Sinfonia n. 4

Abbiamo assistito in presenza con altri pochissimi colleghi alle riprese per il concerto in streaming della Quarta Sinfonia di Gustav Mahler al Gran Teatro La Fenice di Venezia. Una sola parola: emozionante. L’onda fascinosa della musica mahleriana, così piena di suggestioni e rievocazioni ben si sposa al momento difficile attuale e al teatro veneziano, ora vuoto e privato del suo pubblico, simile ad una bella donna abbandonata e languida con i suoi stucchi dorati e sempre splendidi. Fa male al cuore vedere quelle leggiadre sedie di velluto rosa antico vuote, quel magnifico lampadario acceso per pochi… Sentimenti espressi da tutti i colleghi e dal Sovrintendente e Direttore Artistico Fortunato Ortombina, che si è detto speranzoso di tornare alla normalità in autunno grazie alla campagna vaccinale in atto.
Ma la musica vince sempre su ogni sentimento negativo o triste e qui ha regnato sovrana.

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Enrico Balboni

Con la Quarta Sinfonia si conclude il ciclo delle Sinfonie di Mahler (Seconda, Terza e Quarta) che impiegano al loro interno Lieder tratti da Des Knaben Wunderhorn e allo stesso tempo finisce la prima fase della produzione sinfonica del compositore, quella che Mahler definì ironicamente la sua “Tetralogia”. Il riferimento a Wagner, compositore amatissimo da Mahler, non è casuale: con le prime quattro Sinfonie Mahler dà voce infatti a una concezione della musica fortemente condizionata dall’opera di Wagner e dalla sua visione dell’artista come colui che, seppure isolato dalla società, è allo stesso tempo il portavoce di esigenze collettive, di un’utopia di riscatto morale e sociale, drammaticamente però destinata alla sconfitta.
La Quarta Sinfonia, che fa da cerniera tra la produzione sinfonica degli anni Novanta dell’Ottocento e quella della decade successiva, costituisce sotto questo punto di vista un caso esemplare, poiché in essa ricorrono molti dei fattori che caratterizzano la musica di Mahler: la pluralità e la mescolanza di stili, con influenze provenienti tanto dalla musica “alta” quanto da quella popolare o di consumo, l’ironia, la sovrapposizione di stati d’animo contrastanti e le brusche svolte espressive, le autocitazioni e le citazioni stilistiche, le reminiscenze interne tra i singoli movimenti della Sinfonia e l’irruzione improvvisa del mondo esterno, cioè di sonorità tratte dalla vita reale (i sonagli che compaiono nel primo e nell’ultimo movimento della Quarta), il mondo dei ricordi, deformato dalla distanza temporale, il candore della visione infantile contrapposto alla consapevolezza disillusa dell’adulto, lo slancio ideale e l’abbattimento disperato, l’esaltazione utopica e l’angoscia della sconfitta, l’incombenza della morte.
Con una lettura attenta e delicata, rispettosa in pieno del volere del compositore boemo, il Maestro Antonello Manacorda guida L’Orchestra del Teatro della Fenice con braccio sicuro e fluido.

