Spettacoli

La forza del destino (Festival Verdi 2022)

L’evento mondano e culturale che, per i melomani, dischiude l’autunno operistico è finalmente arrivato: Il Festival Verdi 2022. 

“A Parma non è difficile vivere, a patto di saper dar ragione all’interlocutore in una discussione a carattere musicale o gastronomico”. Parole ancora attualissime quelle pronunciate, nell’Ottocento, da Maria Luisa d’Asburgo-Lorena duchessa regnante di Parma Piacenza e Guastalla. La città emiliana è una vera roccaforte del bello: per rendersene conto,  basta perdersi nei meravigliosi affreschi di Correggio, nelle sculture dell’Antelami, ma anche  gustare un tortello a tavola e sedersi poi a teatro, nell’antico teatro Farnese o, come oggi, al Regio. La meravigliosa sala ornata, nella metà dell’Ottocento da Girolamo Magnani di bianco e oro, fra le architetture di Pierluigi Montecchini, è il cuore di un Festival giunto alla sua ventiduesima edizione, e giustamente dedicato al genius loci: Giuseppe Verdi

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Amartuvshin Enkhbat e Annalisa Stroppa

“Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.” Così diceva Victor Hugo e quest’anno di sentimenti in sala se ne percepivano tanti, ovviamente c’era, per gli artisti, l’emozione di un debutto importante, per il pubblico il piacere di concedersi una serata di spensierata eleganza (avvistati in sala anche abiti di lucenti paillettes), e poi c’era anche una voce di protesta di cui parleremo.

Quest’anno il titolo inaugurale scelto è “La forza del destino”, andato in scena la prima volta il 10 novembre 1862, al Teatro Bol’šoj Kamennyj di San Pietroburgo. La produzione è dedicata a Renata Tebaldi, nel centenario della sua nascita, il soprano era molto legata a questa opera di cui è stata una grande interprete. La storia raccontata attiene al tema di Eros e Thanatos ed è ambientata nel Settecento: una trama cupa che racconta come sia impossibile sfuggire al proprio destino e a quello collettivo. Come scriveva Schopenhauer, “Il destino mescola le carte e noi giochiamo”, un gioco appunto, quello dei due amanti protagonisti, tragico che culminerà con la morte di Leonora. In mezzo a questi estremi di morte, lo spettro della guerra (qui quella storica della successione austriaca) ma anche momenti di ironia più leggeri, affidati da Verdi principalmente alla figura di Fra Melitone: una scacchiera di sentimenti ed emozioni che riproduce quella della vita reale. 

La regia, le scene e i costumi dello spettacolo sono a firma di Yannis Kokkos (drammaturgia a cura di Anne Blancard) che crea un mondo serotino, perennemente nell’ombra, anche grazie alle sapienti luci di Giuseppe di Iorio. In questa notte perenne si distinguono solo la luna e pochi elementi stilizzati quali chiese e grandi croci, simboli religiosi che incombono e paiono quasi schiacciare i protagonisti della vicenda. Nel terzo atto, uno squarcio di colore irrompe sulla scena: un gioco di proiezioni (a cura di Sergio Metalli) ci trasporta nel mondo angosciante e straniante del pittore James Ensor, con le sue onnipresenti maschere simbolo della assurdità della vita e della impossibilità di trovare un dialogo comune. I costumi scelti sono in gran parte aderenti all’epoca del libretto con qualche excursus verso la contemporaneità. Uno spettacolo risolto con una certa semplicità ma con un gradevole impatto complessivo soprattutto grazie alle belle videoproiezioni. 

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Gregory Kunde e Amartuvshin Enkhbat

Voci insistenti annunciavano da giorni l’abbattersi di “sciagure” su questa prima del Festival ed ecco allora comparire, al lato dell’ingresso principale del teatro, uno striscione con la scritta “Giù le mani del Regio” (appeso più tardi anche sulla balaustra dal loggione), un monito da tenere ben presente per gli spettatori che attraversavano l’ingresso. E poi, una volta abbassate le luci in sala, quel magico silenzio che precede il levarsi della bacchetta del direttore d’orchestra, viene rotto da urla e fischi rivolti insistentemente al Maestro Roberto Abbado. L’accusa? Avere preso parte alla scelta di impiegare, per questa produzione, i complessi del Teatro Comunale di Bologna in luogo dell’orchestra e, soprattutto, del coro che normalmente calcano il palcoscenico del Regio. Sebbene i fischi siano poi stati coperti da applausi ed acclamazioni altrettanto copiose, la palpabile tensione in sala non ha potuto non riflettersi anche sul livello della esecuzione musicale, specialmente se si tiene conto che questo episodio si è ripetuto puntualmente ad ogni apparire del Maestro sul podio.

