Spettacoli

Aida – Arena, Verona

Aida di Giuseppe Verdi inaugura il centesimo Arena Opera Festival.

“Verona vive nell’attesa di vedere la sua antichissima Arena farsi teatro di una fra le più tipiche commemorazioni che celebreranno quest’anno il centenario verdiano. Il vastissimo ambiente maestoso è già preparato a ospitare lAida: nel circo è stato eretto un singolare scenario architettonico e le gradinate intorno e una parte della platea dove sono collocati poltrone e scanni sono state accomodate a ricevere l’enorme pubblico che assisterà allo spettacolo.” Così scriveva il “Corriere teatrale” l’otto agosto del 1913. Una prima grandiosa, un esperimento esaltante diretto dal Maestro Tullio Serafin. Sono passati centodieci anni, cento stagioni al netto di guerre e qualche “annus horribilis” e a Verona si festeggia, con una mirabolante prima, il centenario di una tradizione bellissima e italiana, un rituale estivo corale che, pur con pregi e difetti, è nel cuore di ogni melomane: l’Arena Opera Festival. 

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Yusif Eyvazov, Simon Lim, Anna Netrebko e Olesya Petrova

Per una serata così importante si sono fatte le cose in grande, le frecce tricolori hanno sorvolato l’Arena e i tanti ospiti prestigiosi della politica e del mondo dello spettacolo: ricordiamo su tutti la presenza di Sofia Loren che fu, nel 1953, Aida nell’adattamento cinematografico con il doppiaggio, per le parti cantate, di Renata Tebaldi

Il titolo scelto per l’inaugurazione, è, e deve essere, Aida, come fu nel 1913, opera areniana  per eccellenza e che detiene il record di rappresentazioni: ben 736 in cento anni. La parte visiva dello spettacolo è affidata a Stefano Poda che cura regia, scene, costumi, luci e coreografia. Un mondo futuristico e atemporale al tempo stesso, dove l’Egitto antico vive nei suoi simboli. Onnipresenti ad esempio l’occhio di Horus e la mano, che veniva mozzata nell’antichità ai nemici in segno di dominio ma, per il regista, anche un simbolo della capacità di ognuno di noi di determinare il proprio futuro. Una grande pedana riflettente ed inclinata è la base di tutta l’azione, al centro del palco una grande e spettacolare mano meccanica. Un impianto scenico essenziale, forse modesto alla luce del giorno, ma che diventa grandioso nel buio perché amplificato ed esaltato da un uso magistrale delle luci. Fasci abbaglianti disegnano nel cielo di Verona una grande piramide, i laser donano colore, a volte il rosso della passione, a volte il blu delle acque del Nilo. Assolutamente impeccabile è anche l’uso delle masse sceniche, vere protagoniste da sempre dell’Arena. Uno smisurato uso di uomini e donne che animano costantemente il palco e che propongono azioni sceniche più che veri momenti coreutici. Curati e rifiniti i numerosissimi costumi, divisi per lo più  fra i toni del bianco ed il nero, i colori delle due fazioni fratricide, ma sempre ricchissimi di dettagli ed elementi scintillanti, paillettes e cristalli, con quello stile tipico di Poda che dialoga con la pop art e rimanda a certe creazioni di Damien Hirst. Uno spettacolo grandioso, ricco di idee riuscite, come quando dal terreno compaiono i corpi dei prigionieri simili a cadaveri. Un’Aida che parla di guerra ma anche di speranza, che riesce a superare la retorica di certe rappresentazioni holliwoodiane e sceglie la strada della tecnologia per creare qualcosa che possa parlare agli spettatori di oggi. Uno spettacolo che, ci permettiamo di dire, deve essere visto e giudicato in Arena, perché la regia televisiva non riesce a trasmettere, anche per limiti tecnologici, la bellezza soprattutto dei giochi di luce utilizzati. 

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Anna Netrebko e Olesya Petrova

Dal podio il Maestro Marco Armiliato tiene le fila di questo meraviglioso racconto musicale con grande professionalità ed offrendo alle voci presenti sul palco il giusto supporto. Un lettura che si muove all’insegna della correttezza e del rispetto del dettato verdiano, ma che difetta, poi, della mancanza di un piglio più personale che lo possa meglio caratterizzare. Se è vero, infatti, che l’atto del Nilo e il finale vengono contrappuntati con sonorità sospese e rarefatte, è altrettanto vero che la scena del trionfo manca di grandiosità così come la grande scena di Amneris di quarto atto latita di quella violenza cromatica che deve riflettere la disperazione della principessa egizia. La compagine orchestrale dell’Arena di Verona, da par suo, si mostra in buona forma assecondando le intenzioni del direttore e, quantunque sia chiamata a sostenere tempi talvolta lenti, mostra una buona compattezza e una pregevole politezza sonora. 

