Spettacoli

Trittico Ricomposto – Teatro dell’Opera, Roma

“L’idea di questo trittico scomposto nasce da una precisa volontà: quella di omaggiare questo grande uomo di teatro che è stato Giacomo Puccini”. Michele Mariotti, direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma, ha così introdotto in una recente intervista su la Repubblica il progetto riguardante Puccini, creato in collaborazione con il Festival di Torre del Lago per il centenario della morte del compositore. L’idea alla base del progetto Trittico ricomposto è quella di scomporre le tre opere pucciniane (Il Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi) ed associarle ad altrettanti capolavori del novecento, creando dei dittici di forte impatto.

Il primo appuntamento di questo piano triennale vede l’accostamento de Il tabarro di Giacomo Puccini con Il castello del Principe Barbablù di Béla Bartòk. Le due opere coeve, in programma al Teatro Costanzi dal 6 al 18 aprile, sono apparentemente molto diverse, ma affrontano entrambe temi attualissimi come l’incomunicabilità nella coppia e la violenza di genere.

Per l’occasione, la regia è affidata a Johannes Erath, al suo debutto italiano. Il regista tedesco mette in dialogo le opere di Puccini e Bartok, creando uno spettacolo che gioca sul riuso degli oggetti del teatro capitolino per creare simboli e far riemergere memorie: “per me è stato molto importante capire quanto Il Tabarro sia legato a Barbablù; Puccini è molto più simbolico di quanto si sia mai pensato e fa allusioni all’altro mondo di Barbablù, che è molto simbolico”.

La produzione non manca di grandi nomi: per Il Tabarro, il pubblico vede il ritorno di Gregory Kunde, già applaudito in Aida lo scorso gennaio, e di altri importanti interpreti come Maria Agresta (Anna Bolena nel 2019) e Luca Salsi. Per Il castello del Principe Barbablù, invece, il teatro presenta il basso Mikhail Petrenko, anche lui al debutto sul palco romano, e il soprano Szilvia Vörös.

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Il Tabarro, Maria Agresta e Luca Salsi

Tabarro e Barbablù, due opere completamente diverse per geografia e ambientazione. La prima è scritta da un operista italiano ed è ambientata sulle rive della Senna. Il Tabarro racconta una storia verosimile, a metà strada tra il verismo e le avanguardie, che descrive la vita degli scaricatori parigini del periodo coevo. Il lavoro di Puccini è conosciuto per la sua potenza espressiva e per la sua capacità di rappresentare la vita in modo realistico. D’altra parte, Il castello del Principe Barbablù è l’unica opera teatrale scritta dal noto compositore ungherese. Ambientata in un mondo fiabesco e oscuro, la trama si basa su un antico racconto. Qui l’ambientazione fantastica serve come sfondo per una storia di oscuro romanticismo, che esplora le passioni umane in modo surreale e misterioso.

E ancora, due opere che, invece, hanno in comune molti importanti aspetti. Primo fra tutti il periodo storico che vede la genesi di ambedue le opere tra il 1911 e il 1916, con prime rappresentazioni avvenute successivamente nel 1918. Entrambe le composizioni sono state create in un periodo di profondi cambiamenti storici e culturali che hanno influenzato la scena artistica mondiale. In secondo luogo, ambedue le storie pongono l’attenzione su alcune tragiche caratteristiche dell’animo umano, vanno ad indagare nel profondo, ma con estrema immediatezza, alcuni aspetti psicologici: innanzitutto, in entrambe le composizioni si evidenzia la lontananza del mondo maschile da quello femminile e la loro impossibilità di entrare in comunicazione; poi la questione della difficoltà di gestione delle emozioni che porta alla violenza psicologica e fisica; il trauma di una coppia che perde un bambino; il problema psicologico della sindrome della “crocerossina” che vuole salvare il cattivo ragazzo e finisce per perdersi totalmente. 

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Il Castello del Principe Barbablu, Szilvia Voros e Mikhail Petrenko

Premesse brevi, ma fondamentali per comprendere quanto andato in scena al Teatro dell’Opera di Roma. In primis, a Michele Mariotti si deve il merito di aver intuito questo parallelismo di fondo tra Puccini e Bartòk e di aver lasciato emergere aspetti che altrimenti sarebbero rimasti sepolti, ideando questo progetto di Trittico ricomposto. A parte qualche scollamento iniziale tra l’orchestra e il coro maschile fuori scena, l’andamento musicale è stato impeccabile. Mariotti ha saputo condurre l’orchestra tra i vari momenti musicali, portando alla luce le caratteristiche peculiari di ognuna delle due composizioni in programma e sottolineando proprio i tratti emotivi e psicologici propri di ogni personaggio nelle varie situazioni. 

