L’elirisir d’amore

L’elisir d’amore, capolavoro buffo di Gaetano Donizetti, chiude la stagione 2020/2021 del Teatro alla Scala di Milano.

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Benedetta Torre

Milano rende omaggio, in questi giorni, alla carriera di Tullio Pericoli, uno dei maggiori artisti contemporanei, con una retrospettiva a Palazzo Reale a lui dedicata. Anche il Teatro alla Scala vuole celebrare l’artista marchigiano con la ripresa della produzione di “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti, nel collaudato allestimento, nato per Zurigo nel 1995 e proposto a Milano per la prima volta nel 1998, firmato, per le scene e costumi, dallo stesso Tullio Pericoli. Lo spettacolo mantiene intatta quella dimensione fiabesca suggerita dalle quinte e dai fondali dipinti con tinte tenui e acquerellate. Anche i fantasiosi costumi evidenziano l’appartenenza ad una dimensione onirica e risultano sempre gradevoli nelle loro tinte pastello che ben caratterizzano i singoli personaggi: Adina, ad esempio, indossa prevalentemente il colore arancio nel primo atto per passare poi ad un rosa pesca nel secondo atto, in Nemorino trionfa la tonalità del giallo, mentre in Belcore quella del blu elettrico, la stessa che ritroviamo nell’eccentrica parrucca di Dulcamara. La regia di Grisha Asagaroff è lineare ed improntata alla semplicità; in questa ripresa si nota tuttavia la mancanza di quella verve, di quel brio che dovrebbero caratterizzare la vicenda (come per altro suggerito dalle note della partitura). Gli interpreti sembrano lasciati soprattutto a loro stessi con una gestualità convenzionale che appartiene forse ad un modo oramai sorpassato di intendere l’azione scenica. Qualche gag quà e là riesce ancora, pur nella sua prevedibilità, a strappare il sorriso, ma nel complesso lo spettacolo non riesce a trasmettere quella sensazione di irresistibile ironica romantica che è la chiave del capolavoro donizettiano. Un plauso incondizionato va comunque indirizzato a Davide Gasparro, nelle vesti di un mimo simpaticissimo, quanto onnipresente in scena, accompagnatore di Dulcamara. Di ottimo livello anche la presentazione di Gianni Dallaturca, un trombettiere, particolarmente ispirato. Funzionale nella sua semplicità il progetto luci a cura di Hans-Rudolf Kunz, qui ripreso con grande perizia da Marco Filibeck, particolarmente suggestivo nel suo suggerire lo scorrere delle ore durante lo sviluppo della vicenda.

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Benedetta Torre e Davide Luciano

La parte musicale è affidata ad un cast giovane di voci tutte italiane.
Sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala torna il Maestro, Michele Gamba, già presente nella precedente edizione andata in scena nel 2019. Il giovane direttore imprime alla partitura un ritmo brillante e spedito, soprattutto in primo atto, mentre nella seconda parte riesce a far risaltare con efficacia la tinta malinconica di cui sono pervase alcune pagine, su tutte le grandi arie dei due giovani protagonisti. La compagine orchestrale segue attenta il gesto sicuro del Maestro e, ad onta, di qualche eccesso di sonorità, risulta attenta al rispetto delle intenzioni dell’autore. Non sempre convincente, tuttavia, il rapporto tra buca e palcoscenico dove si avvertiva talvolta qualche sfasamento. Beatrice Benzi esegue con ottima professionalità gli interventi al fortepiano.

Nel ruolo di Adina, Benedetta Torre, subentrata a pochi giorni dalla prima al soprano Aida Garifulina, titolare del ruolo che ha dovuto rinunciare alle prime recite a seguito di un’indisposizione. Il giovane soprano genovese, dopo la percepibile emozione inziale (si tratta del suo debutto al Piermarini), acquisisce sicurezza e regala un’interpretazione perfettamente centrata. Vocalmente esibisce un timbro dal colore chiaro, schiettamente lirico, una linea compatta ed omogena che sale con facilità nel registro acuto, sonoro e squillante. La sua Adina, come dichiarato dalla stessa Torre, è innamorata sin da subito di Nemorino, anche se non lo vuole dimostrare per non rinunciare alla sua idea dell’amore. Ecco allora che il personaggio perde quella petulanza che le ha voluto conferire certa tradizione esecutiva e acquisisce piuttosto una sana e divertita ironia seduttiva che sa conquistare il pubblico.

