Un ballo in maschera – Teatro del Maggio, Firenze
John Fitzgerald Kennedy è storia ed è mito. Fu già un’icona nel suo tempo e continua ad esserlo nel presente. I fatti che lo riguardano sono arcinoti e perfino i dettagli fanno ormai parte del nostro immaginario sociale globalizzato. E’ dunque operazione rischiosa servirsene per raccontare un’altra storia o utilizzare un’altra storia per raccontare JFK. A cimentarsi in simile impresa è Valentina Carrasco che in Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi ricostruisce l’epopea americana degli anni sessanta, tra sogno democratico e separazione razziale, vita privata e riti collettivi. Il Gustavo/Riccardo, che come sovrano illuminato è figura cara al Settecento riformatore come a certi fermenti risorgimentali, diventa così un Kennedy modello e speranza della sua generazione, fotografato tra immagine pubblica e un amore impossibile. Tra le due vicende vi sono effettivamente delle analogie, prima fra tutte l’essere morti entrambi assassinati, e i possibili punti di contatto vengono ricercati con acribia dalla Carrasco, che mette in piedi una macchina narrativa alquanto complessa ed articolata, la cui ambientazione è minuziosa e fedele secondo le scenografie di Andrea Belli e i costumi di Silvia Aymonino attentamente ispirati ai filmati dell’epoca, con l’eloquente gioco di luci di Marco Filibeck Ogni occasione che il Ballo verdiano può offrire viene colta al balzo per comporre un affresco di storia recente, i cui strascichi arrivano prepotenti alla nostra attualità. A ricordarcelo è anche lo sventolare di una logora bandiera a stelle e strisce, proiettata sull’intero boccascena ad opera di Massimo Volpini, che ci mostra la Casa Bianca e tanti video di eventi e convention fino alla tragedia di Dallas. E tuttavia il pubblico, che questa regia ha molto fischiato e poco applaudito, non si è ritrovato in questa trasposizione, che non convince neppure chi scrive.

La Carrasco dimostra grande abilità nel definire coerentemente l’insieme e il suo lavoro registico è pregevole e di notevole interesse, ma le due storie corrono per lo più parallele e spesso sono i fatti storici evocati a far scolorire il piano simbolico dell’opera di fantasia. Ma è soprattutto la tinta, per usare il linguaggio verdiano, a non essere la medesima. La peculiarità del Ballo è il suo mantenersi miracolosamente in equilibrio tra tragedia e leggerezza, tra abissali profondità e atmosfere spumeggianti, sorta di ideale punto d’incontro tra la grave oscurità di don Carlo e quel luminoso volo di Falstaff che strizza l’occhio a Mendelssohn e a Mozart. In questo allestimento non solo non vi è nulla che renda la sfavillante eleganza dell’opera, ma in ogni circostanza il retrogusto è sempre amaro, anche e forse soprattutto quando si evoca Marylin Monroe o le magnifiche sorti e progressive d’America. Funziona tuttavia il campo della morte come degradata periferia e la casa di Renato come quartiere generale del comitato elettorale. Se nell’apertura e nella sequenza della festa il peso della storia ha la meglio sulla verità teatrale, l’antro di Ulrica ci porta davvero lontano da Verdi. La maga è infatti una sorta di Martin Luther King, dunque solenne ma priva di aspetti grotteschi, e l’intero quadro con la presenza del Ku Klux Klan in scena non può essere in alcun modo comico e leggero. Si immagini poi, per inciso, come possano suonare espressioni del tipo “ora m’è d’uopo m’abbocchi a satano” se a pronunciarle è un predicatore con coro gospel. Da parte sua Riccardo/Gustavo non è sposato con Jacqueline Bouvier con tanto di famiglia perfetta, ma è solo nella sua nobiltà di reggente e morendo chiama figli il suo popolo e non i due pargoli presidenziali. La sua passione per Amelia ha i tratti della fascinazione romantica e cortese ed è ben lontana dall’intemperanza sessuale di Kennedy, anch’essa nota e parte della leggenda, qui esibita talora con la classe del Duca di Mantova.

