Il caso Michele Novaro: perchè se ne parla così poco?

“Artefice di possenti armonie”: si può leggere questa definizione sulla tomba di Michele Novaro, l’autore di una delle musiche più familiari agli italiani, l’inno nazionale. Il suo può essere definito un vero e proprio caso: il nome del compositore genovese è stato infatti totalmente oscurato da quello di Goffredo Mameli, il patriota che ha scritto le parole del nostro inno e che viene ricordato in maniera puntuale quando si parla del celebre canto risorgimentale. Il nuovo anno è appena cominciato ed è quello giusto per colmare una ingiusta lacuna: anche Novaro va ricordato come si fa con Mameli, visto che nel 2018 è caduto il bicentenario della nascita del musicista ligure, l’occasione giusta per approfondire la sua vita e il suo contributo alla storia della musica. 

Primo di cinque fratelli, Novaro nacque a Genova il 23 dicembre 1818 e nella sua famiglia si possono trovare alcuni collegamenti interessanti con il teatro d’opera. Il padre Gerolamo fu macchinista del Teatro Carlo Felice, mentre lo zio materno, Michele Canzio, operò come impresario. La scuola gratuita di canto venne sfruttata per apprendere i primi rudimenti e il compositore si formò come cantante lirico di tutto rispetto, tanto che nel 1838 fu protagonista della prima genovese di “Gianni di Calais” di Gaetano Donizetti. La carriera arrivò al culmine nel periodo compreso tra il 1842 e il 1844, con Novaro che ricopriva il ruolo di secondo tenore presso il teatro viennese di Porta Carinzia. Nel 1847 fu sempre il secondo tenore e il maestro dei cori ai teatri Regio e Carignano di Torino.

Fu proprio il 1847 l’anno della creazione di quello che sarebbe diventato il “Canto degli Italiani”. Secondo quanto raccontato da un altro patriota, Anton Giulio Barrili, il testo di Mameli venne consegnato a Novaro dal pittore Ulisse Borzino nell’abitazione dello scrittore Lorenzo Valerio. L’impressione dell’allora secondo tenore fu ottima e il primo abbozzo di tema musicale venne preparato proprio in quella occasione. 

Barrili parlò anche di un Novaro sconvolto ed emozionato, riferendo nelle sue memorie quelle che sarebbero state le parole dell’autore della musica dell’inno: So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’Inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’Inno Fratelli d’Italia

Non è difficile spiegare perché quello di Novaro sia un vero e proprio caso. Quando si citano le grandi opere liriche, infatti, si è abituati ad associare il nome del compositore. Solo per fare due esempi, si parla de “La traviata” di Verdi (e non di Piave) e della “Norma” di Bellini (e non di Romani), mentre per il nostro inno le cose si sono capovolte. Il “Canto degli Italiani” è noto anche come Inno di Mameli, mentre non è mai stato presentato come “Inno di Novaro”. Le diverse biografie dei due patrioti hanno inciso sicuramente su questa “preferenza”, dato che Mameli perse la vita ad appena 21 anni e durante la difesa della Repubblica Romana, una fine eroica che lo ha reso immortale. Al contrario Novaro morì a 67 anni dopo innumerevoli difficoltà finanziarie.