Interviste 2013

INTERVISTA A AMARILLI NIZZA [William Fratti] Roma, 1 gennaio 2013.
Interprete appassionata e sanguigna, votata per gran parte al repertorio verdiano, dopo una serie di esperienze giovanili si è affacciata alle scene internazionali proprio nel 2001, l’anno delle Celebrazioni per il Centesimo Anniversario della morte di Giuseppe Verdi. Nel 2013, in occasione del Bicentenario del Cigno di Busseto, Amarilli Nizza sarà impegnata in grandi produzioni su alcuni dei palcoscenici più importanti del mondo, dalla Opernhaus di Lipsia alla Staatsoper di Amburgo, dall’Arena di Verona alla Semperoper di Dresda. “Non è un mistero che Verdi sia tra gli autori che prediligo interpretare. La prima volta fu a 20 anni con La traviata: ho cominciato dalle tinte più forti. Dopo aver vinto il Concorso Battistini come Cio-cio-san nel 1993, il Maestro Maurizio Rinaldi mi selezionò per prendere parte a un tour in Argentina. Si trattava delle Colombiadi, i festeggiamenti in onore di Cristoforo Colombo e della scoperta delle Americhe. Fu un’emozione enorme interpretare Violetta in tutte le principali città argentine. Amai immediatamente il linguaggio verdiano e mi resi conto subito di quanto fosse adorato nel mondo. Successivamente con l’aiuto di Rinaldi, che vedeva in me un’ideale interprete verdiana, iniziai a studiare Il trovatore, quando purtroppo un brutto male lo portò altrove. Ero molto spaventata all’idea di cantare Verdi, lo trovavo troppo difficile, ed è così che si interruppe per qualche anno il rapporto con le sue opere. Proseguii la mia carriera con Madama ButterflySuor AngelicaLa BohèmeDon Giovanni, fino a quando mi chiesero di prendere parte a una Messa da Requiem del Maestro da eseguire nel Duomo di Brescia con l’Orchestra Verdi di Milano. Ovviamente mi innamorai perdutamente della partitura e proprio in quell’esibizione, incinta di sette mesi, incontrai il mio attuale agente e iniziammo una collaborazione che va avanti da ben tredici anni. Fu lui a costringermi letteralmente a studiare Aida e mi fece fare tre audizioni sul ruolo che andarono benissimo: una a Macerata, una a Rovigo e una a Busseto. Venni scritturata in tutti e tre i casi e fu così che cominciò il rapporto magnifico tra me e la schiava-regina etiope. Ho cantato Aida un po’ dappertutto, è il ruolo che ho interpretato più spesso e per dieci anni consecutivi sono stata scritturata dall’Arena di Verona proprio per questo titolo. All’epoca non lo avrei mai detto. Dopo il debutto in quest’opera sono arrivati tanti altri ruoli verdiani, nell’ordine: Il trovatoreLuisa MillerI vespri sicilianiSimon BoccanegraI masnadieriOtelloUn ballo in mascheraErnaniNabuccoMacbethLa forza del destino. Credo di fare del mio meglio per portare alto il nome di Verdi nel mondo e sono molto felice del fatto che la Opernhaus di Lipsia, la città in cui è nato Richard Wagner, inauguri la stagione del 2013 con Nabucco. Cercherò di tenere alta la nostra bandiera e di fare del mio meglio: sono molto grandi le aspettative per questa produzione e il teatro è già interamente sold out. Mi rende fiera pensare di appartenere a un popolo che ha dato i natali a sommi Maestri quali VerdiPucciniRossiniBellini e Donizetti, solo per citarne alcuni. Le Celebrazioni Verdiane del 2013 saranno un’opportunità in più per cercare di rendere omaggio al genio delle Roncole nel migliore dei modi possibili. Spero soltanto che non si sprechi l’occasione, come talvolta (molto spesso, ndr) accade”.
Dotata di vocalità autorevole e di un fraseggio particolarmente espressivo, nonché sorretta da una tecnica di canto solida, Amarilli Nizza ha tutte le capacità per interpretare il canto verdiano più drammatico. Il suo repertorio comprende oltre la metà delle celebri Ventisette Opere e sta per affrontare altri due importantissimi debutti: Attila al Filarmonico di Verona e I due Foscari alla Staatsoper di Amburgo. “In questo momento sono molto assorbita dal personaggio di Odabella, che trovo entusiasmante e variegato, ma idealmente vorrei perfezionare i ruoli che ho già in repertorio, poiché non si finisce mai di risolvere appieno un personaggio verdiano. Anche quando si riesce a cantarlo al meglio, ecco che si trovano sfumature di cui non ci si era accorti, o un fraseggio che era sfuggito in un determinato passaggio. È un lavoro di ricerca continuo, che spinge a un perfezionismo maniacale. La difficoltà sta nel fatto che una volta superati i problemi tecnico-vocali, occorre cominciare lo scavo psicologico sul personaggio, che spesso non è così ben delineato. Allora bisogna cercare dentro di sé la giusta interpretazione, ponendosi tante domande, cercando di capire, magari attingendo al testo in prosa da cui è tratto il dramma. È un lavoro di ricerca interiore continua, che matura con la crescita dell’interprete, quindi destinato ad evolvere continuamente. Non ci si deve accontentare mai, nulla deve diventare routine, o semplicemente lavoro: quella del canto è un’arte, una missione e non può essere considerato solo una professione, poiché non deve mai diventare generico o banale l’atteggiamento sul palcoscenico. È meglio che sia sbagliato, piuttosto che generico. È meglio che allo spettatore non piaccia il taglio dato al personaggio, piuttosto che si accontenti di un mero canto corretto. È meglio un suono meno preciso, ma una grande emozione, piuttosto che il contrario. Ho sempre pensato che l’opera è teatro e il teatro è emozione, scambio di energie tra lo spettatore e l’artista”.