In definitiva il vestito è ben fatto ma non sta bene a chi lo indossa. E a soffrirne è soprattutto Antonio Poli che fatica a trovare una sua cifra espressiva. Il suo Riccardo è infatti schiacciato da JFK, manca di grazia regale come del piglio giocoso e fa avance ad Amelia decisamente brutali. A dispetto della bella vocalità timbrata e potente, il fraseggio rispecchia questa indeterminatezza, manca di ampiezza melodica e di modulazione dinamica. È autorevole nelle parti istituzionali, poco brillante in quelle scherzose, appassionato nel duetto d’amore che viene tuttavia risolto prevalentemente di forza. Ritrova però il suo smalto e la sua levigatezza nella romanza al terzo atto e in “Ella è pura; in braccio a morte” ci regala un epilogo intenso e coinvolgente.
Amelia è invece il personaggio che meno risente della sovrapposizione registica, interpretata da Chiara Isotton come un’elegante signora dell’alta società americana alle prese con una passione extraconiugale e una perigliosa discesa nel sottosuolo urbano. La voce è morbida e voluminosa, il canto omogeneo e legato, pur con qualche brusca salita in acuto e una moderata differenziazione nella dinamica. Lo stile marcatamente drammatico rende con vividezza il tormento della donna, con un “Ma dall’arido stelo divulsa” scavato e dolente e un “Morrò, ma prima in grazia” assai commovente, con fiati lunghi e molto espressivi.
Bogdan Baciu è un Renato un poco ingessato ma la cui rigidezza determina una compostezza marmorea e magnetica. La voce è piena e compatta e il fraseggio sbalzato e incisivo. Ha una dizione alquanto scavata nella scena dell’agnizione e delinea “Eri tu che macchiavi quell’anima” con varietà d’accento e una linea avvolgente.
Luminoso e spumeggiante l’Oscar di Lavinia Bini, anche se come segretaria personale ci fa pensare a una sorta di Monica Lewinski, perdendo un po’ del fascino del mozartiano Cherubino. La ballata iniziale è resa con nitidezza e vocalizzi sicuri e definiti; ha poi uno stile naturale e brillante nell’antro della maga e al terzo atto, pur nello sfavillio delle agilità, riesce ad insinuare un elemento di inquietudine e turbamento.
Chi invece è en travesti è l’Ulrica di Ksenia Dudnikova, dall’emissione rotonda e intensamente brunita, di grande compattezza e omogeneità. Se i recitativi presentano una certa uniformità, “Re dell’abisso, affrettati” è resa in una forma modulata e vibrante.
Si staglia con rilievo il Tom di Adriano Gramigni, dal colore profondo e dalla dizione scandita; morbido e articolato il Samuel di Mattia Denti, che con Gramigni delinea con penetrante ironia il finale del secondo atto.
Con una proiezione nitida e solare, Janusz Nosek caratterizza con vigore ed originalità la figura di Silvano. Ha un’intenzione energica e appassionata il Giudice di Francesco Congiu ed è chiaro e definito il Servo di Amelia interpretato da Roberto Miani.

La complessa narrazione di questo allestimento è sostenuta dalla direzione di Emmanuel Tjeknavorian, che, al suo debutto operistico nonché al Teatro del Maggio, ci offre del Ballo una lettura energica e appassionata. Il racconto è continuo e puntuale, spicca per vigore nelle parti drammatiche, conferisce evidenza alle sequenze più ritmiche e rende con limpidezza i momenti leggeri, anche se avrebbe potuto essere arricchito da un maggiore respiro e da una più sfogata cantabilità. Gli effetti dinamici sono forgiati con cura, realizzando una valida differenziazione dei livelli sonori, mentre la rotondità del suono e gli impasti dei timbri attestano il meticoloso lavoro condotto dal trentenne direttore con l’Orchestra del Maggio. Saldo è il rapporto con il palco e felicemente integrato all’insieme ogni intervento del Coro, che con la guida di Lorenzo Fratini plasma momenti di grande precisione, forza e levigatezza. Tensione e rigore caratterizzano i grandi concertati, emblematici di quella coesione musicale e drammatica costruita dal Direttore con gli Interpreti, il Coro e l’Orchestra.
Molto applauditi tutti i cantanti, con particolare entusiasmo per la Isotton, la Bini e Baciu. Calorosi consensi per Tjeknavorian.
UN BALLO IN MASCHERA
di Giuseppe Verdi
Maestro concertatore e direttore Emmanuel Tjeknavorian
Regia Valentina Carrasco
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Scene Andrea Belli
Costumi Silvia Aymonino
Luci Marco Filibeck
Video Massimo Volpini
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Riccardo Antonio Poli
Renato Bogdan Baciu
Amelia Chiara Isotton
Ulrica Ksenia Dudnikova
Oscar Lavinia Bini
Silvano Janusz Nosek
Samuel Mattia Denti
Tom Adriano Gramigni
Un giudice Francesco Congiu
Un servo di Amelia Roberto Miani
Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino
