Giuseppe Apolloni, l’emulo di Verdi

Gli appassionati d’opera sanno perfettamente che accanto ai nomi noti della lirica vi sono anche moltissimi compositori di cui si è persa traccia, che sono stati dimenticati o che possono semplicemente essere considerati delle “meteore”: ripercorrere le loro vite significa quindi aggiungere nuove curiosità a un universo già di per sé sconfinato e che ha sempre qualcosa da insegnare. Uno dei tanti operisti minori che ha affrontato la strada della composizione nel XIX secolo è senza dubbio Giuseppe Apolloni. Vicentino, classe 1822, cominciò a studiare musica seguito dal maestro Francesco Canneti, ma la sua giovinezza è stata costellata anche da importanti eventi politici. Nel 1848, infatti, Apolloni decide di prendere parte ai celebri moti che in quell’anno tentarono di scalzare le monarchie straniere dall’Italia, il preambolo della prima guerra d’indipendenza.

Di conseguenza, si era politicamente compromesso nel Lombardo-Veneto e fu costretto a trasferirsi a Firenze, città che lo ispirò parecchio, visto che è proprio qui che nacquero le sue composizioni principali. Le acque si calmarono e il ritorno a Vicenza fu finalmente possibile, non poteva che essere la sua “patria” a sancire il debutto nell’opera lirica. Quest’ultimo ebbe luogo presso il locale Teatro Eretenio il 14 ottobre del 1852, esattamente centosessanta anni fa. Il suo Adelchi si basava sull’omonimo poema di Alessandro Manzoni, su libretto di Giovanni Battista Nicolini. L’accoglienza fu buona, tanto è vero che il successo in questione consentì di allargare le rappresentazioni anche alla città di Treviso. Ci vollero altri tre anni per far trionfare realmente il suo nome e il merito si deve tutto alla sua opera più conosciuta, L’ebreo.

La première venne organizzata nel minimo dettaglio in un teatro prestigioso come La Fenice di Venezia: il 25 gennaio del 1855 andava in scena questo melodramma tragico che conquistò sin dalla prima sera i favori del pubblico. Apolloni aveva tratto la storia dalla tragedia di Edward Bulwer-Lytton “Leila o L’assedio di Granata“, affidando il libretto ad Antonio Boni. Quale musica riuscì a far breccia nel cuore dei veneziani? Il compositore vicentino fu considerato una sorta di epigono di Giuseppe Verdi e in effetti le sue note risentono molto di questa ispirazione, come è evidente nell’aria Vieni fatal presagio. Il teatro che aveva sancito tanti trionfi per il Cigno di Busseto riconobbe ad Apolloni l’originalità dei finali, l’impiego intelligente e felice del coro e una unità di stile che in molti non avevano. Il musicista veneto sembrava all’apice del successo, con il suo Ebreo rappresentato anche all’estero (in particolare al Liceu di Barcellona e al Teatro Reale di Malta).

Quella prima veneziana rimase scolpita nei ricordi di molti, con il compositore che fu chiamato alla ribalta venti volte, le continue ovazioni del pubblico e il bis richiesto a un’aria del soprano Marianna Barbieri-Nini. L’opera rimase in repertorio per diversi anni, ma poi sparì progressivamente e una delle ultime riproposizioni è avvenuta nel 1989. Apolloni si convinse che quel filone andava sfruttato fino in fondo ed è per questo motivo che azzardò un argomento simile nella stessa Fenice l’anno dopo: l’8 marzo del 1856 si ripresentava la stessa coppia Apolloni-Boni con Pietro D’Abano, ma il pubblico rimase del tutto indifferente, un bruttissimo colpo per il compositore. Ci vollero infatti ben dieci anni per ritornare sulle scene: il 17 marzo del 1866 veniva rappresentato al Teatro della Pergola di Firenze Il conte di Königsmark (libretto di Iacopo Cabianca), per quello che non si può definire un vero e proprio fiasco, ma una nuova delusione per l’autore.

Dovevano passare altri sei lunghi anni prima che Apolloni pensasse nuovamente a un’opera. Si trattava di Gustavo Wasa (libretto di Ulisse Poggi), messo in scena presso il Teatro Comunale di Trieste, con il tipico soggetto maestoso e glorioso. Fu questa la sua ultima avventura operistica, ma di Apolloni bisogna ricordare anche la rapsodia I canti dell’Appennino, un lavoro sinfonico di pregevole fattura, e lo Stabat Mater che non riuscì a completare, ma che fu rappresentato dopo la sua scomparsa nel 1889. Il musicista di Vicenza fu una meteora, ma la sua musica non è certamente da buttare, forse la sua pecca è stata quella di non rinnovarsi e di puntare su un genere che aveva ormai fatto il suo tempo.