Interviste 2011

INTERVISTA A DANIELA BARCELLONA [Lukas Franceschini] 25 maggio2011.
Abbiamo incontrato a Milano presso la sede della casa discografica Sony la cantante Daniela Barcellona, in occasione della presentazione del disco Deutsche Harmonia Mundi “Alessandro Scarlatti – Opera Arias” primo capitolo di un ciclo denominato “The Baroque Project” che vedrà altre pubblicazioni monografiche su Giovanni Battista Pergolesi, Nicola Antonio Porpora, Antonio Vivaldi e Luigi Cherubini e si concluderà nel 2015.
Il Baroque Project è nato nel 2009 dall’incontro di Marcello Di Lisa (direttore e fondatore dell’Ensemble di musica antica Concerto De’ Cavalieri) con lo storico della musica Marco Marcarini. Questo progetto si prefigge di studiare e divulgare un patrimonio straordinario, spesso citato ma raramente eseguito. Il progetto editoriale consiste nel registrare le partiture dei maggiori compositori di musica operistica del Settecento italiano, un patrimonio ricco d’incredibili tesori soprattutto inediti e spesso conservati in copie uniche e manoscritte nelle biblioteche pubbliche o in archivi privati di difficile accessibilità. Una produzione discografica unica nell’attuale panoramica musicale sia italiana sia internazionale per finalità e ampiezza d’esplorazione. Per realizzare il programma del cd sono state studiate centinaia di composizioni e le biblioteche visitate per questo scopo sono state quelle di Roma, Napoli, Venezia, Torino e Monaco di Baviera.
Signora Barcellona a tredici anni cosa voleva fare da grande?
La pianista!  Studiavo pianoforte pertanto era una meta cui tenevo. Il canto era allora solo una passione, cantavo a scuola e in chiesa ma non pensavo diventasse in seguito una professione, mentre il pianoforte mi entusiasmava molto e diciamo che per un periodo “sognavo” diventare pianista.
E la svolta quando è avvenuta?
Fu in insieme di coincidenze. Quando sostenni l’esame di teoria e solfeggio in molti mi suggerirono di studiare canto. Non ne ero sulle prime molto propensa anche perché stavo studiando presso una scuola linguistica, poi conobbi il mio primo maestro Alessandro Vitiello, che in seguito divenne mio marito, e iniziai con piccoli concerti ma creandomi una formazione base, senza però avere un’idea chiara di fare la cantante. Aggiungo che probabilmente fu il destino a portarmi dove sono arrivata, io non avevo le idee ben chiare e il duo ove suonava mio marito come concertista si era appena sciolto. Ogni altra attività affrontata si rivelò nulla, pertanto ci concentrammo assieme su questa nuova attività: io intensificando lo studio, del quale arrivavano le prime soddisfazioni, Alessandro esibendosi pure come direttore d’orchestra. Da allora non ci siamo più lasciati sia sentimentalmente sia nella professione.
Ha il potere assoluto per un giorno, la prima cosa che fa?
Vorrei che il mondo avesse una presa di coscienza.
Che cos’è il tabu oggi?
Probabilmente è la paura di guardare dentro se stessi ed affrontarsi.
Una cosa che non ha mai capito della gente?
L’intolleranza.
In questo momento della sua vita, il vero lusso è…
Essere in pace con me stessa.
Tre cose che ama e tre cose che odia del mondo dell’opera.
Amo la capacità di dare emozione come cantante e per fortuna il divismo non esiste più. Non mi piace che l’opera, il teatro musicale sia in questo periodo così maltrattato.
Daniela Barcellona… dobbiamo definirla un contralto o un mezzosoprano?
Dipende da cosa canto, comunque prevalentemente mi esibisco da contralto e mezzosoprano rossiniano.
In questo suo nuovo disco “Alessandro Scarlatti – Opera Arias” lei canta sia ruoli femminili sia maschili. Questi ultimi a suo tempo furono composti per voci di castrati. Come si è avvicinata a questo tipo di esecuzione barocca?
Con il direttore Marcello Di Lisa ho avuto un rapporto di collaborazione completo, assieme ad Alessandro (Vitiello ndr) che ha scritto le variazioni, prefiggendosi di dare forma a questo tipo di musica nel rispetto dello stile e della prassi esecutiva. E’ stato un lavoro di equipe totale anche con l’orchestra e ciò soprattutto in fase di registrazione ove in molti punti ci fermavamo per accentuare questa o quella particolarità del brano.
Che opinione ha delle esecuzioni degli attuali controtenori nei ruoli che furono dei mitici castrati?
Premetto che nessuna delle voci attuali, siano esse di contrato o controtenore, per quanto mi sono documentata, possono ricreare la vera voce del castrato. Inoltre bisogna ricordare che da quanto si evince dalle cronache del tempo, i castrati avevano una voce infantile, poiché il processo della castrazione fermava il tempo, pertanto assolutamente differente e non paragonabili all’oggi in prassi nell’esecuzione della musica barocca. Ad esempio la capacità toracica che avevano i castrati permetteva loro di avere fiati lunghissimi, come ad esempio nel “Salve Regina” di Porpora oggi del tutto impossibili da eseguire da una voce “tradizionale”. Si sopperisce pertanto a questa lacuna (fortunatamente!) con le voci dei contrati, mezzosoprani e controtenori, i quali cercano di avvicinarsi il più possibile a quello stile, senza però riprodurlo tale e quale, ma è la sensibilità artistica e tecnica del cantante che deve adattare voce e spartito alle sue peculiarità.
Quali importanti modifiche sono state operate su queste partiture, nella maggior parte inedite?
Gli unici accorgimenti che abbiamo operato sono stati per alcune arie di abbassarle di ½ tono o 1 tono perché magari scritte per castrato soprano, la cosa comunque era al tempo era prassi, oggi invece si è più ferrei su questi temi ma credo che tutto ciò non abbia tolto alcun valore sia al brano sia all’esecuzione stessa. Le variazioni, come dicevo prima, sono invece originali.
Tra i brani incisi figurano arie da opere come “Marco Attilio Regolo”, “Cambise” e “Tigrane” tanto per citarne alcune, possono essere eseguite oggi integralmente e in quale contesto?
Abbisognano sicuramente di un’intimità diversa dal concetto operistico attuale come ad esempio per Rossini o Donizetti, e anche di un teatro non particolarmente vasto. Inoltre nell’opera barocca ci sono particolari sfumature anche orchestrali che possono essere apprezzate solo in un piccolo teatro, non dimentichiamo poi l’essenzialità della spettacolarità scenica, imprescindibile in tale repertorio sia allora sia oggi. Per mia esperienza personale vorrei ricordare l’allestimento curato da Pier Luigi Pizzi per Rinaldo di Handel (rappresentato agli Arcimboldi nel 2005) il quale è un perfetto esempio di rappresentazione di opera barocca.
Lei è una cantante prevalentemente rossiniana, pertanto in questo repertorio si troverà molto a suo agio ma vista in parte la difficoltà di rappresentazione, dal punto di vista del repertorio si sposterà sull’ottocento romantico?
Alla fine del 2010 ho debuttato a Valencia nel ruolo di Amneris con ampie soddisfazioni. Amo anche il barocco ma se devo essere sincera, mi sposterei verso un repertorio più “recente” come Les Troyens che ho appena eseguito a Berlino. Diciamo che più che fossilizzarmi su un ristretto repertorio amo scoprire cose nuove che spaziano sia nel barocco sia nel “moderno” come il Stravinskij di “The Rake Progress” tanto per citarne uno.
Pensa che un repertorio possa pregiudicare l’altro?
Assolutamente no, o almeno nel mio caso non comporta nessun problema, anzi, passare da Verdi e ritornare a Rossini non mi ha minimamente infastidito. Oserei dire che i repertori si aiutano, ovvio che poi è il cantante ad imprimere lo stile, e tanto per restare in Verdi la mia Amneris può sotto taluni aspetti essere accostata a quella di Giulietta Simionato molto belcantistica piuttosto che ad altre grandissime ma diverse interpreti.
Non sarebbe tentata da una Eboli?
Si ovvio, è già in programma a Torino nel 2013. Un ruolo fantastico in cui  non vedo l’ora di debuttare.
Le arie incise in questo disco scritte per voce femminile, quali sono state quelle che più che l’hanno ispirata?
Sono tutte arie di contenuto, non eroiche, ma con numerose sfumature che alternano all’eroismo dei personaggi maschili, ma sono egualmente molto belle e di grande valore musicale, inoltre esprimono emozioni che sono all’opposto degli altri ruoli.
Lei preferisce i ruoli en travesti o quelli femminili?
Non ho una particolare preferenza, in Rossini amo molto i ruoli en travesti ma cantare i grandi personaggi femminili mi mettono gioia perche essendo ruoli buffi (Italiana, Barbiere, ecc.) mi diverto immensamente. In teatro però non ho mai interpretato un ruolo barocco femminile.
C’è un ruolo che ha cantato e non rifarebbe?
No, direi che magari taluni li affronterei in maniera diversa ma non rifare direi certamente di no, anche perché sono stata molto oculata nelle scelte dei titoli durante la mia carriera.
Se dovesse far conoscere la voce a chi non la conosce, quale sarebbe la sua play list?
“Di tanti palpiti” dal Tancredi di Rossini, la scena finale della Didon berlioziana, e il “Cara sposa” dal Rinaldo di Handel.
Manca qualcosa oggi nella sua carriera?
Senza presunzione posso affermare che io ho esaudito tutto quello mi sarei aspettata da questa professione, anzi molte cose sono andate anche oltre, e sono molto felice di quello che ho fatto considerando che molti sogni si sono realizzati.

INTERVISTA A DANIELE RUSTIONI [Lukas Franceschini] Verona, 12 dicembre 2011.
Abbiamo incontrato velocemente a Verona Daniele Rustioni, giovane direttore d’orchestra milanese, durante le prove della nuova produzione di Falstaff di Giuseppe Verdi.
Rustioni (classe 1983) ha compiuto gli studi musicali presso il Conservatorio G. Verdi della sua città, dove si è diplomato a pieni voti in organo, composizione organistica, pianoforte e direzione d’orchestra. In seguito si è perfezionato con Gianluigi Gelmetti all’Accademia Musicale Chigiana di Siena (dove gli è stato conferito il prestigioso Diploma d’Onore), e con Cohn Metters alla Royal Academy of Music di Londra. Ha frequentato masterclass con Sir Colin Davis, Gianandrea Noseda, Kurt Masur ed è stato selezionato per seguire il seminario d’opera italiana tenuto da Riccardo Muti alla New Mediterranean Music Academy di Malta. Nel 2008 ha vinto il secondo premio al IX International Cadaques Conducting Competition cui fa seguito il suo debutto, sotto invito di Yuri Temirkanov, alla Sala Grande della Filarmonica di San Pietroburgo con il Requiem di Verdi. In campo operistico al Teatro Mikhailovsky di San Pietroburgo ha diretto nuove produzioni di Pagliacci, Cavalleria Rusticana, L’elisir d’amore e recite di Rigoletto, La traviata, e Tosca.
Ha ricevuto la nomina di Associate Conductor alla Royal Opera House Covent Garden di Londra ed è stato assistente di Gianandrea Noseda e di Antonio Pappano. A Torino ha diretto La bohème, alla Scala L’occasione fa il ladro e ritornerà per La Bohème nella stagione in corso, al Teatro Comunale di Bologna L’elisir d’amore, alla Fenice di Venezia Il barbiere di Siviglia ove ritornerà nel 2013 per I masnadieri, a Londra Simon Boccanegra, Aida e a Vilnus una nuova produzione di Otello.
Maestro Rustioni perché è arrivato a scegliere la professione del direttore d’orchestra?
Direi che è stata una conseguenza degli studi musicali da me intrapresi. Da piccolo certo non pensavo di fare questo mestiere, cantavo nel coro di voci bianche del Teatro alla Scala e non nego di essere stato affascinato dalla figura carismatica di Riccardo Muti che al tempo ricopriva la carica di direttore stabile. Intrapresi molto giovane gli studi musicali pertanto le prime esperienze sul podio le ebbi ancora da studente e fu lì che decisi di intraprendere la professione. Al Conservatorio peraltro ho studiato molte discipline, ma non mi sono mai applicato in una sola, fu attorno ai vent’anni presi la decisione di dedicare tutto il mio tempo e studio alla direzione d’orchestra.
Lei ha avuto la possibilità di seguire masterclass tenute da Colin Davis e Kurt Masur, quali differenze ha potuto raffrontare tra queste due eccelse bacchette?
Sono due grandi direttori, molto diversi tra loro. Di Davis ricordo una perfetta aderenza al classicismo e alla forma esatta della concertazione. Masur invece è uno spirito più “libero” meno ancorato del collega e con lui ho particolarmente seguito consigli di come sviluppare una concezione musicale.
Lei preferisce dirigere il repertorio sinfonico o l’opera?
È difficile dirlo con certezza, anche se negli ultimi tempi mi sono trovato più a mio agio con l’opera.
Nei confronti delle regie lei si trova sempre d’accordo che le nuove visioni di spettacolo?