Sublimi le interpretazioni dei professionisti chiamati a formare il cast. In Tabarro spiccano su tutti Luca Salsi e Gregory Kunde, rispettivamente Michele e Luigi, che, come veri e propri esperti leoni da palco, hanno saputo scuotere la sala grazie alla grande padronanza vocale, all’enorme quantità di suono e alla precisa caratterizzazione dei personaggi. Segue sicuramente la prova di Maria Agresta che ha portato in scena una Giorgetta vocalmente molto raffinata ed elegante nei gesti; buoni risultati anche per il resto degli interpreti, con particolare menzione per La Frugola di Enkelejda Shkoza e Il Talpa di Roberto Lorenzi. I due protagonisti de Il castello del Principe Barbablù hanno saputo destreggiarsi tra le difficili melodie dell’opera ungherese: Szilvia Vörös porta in scena una Judit tecnicamente impeccabile, mostrando un mezzo pieno, voluminoso, brillante e uniforme in ogni registro, mentre Mikhail Petrenko si fa notare per le qualità attoriali e il timbro scuro e morbido che conferiscono a Barbablù le giuste peculiarità caratteriali. 

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Il Tabarro, Gregory Kunde

Nell’ambito della produzione, la questione della regia è stata affrontata in maniera differente. Inizialmente, le premesse sembravano promettenti ma, purtroppo, il risultato finale è stato deludente. Johannes Erath ha voluto forzatamente anticipare i simbolismi di Barbablù nel Tabarro, come ad esempio l’utilizzo di uno sfondo rappresentante un piccolo isolotto dai colori cupi che potrebbe simboleggiare l’ingresso del castello di Barbablù oppure gli scaricatori della Senna che si sono rivelati, poi, i mostri dell’anima del personaggio fiabesco. Per tutta la prima rappresentazione ci sono state molteplici invadenze sceniche che sono rimaste poco chiare al pubblico, come ad esempio la presenza di figure colorate vestite di piume, inoltre, solo leggendo l’intervista riportata nel programma di sala è stato possibile comprendere il motivo della presenza della gabbia in cui riposa Giorgetta o altri strani elementi. In Tabarro, poi, è mancato il tabarro. Al suo posto è stato utilizzato un telo nero rappresentante quello della barca, ma è stato usato come mero oggetto scenico poichè il corpo morto di Luigi è stato proiettato sullo sfondo invece di essere nascosto e rivelato dal telo, eliminando così l’unico vero simbolismo inserito dal compositore. 

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Il Castello del Principe Barbablu, Szilvia Voros e Mikhail Petrenko, scena finale

La proposta registica di Johannes Erath è stata maggiormente appropriata per l’opera successiva in programma, ovvero Il castello del Principe Barbablù, che si basa su un linguaggio simbolico. Inoltre, il regista ha saputo sfruttare in modo molto interessante gli spazi scenici, eliminando sfondi e quinte e lasciando la struttura nuda del teatro a vista. Tuttavia, un aspetto fondamentale è stato trascurato: l’opera di Bartòk è stata eseguita in ungherese, la lingua originale e, per quanto si sia potuto erudire in anticipo sulla trama, il pubblico si è ritrovato a dover leggere necessariamente i sopratitoli del testo. Questo a causa del fatto che gli elementi simbolici essenziali propri di Barbablù, come le sette porte, sono stati eliminati per cui non è stato possibile seguire il corso degli eventi basandosi solo sulla rappresentazione visiva. 

Concludendo, in seguito alla presentazione del progetto, le premesse musicali di Mariotti e le performance vocali e interpretative del cast hanno effettivamente soddisfatto le aspettative generali. Tuttavia, la realizzazione registica del primo dittico ha riequilibrato il tutto in modo deludente. In altre parole, nonostante gli sforzi e le competenze messe in campo dal direttore d’orchestra e dai cantanti, l’idea registica non è stata all’altezza delle aspettative, creando un disequilibrio nell’insieme dello spettacolo.

TRITTICO RICOMPOSTO
Direttore Michele Mariotti
Regia Johannes Erath
Maestro del coro Ciro Visco
Scene Katrin Connan
Costumi Noëlle Blancpain
Light designer Alessandro Carletti
Video Bibi Abel

IL TABARRO
Opera in un atto
Musica di Giacomo Puccini
Libretto di Giuseppe Adami  

Michele Luca Salsi
Luigi Gregory Kunde
Giorgetta Maria Agresta
Il Tinca Didier Pieri
Il Talpa Roberto Lorenzi
La Frugola Enkelejda Shkoza
Un venditore di canzonette Marco Miglietta
Due amanti Valentina Gargano, Eduardo Niave

IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÚ 
Opera in un atto
Musica di Béla Bartók
Libretto di Béla Balázs

Judit Szilvia Vörös 
Barbablù Mikhail Petrenko

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma
Fotografie Fabrizio Sansoni–Teatro dell’Opera di Roma