Nel repertorio di Amarilli Nizza, oltre a Verdi e Puccini, non mancano gli autori veristi. A marzo tornerà a vestire i panni di Amica di Mascagni all’Opéra di Montecarlo, mentre nel 2014 sarà protagonista di Francesca da Rimini di Zandonai al Regio di Torino, in occasione del centesimo anniversario della prima rappresentazione dell’opera. “Francesca è un ruolo magnifico, parla parole scritte da D’Annunzio e quindi si esprime con un linguaggio poetico molto complesso. Se l’interpretazione parte dalla parole, in questo caso non è facile calarsi all’interno di esse: non è così immediato come può avvenire quando ci si esprime per bocca di Illica e Giacosa, per esempio. Mi dovrò quindi, in primis, far trasportare dalla musica e poi trascenderla attraverso la parola. Sinceramente mi sento davvero onorata di poter avere il privilegio di portare in scena certi ruoli, con la mia interiorità e la mia crescita spirituale ed emotiva. Oltretutto bisogna tenere conto di dieci anni di maturazione vocale, e non è poca cosa. La mia voce si è molto irrobustita negli ultimi tempi e posso contare su centri più sostanziosi: questo faciliterà una vocalità come quella di Francesca, che deve affrontare una grande orchestrazione”.
Apprezzata in tutto il mondo, dal Giappone al Sud America, Amarilli Nizza è reduce, da soli pochi mesi, dal grande evento Wagner, Verdi: The Greatest Masters of Romantic Opera tenutosi a Macao all’International Music Festival. “La Cina è un Paese emergente da ogni punto di vista. Al grande boom economico è seguita un’esplosione culturale fortissima: ogni giorno apre un nuovo teatro e stanno dedicando fondi ed energie proprio per lo sviluppo della lirica. Non mi aspettavo una risposta così fervida di fronte a un gala di arie verdiane e wagneriane: il teatro era gremito, l’accoglienza calorosissima e mi hanno chiesto diversi bis. Tutti conosciamo l’amore dei giapponesi per l’opera, ma la Cina sembrava ancora distante da certe manifestazioni di entusiasmo. Invece devo dire che sono proprio pazzi per la nostra bella musica! Gli artisti italiani continuano ad essere delle eccellenze nel mondo, riconosciuti più negli altri Paesi che non nel nostro, dove mi sembra si stia prendendo una strada più (troppo, ndr) esterofila. Sembra che ciò che viene dall’estero debba essere per forza meglio, molto spesso invece non è così. Semplicemente chi viene da fuori ha agenzie di rappresentanza molto potenti e molto forti nel marketing, che sanno vendere meglio i loro prodotti. Anche McDonald’s dice che i suoi hamburger sono migliori delle nostre polpette: personalmente io continuo a preferire quelle all’italiana, dove ci sono sostanza e freschezza, senza additivi o conservanti”.
In occasione del concerto all’International Music Festival di Macao, Amarilli Nizza ha interpretato alcune arie di Richard Wagner per la prima volta. “L’incontro con il compositore tedesco è stato molto positivo: la morte di Isolde è sicuramente tra le pagine più belle ed emozionanti di questo autore e mi ha molto sorpreso il suo tipo di scrittura così raffinato e ricco di chiaroscuri, spesso non eseguiti. Nel nostro immaginario i ruoli wagneriani sono per urlatori, che devono solo tirar fuori più voce possibile. In realtà lo spartito non dice questo: è pieno di p, pp, ppp, pppp. Forse si è un po’ perso il rispetto di eseguire con scrupolo ciò che è scritto e questo ha fatto sì che negli anni tutto mutasse. Per il momento non è nei miei piani affrontare questo repertorio, perché voglio concentrarmi bene su quello che già eseguo. Non nego che sono arrivate delle offerte in tal senso, ma che per il momento ho declinato, anche se non è escluso per il futuro. Credo di avere davanti ancora tempo per riflettere”.
Divisa tra VerdiPuccini e i veristi, con qualche puntata a MozartAmarilli Nizza sarà protagonista di un altro importantissimo debutto: Norma a Pechino nel 2014. “In realtà nel 1998 ho eseguito Norma in forma di concerto all’Opera di Roma. Ricordo che fu un bellissimo approccio, inoltre in quel periodo ero molto vicina alle regine donizettiane, che ho anche inciso in un bel disco (Donizetti, The Great Queens, Amarilli Nizza, Friedemann Layer, Orchestre Philarmonique de Montpellier, Ed. Agorà, ndr) e non fu difficile. Oggi di sicuro la voce è cambiata e ho meno in allenamento le colorature di stampo belcantista, questa è la ragione per cui mi sono presa due anni di tempo per approfondire e studiare al massimo. Non è la prima volta che arrivano offerte per questo ruolo e ho sempre detto di no, perché non mi sembrava mai il momento adatto. Credo di essere tra i cantanti che hanno detto più no che sì nella carriera: ho rifiutato Salome, opere di Wagner, Norma, Lucia di Lammermoor, Lulù, opere contemporanee che non mi piacevano. Allo stesso tempo però voglio crescere e queste sono opportunità di crescita: nel momento in cui prendo un impegno non riesco ad accettare di farlo con superficialità, quindi acconsento solo quando ritengo di poter dedicare il tempo giusto all’approfondimento. Inoltre l’eroina belliniana è un personaggio chiave che richiede grande carisma interpretativo: non si può fare quando si è troppo giovani, mancherebbe l’autorevolezza; in più è il dramma di una donna e di una madre, insomma un personaggio complesso, assolutamente da non sottovalutare”.
Costantemente impegnata nei maggiori teatri del mondo, fuori dal palcoscenico Amarilli Nizza è moglie, mamma e amica. “Quando non canto la mia occupazione principale è la mia famiglia, mio marito, mio figlio e tutto ciò che lo riguarda: scuola, amici, sport. Poi cerco di ritagliare sempre del tempo per i miei libri: studio, studio e ancora studio, dalle traduzioni di testi sacri, alla fisica quantistica. Ho sempre sul comodino tre o quattro libri: è una vera e propria mania. Amo molto la natura, curare il mio giardino, stare coi miei cagnolini, passeggiare in campagna, al mare, in montagna: mi piacciono la contemplazione e la fusione con gli elementi naturali che, secondo me, sono l’opera d’arte più bella che esista. Se resta del tempo vado al cinema o a teatro e cerco di non trascurare troppo le amiche che, con molta comprensione, mi vogliono bene nonostante le lunghe assenze”.

Intervista a Daniel Sher [Lukas Franceschini] Correggio (Reggio Emilia), 11 aprile 2013.
Durante le prove dell’opera Madama Butterfly di Gaicomo Puccini a Correggio prodotta da Opera Futura in collaborazione con il College of Music dell’Università di Boulder (Colorado, Usa) abbiamo incontrato il Rettore del College, il dott. Daniel Sher in carica da oltre vent’anni, al quale abbiamo avuto l’onore e la possibilità di rivolgere alcune domande. Daniel Sher è stato per molti anni docente di pianoforte nella stessa Università del Colorado.
Dott. Sher, il College of Music che lei dirige è paragonabile al conservatorio italiano?
Assolutamente no. La Scuola di Musica è parte del College, nel quale si studiano tutte le altre materie umanistiche, abbiamo la possibilità d offrire programmi di studio tra i migliori degli Stati Uniti. Chi s’iscrive al College può scegliere i dipartimenti che intende frequentare, pertanto pur studiando tutti gli aspetti della musica, non possono prescindere dalle altre materie per una completa e preparazione dello studente.
Nella scuola da lei diretta è compreso anche lo studio della musica contemporanea oppure si da priorità ai programmi classici?
La musica contemporanea negli Usa ha una rilevanza molto importante ed un’esecuzione assai diffusa rispetto all’Italia. Il nostro professore di musica contemporanea e composizione è in stretta collaborazione con grandi orchestre esterne per concerti e rassegne di ogni genere, coinvolgendo sia gli studenti sia i diplomati nel suonare la “musica di oggi”. Riteniamo che tale programmazione e studio porterà più pubblico ai concerti e coinvolgerà sia studenti, che domani saranno esecutori, sia persone, di culture e gradi d’istruzioni diverse, in ascoltatori appassionati. Devo aggiungere che anche in Europa c’è un nuovo risveglio nei confronti della musica contemporanea, penso a città come Londra, paesi come Finlandia, Germania, Olanda, e credo che prossimamente tale cultura sarà più feconda anche in Italia. Mi permetto una considerazione: Giuseppe Verdi soprattutto agli inizi non era il solo compositore in attività, poi divenne il più illustre, allora come oggi ci sono dei grandi compositori, anche italiani, che necessitano di visibilità e conoscenza esecutiva.
Organizzate anche masterclass con docenti esterni al College?