Al di là di ogni considerazione in merito, la lettura di Abbado (in questa occasione viene eseguita la versione per Milano del 1869, edizione critica a cura di Philp Gossett e William Holmes, The University of Chicago Press, Chicago e Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano) ha convinto pienamente. Il Maestro sa infatti esaltare la drammaticità e la tensione narrativa di questo grande capolavoro verdiano realizzando un affresco sonoro di grande suggestione. Abbado mostra, inoltre, grande attenzione nel cogliere tutte le sfumature del racconto musicale e sa imprimere, con meticolosa cura una moltitudine di colori con cui creare la giusta atmosfera emotiva. Magistrale, ad esempio, la scena conclusiva del secondo atto dove il Maestro disegna una tappeto sonoro leggerissimo ed impalpabile, intriso di misericordiosa spiritualità. Altrettanto riuscito è il turbinio delle scene di massa con una caratterizzazione musicale di grande effetto per i personaggi di Frá Melitone e Preziosilla. Nulla è dunque lasciato al caso in questa lettura che merita dunque un plauso incondizionato.

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Liudmyla Monastyrska, Gregory Kunde e Marko Mimica

Merito anche della buona prestazione offerta dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna che ha brillato per compattezza e precisione sonora e per grande attenzione del seguire il gesto del direttore (un plauso per aver atteso in buca, ai ringraziamenti finali, il comparire di Abbado, a dimostrazione, quasi, di una certa solidarietà con il Maestro).

Sul palco un cast di prim’ordine che, inevitabilmente, ha risentito del clima tutt’altro che disteso in sala.

Nel ruolo della protagonista, Liudmyla Monastyrska mostra un mezzo importante per volume e per facilità nella salita verso il registro superiore, dotato di indubbio squillo. La linea di canto, tuttavia, è avara di sfumature e giocata prevalentemente sul mezzo forte. Il personaggio di Leonora è assai complesso da un punto di vista psicologico, ma qui, purtroppo, si deve riconoscere una certa genericità e monotonia nell’accento, oltre ad una dizione non sempre irreprensibile. Siamo a Parma e quando si esegue Verdi non si perdona la mancanza di “cuore” nel fraseggio, dettaglio ben sottolineato, per altro, da una loggionista appassionata al termine dell’aria di secondo atto “Madre, pietosa Vergine”. Una prova, in sostanza, buona da un punto di vista vocale ma piuttosto inerte sotto l’aspetto interpretativo.

Al suo fianco Gregory Kunde, al suo debutto nel ruolo di Don Alvaro. L’età anagrafica non è un segreto per il tenore statunitense anzi, un plauso ad una carriera longeva di grande valore. Un naturale impoverimento dello smalto vocale è poca cosa dinanzi alla baldanza con cui viene affrontato il registro acuto, alla noncurante souplesse con cui viene eseguita la parte senza mai soccombere alle esigenze della scrittura. Una prova in crescendo, forse per la già citata tensione causata dalle contestazioni iniziali, che culmina in un terzo atto travolgente e di grande caratura vocale. Sotto il profilo interpretativo si coglie la zampata del grande artista che sa fraseggiare con eleganza e grande senso della frase. L’esecuzione della difficilissima aria di terzo atto “O tu che in seno agli angeli”, suggellata da Kunde con vibrante trasporto, riesce ad infuocare gli animi del pubblico in sala.

Amartuvshin Enkhbat presta al personaggio di Don Carlo di Vargas una linea vocale musicale e squillante. Il baritono possiede un mezzo dall’ampia cavata che brilla per compattezza ed omogeneità tra i registri; i centri suonano morbidi e ben appoggiato così come gli acuti sanno essere sempre ben proiettati. Ottima la dizione, sempre precisa ed efficace. Da manuale l’esecuzione dell’aria di terzo atto, “urna fatale”, accolta da una meritata ovazione da parte del pubblico.

Marko Mimica, con il suo timbro screziato e il bel coloro notturno, si mostra ideale per il personaggio di Padre Guardiano. La linea vocale, precisa e ben appoggiata, si adatta con grande duttilità alle esigenze della scrittura. Un personaggio particolarmente riuscito anche sotto il profilo interpretativo grazie ad un fraseggio meditato ed attento; un padre guardiano, quello disegnato dal basso croato, che, nonostante la solennità dell’accento, sa essere molto umano e misericordioso.

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La forza del destino, Festival Verdi 2022

Un “lusso” Annalisa Stroppa nei panni di Preziosilla. Il timbro screziato e la linea vocale immacolata, sanno dominare la parte con infallibile precisione. Il mezzosoprano bresciano, in forza della sua ascendenza belcantista, esce trionfante dal confronto con l’improba scrittura affrontando con grande musicalità volatine e colorature. Questa Preziosilla è vincete anche sotto il profilo interpretativo, grazie alla bravura dell’artista nel fraseggiare con perizia ed intelligenza, rendendo alla perfezione la differenza tra le due grandi scene che la vedono protagonista, rispettivamente in secondo e terzo atto. Ottima la presenza scenica.

