Venite a intender (cd Urania Records)

La casa discografica Urania Records lancia sul mercato l’album “Venite ad intender”, una pregevole raccolta di pagine cameristiche scritte su testi di Dante Alighieri tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo.

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Mirco Palazzi e Marco Scolastra

Dante Alighieri, ovvero il padre della lingua italiana, ma non solo: una figura iconica ed immortale, forse una delle più rappresentative del nostro Bel Paese. L’universalità del suo genio ha spesso rappresentato un elemento di trasversalità nel tempo e tra le arti: letteratura, pittura, scultura e, ovviamente, la musica. Diversi compositori, infatti, sono rimasti affascinati dalle vicende dei protagonisti dei testi danteschi, su tutti quel capolavoro sommo che è la Divina Commedia. Alla casa discografica Urania Records va il merito di aver favorito la realizzazione di questo progetto, intitolato “Venite a intender”, una raccolta di pagine cameristiche scritte su testi di Dante Alighieri tra Otto e Novecento. Significativo il fatto, tra l’altro, che la registrazione dell’album sia avvenuto nel 2021, anno della celebrazione dei 700 anni dalla morte del Sommo Poeta.
Protagonisti di questa raccolta sono il basso Mirco Palazzi e il Maestro Marco Scolastra che si esibisce ad un Bechstein gran coda del 1884.
I primi due brani di apertura sono nel nome di Gaetano Donizetti.

Si comincia con l’episodio del conte Ugolino, musicato dal compositore bergamasco nel 1826. Questa pagina presenta diverse affinità con lo stile prettamente operistico. L’incipit è caratterizzato da un ritmo sostenuto sul quale si staglia ieratico il canto di Palazzi. Il basso scolpisce e cesella ogni singolo verso conferendo una grande tavolozza di colori che sanno riprodurre al meglio il quadro infernale che vede protagonista Ugolino. In questo lungo brano ecco emergere la nobiltà e la fierezza del personaggio, ma anche il suo tormento per la subita rovina e soprattutto per la fine atroce della sua vita e dei suoi congiunti. Si apprezzano, in particolare, la morbidezza del cantabile di Palazzi e l’espressività dolente conferita alle singole arcate melodiche in perfetta simbiosi con l’accompagnamento al piano di Scolastra.
Si prosegue con la terzina dantesca “Amor ch’a null’amato amar perdona” (1843) tratta dal canto V dell’Inferno, brano di breve durata ma di grande suggestione per abbandono e sognante trasporto ispirata al celeberrimo episodio di Paolo e Francesca, tra le figure più rappresentative dell’intera opera dantesca.

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Venite a intender, Urania records, 2022

Anche il brano successivo è ispirato alla figura di Francesca da Rimini ma, in questo caso, l’autore della musica è Gioachino Rossini che riesce a creare una sorta di ballata ritmata (1848) valorizzata dal canto di Palazzi che, con un cantabile cullante e melodioso, ne coglie appieno l’atmosfera seduttiva e disincantata.
Nel 1880 Filippo Marchetti rende omaggio al Purgatorio dantesco e, in particolare, al personaggio di Pia de’ Tolomei con una pagina il cui ritmo, quasi onirico, ben suggerisce l’apparizione evanescente di un’anima turbata ed impaziente.
In questa raccolta non può di certo mancare l’omaggio alla figura dantesca per eccellenza: Beatrice. Nel 1868 Ciro Pinsuti musica i versi “Tanto gentile e onesta pare” e ne sortisce una pagina che viene qui esaltata dall’incisività e dal trasporto del declamato di Palazzi e dal romantico e delicato accompagnamento di Scolastra.
Troviamo poi “Venite a intender li sospiri miei” il brano che dà il titolo alla raccolta. Il sonetto di Dante, musicato da Francesco Morlacchi nel 1835, viene sbalzato con il giusto traporto da Palazzi che nel finale, realizza tra l’altro una notevole smorzatura.
Un’altra composizione di Morlacchi, questa volta dedicata alla figura di Ugolino (anno 1832). Inevitabile, quindi, il confronto con il brano donizettiano di apertura del disco. La principale differenza si coglie nell’approccio descrittivo: là prevale la ieraticità infernale, qui la disperazione, a stento trattenuta, del personaggio, tratteggiato nella sua dolente umanità. Sentimenti ed emozioni ben sottolineati da Palazzi, soprattutto nella ripetizione a fior di labbra della parola “figli”, cui fa da contrasto l’imprecazione contro la città di Pisa, frase concisa ma di grande effetto drammatico.
La parte conclusiva dell’album ci porta idealmente agli inizi del Novecento con la musica di Mario Castelnuovo-Tedesco. I quattro sonetti della Vita nova del 1926 conducono l’ascoltatore a galoppare tra le frasi ritmate dello spartito (Cavalcando l’altr’ier per un cammino), ad esaltare l’ideale romantico del sentimento amoroso (Negli occhi porta la mia donna Amore), a celebrare l’ideale femminile per eccellenza (Tanto gentil e onesta pare) e a pronunciare un monito verso la miseria della condizione umana dovuta alla perdita dell’amore (Deh peregrini che pensosi andate). In questi quattro brani, eterogenei per costruzione ritmica, si coglie la perfetta simbiosi tra la variegata espressività della vocalità di Palazzi e l’estro virtuoso di Scolastra che sembra accarezzare idealmente le frasi dello spartito.
Particolarmente suggestivo, infine, il brano conclusivo del disco, Sera op.23 di Castelnuovo-Tedesco (1921), pagina screziata da sonorità soffuse che richiamano serotini bagliori.
Ottima la qualità della registrazione, curata da Luca Ricci.
Da segnalare inoltre il libretto di accompagnamento del disco, contenente un breve saggio introduttivo di Biancamaria Brumana, i testi dei brani e le biografie degli artisti con le rispettive traduzioni anche in lingua inglese (traduzioni di Marianna Guiducci).