Certamente, prossimamente avremo il soprano Martina Arroyo, la quale è stata invitata da molto tempo e siamo molto onorati delle sue frequenti partecipazioni a Boulder. Noi abbiamo dei programmi molto selezionati che sono tra i venti programmi di studio più importanti degli Stati Uniti.
L’ammissione al College è facile?
Non tanto! Anche in considerazione ai posti limitati è assai selettiva, tuttavia cerchiamo di trovare talenti, e generalmente un elemento su dieci è una voce interessante per poter debuttare in un ruolo, dipende poi dalle sue particolari caratteristiche.
Quanto costa per lo studente frequentare il college? E come si regge economicamente la struttura?
Lo studente non residente, che in genere è americano, ha un costo fisso di $8000 l’anno, quello residente, prevalentemente internazionale, di circa $30.000 l’anno. Grazie a dei sostenitori privati come Mrs. Rebecca Rose (che accompagna il rettore e la sua gentile consorte in questo viaggio in Italia, N.d.R.) possiamo offrire un sostentamento del 50% ai migliori studenti, ovviamente extra vitto e alloggio. Per quanto riguarda l’ordinamento economico del College abbiamo un doppio sostentamento che si divide in un 65/70% erogato dallo stato e un 30% finanziato dai privati, ai quali va la nostra massima riconoscenza. Lei può ben immaginare che un’importante struttura come il College of Music necessita per la propria programmazione ricevere un budget certo, purtroppo il contributo statale è in porzione minore di anno in anno pertanto abbiamo dovuto aumentare i costi di ammissione, riceviamo anche fondi speciali dal governo centrale, rilevanti poi sono le donazioni dei privati cui va aggiungersi il fondo per il dipartimento che è differente per ogni stato.
Il programma di studio dell’Università di Boulder ha attivato una particolare collaborazione con realtà italiane, individua la partnership del college, un punto fondamentale della sua attività?
Certamente anche se posso rispondere solo per il dipartimento di musica che dirigo. Deve sapere che in Colorado la musica e soprattutto il programma di Musica della School of College ha un’ottima reputazione, e questo ha permesso lo scambio culturale e la partnership con l’Italia, la prima esperienza è stata in Friuli al Piccolo Festival del Friuli Venezia Giulia. ora a Salsomaggiore Terme con Opera Futura per la realizzazione di questa nuova Madama Butterfly, in seguito itinerante nei teatri dell’Emilia Romagna. Se non ci fossero state queste collaborazioni non avremo potuto far uscire dai confini degli Stati Uniti il nostro College of Music. Quando siamo stati in Friuli Venezia Giulia abbiamo avuto la possibilità di portare una nostra docente, la prof.ssa Leigh Holmann e in tale occasione abbiamo conosciuto il M° Massimo Alessio Taddia che in seguito è venuto a tenere delle lezioni e dirigere a Boulder. Siamo molto onorati ed orgogliosi di collaborare con l’Italia per la produzione di opere liriche, anzi, direi che per un’istituzione universitaria americana è un fatto quasi eccezionale, ma vorrei rilevare che è fondamentale per lo sviluppo e la formazione dei nostri ragazzi. Dieci anni or sono mia moglie ha fondato una borsa di studio per il canto che quest’anno è stata assegnata al mezzosoprano Anna Englander. Assieme al M° Taddia abbiamo selezionato Anna per partecipare all’allestimento di Madama Butterfly con il regista Paolo Panizza e l’opportunità di lavorare in Italia è un fatto straordinario anche per affinare la conoscenza della lingua locale che ovviamente si riversa sul canto.
Il college del Colorado produce o allestisce degli spettacoli lirici con i propri studenti?
Certamente! La dott.ssa Holman è il fulcro di tale attività. Organizziamo delle masterclass in piccoli centri e poi eseguiamo con compagnie non professioniste opere nel teatro di Boulder. Leigh Holman cura la regia di tre spettacoli ogni anno, in estate tiene una masterclass sull’opera contemporanea, ove sono scelti anche musicisti per la realizzazione delle produzioni. Nel prossimo ottobre allestiremo La Bohème di Giacomo Puccini la quale sarà coordinata dal maestro Paolo Panizza, in seguito la dott.ssa Holman tornerà in Italia per realizzare Un ballo in maschera nella stagione del bicentenario, continuando questa proficua ed intensa collaborazione con Opera Futura.

INTERVISTA A MICHAEL SPYRES [William Fratti] 3 luglio 2013.
