Andrea Chénier

Dopo la pausa estiva, il Teatro Comunale di Bologna riparte con Andrea Chénier di Umberto Giordano.

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Erika Grimaldi e Gregory Kunde

“L’arte è una debole interprete dei trasporti dell’anima; l’arte fa soltanto dei versi; solo il cuore è poeta.” Così scriveva Andrea Chénier, il poeta vissuto fra il 1762 e il 1794, a cui sono ispirati molti drammi e romanzi, come quello di François-Joseph Méry, pubblicato a puntate sul giornale Pays, nel 1849, e successivamente in volume. Forse proprio da questa popolare fonte letteraria prendono ispirazione Umberto Giordano e Luigi Illica per scrivere il loro Andrea Chénier, andato in scena per la prima volta alla Scala nel 1869.

Uno spettacolo, quello visto a Bologna, che ha dimostrato come il cast creativo (regia Pier Francesco Maestrini, scene e video Nicólas Boni e luci Daniele Naldi) abbia un cuore effettivamente capace di fare poesia scenica, per rubare le parole del poeta francese. L’idea è semplice: se l’opera è divisa in quattro quadri, si materializzano sul palco altrettante splendide tele apparentemente dipinte, inizialmente a immagine fissa che poi prendono vita con efficaci animazioni. Si parte con un paesaggio alla Claude Lorrain, circondato da una grande cornice dorata ormai rotta, quadro appunto di una società che si va sgretolando dai suoi margini contenitivi, perfetta metafora del mondo aristocratico che va finendo alla soglia della rivoluzione francese. Si susseguono poi una serie di scene incentrate su un saccheggio cittadino, su un tribunale e sulla prigione, dominata dalla lugubre immagine di una ghigliottina. La particolarità di queste proiezioni animate è che riescono a fondersi molto bene con gli oggetti sulla scena e con gli interpreti, risultando uno sfondo sempre adeguato e mai prevaricante. La regia è sempre attenta ai movimenti dei protagonisti che indossano splendidi costumi di foggia settecentesca, creati da Stefania Scaraggi. Uno spettacolo visivamente riuscitissimo, giustamente aderente al libretto poiché è oggettivamente impossibile allontanarsi dal potente immaginario collettivo legato alla rivoluzione francese con la sua forza iconografica.

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Erika Grimaldi e Gregory Kunde

Oksana Lyniv, dopo il primo atto di Die Walküre nell’Anteprima della stagione d’Opera all’Auditorium Manzoni, e la successiva cancellazione, per motivi di salute, della sua sua partecipazione alla produzione di Iolanta, torna ora nella magnifica cornice del teatro felsineo per affrontare la sua prima opera in forma scenica. Un duplice debutto, se pensiamo che, per la direttrice ucraina, questo rappresenta anche il primo incontro con il capolavoro di Giordano. L’attuale direttrice musicale del teatro Comunale, imprime alla partitura una lettura a tinte forti, dalla caratterizzazione tipicamente sinfonica che riesce a mettere ben in luce tutta la tensione drammatica del racconto. Una lettura, la sua, che sa esaltare al meglio i tratti rivoluzionari della vicenda e rendere con altrettanta efficacia le pagine di eco squisitamente romantico, pervase dal giusto struggimento emotivo. Il gesto della Lyniv si fa apprezzare per la scelta dei ritmi serrati, la capacità di ottenere dalle masse orchestrali una certa brillantezza e omogeneità, ma difetta, talvolta, di un maggiore equilibrio nei volumi sonori che in qualche occasione finiscono per prevaricare il palcoscenico. Un debutto convincente, quindi, seppur con qualche margine di miglioramento, specialmente nella cura al dettaglio e alle sfumature. Siamo sicuri, senza dubbio, che la sua frequentazione nel repertorio tedesco, ci regalerà un’ottima prova in occasione della nuova produzione di Der fliegende Holländer, titolo inaugurale della stagione d’Opera 2023.

L’Orchestra del Teatro Comunale dimostra una buona sintonia con la visione della Lyniv, risaltando con eguale bravura in ogni sezione.
Prestigioso il terzetto dei protagonisti.

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Andrea Chénier, terzo quadro.

Su tutti Gregory Kunde, vero e proprio mattatore della serata. Il tenore statunitense possiede una linea vocale che, al di là di un già noto naturale impoverimento dello smalto caratteristico dovuto al susseguirsi delle primavere, mostra una tenuta impressionante, una infallibile resistenza nell’affrontare una parte tanto irta di difficoltà quanto quella del poeta francese. E poi ci sono la lucentezza e lo squillo di un registro acuto da cui si propagano lamine di suono che impressionano ad ogni ascolto. Ma nel canto di Kunde c’è anche un grande controllo tecnico che consente di mantenere sempre morbido il dettato musicale in un sottile, quanto suggestivo, gioco di chiaroscuri e sfumature. Oltre all’esecutore c’è poi l’interprete che prende progressivamente quota nel corso della recita già a partire dal secondo atto, risultando particolarmente incisivo nel vibrante monologo di terzo atto. Vertice indiscusso della interpretazione di Kunde è, senza dubbio, l’ultimo atto con la toccante esecuzione dell’aria “Come un bel dì di maggio”, cesellata con accento dolente e passionale.

