I fratelli Bandiera e il coro di Mercadante intonato prima di morire

Venezia, 21 febbraio 1826: al Teatro La Fenice viene rappresentato per la prima volta il melodramma serio di Saverio MercadanteCaritea, regina di Spagna, ossia La morte di Don Alfonso re di Portogallo. I due atti del compositore pugliese (il libretto era stato curato da Paolo Pola) infiammano il pubblico e sarà così anche nelle rappresentazioni e negli anni successivi. In particolare, a conquistare è un coro presente nella nona scena del primo atto: un gruppo di guastatori e soldati portoghesi deve abbattere un ponte di legno e intona un testo che però non diventerà popolarissimo nella sua versione originale, ma dopo alcuni ritocchi da parte dei liberali. Vallone di Rovito, 25 luglio 1844: nel paesino calabrese in provincia di Cosenza vengono fucilati insieme a sette compagni i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera.

Si tratta di due degli adepti di Giuseppe Mazzini, i quali stavano tentando di avviare una sollevazione popolare nel Sud del nostro paese. Prima dell’esecuzione, i due giovani, come ampiamente sottolineato dalle cronache, decisero di cantare proprio questi versi dell’opera di Mercadante, uno stoicismo che impressionò i carnefici e che rese immortale il coro in questione. D’altronde, gran parte della produzione melodrammatica italiana è legata a delle aspirazioni e vicende del Risorgimento, tanto che l’opera lirica rappresentò senza dubbio una delle occasioni più significative per costruire l’identità di una nazione. Ma come ha fatto un pezzo di un lavoro che poi è finito nel dimenticatoio operistico a conquistare tanta gloria e riconoscimenti. Come già anticipato in precedenza, questo coro suscitò sin da subito entusiasmi patriottici e spesso veniva proibito dalla censura.

Il testo originario era però leggermente differente di quello che anche i fratelli Bandiera urlano a squarciagola come atto estremo. Nel libretto di Pola, infatti, troviamo questi versi: Aspra del militar/ Bench’è la vita /Al lampo dell’acciar/ Gioja l’invita. Chi per la gloria muor/Vissuto è assai/La fronda dell’allor/Non langue mai. Piuttosto che languir/ Per lunghi affanni/ E’ meglio di morir/ Sul fior degli anni. Alcune parole furono ritoccate: ad esempio, “gloria” fu sostituito con “patria” e “per lunghi affanni” viene rimpiazzato da un più adeguato “sotto i tiranni”. Chi per la patria muor vissuto è assai: non c’è che dire, si tratta di parole che hanno un effetto fortissimo e che i fratelli Bandiera ritennero le più opportune per chiudere le loro vite.

La musica sa catturare immediatamente il cuore e non è un caso che sia stata così evocatrice. Se c’è una composizione che ci può far capire quale sia stato lo stile di Mercadante è proprio questa. In effetti, il linguaggio armonico si addice perfettamente alle parole, si comincia con un valzer brillante ed elegante e si mescola in maniera ideale con i successivi squilli di tromba, tipici e piuttosto frequenti in questo periodo di composizione operistica. In effetti, l’orchestrazione di Mercadante, con le sue continue elaborazioni, sviluppi e l’evidenza drammatica molto spiccata, è una sorta di anticipazione di quella che renderà famoso in seguito Giuseppe Verdi (l’ultima rappresentazione del compositore altamurano risale al 1866).

Sono proprio le trombe a rendere ancora più eroiche e coraggiose le parole e le rime: d’altronde, questo coro assomiglia nella sua storia e nel suo destino a quello inserito dallo stesso Verdi nell’Ernani, vale a dire quel Si ridesti il leon di Castiglia che fu immediatamente sfruttato da italiani e soldati per sottolineare le loro aspirazioni risorgimentali: la Castiglia venne sostituita con Venezia, il cui simbolo è proprio quello di un leone, un chiaro invito alla risurrezione del paese (l’opera in questione venne rappresentata nel 1844, proprio l’anno della fucilazione dei fratelli Bandiera). A questo punto, però, sorge spontanea una domanda.

Che cosa ne sarebbe stato dell’Aspra del militar senza l’episodio della fucilazione dei patrioti? Certo, si tratta di una domanda particolare, ma comunque Caritea, regina di Spagna era riuscita a ritagliarsi già prima del 1844 un suo spazio di tutto rispetto: il coro brillava in tutta la partitura, pertanto poteva benissimo avere il suo meritato successo ed essere sfruttato singolarmente. È indubbio, però, che una storia così famosa, drammatica ed emozionante non poteva che condizionarne in positivo il futuro: esso sarà sempre ricordato come il “coro dei fratelli Bandiera”.