Attila nel melodramma verdiano

Premessa

Giuseppe Verdi

L’analisi dell’Attila verdiano: la sua genesi, la dinamica dei personaggi, le sottese motivazioni ideologiche, l’estetica e i risultati del discorso musicale, si offre come occasione di verificare , ancora nella prima metà dell’800, come la figura storica di Attila o la sua metafora riuscissero decisamente attuali. Quello che nella storia nell’immaginario collettivo il grande re degli Unni aveva significato, era disperso in rivoli nelle leggende popolari, nella scultura, nella pittura. Ad Attila ed agli Unni si assimilavano tutti quei popoli o quei personaggi che nella storia moderna erano risultati particolarmente bellicosi o crudeli, oppressivi o segnati da barbarie: “Unni” saranno definiti i tedeschi della grande Guerra Mondiale e discendenti degli Unni erano considerati gli austro-ungarici che dominavano il Lombardo-Veneto ancora nel tempo in cui Solera e Verdi portavano sulla scena la storia drammatica del condottiero venuto dalle steppe del Caucaso nei momenti terminali della sua esistenza. Con l’analisi dell’opera verdiana non si intende, naturalmente, tentare un impossibile “confronto” tra l’Attila storico e l’Attila rivisitato e ricreato dai versi di Solera e sollevata al sublime dell’arte musicale dal cigno di Busseto. L’Attila verdiano vuole essere l’occasione per riscontrare, in un prodotto artistico dell’800 liberale, la presenza suggestiva di un “fantasma storico” oggetto di studi storici e ricerche archeologiche per un tempo praticamente infinito, da quel V° secolo d.c. fino ai giorni nostri.

L’opera teatrale nasceva, come si dirà in seguito, in un momento in cui due popoli erano in guerra per motivi ideologici e interessi diversi: i liberali lombardo-veneti lottavano per emanciparsi dal dominio “barbaro” dell’impero asburgico; questo a sua volta si ostinava a difendere e conservare come suo un retaggio della nazione Italiana. Era in atto, quindi, uno di quei conflitti che da sempre segnano la storia dell’uomo e che nel V° secolo, con gli Unni in territorio ungherese, erano la condizione permanente di migliaia di esseri umani. Se l’Attila della storia, che pure deve aver avuto i suoi momenti di debolezza e sentimentalità, lo si dipinge sempre e immutabilmente come l’invitto cavaliere nomade “flagello di Dio”, fratricida crudele e barbaro sino alla fine, l’Attila del melodramma tradirà invece sentimenti umani e momenti di panico per un sogno premonitore cui guarderà con barbarica apprensione. Nella realtà storica, come ci perviene da talune fonti, è probabile che il feroce cavaliere nomade abbia vissuto momenti di furore amoroso per una Onoria mai vista e conquistata: “campione” romantico o “trovatore” medievale per una infelice principessa da sottrarre alla prigionia e alle angherie del fratello Valentiniano! Nel Melodramma lo vedremo innamorato e vittima di Odabella, la splendida e virile prigioniera scampata al saccheggio di Aquilea: la perenne inclinazione e sottomissione
dell’animo umano al fascino femminile. Intorno agli anni 1830-1840 l’Italia era come pervasa da fremiti patriottici che trovavano nell’arte musicale e nel dramma lirico la loro drammatizzazione e manifestazione. Verdi era completamente calato nella cultura liberale e patriottica del tempo, sensibile a quanto andavano elaborando sul piano teorico Mazzini, Balbo, Gioberti, Cattaneo e quanto stava per operare, in maniera ormai decisiva, il tessitore dell’Unità
italiana, Camillo Benso Conte di Cavour. Fino alle soglie degli anni ’50, le opere prodotte dal genio di Busseto si erano tutte caratterizzate per i contenuti di ispirazione patriottica. Nei primi anni ’50 Verdi opererà una scelta di campo innovativa nella tematica dei soggetti melodrammatici con la famosa “Trilogia”: Rigoletto, Trovatore, Traviata. I tempi erano di quelli che si definiscono eroici attraversati da passioni violente e ispirati a grandi valori.

