Don Carlo

La produzione San Carliana del Don Carlo di Giuseppe Verdi avrebbe dovuto vedere la luce il 26 novembre, ma a causa dei tragici eventi da cui l’isola di Ischia è stata colpita, la prima è stata rimandata a martedì 29 novembre e sarà in replica fino al 6 dicembre. Il Don Carlo nella versione in italiano di Modena in cinque atti su libretto di Joseph Méry e Camille Du Locle ritorna nel Massimo partenopeo dopo diverso tempo. Si loda la scelta di eseguire uno tra i più alti e impegnativi lavori della produzione verdiana tra le più intricate in cinque e non in quattro atti, offrendo così al publico una trama se non meno intricata, quantomeno logica nella concatenazione degli eventi. La produzione è del teatro di San Carlo, la regia è affidata a Claus Guth, le scene sono di Etienne Pluss e i costumi portano la firma di Petra Reinhardt. Non è facile interpretare le idee registiche per quest’opera, densa di significato, forti tematiche quali l’amicizia o l’aspro contrasto tra il potere imperiale e quello della Chiesa, nella cupa e repressiva Spagna di Filippo II. Un mimo rincorso da Carlo è presente all’inizio dell’atto quinto, concepito forse per tradurre in scena l’ossessione di Carlo nei confronti della regina, precedentemente sua promessa sposa. La regia è introspettiva: se Elisabetta vestiva di bianco nell’atto primo, dal secondo in poi, tranne in un paio di occasioni, veste di nero, colore indicativo del suo stato d’animo ormai perennemente rattristato, Filippo II incarna il potere, ma nulla può contro la sua solitudine. Ogni personaggio è prigioniero di un sistema e di un destino sociale per ognuno già segnato. Gli stessi non ben definiti costumi non sembrerebbero inoltre inquadrare la vicenda del tutto nell’ esatta epoca storica in cui si svolge: allora come oggi un monarca o personaggio politico può trovarsi costretto ad agire anteponendo la ragion di stato alla propria volontà.

Sul fronte musicale le prestazioni si diversificano, con esiti tra loro differenti. Sul podio Juraj Valčuha offre una direzione a tratti difficoltosa, in quanto l’intesa con il palcoscenico non sempre è perfetta e l’orchestra manca di tingersi di solennità e sontuosa regalità in importanti momenti, quale quello dell’Autodafé. I tempi sono sostanzialmente ragionevoli per far esprimere i cantanti al meglio delle loro possibilità, ma l’orchestra sembra essere priva dei colori richiesti da una partitura immensa come quella del Don Carlo, dalle molteplici sfumature. Ad aggiudicarsi un meritato e personale trionfo è il baritono francese Ludovic Tézier, eccellente baritono verdiano, dalla linea di canto impeccabile. L’artista possiede una dizione perfetta ed è dotato di uno strumento teatrale, dal cospicuo volume e di rara bellezza. Il colore è bronzeo e suadente. Il suo Rodrigo è amico fraterno e commuove fino alle lacrime nella scena della prigione e relativo duetto di quarto atto con Carlo: Son io mio Carlo. Ad incarnare il tenebroso e autoritario Filippo II è il basso parmigiano Michele Pertusi, il quale, pur con una matrice belcantista, è già da tempo con successo approdato ai ruoli più drammatici del repertorio verdiano. Il suo Filippo II porta a compiere l’ascoltatore in un viaggio nella sua tormentata coscienza di re non amato dalla consorte e solo con se stesso al termine della sua giornata. La sua magnifica aria che dà inizio al quarto atto, Ella giammai m’amò, trabocca di umanità. Da fraseggiatore di lunghissima esperienza l’artista dipinge un re pensoso, triste e tragicamente solo, effetti che ben traspaiono dalla linea di canto di Michele Pertusi, dal mezzo autorevole e squillante, caldo e avvolgente.