Il versante musicale dello spettacolo vede brillare Anna Netrebko, che torna ora a vestire i panni della principessa etiope dopo avere trionfato lo scorso anno nella storica messa in scena firmata da Franco Zeffirelli. Anche in questa occasione si possono di certo ammirare il colore brunito, il timbro vellutato e la compattezza di un registro acuto penetrante che rendono la vocalità del soprano russo tra le più importanti dell’attuale panorama lirico internazionale. In primo atto, si coglie, tuttavia, una certa prudenza esecutiva particolarmente evidente nel tentativo di scurire maggiormente la voce per rendere più marcato il registro grave. Si tratta di ben poca cosa se, poi, il finale dell’aria “Ritorna vincitor” e, in particolare le frasi “Numi pietà”, vengono affrontate a fior di labbro con pianissimi perfettamente appoggiati e magistralmente sostenuti. Il vero magistero di questa prova si compie nella seconda parte dell’opera, con una esecuzione da manuale della temibile “O cieli azzurri”, dove Netrebko sembra accarezzare le note dello spartito con lunghe arcate sonore, vere e proprie tavolozze di colori e sfumature, sino al famigerato “do acutissimo” risolto in pianissimo e concluso  con una smorzatura di assoluta perfezione. Terzo e quarto atto, dove a prevalere è il carattere malinconico ed amoroso del personaggio, risultano vocalmente inappuntabili grazie ad una linea musicale pastosa, morbida e di straordinaria duttilità che consente di disegnare mezzevoci di seducente purezza. L’interprete, inoltre, è sempre coinvolta e si muove con disinvoltura nel disegno registico di Poda. Pregevole ed incisivo il fraseggio. 

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Yusif Eyvazov, Simon Lim e Michele Pertusi

Al suo fianco il Radames di Yusif Eyvazov. Tralasciando le ben conosciute caratteristiche timbriche del mezzo, in questa occasione, sembra che la prova del tenore azzero richieda qualche momento prima di poter decollare definitivamente. Nell’aria di primo atto, infatti, si colgono il buono squillo del registro acuto e la perizia con cui viene sfumato il si bemolle conclusivo, ma sembra mancare, in alcuni passaggi, quella sicurezza esecutiva cui Eyvazov ci ha oramai abituati (e che invece ben si coglieva nel recente Chénier scaligero). Una prova vocale che prende poi quota rapidamente e che culmina nel bellissimo duetto d’amore di terzo atto e nello struggente finale dove, tra abbandoni lirici e delicate mezzevoci, pare evidente la assoluta complicità, timbrica e scenica, con Netrebko. Da un punto di vista interpretativo, il tenore lascia trasparire sopratutto l’umanità del personaggio rinunciando, in parte, al carattere eroico del condottiero. Prevale, così, l’animo innamorato di Radames e la forza di battersi per un amore che supera ogni divisione di carattere politico.

Il terzetto dei protagonisti si completa con la Amneris di Olesya Petrova dal timbro brunito tipicamente mezzosopranile. Il mezzo è corposo e voluminoso ma a tratti disomogeneo e l’esecuzione non sempre precisa. Il registro acuto mostra una certa ampiezza, mentre i centri e i gravi difettano talvolta della giusta consistenza. L’interprete, inoltre, sembra unidimensionale e avara di sfumature; ne consegue la mancata caratterizzazione di quel dissidio interiore che alberga nel cuore della figlia dei faraoni.

Roman Brurdenko, pur sfoggiando una vocalità dal timbro e dal colore adeguati per la scrittura verdiana, non riesce ad offrire una prova che vada oltre l’ordinaria correttezza. La linea musicale, infatti, appare piuttosto piatta e manca della giusta incisività nel concertato di secondo atto. Meglio il duetto con Aida di terzo atto, forse perché stimolato dallo slancio della Netrebko, ma nulla che possa lasciare veramente il segno. Piuttosto anonimo l’interprete, cui difettano la regalità e l’astuzia di un sovrano sconfitto che medita vendetta.

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Aida, Arena di Verona, 2023

Michele Pertusi cesella il personaggio di Ramfis con le consuete proprietà stilistica e padronanza della frase musicale. La precisione e l’ampiezza del mezzo consentono, infatti, di fronteggiare agevolmente la scrittura verdiana. Pertusi si conferma, inoltre, fraseggiatore raffinato e sempre pertinente.  

Note positive per il Re di Simon Lim di cui si apprezza la solidità di una vocalità ben tornita e l’incisività di un fraseggio elegante e giustamente regale.

Puntuale ed adeguata la sacerdotessa di Francesca Maionchi.

Spicca, per squillo e musicalità, il messaggero di Riccardo Rados.

Pregevoli di interventi del Coro dell’Arena di Verona, sotto la guida esperta e solerte di Roberto Gabbiani. Da sottolineare, in particolare, l’intensità e la compattezza delle masse durante la scena del trionfo.

Il pubblico, che esauriva l’anfiteatro in ogni ordine di posto, accoglie l’esecuzione con numerosi applausi a scena aperta e riserva, al termine, una accoglienza trionfale a tutto il cast musicale con particolari ovazioni per il terzetto dei protagonisti. Auguriamo alla Arena altri cento anni, sempre così, soavemente kitsch, perché come sosteneva Milan Kundera “Il Kitsch bandisce dalla vita tutto quello che turba” e di questi tempi, almeno per una serata, tutti ne abbiamo bisogno.  

AIDA
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi

Il Re Simon Lim
Amneris Olesya Petrova
Aida Anna Netrebko
Radamès Yusif Eyvazov
Ramfis Michele Pertusi
Amonasro Roman Burdenko
Un messaggero Riccardo Rados
Una sacerdotessa Francesca Maionchi

Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Marco Armiliato
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia, scene, costumi, luci, coreografia Stefano Poda
Assistente regia, scene, costumi, luci, coreografia Paolo Giani Cei
Coordinatrice azioni di regia figuranti minori Maria Elisabetta Candido

Foto: Ennevi