Il Teatro La Fenice e l’incendio del 1836

La struggente cabaletta finale della Lucia di Lammermoor Tu che a Dio spiegasti l’ali è appena stata eseguita nel corso delle prove serali al Teatro La Fenice di Venezia: l’opera di Donizetti promette di far faville e c’è grande ottimismo per le rappresentazioni davanti al pubblico. Nessuno, però, sa che quella sera del 12 dicembre del 1836 sarebbe stata ricordata come l’ultima utile per ammirare questa struttura in tutto lo splendore della sua prima “versione”, seppure con qualche trasformazione e rifacimento di epoca Napoleonica. All’una e mezza di notte, infatti, il custode del teatro venne svegliato all’improvviso dall’odore del fumo denso e acre che stava cominciando a invadere la sua stanza. Affacciatosi alla finestra, lo spettacolo fu spaventoso, il fuoco stava divampando ovunque.

L’allarme venne dato immediatamente in quelle prime ore del 13 dicembre. L’impegno di cui si resero protagonisti i pompieri di Venezia fu enorme, tanto da riuscire a salvare dalla distruzione e dalle fiamme l’atrio, la sala da ballo e le bellissime sale Apollinee. Per il resto, invece, non ci fu niente da fare, visto che l’incendio non si arrestò per ben tre giorni e tre notti, anche se bastarono poche ore per cancellare improvvisamente la platea e il palcoscenico. La storia scritta fino a quel momento non esisteva più e alla mezzanotte del giorno successivo crollò l’intero tetto del corpo palcoscenico. L’inaugurazione del 1792, la trasformazione in teatro di Stato sotto Napoleone e i restauri attuati fino al 1835 erano soltanto un pallido ricordo, bisognava ricostruire tutto daccapo.

Il vento aveva propagato in modo inesorabile le fiamme, ma cosa era successo esattamente? La causa principale fu individuata nel funzionamento difettoso di una caldaia: in pratica, una stufa di produzione austriaca aveva fatto nascere la prima scintilla, ma questo macchinario fu ritrovato ancora intatto. Un teatro di quel tipo non poteva che rinascere e fu da quel momento che visse le sue fortune maggiori. In effetti, i lavori furono affidati agli ingegneri Meduna, un’opera che richiese la spesa di ben 600mila lire austriache: un importante indennizzo fu senza dubbio quello della Compagnia delle Assicurazioni Generali Austro-Italiche di Trieste e Venezia (240mila lire austriache), visto che fortunatamente era stata stipulata una polizza contro gli incendi.

Tali somme di denaro erano davvero importanti per l’epoca e il successo della ricostruzione fu completo. In particolare, il pittore Tranquillo Orsi si occupò della decorazione del soffitto, mentre Giuseppe Borsato venne incaricato di fare altrettanto in relazione al palco reale. Gli stucchi dell’atrio beneficiarono di un restauro importante e grandi elogi vi furono per le scene affrescate settecentesche che furono sostituite e rimpiazzate da specchi e piccoli marmi, in modo da far risaltare meglio l’architettura. Altro intervento da ricordare, poi, è quello che riguardò la facciata sul Rio Menuo, dato che fu necessario l’affresco dei putti qui presenti, senza dimenticare i due steli del vestibolo dell’entrata via terra.

Fu soprattutto Giuseppe Verdi a dare lustro a questo teatro rinato con molte prime rappresentazioni importanti di suoi lavori. Si possono ricordare, ad esempio, l’Ernani, la cui prèmiere avvenne proprio alla Fenice il 9 marzo 1844, l’Attila (17 marzo 1846), Rigoletto (11 marzo 1851), il celebre fiasco della prima Traviata (6 marzo 1853) e Simon Boccanegra (12 marzo 1857). Tutte queste note hanno riempito le sale del teatro, nonostante il destino fosse in agguato sempre nello stesso modo. Il 26 gennaio del 1996, un altro catastrofico incendio distrusse nuovamente la Fenice, anche se in questo caso la responsabilità fu diversa e imputabile a due elettricisti, poi rintracciati e condannati.

Il mondo pianse nuovamente la perdita di uno dei teatri più belli e dalla migliore acustica in assoluto, una presenza costante delle vita operistica e musicale del nostro paese. Ma la voglia di far rinascere la Fenice una seconda volta era più forte di tutto. Sette anni dopo questa catastrofe si conobbe finalmente il risultato dei lavori di restauro e ricostruzione, i quali erano stati ispirati a un motto ben preciso: com’era, dov’era. Tanta sfortuna e cattiveria si è accanita contro un vero e proprio monumento, ma dalle ceneri ha saputo risorgere più splendente e affascinante di prima, i suoi ricordi e la sua storia non sono scomparsi, ma si possono far rivivere ogni volta con il pensiero.