipotizzare che i dirigenti Rai abbiano avuto molta voce in capitolo. Nella prima parte si eseguiva la Sinfonia n. 9 di Antonin Dvorak, nella seconda sinfonie, cori e arie da opere, che si susseguivano a casaccio senza ad esempio pensare alle peculiarità vocali dei singoli cantanti. Kurt Masur, quando diresse il concerto nel 2006, aveva espresso perplessità per tale manifestazione nel suo essere ma tale appello è caduto  nel vuoto. Chi scrive non ha il compito di suggerire programmi o palinsesti ma un possibile filone per l’edizione 2011 poteva essere quella delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, proprio a Venezia nel 1844 durante il coro “Si ridesti il leon di Castiglia” dall’Ernani di Verdi il pubblico esplose paragonando il leone spagnolo con quello della spenta Serenissima. Sul podio abbiamo avuto l’autorevolissima presenza di Daniel Harding, giovane direttore ormai certezza nel panorama internazionale. Tre solisti: Desirée Rancatore, Antonio Poli e Luca Pisaroni. L’energica bacchetta di Harding ci ha regalato una scintillante sinfonia di Dvorak, conciso, brioso, attento alle dinamiche e alle varie misure di suono,  assecondato da una buona Orchestra anche se nel primo movimento gli archi non erano particolarmente precisi. Nella seconda parte, dopo una virtuosissima Sinfonia della Norma di Bellini, Harding cesella due cori verdiani di particolare efficacia: I Lombardi alla prima crociata (O Signor che dal tetto natio) e Nabucco (Va pensiero), ma banalizza quello dell’Otello (Fuoco di gioia). La Rancatore canta la cabaletta “Follie!… Sempre libera” dalla Traviata anche con trasporto ma mettendo in luce limiti vocali e tecnici. Inoltre, sarebbe stato opportuno eseguire tutta l’aria! Né raggiunge vette particolari successivamente con un “O mio babbino caro” di ruotine e la Barcarola dall’Elisir d’amore. E’ da domandarsi perché tali brani, avendo a disposizione una cantante le cui carte migliori sono nel registro acuto, dunque un valzer di Arditi o qualche romanza da salotto più appropriata, tutto sommato il concerto di Capodanno dovrebbe anche essere momento gioioso e brillante. Non si comprende inoltre la presenza di un giovane ancora in erba come Antonio Poli, il quale nella romanza del duca di Mantova ha dimostrato notevoli difficoltà, nonché una voce non ancora ben sviluppata e lacune d’emissione. Meglio ma non particolarmente brioso nella “Danza” celebre tarantella rossiniana. La presenza piu autorevole era quella di Luca Pisaroni, baritono italiano impegnato soprattutto sui palcoscenici esteri, Salisburgo in primis. Egli cesella un “Non più andrai” di emblematica maestria, per raffinatezza, eleganza, spavalderia e precisione. Riesce anche nella “Calunnia” ma era fuori dalle sue corde considerato che è per basso profondo. Anche nel caso dei cantanti maschili avrebbe dovuto esserci maggior attenzione alle loro caratteristiche vocali. Harding dirige tutto bene, anzi più che bene e il coro si impone con rilievo. Pubblico variegato e non il solito frequentatore del teatro, ma molto entusiasta. Una postilla: è mai possibile che durante tutto il concerto un operatore della Rai girovagasse per la platea facendo riprese al pubblico e al teatro disturbando notevolmente, considerando poi che c’erano altre cinque postazioni fisse di ripresa video?