Assolutamente no! Io ho un’idea molto tradizionale dell’opera e preferisco che essa sia sviluppata nella sua interezza per quello che sta scritto nello spartito. Capisco ovviamene l’esigenza di un nuovo linguaggio d’espressione teatrale e in questo caso spero sempre che libretto e scena vadano di pari passo, pur accettando alcune diversificazioni. Sarei assolutamente contrario a proposte che esulino dal contesto drammaturgico del libretto, delle quali sovente mi capita di leggere su giornali o di vedere in servizi televisivi. Per esempio il Falstaff che stiamo preparando ha delle piccole differenze rispetto al libretto, ma sono delle variazioni che non vanno troppo in contrasto con la commedia.
A proposito di Falstaff e non per fare il provocatore, ma illustri Bacchette prima di lei, ad esempio Karajan, Bernstein, Solti, Abbado, hanno affrontato l’opera dopo i cinquant’anni…
Si è vero, ma bisogna osservare che rispetto loro i tempi sono anche molto cambiati pur ricordandole che Furtwängler a diciotto anni dirigeva Bruckner. Oggigiorno molti direttori giovani affrontano un repertorio sinfonico molto difficile, il che non esclude la sua buona riuscita. Uno dei primi spartiti da me eseguiti è stato il Requiem di Verdi, certamente non “facile”, del cui buon esito non posso negare che mi ha aperto molte altre importanti offerte di lavoro. Non oso ovviamente mettermi in rapporto con i nomi che lei ha fatto, ma è anche vero che ci sono vari tipi di teatri e diverse forme di lettura. Tuttavia Falstaff è un’opera molto difficile sia dal punto di vista tecnico sia della concertazione, ma posso assicurare che l’impegno da parte di tutti è stato molto attivo. Inoltre posso aggiungere che in questa opera si nota anche una certa “gioventù” di Verdi, una gioventù vista con il polso di un ottantenne all’apice della sua maturità musicale.
Verdi nel Falstaff ha scritto una delle poche parti per contralto, a tal proposito è uscito da poco un libro che parla di queste cantanti e dell’uso o meno della voce di petto. Lei cosa pensa in tal proposito?
Cerco di non prendere mai posizioni drastiche a priori, tuttavia penso che l’eleganza nel canto sia molto importante ma poi la cosa va contestualizzata con l’artista pertanto accetto anche questo tipo di canto purché inserito in una situazione musicale opportuna.
Quali saranno i suoi impegni futuri?
Dopo un concerto dedicato a Rachmaninoff con l’Orchestra di Santa Cecilia, dirigerò Il Viaggio a Reims di Rossini a Firenze.
C’è un titolo che vorrebbe dirigere, ma finora non ne ha avuta l’occasione?
Io adoro Richard Strauss, pertanto Salome!
Qual è l’aspetto più bello del suo lavoro?
Fare musica, respirando musica con tanti musicisti di talento.
Se avesse il potere assoluto per un giorno: la prima cosa che farebbe?
Amando molto il mio paese ed avendo a cuore la sua sorte, cercherei di dare una sana ripulita all’apparato che ci amministra.
Il vero lusso per lei cos’è?
Non voglio lamentarmi troppo, ma mi piacerebbe avere più tempo da dedicare alle persone cui voglio bene.
Che cos’è un oggi un tabù?
In generale la sincerità, non essere più in grado di dire con chiarezza cosa si pensa.
Il suo grado di felicità oggi da uno a dieci?
Sono sempre abbastanza ottimista e le rispondo nove.

INTERVISTA A MARIA JOSÉ MONTIEL [William Fratti] Milano, 30 dicembre 2011.
Il mezzosoprano madrileno María José Montiel è stata recentemente premiata come miglior cantante femminile della stagione 2011 al Premio Lirico Campoamor a Oviedo, per l’interpretazione di Carmen al Gran Teatre del Liceu di Barcellona nell’ottobre del 2010. Si tratta del più importante riconoscimento iberico in ambito operistico ed è la prima volta che viene assegnato ad un’artista spagnola.
“Ho debuttato questo ruolo in Italia nel 2002, a Rovigo, Trieste, Pisa, Lucca e Livorno, e da allora sono stata chiamata anche in Svizzera, Germania, Francia, Spagna e Giappone. Sono molto affezionata a questo personaggio, di cui adoro il risvolto psicologico, ricco di colori e sfumature. Ho sempre pensato a Carmen come a una persona forte, che deve farsi strada in un mondo prettamente maschile; una donna povera, che deve lavorare dove il potere è in mano agli uomini. La vedo allegra in primo atto, seduttrice in secondo, possente in terzo, fino ad interessarsi di Don Josè con anima e corpo, arrivando così al tragico finale. La produzione di Barcellona firmata da Calixto Bieito è molto chiara e attenta nella distinzione tra mondo maschile e femminile, dove il problema dei maltrattamenti sulle donne è messo in primo piano. In effetti ho sempre ritenuto che Carmen fosse vittima delle prepotenze di Don Josè ed è anche per questo che ho lavorato in questo spettacolo interessante con maggiore passione”.
