Recitativi secchi: la scelta difficile dello strumento musicale

Un solo strumento a tastiera (clavicembalo o fortepiano) come accompagnamento: è questa la caratteristica principale del recitativo secco nell’opera lirica, con l’aggiunta eventuale di un altro strumento in grado di eseguire la parte del Basso (nella maggior parte dei casi un violoncello). Non siamo più nel XVIII secolo e l’orchestra è diventata senza dubbio moderna, dunque per questo stile di canto si pongono una serie di domande di non poco conto. Il già citato clavicembalo è ancora attuale oppure bisogna adattarsi al pianoforte? Inoltre, non va dimenticato il dilemma tra la presenza o meno del basso continuo completo. Un breve approfondimento storico può farci capire qualcosa di più.

Se si vuole rendere ancora oggi l’idea settecentesca dell’opera, è necessario rifarsi alle “regole” dell’epoca. Quando si doveva cantare il recitativo secco, infatti, l’accompagnamento doveva essere caratterizzato da accordi piuttosto scarni e con il solo clavicembalo. Come si comportava il musicista in questi casi? Le note dipendevano da una certa improvvisazione, anche se prendevano spunto da quella che era l’azione in scena, dunque ogni singolo passaggio non poteva che essere adatto a quest’ultima. Non va dimenticato, poi, il basso, il più delle volte privo di numeri.

Le armonie venivano create proprio grazie ad esso (non erano quindi scritte in nessun caso), al giorno d’oggi si incontra qualche difficoltà nell’amalgamare il tutto, in poche parole il violoncello al cembalo non convince tutti i direttori d’orchestra. Altro problema è rappresentato dalla scelta dello strumento a tastiera. In che modo si può rispettare fedelmente la partitura? Nel caso in cui si voglia essere filologi a tutti i costi, si può tentare un vero e proprio recupero dell’opera, presentando al pubblico gli strumenti originali per ottenere le note migliori, ma è anche vero che non si può rifiutare con eccessiva sicurezza il pianoforte, si sta pur sempre parlando del mezzo più moderno e a cui sono abituate le nostre orecchie.

La direzione da prendere non è semplice come si potrebbe pensare. Il clavicembalo è in grado di soddisfare molti palati esigenti, peccato che sia raro ed è complicato averne uno a disposizione. In alcuni casi vengono in soccorso gli stessi compositori: i recitativi secchi di Gioachino Rossini fanno parte dell’inizio del XIX secolo e lo stesso musicista marchigiano era solito esaltare il clavicembalo piuttosto che il pianoforte, nonostante quest’ultimo sia ben indicato nella partitura de “Il barbiere di Siviglia”, in particolare quando si ha a che fare con l’aria Contro un cor che accende amore (meglio nota come “aria della lezione”).

Si possono citare alcune rappresentazioni di un certo spessore. Nel 1990 La Scala mise in scena “Idomeneo” di Mozart (regia di Roberto De Simone e direzione di Riccardo Muti): il pubblico milanese ebbe la possibilità di ascoltare la musica del clavicembalo Dowd, uno dei migliori in assoluto per quel che concerne la meccanica a corde pizzicate, una scelta interessante e ambiziosa, ma si deve sottolineare allo stesso tempo che lo strumento in questione risultava datato e poco utilizzato ben prima della fine del ‘700. La scena milanese, inoltre, offre un ulteriore spunto di riflessione.

Si sta parlando di un’altra opera di Mozart, il “Don Giovanni” andato in scena nel 1945. La stagione scaligera era stata ospitata per motivi bellici dal Teatro Lirico e in quella occasione il direttore d’orchestra Gino Marinuzzi accompagnò i recitativi secchi con un semplice mezzacoda, magari in controtendenza con una scelta filologica e “rispettosa”, ma il successo della rappresentazione sta a testimoniare come le soddisfazioni possano essere ottenute con ogni tipo di decisione. Alla luce di tutto quello che abbiamo approfondito, che giudizio si può dare dei recitativi in questo 2014? La risposta è presto detta.

Le arie in questione sono state poco apprezzate e trascurate per un lungo periodo di tempo, nella maggior parte dei casi si accusava il recitativo di essere un meccanismo poco utile e fin troppo meccanico. Al giorno d’oggi, invece, è frequente che i vari passaggi tra arie, recitativi ed azioni siano esaltate come l’alternanza giusta per ricavare il giusto colore della musica, una diversità di giudizio abbastanza singolare. Sta comunque all’abilità del direttore riuscire a collegare le note al discorso delle arie, dividendo i due momenti in modo non eccessivamente violento, senza bloccare e congelare la storia.