Tosca

Tosca di Giacomo Puccini inaugura la stagione d’opera 2022 del Comunale di Bologna.

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Roberto Aronica

L’immortale dramma di Giacomo Puccini, scritto nel 1900, annovera da sempre, oltre ai protagonisti della storia, un’ulteriore presenza che aleggia per tutto il dramma, la chiesa: luogo fisico, istituzione e vincolo morale.
All’alzata di sipario, nella sala del Bibbiena, viene da pensare, come sosteneva Gilbert Keith Chesterton, che “La Chiesa è una casa dai cento portoni; e non ci sono due persone che entra­no esattamente dallo stesso angolo”: la chiesa, appunto presenza nella storia con la quale tutti si devono confrontare, qualsiasi sia la loro esperienza esistenziale. Ai lati della scena due enormi porte bronzee ci suggeriscono che ci troviamo nella Basilica di Sant’Andrea della Valle, come indicato dal libretto, ma quasi in una realtà distopica. Uno spazio destrutturato, caotico, con oggetti accatastati e, in alto, una grande mano di una statua colossale che regge una lancia: pezzi e frammenti di una unità rotta. Il regista scenografo e costumista Hugo de Ana crea un mondo distorto, ad esempio con l’uso di una prospettiva straniante per rappresentare l’appartamento di Scarpia, e la presenza in scena di una riproduzione del Davide e Golia di Caravaggio, evidente simbolo della lotta di Tosca. Nell’ultimo atto, le porte della chiesa sono divelte, anche la esigua compostezza iniziale ha perso la sua forma, il dolore straziante del finale si accompagna all’entropia. Uno spettacolo suggestivo e che, anche se si muove su visioni già sfruttate dal regista, non solo affascina ma riempie la vista con la sua eleganza e solennità. Riuscitissime, e consonati al progetto globale, le luci di Valerio Alfieri, belli i costumi alla moda ottocentesca, in particolare splendidi gli abiti dei prelati durante il Te Deum. Unica nota negativa, l’uso costante per tutto lo spettacolo di un tulle che, sicuramente, conferiva un taglio più filmico alla scena ma la rendeva anche meno nitida e, anche se in minima parte, ostacolava la propagazione del suono.

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Maria José Siri e Claudio Sgura

Di altissimo livello il versante musicale dello spettacolo, a partire dal terzetto dei protagonisti.

Tosca è Maria José Siri, ruolo che il soprano ha già interpretato in numerose produzioni e su alcuni dei più importanti palcoscenici internazionali. La linea vocale, caratterizzata da un bel colore chiaro e solare, mostra una compattezza assoluta e una grande duttilità grazie alla quale l’artista ricama letteralmente alcuni momenti veramente riusciti (tra tutti merita una menzione l’esecuzione di un “Vissi d’arte” dolcissimo e, al tempo stesso, intriso di toccante malinconia). Di particolare rilievo è poi il registro acuto, solidissimo e luminoso senza mai accusare alcun segno di affaticamento nonostante la lunghezza della parte. Una prestazione ben riuscita anche sotto il profilo interpretativo grazie ad una presenza scenica elegante e un fraseggio raffinato e composto.

In grande forma appare Roberto Aronica, che disegna un Mario Cavaradossi di grande intensità. La voce, dal timbro schiettamente lirico, si dispiega omogenea tra i registri, ben proiettata in acuto, morbida in centro a naturale in basso. Quello che colpisce nella prova del tenore è senza dubbio la ricerca di un fraseggio ricco di nuances e sfumature grazie al quale riesce a tratteggiare un personaggio accorato e passionale. L’esecuzione della celeberrima “E lucevan le stelle” è risultata mirabile tanto dal punto di vista vocale, dove il tenore ha cesellato mezzevoci e filature magistrali, quanto sotto il profilo interpretativo grazie ad un fraseggio di grande intensità. Da segnalare la generosità di Aronica che ha concesso il bis dell’aria, salutata da una meritata ovazione da parte del pubblico.

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Roberto Aronica e Maria José Siri

Perfetto lo Scarpia di Claudio Sgura. Il baritono possiede una linea vocale poderosa e ben tornita che sa piegarsi con grande pertinenza alle esigenze della scrittura. Grazie alla lunga frequentazione del ruolo si percepisce una capacità interpretativa di assoluto rilievo: ogni frase, ogni parola, viene permeata di un diverso colore, del giusto accento tale da conferire al personaggio una caratura trascinante ed irresistibile. Un plauso particolare, inoltre, alla presenza scenica dell’artista, grazie alla quale sa infondere nel personaggio una fascinazione luciferina di sicuro effetto.

Ottima la prova di Nicolò Ceriani che, nel ruolo del Sagrestano, mostra un bagaglio tecnico sonoro e squillante oltre ad una grande disinvoltura scenica. Di grande intelligenza l’interprete, che sa fraseggiare con grande appropriatezza evitando facili cadute in gigionerie di tradizione.

Ben a fuoco l’Angelotti di Christian Barone così come ben tratteggiato è lo Spoletta interpretato da Bruno Lazzaretti.

Completano poi la locandina il corretto Sciarrone di Tongu Liu, allievo della Scuola dell’Opera del Teatro Comunale, l’efficace Carceriere di Raffaele Costantini (pregevole la sua capacità di fraseggiare) e lo squillante pastorello di Francesca Pucci.

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Maria José Siri

Sul podio un veterano del capolavoro pucciniano, il Maestro Daniel Oren, infonde alla partitura una lettura sicura ed infallibile, in grado di cogliere le intenzioni dell’autore. Qualche sonorità qua e là risulta un tantino eccessiva, ma è innegabile la capacità di respirare (e cantare spesso a voce troppo alta) con i cantanti per i quali riesce a creare un tappetto sonoro sfumato e ricco di dinamiche. Il racconto musicale, grazie alla scelta di tempi abbastanza spediti, appare coeso e pervaso di costante tensione drammatica (soprattutto nel secondo atto). Una lettura che, nonostante la consumata esperienza, sa ancora regalare momenti di grande magia.

In ottima forma è parsa l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna che sembra mostrare una grande intesa con il direttore israeliano, frutto, con molta probabilità di un proficuo periodo di prove.

Prezioso il contributo del Coro del Teatro Comunale di Bologna, diretto con efficacia da Gea Garatti Ansini, compatto e sonoro pur venendo relegato al fondo della scena durante il celebre “Te Deum” di finale.

Buona la prova, sotto la direzione di Alhambra Superchi, anche della compagine corale delle giovani voci bianche del teatro felsineo.

Successo incandescente al termine da parte di un pubblico che esauriva la sala del Bibbiena in ogni ordine di posto e che riserva accoglienze trionfali ai tre protagonisti e al Maestro Oren.


TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Maria Josè Siri
Mario Cavaradossi Roberto Aronica
Barone Scarpia Claudio Sgura
Cesare Angelotti Christian Barone
Il sagrestano Nicolò Ceriani
Spoletta Bruno Lazzaretti
Sciarrone Tong Liu
Un carceriere Raffaele Costantini
Un pastore Francesca Pucci

Orchestra, Coro, Coro delle voci bianche e tecnici
del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Regia, scene e costumi Hugo de Ana
Luci Valerio Alfieri
Maestro del Coro di voci bianche Alhambra Superchi

FOTO ANDREA RANZI