Matthew Polenzani è il giovane infante di Spagna. Sebbene il timbro non gli giovi, è tuttavia capace di filati e di un partecipe fraseggio che gli permettono di essere sempre più che correttamente in parte. Il suo Carlo è un antieroe. Più che spinto da una reale motivazione per difendere la Fiandra, il giovane principe è intenzionato a partire per contrastare il padre e rifuggire la sua costante ossessione per la giovane regina Elisabetta, da lui tanto amata. Ailyn Perez è Elisabetta di Valois. Il soprano è dotato di un buon volume, pur privo, talvolta, delle rotondità che si converrebbero ad un soprano lirico. Qualche asprezza nei passaggi di registro è tuttavia compensata da un’ottima interpretazione. La Perez si impone per i suoi morbidi filati nel concertato di quarto atto, così come nello struggente e commovente duetto con Don Carlo: Ma lassù ci vedremo. Lo strumento vocale in suo possesso è nettamente lirico ed espressivo, come del resto la stessa cantante che dà vita ad un’Elisabetta regale, comprensiva e materna con Carlo. Altra trionfatrice della serata è, a buona ragione, Elīna Garanča, principessa d’Eboli. La sua voce è potentissima, rotonda e ricca di armonici, sembra che il ruolo di principessa ben le si addica per bellezza di legato e musicale fraseggio. Il mezzosoprano slovacco è capace di accenti opportunamente drammatici nella difficile aria o don fatale. La Garanca l’affronta con disinvoltura e sicurezza, La sua voce è voluttuosa nei gravi e nei centri, luminosa e sicura in acuto. Sonoro il grande inquisitore di Alexander Tsymbalyuk, il quale, tuttavia, non riesce a reggere il confronto con l’orchestra spesso in forte nel grande duetto con Filippo II e qualche acuto ne viene sovrastato. Perfettibile il Tebaldo di Cassandre Berton, buono il frate impersonato da Giorgi Manoshvili, corretto il conte di Lerma di Luigi Strazzullo, l’araldo reale di Massimo Sirigu, buona, ma priva di effetto, la voce dal cielo di Maria Sardaryan, collocata in scena e non dietro le quinte e da cui ci si sarebbe aspettati maggior dolcezza e morbidezza nelle brevi frasi pronunciate. Corretti i sei deputati fiamminghi, nell’ordine: Takaki Kurihara, Lorenzo Mazzucchelli, Giuseppe todisco, Ignas Melnikas, Giovanni Impagliazzo e Rocco Cavalluzzi. Dispiace registrare che il coro del teatro di San Carlo, guidato dal maestro José Luis Basso, ha cantato al di sotto delle proprie possibilità, forse penalizzato dalla regia e dai non pochi elementi distraenti presenti in palcoscenico. La compattezza e sonorità sono di fatto venute meno e in un’opera come questa, dove il coro svolge un ruolo predominante, tali mancanze non sono di poco conto. Il teatro di San Carlo rifulge in tutto il suo aureo splendore e il pubblico tributa applausi scroscianti al termine della recita, con punte di entusiasmo per Ludovic Teziér e Elīna Garanča.

Giuseppe Verdi
DON CARLO
Libretto di Joseph Méry e Camille du Locle,
tratto dal dramma Don Karlos, Infant von Spanien di Friedrich Schiller

Versione in Italiano in 5 atti (Modena, 1886)

Direttore | Juraj Valčuha
Regia | Claus Guth♭
Scene | Etienne Pluss
Costumi | Petra Reinhardt
Luci | Olaf Freese
Video | Roland Horvath
Drammaturgia | Yvonne Gebauer

Interpreti
Filippo II | Michele Pertusi
Don Carlo | Matthew Polenzani
Rodrigo marchese | Ludovic Tézier (26, 29, 1, 3) / Ernesto Petti (6)
Il grande inquisitore | Alexander Tsymbalyuk
Un frate | Giorgi Manoshvili ♭
Elisabetta di Valois | Ailyn Perez
La principessa Eboli | Elīna Garanča
Tebaldo | Cassandre Berthon
Il conte di Lerma | Luigi Strazzullo♮
Un araldo reale | Massimo Sirigu♮
Una voce dal cielo | Maria Sardaryan #
Primo Deputato | Takaki Kurihara
Secondo Deputato | Lorenzo Mazzucchelli
Terzo Deputato | Giuseppe Todisco♮
Quarto Deputato | Ignas Melnikas #
Quinto Deputato | Giovanni Impagliazzo #
Sesto Deputato | Rocco Cavalluzzi

♭ debutto al Teatro di San Carlo

♮ Artista del Coro

#allievo Accademia Teatro di San Carlo

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Maestro del Coro | José Luis Basso

Nuova produzione del Teatro di San Carlo

Foto – Luciano Romano