Lo scorso novembre l’allestimento di Calixto Bieito e María José Montiel hanno debuttato sul palcoscenico del Teatro Massimo di Palermo con grande successo di pubblico e critica. “Adoro l’Italia e il mio soggiorno in Sicilia è stato davvero entusiasmante. In Italia c’è tutto, nonostante la crisi culturale che sta comunque colpendo il mondo intero e che sta creando una grave malattia per tutti gli artisti. Il mio amore per questo Paese non cambia e la speranza non cessa di esistere, poiché senza l’arte si vive nel buio. Solo con la cultura ci si riempie l’anima e si hanno soddisfazioni spirituali, anche in tempi difficili come questo”.
La carriera di María José Montiel è legata anche ai sui rapporti con Riccardo Chailly, con cui collabora abitualmente e con cui ha ottenuto grandi successi, e con il compianto Romano Gandolfi. “Conoscere il Maestro Gandolfi e lavorare con lui per diverso tempo mi ha procurato un arricchimento personale, professionale e umano davvero speciale. Ricordo ancora con grandissimo piacere il debutto al Teatro Regio di Parma con Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, poi eseguita anche a Piacenza e Cremona, ma soprattutto l’esecuzione nella Cattedrale di Lucca è stata per me un’esperienza spirituale indimenticabile. Oltre a Riccardo Chailly e Romano Gandolfi, in Italia ho sempre avuto la fortuna di incontrare colleghi di lavoro e persone deliziose ed interessanti. Anche in questi giorni, interpretare la Nona Sinfonia di Beethoven con l’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi all’Auditorium di Milano, è una grandissima festa. Non mi importa di cantare per poco tempo, poiché mi sento immersa in una musica di tale intensità, con le parole di Schiller che inneggiano all’amore universale, che è un’occasione davvero speciale ed ottimistica di iniziare il Nuovo Anno. Inoltre eseguirla con quest’orchestra, con cui collaboro da tanto tempo e che considero la mia famiglia italiana, mi fa sentire davvero felice e a mio agio, come a casa mia. Anche l’incontro con il Maestro Zhang Xian è stato speciale per me, creandosi un bellissimo feeling, fin dal primo momento in cui l’ho conosciuta. Ritengo che sia una grandissima professionista, dotata di una tecnica molto importante, ma soprattutto di un cuore enorme. Il pubblico impazzisce per lei ed ogni volta è una grande festa”.
Oltre a CarmenMaria José Montiel ha interpretato numerosi altri personaggi. “Non ho un ruolo preferito, ma ce ne sono alcuni, oltre all’eroina di Bizet, ad appassionarmi particolarmente. Uno di questi è Amneris, debuttato due anni fa al Bregenz Festival in un’atmosfera fantastica, quasi da film. Adoro questo personaggio per la trasformazione psicologica che subisce durante l’opera, da donna rigida, gelida ed orgogliosa, che viene ammorbidita e riscaldata dall’amore per un uomo. Un altro ruolo che apprezzo tantissimo è Charlotte di Werther, soprattutto per il percorso musicale e drammatico. Nel mio futuro ho in progetto di debuttare la Principessa Eboli e Octavian di Der Rosenkavalier, che ritengo molto adatto alla mia vocalità. Sono molto affezionata alla musica di Strauss, poiché nei quattro anni di studio trascorsi a Vienna ho assistito a quasi tutti gli spettacoli alla Staatsoper e al Musikverein, arricchendo così la mia formazione musicale. Infine, anche se non so se riuscirò mai a cantarlo, mi piacerebbe molto cimentarmi con Leonore di Fidelio”.
Maria José Montiel è una vera artista internazionale, ma è anche una persona ordinaria che cerca di condurre una vita regolare. “Sono come un musicista, con la sola differenza che il mio strumento è dentro, quindi non posso fare cose che rischiano di danneggiarlo. Cerco di dormire sempre a sufficienza, di riposare, di non esagerare e soprattutto faccio quotidianamente esercizi e training vocali. La mia vita è normale, come quella di tutti, con la sola differenza che noi cantanti siamo due: la persona e la voce”.