Il Melodramma

Temistocle Solera

Due anni prima di quel ’48 che doveva sconvolgere l’intera Europa, Verdi sollecitato dalla lettura del saggio di Madame di Staël, “De l’Allemagne”, si dedicò alla composizione dell’Attila che, andato in scena il 17 Marzo del’46, veniva salutato alla Fenice di Venezia con sufficiente gradimento. Era la nona fatica di Verdi ancora attraversata da passioni civili e patriottiche. Il Lombardo-Veneto, come accennato, era terra di occupazione da parte austriaca, ma i moti risorgimentali, ormai dal 1821, scuotevano l’Italia. L’attenzione alle problematiche contemporanee: gli ideali libertari, le idee di Nazione, Patria, Indipendenza e Unità, erano ormai contenuti primari della letteratura italiana e dell’arte musicale. Verdi quindi partecipava con le armi a lui congeniali al Risorgimento nazionale in atto: la sua musica peraltro doveva risultare uno strumento educativo delle coscienze di profonda persuasione e convinzioni liberali. Già con il Nabucco del 1842, e poi con I Lombardi alla prima crociata del 1843, e ancora con l’Ernani del 1844, e il coro famoso del “Si ridesti il Leon di Castiglia”, e poi ancora con la Giovanna D’Arco del 1845, Verdi aveva contribuito, in particolare con i “Cori”, ad acutizzare le passioni politiche dando vita ad un melodramma popolare e di grande impatto sociale. Quando nel ’46, con l’apporto del librettista Temistocle Solera, portava sulle scene il dramma di Attila, Verdi era già l’incarnazione dell’Idea dominante di Libertà. Il tema del nuovo dramma era suggerito dalla figura di quell’Attila che dalla storia, attraverso miti e leggende, era pervenuta intatta nel suo fascino crudele, agli animosi petti e agli intelletti dei liberali italiani. La sera del 17 Marzo 1846,i liberali veneti presenti alla Fenice si trovarono di fronte ad un episodio messo in musica che riportava indietro la storia veneta alla distruzione di Aquilea operata da Unni, Eruli ed Ostrogoti: Venezia doveva nascere ad opera dei superstiti di Aquilea che si erano rifugiati sulle lagune. Era il 452 quando Attila si abbatteva sulla città per distruggerla e saccheggiarla. Per
i veneti presenti alla Fenice non fu difficile, naturalmente, intravedere in Attila e negli Unni gli austriaci invasori che osavano assistere all’opera verdiana!
Tra i prigionieri e i vinti sopravvissuti alla strage ecco il personaggio femminile, la giovine Odabella, figlia dell’ucciso signore della città. Era sopravvissuta con altri nonostante l’ordine impartito da Attila di non fare prigionieri. Di qui parte la trama dell’opera che si apre con un breve preludio in tonalità minore segnato da forti contrasti timbrici: i violini esprimono la sezione lirica e melodica, gli ottoni quella drammatica. È proprio del linguaggio musicale e dei preludi disegnare e anticipare le “atmosfere” nelle quali poi troveranno sviluppo le azioni umane e le imprese individuali, come è proprio del poeta, più che dello storico, preparare il lettore ad “avvertire e presentire”, più che ad osservare ragionando.