Nel repertorio del tenore americano Michael SpyresRossini è il compositore più presente, da ruoli come Lindoro de L’Italiana in Algeri, Don Ramiro de La Cenerentola e Giannetto de La gazza ladra, fino a Rodrigo de La donna del lago, Baldassarre di Ciro in Babilonia e Otello, riuscendo a far convivere nella propria carriera le diverse vocalità. “La scrittura vocale di Rossini è sempre costruita dal punto di vista del cantante. Credo che il compositore pesarese abbia capito, più di ogni altro, il modo in cui lavora la voce umana. Il problema è che oggi il pubblico, i melomani, ma anche molti addetti ai lavori non sono abituati ad ascoltare la tecnica con cui tali opere sono state composte. Ad esempio il ruolo di Arnold nel Guglielmo Tell è molto difficile per ogni tenore moderno che canta col nuovo metodo di usare la voce di petto oltre il sol; inoltre occorre essere molto attenti e capire il delicato bilanciamento che sussiste tra il suono eroico e quello lirico, richiesti lungo tutta la partitura. Penso che Rossini abbia spinto la voce umana fino al limite, infatti per la sua scrittura occorre usare voce di petto, voce mista e occasionalmente falsetto. Il mio primissimo debutto rossiniano in effetti è stato Lindoro, un ruolo da contraltino, poi ho iniziato il repertorio da bari tenore con Alberto de La Gazzetta e Otello. Fin dagli inizi ho continuato a spaziare avanti e indietro, tra un estremo e l’altro, nelle varie vocalità tenorili e molte persone sostengono che bisogni eseguire soltanto una tipologia di repertorio, ma personalmente sono sempre stato dell’idea che se si è convincenti nel canto e nell’interpretazione fisica di un personaggio, non ci dovrebbero essere ostacoli o particolari motivazioni per non eseguirlo. Ognuno ha delle convinzioni ed ognuno sente qualcosa di differente nel canto di ogni artista, ma so per certo che nessun ruolo può rovinare una voce, poiché ho cantato ogni parte lungo lo spettro del registro tenorile e bari tenorile. Solo il canto malsano può essere dannoso per la gola e le corde. Anch’io sono d’accordo sul fatto che alcuni cantanti siano più adatti ad un certo tipo di repertorio, ma se guardiamo agli interpreti del passato, è possibile notare una grande varietà che oggi in molti etichetterebbero come impossibile. Ad esempio Jean de Reszke, considerato uno dei cantanti più eleganti della seconda metà del XIX secolo, nel 1891 al Covent Garden interpretò Don Josè, Faust, Raoul, Lohengrin, Walther von Stolzig, Otello, Jean de Leyden e Roméo, senza menzione di particolari differenze”.
Spesso presente nei due Festival più importanti dedicati a Gioachino Rossini, Pesaro e Bad Wildbad, Michael Spyres ha sempre sognato di appartenere a questo mondo. “Quando avevo 21 anni desideravo, un giorno, di cantare a Pesaro e condividere il palcoscenico con i grandi interpreti del belcanto. Sono un grande debitore nei confronti di Bad Wildbad, che mi ha dato la prima opportunità di cimentarmi con questo repertorio, ciò per cui oggi sono maggiormente conosciuto. Il pubblico e l’amministrazione del Festival amano davvero Rossini e il belcanto ed è evidente che per questo ora festeggiano il XXV anniversario con la messinscena di Guillaume Tell, eseguito nella sua partitura integrale per la prima volta nella storia. Un’altra grande gioia per me è stata quella di cantare con uno dei miei eroi, Chris Merritt (Candide di Leonard Bernstein alla Vlaamse Opera di Anwerp, ndr) il cui lavoro è stata una delle maggiori motivazioni che mi ha spinto verso questo tipo di canto. Guardo spesso vecchi video, oppure ascolto le registrazioni dei suoi trionfi a Pesaro ed è stata una vera rivelazione apprendere che aveva iniziato come baritono, cercando poi di muoversi verso il registro tenorile. Dopo averlo ascoltato ho capito che quello era il tipo di repertorio che avevo bisogno di affrontare e il cantante che volevo diventare. Ma al di là dei grandi interpreti che hanno calcato le scene pesaresi, sono gli enormi sforzi del ROF, nel preservare e restaurare le tradizioni del belcanto, le vere ragioni per cui oggi ho una carriera. Ho provato per diversi anni ad interpretare il repertorio più popolare, ma ho trovato la mia nicchia solo grazie all’impegno di persone che sono state influenzate dal lavoro che si svolge a Pesaro. È pertanto un vero onore per me essere stato scelto per la prossima stagione per interpretare il ruolo del titolo dell’ultimo capolavoro rossiniano che manca nel catalogo delle riprese storiche: Aureliano in Palmira”.
Michael Spyres ha recentemente debuttato Leicester in Maria Stuarda alla Washington Concert Opera, ma momentaneamente non ha altri progetti relativi a questo tipo di repertorio. “Vorrei cantare altro Donizetti o Bellini, ma non mi è ancora stato offerto molto in merito a questi due compositori. Ho soltanto eseguito la versione tedesca di Viva la Mamma (Le convenienze ed inconvenienze teatrali, ndr) di Donizetti a Vienna, La favorita a Londra e Lucia di Lammermoor in Minnesota. Vorrei anche cantare qualcosa di Bellini, ma per ora ho debuttato solamente Beatrice di Tenda alla Carnegie Hall di New York. È vero che mi sento particolarmente a mio agio nel cantare Rossini, ma se si presentassero altre opportunità di cantare Donizetti e Bellini certamente le coglierei al volo e con grande gioia”.