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Benedetta Torre e Paolo Fanale

Paolo Fanale, nel ruolo di Nemorino, offre una prova discontinua; va detto, in ogni caso, che anche per lui si è trattata di una sostituzione a pochi giorni prima del titolare previsto in cartellone, René Barbera, con un ridotto periodo di prove. Il tenore possiede un mezzo dal colore scuro, tipicamente baritenorile, screziato di suggestivi colori chiaroscurali. L’artista sfoggia inoltre un bagaglio tecnico di tutto rispetto che gli consente un canto sfumato e variegato. Purtroppo, si sono avvertiti anche alcuni problemi nell’intonazione, talvolta calante, ed occasionali incertezze nel registro di passaggio. L’interprete poi, forse preso da emozione o scoraggiato dalla consapevolezza di una prova non al meglio delle sue possibilità, è risultato in più punti generico e scostante. L’esecuzione accorata, tutta a fior di labbro, della celeberrima “Una furtiva lagrima” viene accolta da alcune contestazioni, forse esagerate, da parte del pubblico che si ripetono anche durante la passerella dei saluti finali. Dobbiamo evidenziare, tuttavia, che avendo assistito ad altre sue prove, dove Fanale si è dimostrato un artista di gran pregio, viste le difficoltà riscontrate in questa occasione, riteniamo che l’esecuzione sia avvenuta in condizioni di salute non ottimali, sebbene non vi sia stato alcun annuncio in sala.

Buona impressione desta Giulio Mastrototaro nel ruolo di Dulcamara: vocalmente preciso e stilisticamente pertinente, supera con onore la difficile aria di sortita “Udite, udite o rustici”. La freschezza vocale di un mezzo caratterizzato dal bel colore chiaro, la morbidezza della linea che suona sempre solida e ben tornita, unitamente all’eleganza di un fraseggio arguto e composto, concorrono a disegnare un personaggio accattivante, che sa essere simpaticamente furbacchione senza scadere in gag scontate o grottesche.

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Benedetta Torre e Giulio Mastrototaro

Davide Luciano interpreta un Belcore spavaldo e spaccone quanto basta. La voce, caratterizzata da un suggestivo colore brunito, si espande salda e sicura superando con facilità le esigenze della scrittura. Disinvolto sul palco, grazie anche ad una buona presenza scenica, si muove con naturalezza e riesce a sbalzare un personaggio credibile ed accattivante.

Assolutamente convincente, sotto il profilo vocale e scenico, Francesca Pia Vitale, una Giannetta giovanile e ironicamente ammiccante.

Di rilievo, come sempre, la prova del Coro del Teatro alla Scala di Milano, diretto dal Maestro Alberto Malazzi, in grado di esibire colori delicatissimi, vere pennellate sonore, ben rappresentativi del capolavoro romantico donizettiano.

Al termine della rappresentazione consensi per la compagnia (salvo le contestazioni di cui sopra) per l’ultima produzione di questa difficile stagione. I riflettori sono ora puntati sull’imminente inaugurazione di Sant’Ambrogio, prevista nel segno di Giuseppe Verdi con Macbeth.

Teatro alla Scala – Stagione d’opera e balletto 2020/21
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti di Felice Romani
da Le philtre di Eugène Scribe
Musica di Gaetano Donizetti

Adina Benedetta Torre
Nemorino Paolo Fanale
Dulcamara Giulio Mastrototaro
Belcore Davide Luciano
Giannetta Francesca Pia Vitale
Attore Davide Gasparro

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Grischa Asagaroff
Scene e costumi Tullio Pericoli
Luci Hans-Rudolf Kun riprese da Marco Filibeck

FOTO: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala