Le nozze di Teti e Peleo – Monteverdi Festival 2026, Cremona
Le nozze di Teti e Peleo al Monteverdi Festival 2026.
Sono passati esattamente trecentocinquanta anni dalla morte di Francesco Cavalli, il prolifico compositore cremasco che ha creato oltre quaranta opere in trent’anni di attività per i teatri veneziani. Fino ad oggi non era mai stato possibile ascoltare la sua prima opera scenica: Le nozze di Teti e Peleo (in un prologo e tre atti) che debuttò a Venezia, al Teatro San Cassiano, il 24 gennaio 1639. Grazie alla trascrizione di Angela Romagnoli e alla ricostruzione musicale di Antonio Greco, il lacunoso manoscritto della Biblioteca Nazionale Marciana è tornato a nuova vita e ha potuto debuttare, come prima rappresentazione in epoca moderna, a Cremona in occasione del Monteverdi Festival 2026.

Il noto mito, che ha dato il via alla guerra di Troia, è narrato da molte fonti classiche a partire dall’Iliade di Omero (libro 24), passando per Esiodo, Pindaro per arrivare ad Euripide con la sua Ifigenia in Aulide. Il libretto di Orazio Persiani, pur ispirandosi ed in parte utilizzando il materiale classico, introduce anche elementi comici che ben si confanno al modo di fare teatro dell’epoca. Il team artistico che vede alla regia Petra Deidda e alle scene e costumi Valentina Volpi, cerca di riproporre sul palco un mondo variegato, non necessariamente classicheggiante e dai contorni vagamente fantasy. Una produzione dall’estetica sempre gradevole, dal sapore quasi naïf con buffi personaggi che sono spesso divinità ma al tempo stesso fragili umani. Un mondo leggero che perde forse un po’ di efficacia solo nello statico terzo atto ma che nel complesso si può dire ben pensato. Il merito va anche agli immaginifici costumi della già citata Volpi e al buonissimo lavoro sul comparto luci di Oscar Frosio.
Passando al versante musicale, la menzione d’onore spetta senza dubbio ad Antonio Greco che, come già ricordato, dopo un meticoloso ed attento lavoro di ricerca, ha restituito al pubblico una partitura inedita e preziosa. Non una semplice riscoperta di uno spartito caduto nell’oblio, quanto, piuttosto, un’opera di ricostruzione drammaturgica, volta alla definizione di un costrutto musicale unitario e coeso. Quella di Greco è una concertazione sviluppata con perfetta aderenza stilistica, in alternanza di parti più brillanti ad altre più patetiche. Un dramma costruito tra il serio e il faceto, in sintonia con le linee guida del progetto visivo. La riuscita della prova passa, inevitabilmente, dal perfetto controllo dei recitavi al cembalo, suonato dallo stesso Greco, ma anche dalla intesa con la compagine strumentale, nella fattispecie l’Orchestra Cremona Antiqua. Proprio a quest’ultima riconosciamo un encomiabile impegno nell’assicurare politezza e brillantezza, dando vita ad un tessuto sonoro sempre adatto a raccontare il progredire della vicenda. Altrettanto bravo è il Coro, guidato con la giusta perizia da Diego Maccagnola, variamente impegnato ad illuminare, con dovizia di sfumature, il testo di Persiani.

Venendo al nutrito cast vocale, si impone la Teti di Valentina Ferrarese, in possesso di uno strumento ben organizzato e dal caratteristico colore cristallino. In evidenza per una emissione sorvegliata e stilisticamente appropriata, l’artista si mostra anche interprete di ricercata finezza, dando vita ad un personaggio a tutto tondo, capace di emozionare nel dolente assolo del secondo atto.
Al suo fianco, nei panni di Peleo, Ferran Albrich, sigla una prova di ottimo valore, in forza di una linea di canto smaltata, omogenea e di facile espansione. Non è da meno l’interprete, in grado di sottolineare l’aspetto più umano del personaggio, qui ben rappresentato con tutte le sue incertezze e le sue fragilità.
Buona la prova di Danilo Pastore, chiamato a sostenere il duplice ruolo della Discordia e di Meleagro. Se nel primo caso prevalgono la perfidia e l’inganno di una sinistra forza ultraterrena, nel secondo caso si impongono, soprattutto, gli affetti dell’amico fraterno di Peleo. Una efficace differenziazione ottenuta, tra l’altro, grazie alla incisività del fraseggio.
In ben tre ruoli è impegnato Giacomo Pieracci, in rilievo per il suggestivo velluto di una vocalità sonora e facilmente proiettata. La solenne autorevolezza di Plutone si alterna, così, alla lussuriosa baldanza di Tritone e, ancora, alla gioiosa spiensieratezza di Sileno. Una triplice caratterizzazione, ottimamente sottolineata dalla varietà di un accento sfumato e ben articolato.
Dopo la profetica apparizione nel Prologo come Tempo, Jorge Navarro Colorado, torna sul palco nel terzo atto per dare vista al personaggio di Paride. Ben riuscita, in particolare, l’interpretazione di quest’ultimo personaggio, risoluto e rigoroso nell’affrontare la disfida tra le dee per la conquista del famigerato “pomo d’oro”.
In rilievo la prestazione di Mara Gaudenzi che, con l’indiscusso fascino di un timbro pastoso ed ambrato, cesella, dapprima, le retoriche esternazioni della Fama e, quindi, le sagaci argomentazioni di Giunone.
In ottima evidenza anche la prova di Alessandro Ravasio che, sfruttando l’ampiezza della cavata e la densità dell’impasto timbrico, delinea con pari incisività il personaggio di Nereo e quello di Giove. Proprio nei panni del padre degli dei, l’artista colpisce nel segno, disegnando un carattere solenne che, a causa delle pulsioni di cui è preda, si scopre, con non poca ironia, più vicino all’umana natura di quanto di possa pensare.
Angelo Testori è davvero bravo nel dipingere, con scanzonata allegria, la goffaggine e il sollazzo di Marte, Momo e Minos. Musicalità e carisma scenico si mescolano alla perfezione in una prova guidata da raffinata ed irresistibile ironia.
Altrettanto piacevole è la caratterizzazione, vocale e scenica, di Matteo Straffi che, nel dare vita con convinzione e dedizione ai personaggi di Mercurio ed Eaco, evidenzia una buona affinità timbrica e scenica con Testori.

Marzia Marzo e Benedetta Zanotto, rispettivamente Venere e Pallade, sono le protagoniste, oltre alla già citata Giunone di Mara Gaudenzi, dell’accesa contesa per primeggiare nel giudizio di Paride. Entrambe le artiste mostrano una pregevole familiarità stilistica, oltre ad una evidente solidità ed arguzia nel fraseggio. Per completezza di informazione ricordiamo, anche, come la Marzo sia chiamata a ricoprire anche il ruolo di Tesifone.
Vera sorpresa della serata è Maxiliano Danta, Himeneo, dal timbro prezioso e luminoso. A colpire sono, in particolare, il dominio della scrittura, l’immediatezza e la nitidezza del fraseggio, oltre alla disinvoltura scenica.
Completano la locandina, con egual bravura, Matteo Laconi, Bacco, Gaia Ammaturo, Megera e Mergellina, Alessandro Simionato, Aletto, Marcello Zinzani, Radamanto e Arrigo Liverani Minzoni, Chirone.
Il caloroso successo tributato del pubblico, al termine dello spettacolo, testimonia l’indubbio valore di questa serata: un ulteriore passo nel cammino di riscoperta della produzione del “più illustre” tra gli allievi di Claudio Monteverdi.
Le nozze di Teti e Peleo
Opera scenica in un prologo e tre atti
Musica di Francesco Cavalli
Libretto di Orazio Persiani
Trascrizione di Angela Romagnoli
Teti Valentina Ferrarese
Peleo Ferran Albrich
Discordia, Meleagro Danilo Pastore
Mercurio, Eaco Matteo Straffi
Marte, Momo, Minos Angelo Testori
Giove, Nereo Alessandro Ravasio
Sileno, Plutone, Tritone Giacomo Pieracci
Paride, Tempo Jorge Navarro Colorado
Giunone, Fama Mara Gaudenzi
Venere, Tesifone Marzia Marzo
Pallade Benedetta Zanotto
Bacco Matteo Laconi
Himeneo Maximiliano Danta
Megera, Mergellina Gaia Ammaturo
Aletto Alessandro Simonato
Radamanto Marcello Zinzani
Chirone Arrigo Liverani Minzoni
Orchestra e Coro Cremona Antiqua
Maestro Concertatore Al Cembalo Antonio Greco
Maestro Del Coro Diego Maccagnola
Regia Petra Deidda
Scene E Costumi Valentina Volpi
Light Designer Oscar Frosio
Foto: Antonino Dimondo