Bozzetto di costume – Odabella

Il preludio verdiano, appena percettibile nelle battute iniziali, si solleva con il pieno dell’orchestra al levarsi del sole sulla scena tragica della città distrutta e dei guerrieri vincitori sui quali campeggia “il re delle mille foreste”. Dopo il coro guerriero degli Unni, Eruli ed Ostrogoti ecco l’apparire in scena (siamo nel
prologo dell’opera) il personaggio femminile di Odabella che con Solera sostituiva l’Hildegonde di Borgogna (l’Hildico storica?). Nella tragedia di Werner, da cui Solera attingeva, Hildegonde spingeva Attila a sempre nuovi atti di violenza, ma era anche quella che salvava il condottiero Unno dalla coppa avvelenata offertagli durante un banchetto per poterlo poi uccidere con le proprie mani la prima notte di nozze e vendicare così la morte del padre, dei fratelli e dell’amante. Nell’oper Odabella pugnalerà a morte il grande Attila dopo essersi sottratta alle nozze imposte a lei dal tiranno. Nel prologo, dunque, le prime scene dell’opera ambientate presso le rovine di Aquilea. Odabella appare, nella sua prima cavatina, la “guerriera” indomita che vuole ad ogni costo vendicare la morte del padre e la rovina della sua patria. Il coro dei guerrieri barbari ha appena finito di inneggiare alla “possanza”, di cui Wodan cinge il revincitore: “Urli, rapine, gemiti, sangue, stupri, rovine e stragi e fuoco gioco di Attila” (in pochi versi tutto quello che la storiografia aveva detto della crudeltà degli Unni), che Odabella osa sfidare l’arroganza del vincitore spinta dal “santo, indefinito, amor di patria…”. Lei è fra quelle “mirabili guerriere” che
difesero i fratelli, e una di quelle “donne italiche, cinte di ferro il seno” che Attila vedrà sempre pugnare “sul fumido terreno”. Odabella parla di “donne italiche” e possiamo immaginare quanto questo aggettivo sia risuonato caro alle orecchie dei veneti convenuti alla Fenice. Ha definito santo l’amore di patria e questo dice come Solera fosse nell’alveo culturale tracciato da Mazzini e dalla sua concezione della sacralità del “Dovere” per un popolo di conquistare la Libertà. Ma Odabella si spinge oltre: sfidando l’ira di Attila dice: “allora che i forti corrono come leoni al brando, le tue donne, o barbaro, se ne stanno lacrimando sui carri!”.

Bella, e da melodramma lirico, quell’ira per il barbaro invasore che “abbomina il codardo” ed ecco Attila che concede ad Odabella la grazia che più le
aggrada. In queste prime scene la condiscendente galanteria di Attila sembra quasi ricalcare quella strana, “romantica” disposizione a farsi “campione di
Onoria” di cui si è detto nelle pagine precedenti. Odabella chiede allora una spada ed Attila le concede la sua: “di vendetta l’ora è giunta”, esclama trionfante Odabella: l’odio dell’oppresso è stato armato “con l’acciar dell’oppressore”. Situazione questa storicamente improbabile ma che ha una sua ragion d’essere nella fascinosa e splendida finzione scenica del melodramma. Attila resta “conquiso” dall’ardire, dal nobile viso della fanciulla e sente “nell’alma un
nuovo senso discendere improvviso e il cuore ferito dolcemente”. Certo, è propria del melodramma romantico la repentinità della conquista d’amore, ma si è detto già di come certamente il crudele cavaliere delle steppe dovette anche lui di certo denunciare quelle debolezze nei confronti della donna che sono di tutti gli uomini: non fu “sorpreso” dalla morte nel letto di nozze, ucciso o meno dall’ultima donna impalmata con amore? Subito dopo, infatti, il coro sottolinea l’ambivalenza dell’animo umano e del re: il re Unno è circondato dai raggi di Wodano e se “flagello e torrente che innonda, è rugiada se premia il valor”. Torrente e rugiada, dunque, il barbaro “flagello di Dio” che nell’incontro con Ezio, inviato da Roma (scena seguente), non esita a rendere omaggio “all’altissimo guerriero degno nemico di Attila, scudo di Roma e vanto”. La “cordialità” fra i due dura un attimo. Ezio si rivela agli occhi di Attila un traditore di Roma: è pronto a lasciare nelle mani del re Unno l’orbe intero. Deboli le giustificazioni addotte da Ezio: l’Impero è retto ad Oriente dal un “regnator tardo per gli anni e tremulo; sul trono d’Occidente siede un imbelle giovane”. Ed ecco le proposte di Ezio: l’unione tra loro disperderà quello che resta di Roma “quand’io mi unisca a te…avrai tu l’universo, resti l’Italia a me”. L’Ezio del melodramma, dunque, è pronto a tradire ma l’ira di Attila esplode tremenda: Solera pone sulla bocca del barbaro parole nobilissime e che di certo furono avvertite come frustate sul viso dai contemporanei: “dove l’eroe più valido è traditor, spergiuro, ivi perduto è il popolo, e l’aer stesso impuro; ivi impotente è Dio, ivi è codardo il re…”. Ezio, umiliato, tenta allora di recuperare il ruolo di ambasciatore di Roma con accenti di sfida, ma Attila lo interrompe con impeto compreso com’è della superiorità guerriera dei suoi Unni: “vanitosi! Che abbietti e dormenti, pur del mondo
tenete la possa, sovra monti di polvere e d’ossa, il mio baldo corsier volerà”. E minaccia di spandere ai venti le ceneri delle superbe città romane. Dei due personaggi, dunque, Ezio ed Attila, è il romano che appare infame nella sua dimensione di traditore, mentre Attila si erge paradossalmente a campione di fierezza e di onestà di intenti. Forse il dialogo, appena descritto, storicamente non ha avuto luogo; nell’opera lirica assume invece una funzione motoria nel racconto e nella drammatizzazione: Ezio lo vedremo recuperare, dopo ancora un altro tentativo di patto scellerato con Attila, la sua “romanità” e la volontà di sconfiggere il nemico Unno.