Assiduo frequentatore anche del repertorio francese, con AuberBerliozGounodMeyerbeer e Offenbach, il tenore americano può esprimere l’eleganza della musica d’oltralpe soprattutto grazie alla sua provenienza belcantista. “Sicuramente Rossini ha dato il più grande ed importante contributo a ciò che è diventato il grand-opéra. Sia Rossini, sia Donizetti hanno capito che le sfumature della parola e il suo impiego nello stile francese sono uno dei maggiori esempi di eleganza nella composizione e nella scrittura. Pertanto l’influenza di questi due grandi musicisti, oltre ad altri nati al di fuori della Francia, credo sia il motivo principale per cui il grand-opéra sia la sintesi perfetta degli stili musicali provenienti da nazioni diverse, che insieme producono una forma decisamente migliore dei repertori di provenienza. Meyerbeer è un grandissimo esempio in questo senso, poiché si è formato in Germania, poi ha studiato lo stile italiano nel Belpaese ed infine ha avuto i più grandi successi nelle composizioni nello stile francese. Credo che possiamo tutti imparare molto da questa lezione di multi nazionalismo”.
Seppur in punta di piedi, Michael Spyres si è avvicinato anche Mozart e Verdi. “Purtroppo noi cantanti non sempre riusciamo a debuttare i ruoli che vogliamo, ma gran parte delle nostre carriere è composta da ciò che ci viene offerto. Detto questo, Rossini è stato influenzato moltissimo da Mozart e, a sua volta, Verdi è stato influenzato moltissimo da Rossini. Tutti e tre questi compositori hanno veramente capito cosa può fare la voce e hanno scritto in accordo a ciò che i cantanti dell’epoca potevano fare. Dal canto mio, posso dire di sentirmi veramente comodo sia con Mozart, sia con Verdi”.
In questo momento di crisi per i teatri italiani ed europei, in molti credono che sia importante globalizzare la propria carriera. “Una volta un uomo saggio disse che l’amore è dove lo si trova e credo che questo sia vero. Ci sono luoghi meravigliosi e fiorenti sia negli Stati Uniti sia in Europa, ma per un cantante d’opera ci sono molte più opportunità e possibilità nel vecchio continente. Penso che questa crisi di cui tutti parlano sia un momento perfetto per unire le forze ed intensificare con determinazione la realizzazione di questa forma d’arte, aggregando persone e appassionati di tutto il mondo, senza alcuna necessità di scegliere quale è il Paese migliore o chi ama la cultura di più di altri. Questo tipo di atteggiamento esterofilo è di per sé un tentativo velato di patriottismo, che indebolisce l’impatto complessivo di ciò che è al centro dell’arte stessa. La parola Opera significa lavoro ed io per primo ritengo meravigliosa questa professione, che mi ha permesso di cantare in tutto il mondo, cambiando le menti e contribuendo ad aprire gli occhi della gente alla consapevolezza che l’arte è per tutti. È possibile trovare della buona e della cattiva arte in ogni Paese, così cerco di non scegliere, preferendo avere una visione più globale, in quanto non è stata nostra la scelta del luogo in cui siamo nati”.
Nella vita di tutti i giorni Michael Spyres cerca di coltivare numerosi interessi. “Sono una persona abbastanza vivace che cerca di vivere in modo rilassato. Desidero sperimentare tutto ciò che mi è possibile nel breve tempo che siamo fortunati di essere in vita. Amo leggere in merito alla scienza, la commedia, l’arte e la giustizia sociale. La cosa più bella di essere un cantante lirico è la possibilità di esprimere sul palcoscenico tutte le passioni della vita reale. Mi sento molto fortunato di aver potuto imparare qualcosa, in merito al mondo presente e a quello passato, in quasi tutti i ruoli che ho interpretato. Amo la mia famiglia e i miei amici e sinceramente non potrei essere più felice della mia vita”.

INTERVISTA A CELSO ABELO [William Fratti] 5 agosto 2013.
Considerato uno dei migliori tenori dell’attuale panorama lirico internazionale, Celso Albelo ha conquistato l’attenzione della critica con Rigoletto a Busseto, accanto a Leo Nucci, dopo aver studiato con Carlo Bergonzi, nella splendida cornice del cortile di Santa Maria degli Angeli. “Ricordo quei momenti con una gioia ed emozioni che ancora oggi mi sembrano non vere. Imparare sul campo con due persone, due maestri così come sono Carlo Bergonzi e Leo Nucci, ha segnato per sempre la mia carriera. È stata un’enorme fortuna che questi due grandi artisti abbiano incrociato la mia strada. Situazioni come questa mi hanno portato spesso a sentirmi italiano come professionista. Non che non mi senta spagnolo, assolutamente, sono un canario molto orgoglioso del mio Paese, ma anche se una parte dei miei studi l’ho compiuta in Spagna, è in Italia dove ho consolidato la mia formazione, dove ho debuttato e ha iniziato la mia carriera, dove sono cresciuto come cantante ed interprete, quindi mi considero davvero un artista e un professionista italiano”.