Accanto a lui brilla la Maddalena di Coigny di Erika Grimaldi. Il soprano astigiano possiede un mezzo che, pur caratterizzato da un colore non sempre ammaliante per purezza timbrica, conquista per la pienezza dei centri e la vibrante espansione del registro acuto. Efficace l’interprete, che sa fraseggiare con grande perizia e pertinenza, tratteggiando un personaggio moderno, una donna innamorata, ma che sa essere coraggiosa e disposta a rinunciare a tutto, anche alla vita, per morire accanto all’amato. Notevoli le esecuzioni dell’aria “La mamma morta”, ricamata con un commovente canto a fior di labbro, e del duetto conclusivo “Vicino a te s’acqueta”, dove, complice l’elettrizzante intesa con Kunde, si lancia senza rete in una escalation emotiva che culmina in un raggiante acuto finale all’unisono.

Il terzetto dei protagonisti si completa con Roberto Frontali nel ruolo di Carlo Gérard. Il baritono romano sfoggia una linea dotata di buono squillo e ottimo volume, sempre omogenea a tutte le altezze. Quello che colpisce maggiormente, nella prova di Frontali è la assoluta padronanza del fraseggio, scandagliato da accenti scolpiti, in una linea interpretativa raffinata e nobile che non induce, nemmeno per un attimo, in cadute di gusto verista. Notevole, in tal senso, è l’esecuzione dell’aria di terzo atto “Nemico della patria”, cantata con tale slancio vocale e vivido trasporto da meritare una vera e propria ovazione da parte del pubblico in sala.

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Roberto Frontali

Bravissima è poi Cristina Melis, una Bersi efficace tanto vocalmente quanto sotto l’aspetto interpretativo. Da notare, in particolare, la disinvoltura con cui l’artista sa muoversi non solo sulla scena, ma anche tra le pieghe dello spartito, tanto da ritagliarsi un posto d’onore nell’affollato secondo quadro.

Con il personaggio di Madelon, Manuela Custer regala un autentico cammeo di bravura, sbalzando ogni frase con grande espressività ed intensità emotiva. La linea vocale, dal colore cristallino, si unisce così alla intelligenza sopraffina dell’interprete che, anche nei movimenti scenici, sa catturare l’attenzione dello spettatore.

Di rilievo la prestazione di Bruno Lazzaretti, che si è ben distinto nei panni di un Incredibile.

Vittorio Vitelli riesce a dare risalto, con professionalità e solidità, al ruolo di Roucher.
Alessio Verna brilla con la giusta incisività come Mathieu.
Raffinata, come giustamente si conviene, la Contessa di Coigny interpretata dalla brava Federica Giansanti.

Non passa di certo inosservato il Fléville graffiante ed ironico Stefano Marchisio così come rilevante è la prova di Nicolò Ceriani, chiamato a sostenere il ruolo di Fouquier Tinville.

Ottimamente caratterizzato anche l’Abate di Orlando Polidoro.

Completano la locandina Luca Gallo, puntuale nell’esecuzione del duplice ruolo di Schmidt e il maestro di casa, Luciano Leoni, godibile come Dumas e Antonio Ostuni, che ha vestito con bravura i panni del musico Filandro Fiorinelli.

Pregevole, come di consueto, l’apporto del Coro del Teatro Comunale di Bologna, che, sotto l’infaticabile guida di Gea Garatti Ansini, risulta sempre sonoro e scenicamente partecipe.

Successo al calor bianco al termine, con accoglienza trionfali per il terzetto dei protagonisti e, in particolare all’indirizzo di Kunde, tributato da un pubblico entusiasta che esauriva la sala in ogni ordine di posto.


ANDREA CHÉNIER
Dramma di ambiente storico in quattro quadri su libretto di Luigi Illica
Musica di Umberto Giordano

Andrea Chénier Gregory Kunde
Carlo Gérard Roberto Frontali
Maddalena di Coigny Erika Grimaldi
Bersi Cristina Melis
La Contessa di Coigny Federica Giansanti
Madelon Manuela Custer
Roucher Vittorio Vitelli
Fouquier-Tinville Nicolò Ceriani
Pietro Fléville Stefano Marchisio
Mathieu detto “Populus” Alessio Verna
Un Incredibile Bruno Lazzaretti
L’Abate, poeta Orlando Polidoro
Schmidt e maestro di casa Luca Gallo
Dumas Luciano Leoni
Filandro Fiorinelli Antonio Ostuni

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Oksana Lyniv
Coro del Teatro Comunale di Bologna
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini

Regia Pier Francesco Maestrini
Coreografia/Assistente alla regia Silvia Giordano
Scene e video Nicolas Boni
Costumi Stefania Scaraggi
Luci Daniele Naldi

Foto: Andrea Ranzi