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Secondo il grande direttore d’orchestra Bruno Walter “i primi tre tempi potrebbero ritrarre una vita celeste: nel primo tempo si potrebbe pensare all’uomo che comincia a conoscerla; vi predomina un’inaudita serenità, una gioia non terrena, che attrae quanto allontana, una luce e un’aria prodigiosa, dove certo non mancano anche suoni umani e commoventi”. Sentimenti espressi con maestria dalla sezione degli archi, soprattutto i primi violini con glissandi che definirei arditi e paradisiaci, e con un’espressività comune compatta che va al di là del mestiere.
Continua sempre nella sua analisi della Sinfonia il Maestro Walter : ”Il secondo tempo potrebbe essere intitolato: Freund Hein [nome che si usava in tedesco per indicare la morte] suona per accompagnare la danza; la morte sfrega in modo assai singolare le corde del suo violino [nella partitura Mahler ha indicato che il primo violino deve accordare lo strumento un tono sopra, in modo da ottenere un suono stridulo e spettrale] e con quel suono ci spinge su in cielo”. Si avverte nell’orchestra veneziana e nella lettura del direttore la precisa volontà di rendere fede a questa immobilità celeste e non spaventosa propria di una morte che potremmo definire beata.
“Anche Sant’Orsola ride potrebbe essere il titolo del terzo tempo; la più seria delle sante ride, tanto serena è questa festa; […] una pace solenne, felice, una serenità seria e dolce è il carattere 130 di questo tempo, cui pure non mancano anche contrasti profondamente dolorosi come reminiscenze della vita terrena e un crescendo dalla serenità fino alla vivacità”. E qui irrompono quasi selvaggiamente gli ottoni e i legni, sempre in un grande affresco di coesione e unità tra sezioni. Anche se qualche lievissima e sparuta slabbratura viene avvertita, ma non disturba in alcun modo chi ascolta.

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Antonello Manacorda, Carmela Remigio

Verso la fine, in un preciso momento ben studiato ad arte entra il soprano solista, una Carmela Remigio dalla consueta voce morbida e solare, pronta ad eseguire il Lied del quarto movimento. La voce spesso nella zona grave è sovrastata dall’orchestra, ma ciò è dovuto dalla disposizione della compagine strumentale in platea e dalle esigenze dettate dalle riprese. Non dimentichiamo che il tutto è finalizzato all’esecuzione in streaming per il grande pubblico in casa e questo è ben compreso da chi scrive. Ma nel registro medio e acuto la vocalità e la musicalità raffinata del soprano abruzzese risalta al meglio, celestiale e soave, tale da lasciare brividi di commozione.
In Das himmlische Leben (La vita celestiale), a cui inizialmente doveva contrapporsi un altro Lied dal titolo Das irdische Leben (La vita terrena), viene descritta con occhi infantili come una sorta di luogo paradisiaco, nel quale si beve vino a volontà, si mangiano asparagi e fagioli, i santi sono intenti a macellare gli animali e a cucinare, e persino la seria Sant’Orsola ride osservando le ragazze ballare al suono della musica eseguita da Santa Cecilia in persona e dai suoi Hofmusikanten (musicisti di corte). È una visione ironica e grottesca, nella quale si mescola una smaliziata interpretazione dei dogmi del cattolicesimo (San Giovanni che macella l’agnello, simbolo di Cristo) e la tragedia della morte per fame dei bambini, che abbandonano senza rimpianti la vita terrena per essere felici in quella celeste. E tutto questo viene perfettamente reso dalla cantante, ben sorretta dal direttore e avvolta in un’onda sonora sontuosa dall’orchestra.
Scrive Marco Marica nel suo saggio sulla musica mahleriana, da cui ho tratto vari spunti “La parte del soprano ha un carattere popolaresco e vagamente infantile, nella partitura si legge la seguente indicazione: La voce con espressione allegramente infantile; assolutamente senza parodia!”, divagando frequentemente in melismi di giubilo. La conclusione riserva un’ultima sorpresa, con gli strumenti che progressivamente tacciono e l’arpa che intona in pianissimo un intervallo di quarta. “Se l’uomo meravigliato chiede che cosa significa tutto ciò – scriveva Walter – gli risponde un bambino: questa è la vita celeste”.
Con queste ultime parole nella mente, lascio la mirabile Sala della Fenice, sempre più convinta, camminando in una Venezia scura e deserta, che finché ci saranno artisti come quelli che ho ascoltato, capaci di emozionare e di commuoversi, ogni mostro può e deve essere sconfitto.

Sinfonia n. 4
Gustav Mahler
Teatro La Fenice di Venezia
Orchestra del Teatro la Fenice
Direttore
Antonello Manacorda
Soprano
Carmela Remigio
Violino
Enrico Balboni

FOTO DI MICHELE CROSERA