Il Duca di Mantova è indubbiamente uno dei cavalli di battaglia di Celso Albelo e certamente uno di quelli eseguiti maggiormente. “Il Duca è un ruolo che continuo a maturare in modo naturale, sempre partendo da quella strada intrapresa nella prima esperienza bussetana. Oggi forse sono capace di trovare più colori adatti al personaggio libertino, cinico, ma a tratti anche romantico, senza perdere l’aria aristocratica che lo caratterizza. È veramente uno dei ruoli che più mi piacciono, perché mi dà l’opportunità di recitare, di sviluppare una personalità complessa e contraddittoria. È un personaggio che vive tra l’amore e il piacere, che crede che le donne gli appartengano. Anche vocalmente è un ruolo difficile, perché richiede concentrazione e tecnica impeccabile”.
Gaetano Donizetti è il compositore che il tenore canario frequenta più spesso ed è internazionalmente riconosciuto come uno dei migliori interpreti di Ernesto in Don Pasquale e Nemorino ne L’Elisir d’amore. “Amo particolarmente questo musicista, inoltre la mia voce è a proprio agio con la sua scrittura. Sicuramente studiando e approfondendo le opere di Donizetti ho notato che posso esprimere in una maniera sana le mie le mie caratteristiche vocali e l’amore per le sue opere cresce in me ogni giorno. Inoltre sono molto interessato al suo lato umano, poiché era una persona di umili origini che aveva lavorato duramente per tutta la vita raggiungendo la cima. Purtroppo la sifilide gli ha portato molta sofferenza, strappandogli i figli, la moglie ed infine trasformandolo in una smorfia di dolore. È anche stato internato in un manicomio in Francia contro la sua volontà e ha avuto un momento difficile. A Parigi Verdi lo visitò e rimase molto colpito dal suo degrado, perché allora non parlava e non poteva muoversi. È davvero incredibile che un uomo con tali problemi di salute, verso la fine del suo tempo creativo, potesse scrivere capolavori come Don Pasquale”.
Accanto a Donizetti, nel repertorio di Celso Albelo, anche Bellini occupa un posto molto importante, soprattutto nel ruolo di Arturo de I puritani, per cui è stato spesso sotto i fari dell’intera  comunità lirica internazionale. “La stessa sensazione di gioia nel cantare che provo con Donizetti, la ritrovo anche in BelliniLa sonnambula e I puritani sono le opere che più ho cantato, e devo dire che con la seconda ho un rapporto molto speciale. Tutti conoscono la terribile tessitura dalla parte, la concentrazione che è necessaria quando si affronta un ruolo dalle caratteristiche così speciali. Nel personaggio belliniano di Arturo si trova un chiaro esempio di romanticismo: l’amore per la patria, l’amore per una donna, la fedeltà a entrambe. Individuare il giusto equilibrio vocale, nei colori e nelle sfumature, fra questi due sentimenti è ciò che porta ad un “abbandono romantico”,  necessario in questo tipo di belcanto. Mi appassiona molto anche la figura umana di Bellini, così diverso da Donizetti e Rossini, che ha scritto molto poco rispetto a loro e morì molto giovane. Mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo, nella storia del melodramma italiano, se Bellini e Donizetti avessero vissuto così a lungo come Verdi, verso quale direzione si sarebbe evoluta l’opera lirica e cosa sarebbe successo al lavoro del Cigno di Busseto”.
Celso Albelo, nei prossimi giorni, sarà protagonista di un Concerto di Belcanto a Pesaro e sarà interprete di Roudi in Guillaume Tell. Ciononostante Rossini non è così tanto presente nel suo repertorio. “In molti mi dicono che sarebbe interessante se io debuttassi altri personaggi rossiniani, ma forse questo momento arriverà più avanti. Sinceramente non ho una risposta assoluta in merito alla mia maggior concentrazione su altri autori. Ho cantato spesso la parte del pescatore e forse un giorno mi cimenterò in Arnold. In ogni caso, si tratta di forme un po’ diverse di affrontare il belcanto: Bellini, più romantico, scommette su melodie “lunghe, lunghe, lunghe” come diceva Verdi, che richiedono una tecnica di respirazione molto specifica; con Rossini invece bisogna applicarsi in un virtuosismo delizioso; mentre con Donizetti l’importante è dare un senso drammatico alla coloratura e all’ornamento vocale. In generale bisogna sempre riempire di significato la bellezza belcantistica ed è ciò che cerco di fare con il modo in cui affronto ruoli come Nemorino: credo che la mia visione del personaggio, fresca e diversa, sia molto valida; come pure il modo in cui affronto Arturo”.