Bozzetto di costume – Attila

Il prologo volge alla fine con una scena che ritrae Rio Alto nelle lagune adriatiche: alcune capanne su palafitte, un altare dedicato a San Giacomo, il tocco lento della campana che saluta il mattino e alcuni eremiti che escono dalle capanne e si avviano all’altare. Pregano e rendono grazie a Dio per la tempesta passata e il ritorno della pace . Intanto alcune navicelle approdano con donne, uomini e fanciulli scampati alla distruzione di Aquilea. E’ con essi Foresto (personaggio storico), un cavaliere della città saccheggiata, l’amante di Odabella da questa creduto morto. I superstiti decideranno di fermarsi su questa laguna, tra l’incanto del cielo e il mare, vicino a quell’altare e quella croce segni di augurio propizio. Qui cade la prima aria del tenore, Foresto, che trema per le sorti di Odabella forse preda del “mostro, serbata al pianto, serbata al duol”, in potere del barbaro e avvinta tra le sue schiave! Meglio saperla estinta, esclama Foresto, e
contemplarla fra gli angeli, vederla nei sogni e attendere l’aurora della propria morte. Tutto romantico, naturalmente, questo canto sull’amore impossibile, sul desiderio inappagato, sulla proiezione metafisica dell’amore in terra non vissuto. Ed ecco ancora una cabaletta marziale dedicata alla “Cara patria, già madre e reìna di possenti magnanimi figli, or macerie, deserto, ruina, su cui regna silenzio e squallor” che chiude il prologo e la prima sezione del dramma. Sono immagini di squallore che tornano periodicamente a segnare la storia delle nazioni e dei popoli e che oggi ancora segnano lo stato di degrado politico-morale in cui versa il nostro paese. Nel canto lirico di Foresto, tuttavia, la prefigurazione di un futuro radioso per quella che sarà un giorno Venezia che,
risorta “qual fenice novella” rivivrà “superba, più bella, della terra, dell’onde stupor”! L’Attila verdiano emerso nel prologo dell’opera, quindi, ha certamente in comune con l’Attila delle fonti storiche il riferimento al 452, distruzione di Aquilea, e taluni tratti per così dire caratteriali del re che domina la situazione, si scontra con Ezio, ma quel “cedere” al fascino della vergine orgogliosa di Aquilea, nei confronti della quale l’anima sua si sente come invasa, all’improvviso, da un “nuovo senso”, può ritenersi una felice e topica situazione da melodramma lirico.

Qui la prosecuzione del viaggio all’interno dell’Attila