Roberto De Candia è un eccellente Frá Melitone. Il mezzo si caratterizza per un colore chiaro e suggestivo, un timbro suadente e per una linea che risalta per omogeneità tra i registri. Notevole la precisione esecutiva e, soprattutto, la capacità di porgere la frase con finalità espressive, risultando sempre elegante e mai grottesco. Sotto il profilo interpretativo sa emozionare grazie alla cura di ogni singola parola. Godibilissimo e spassosissimo il personaggio sulla scena.

Notevole il Marchese di Calatrava interpretato con timbro lussureggiante e vellutato da Marco Spotti.

Molto bene ha fatto, poi, Andrea Giovannini, efficace sotto il profilo vocale e brillante sotto quello interpretativo.

Efficace e ben riuscito il chirurgo di Andrea Pellegrini.

Puntuale la Curra di Natalia Gavrilan.

Completa la locandina Jacobo Ochoa nel ruolo di un alcade.

Di ottimo livello la prova del Coro del Teatro Comunale di Bologna diretto con precisione e maestria da Gea Garatti Ansini.

Al termine dello spettacolo il cast è stato accolto dal pubblico presente con applausi calorosi che hanno decretato il trionfo specialmente per Kunde ed Enkhbat. All’apparire di Abbado le contestazioni di alcune frange di irriducibili contestatori sono state coperte da una ovazione da parte del pubblico restante.

Nota di colore: la serata si è chiusa con una pioggia di biglietti lanciati dal loggione; in un attimo torniamo con la mente alla famosa scena immaginata da Luchino Visconti in “Senso”. Se là erano volantino che inneggiavano alla ribellione rispetto alla dominazione austriaca, qui erano scritte (anche in dialetto) rivolte contro il presunto “colonizzatore” bolognese, a suo modo una forma di patriottismo, anche questo è Parma e anche questo è il Festival Verdi!

Marco Faverzani Giorgio Panigati

Mettere in scena quella gran “operona” de La forza del destino non è mai un compito facile e questa nuova edizione del Festival Verdi porta i suoi pregi e difetti.

La firma di Yannis Kokkos sollevava grandi aspettative in merito allo spettacolo, mentre ci troviamo davanti a un impianto scenografico un po’ semplicistico, pavimento rumoroso, costumi funzionali ma piuttosto ovvi se non quelli affascinanti di Preziosilla, regia abbastanza noiosa ad eccezione di terzo atto. Bellissime le coreografie di Marta Bevilacqua, efficaci le luci di Giuseppe di Iorio.

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Liudmyla Monastyrska, Gregory Kunde e Marco Spotti

Incantevole la direzione di Roberto Abbado alla guida della splendida Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Musica ricca di colori e di dinamiche, tiene gli spettatori sempre seduti sulla punta della sedia, coinvolgente al punto da appianare la monotonia della regia. Molto buona la prova del Coro diretto da Gea Garatti Ansini.

Liudmyla Monastyrska è una Leonora molto corretta, ma da una cantante del suo livello – marketing – ci si aspetterebbe ben di più, poiché colori, fraseggio e interpretazione sono davvero poveri.

Sempre squillante e particolarmente intenso è Gregory Kunde – Alvaro – affiancato dal bravissimo Carlo di Amartuvshin Enkhbat che sopperisce con l’eccellenza vocale la carenza espressiva.

Marko Mimica e Roberto De Candia sono degli ottimi Padre guardiano e Fra’ Melitone, ma la vera stella di questa produzione è la Preziosilla di Annalisa Stroppa: luminosa, briosa, scoppiettante, sublime interprete belcantista al servizio dell’accento verdiano, ci regala anche alcune strepitose appoggiature negli acuti del Rataplan.

Bravo il Mastro Trabuco di Andrea Giovannini. Di tanto lusso il Marchese di Calatrava di Marco Spotti.

Efficaci Natalia Gavrilan nei panni di Curra, Jacobo Ochoa come alcade e Andrea Pellegrini come chirurgo.

William Fratti


LA FORZA DEL DESTINO
Melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma Don Álvaro o La fuerza del sino di Ángel Perez de Saavedra
Musica di Giuseppe Verdi
Edizione critica a cura di Philipp Gossett e William Holmes,
the University of Chicago Press, Chicago e Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano

Donna Leonora Liudmyla Monastyrska
Don Alvaro Gregory Kunde
Don Carlo di Vargas Amartuvshin Enkhbat
Padre guardiano Marko Mimica
Fra’ Melitone Roberto de Candia
Preziosilla Annalisa Stroppa
Mastro Trabuco Andrea Giovannini
Il Marchese di Calatrava Marco Spotti
Curra Natalia Gavrilan
Un alcade Jacobo Ochoa
Un chirurgo Andrea Pellegrini

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Roberto Abbado
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Regia, scene e costumi Yannis Kokkos
Drammaturgia Anne Blancard
Luci Giuseppe Di Iorio
Movimenti coreografici Marta Bevilacqua

Foto: Roberto Ricci