Accanto al belcanto italiano, Celso Albelo ha anche debuttato nel repertorio francese, soprattutto con Les pêcheurs de perles. “Trovare la fluidità nella lingua francese è stato un lavoro piuttosto complicato per me, ma una volta che l’ho ottenuta mi ha dato grandi soddisfazioni. Esistono anche ruoli, in un futuro non così lontano, che pian piano vorrei includere nel mio repertorio, perché mi sento molto a mio agio. Personaggi come Roméo, Werther, Faust e Des Grieux sono davvero affascinanti: quale cantante della mia corda non vorrebbe dare vita a quell’eroe del romanticismo che è Werther? Jules Massenet inoltre è anche un grande creatore di melodie ed utilizza un’orchestrazione molto teatrale e suggestiva, senza mai perdere l’eleganza francese. E per mantenere quel canto di linea sobria, bella e raffinata, bisogna lavorare sodo e rimanere sempre concentrati, senza lasciarsi trascinare dalle emozioni”.
Oggi il repertorio belcantistico sembra essere una forma d’arte un po’ bistrattata. “Sinceramente ho sempre trovato una grandissima accoglienza nei Paesi in cui ho cantato e credo che siano grandi il rispetto e l’amore per tale manifestazione artistica, così elegante da trasmettere forti emozioni. Forse in un momento in cui certi sentimenti umani sono visti come debolezza, le persone fanno fatica a lasciarsi andare, ma alla fine gli affetti e le passioni affiorano ed è precisamente quella universalità dei sensi la vera forza del belcanto. Inoltre, in questo periodo, penso che ci siano ottime voci ed interpreti di stile, e riconosco che questo repertorio è sempre più amato in tutto il mondo. In Spagna, in molti teatri come il Liceu, le opere di Donizetti e Bellini sono molto frequenti e sono una parte fondamentale dei grandi cartelloni internazionali. In ogni caso occorre avere chiaro che questo repertorio, come del resto tutti gli altri, dal barocco al wagneriano, dipendono soprattutto dal fatto di avere interpreti adeguati. La rinascita di Donizetti, per esempio, è stata possibile grazie a Callas, Caballé, Sutherland, Gencer, Sills, Serra, Gruberova e Devia. Più in generale penso che la crisi nella lirica non si limiti al belcanto, ma all’opera in generale. L’Italia e i suoi teatri stanno vivendo una recessione importante, come quella che si vive in Spagna. Ma io sono ottimista: la crisi è una realtà che colpisce duramente, ma sono convinto che in situazioni come questa emerga il vero talento, più che mai. La gente si renderà conto che fare cultura è molto più di un certo numero di milioni spesi in un meraviglioso allestimento. Oggi tutti i professionisti dello spettacolo sono consapevoli di ciò che sta accadendo e siamo tutti pronti a fare sacrifici, ad adattare le nostre commissioni per aiutare una produzione”.
Nella vita di tutti i giorni Celso è “una persona affezionata ai suoi amici e alla sua famiglia e a cui, da vero isolano delle Canarie, piace il mare. Inoltre, come ho già detto, sono assolutamente ottimista di natura e credo che dedicarmi a questa professione mi abbia dato solo cose positive. La mia è una scelta libera e finora penso che mi stia dando buoni risultati. Logicamente mi manca una certa stabilità, una sede permanente, la vicinanza fisica della famiglia, anche se ora, con la tecnologia, si può avere un maggior contatto. In tutto questo è molto importante non perdere la sincerità con se stessi, per poter superare gli elogi eccessivi e le critiche che rasentano il ridicolo. In questa vita bisogna essere onesti, ma in questa carriera bisogna esserlo soprattutto con se stessi. Nella mia vita quotidiana, oltre a dedicare abbastanza tempo allo studio, mi piace ascoltare musica di tutti i tipi. In questo credo di essere molto strano. Ho iniziato a cantare nella “tuna”, istituzione universitaria spagnola formata da gruppi di studenti musicisti che si pagano gli studi facendo musica nei bar e ristoranti, e per un periodo sono stato molto legato al folklore canario e a gruppi come Achamán – Jóvenes Sabandeños o Parranda de Cantadores; poi ho cantato nei pub, accompagnato dalla chitarra, fino a quando ho iniziato a dedicarmi al canto lirico. Ma ogni volta che mi capita di incontrare amici finiamo la serata cantando boleros. A casa ascolto tutto, dai cantanti e cantautori di musica leggera, a gruppi rock spagnoli come Miguel Ríos o Fito y Fitipaldis, passando per i Rolling Stones, i Beatles, Mercedes Sosa, Stevie Wonder e la bossa nova, il folk sudamericano, il jazz. All’opera vado quando posso, poiché mi piace andare a vedere i colleghi in teatro e poi andare a cena con loro, ma non sempre è possibile, anche se vorrei farlo molto più spesso!”.