Spettacoli

Götterdämmerung – Teatro alla Scala, Milano

Si chiude, alla Scala di Milano la tetralogia di Richard Wagner. 

“L’aura di gioia sublime che ci ha rallegrati alla fine del Sigfrido si tramuta di colpo in una tetraggine tragica, la quale presenta il notturno rovescio dell’esistenza, sicché siamo costretti a fissare lo sguardo nell’eterno svanire di tutto l’essere divenuto, mentre prima eravamo compresi della realtà d’una vita eterna e sempre rifiorente, di fronte alla quale pareva che la morte dovesse perdere ogni potere.” Con queste mirabili parole il critico e musicista Heinrich Porges ci introduce l’ultima giornata dell’Anello del Nibelungo. In Götterdämmerung, come noto, si fonde, prendendo a prestito le parole di Carl Friedrich Glasenapp: ”la morte di Siegfried con la: “antichissima idea germanica della futura distruzione del mondo […] morte non come quella d’una singola fortuita personalità, ma dell’uomo in genere, e come necessaria espiazione di una colpa divina”. Questa complessa partitura, eseguita per la prima volta il 17 agosto 1876, giunge in Scala, com’è giusto che sia, dopo Das Rheingold visto nell’ottobre 2024, e Die Walküre e Siegfried andati in scena rispettivamente nel febbraio e giugno 2025. Ricordiamo inoltre che l’intero ciclo verrà riproposto, al Piermarini, nella sua interezza, dal 1 al 7 marzo sotto la guida di Alexander Soddy e, dal 10 al 15 marzo, con la direzione di Simone Young. Ovviamente non possiamo che apprezzare la scelta di mettere in scena l’anello nell’arco di una settimana così come era la precisa volontà del compositore: un imponente sforzo produttivo che pochi teatri al mondo possono permettersi. Tornando a questo spettacolo, il team visivo é, giustamente, lo stesso delle precedenti giornate ossia David McVicar per la regia, coadiuvato da Hannah Postlethwaite per le scene. Si prosegue, insomma, con una certa coerenza, nel solco di quanto già visto, senza particolari sconvolgimenti o novità. Ad apertura di sipario ritroviamo la grande maschera dove avevamo lasciato Brünnhilde e Sigfried e tutto ci appare, fin da subito, riconoscibile e familiare, eccezion fatta per una nuova ambientazione che riguarda la reggia dei Ghibicunghi. Un lessico visivo fantasy che suggerisce, senza imporsi mai troppo e segue, con una certa attenzione, il libretto. Forse, in questa occasione, abbiamo assistito a qualche licenza registica in più, come nella scena in cui Wotan appare e piange sul corpo del figlio. Uno spettacolo che, nel suo lungo dispiegarsi, è sempre stato corretto, piacevole, ma che non ha mai realmente emozionato, né osato, e si è limitato ad essere un buon tappeto visivo per la meravigliosa musica di Richard Wagner. Abbiamo ritrovato anche i costumi di Emma Kingsbury, con i loro innegabili pregi ma anche alcune brutture: fra tutte i ballerini-cavallo delle valchirie. Ben pensate le luci di David Finn, molto ispirate, che si sposano adeguatamente con le video proiezioni elementali di Katy Tucker. In quest’ultimo capitolo le coreografie di Gareth Mole sono state riservate per lo più alle figlie del Reno e al bravo ballerino, personificazione dell’oro, che chiude con passi di danza l’opera. Non ci é piaciuto, però, che la sua esibizione sopravanzi la fine della musica, rompendo il disegno perfetto e simmetrico della partitura wagneriana. In questa ultima incarnazione il lavoro del team registico é parso, nel complesso, un po’ debole, quasi stanco, e sono mancate idee vincenti: una coerente prosecuzione di quanto visto che, invece di sublimarsi, è andata purtroppo appiattendosi. 

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Klaus Florian Vogt e Camilla Nylund

Il versante musicale vede imporsi, sul podio, Alexander Soddy. Una concertazione ispirata, sviluppata attraverso una narrazione magniloquente, ma non per questo meno attenta nel sottolineare le pieghe più intime ed oscure del dramma. Le dinamiche orchestrali, saggiamente combinate in un racconto incalzante e senza un attimo di riposo, delineano un affresco stratificato e percorso da intenzioni espressive cangianti ed iridescenti. La meticolosa scelta degli impasti timbrici consente di dare vita ad un fraseggio che pur nella sua indiscussa compattezza, sottende a sfumature infinitesimali. Ecco, allora, come ogni singolo lietmotiv riesca a risaltare nella propria individualità ma, ad un contempo, ad evidenziare il profondo legame con quel complesso reticolato narrativo che è essenza stessa dello stile wagneriano nel Ring. Dalla lettura di Soddy emergono, con pari efficacia, lo sprezzante eroismo di Siegfried, la barbara cupidigia di Hagen, l’ardore di Brünnhilde; tutti i personaggi della vicenda sono dipinti con vivida chiarezza e legati tra loro da un senso di imminente tragedia, che solo alla fine, dopo il supremo sacrificio, porterà alla redenzione. Una prova dunque di grande valore, indissolubilmente legata alla magnifica prestazione della orchestra scaligera che si distingue per la lucentezza e la duttilità di un suono rotondo e preciso. Basti pensare, su tutti, a due momenti fondamentali della partitura: la marcia funebre di Siegfried, di tragica solennità, e l’immolazione finale, con la sua alternanza tra catastrofica distruzione e commovente rinascita. 

Splendido è anche il contributo del coro scaligero, istruito da manuale grazie all’estro di Alberto Malazzi. Nelle scene di massa si leva un vero e proprio muro di suono, compatto e coinvolgente, un fiume in piena di indiscussa potenza espressiva.

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Olga Bezsmertna, Szilvia Vörös e Christa Mayer

Passando al cast, vanno premiati, nella prova di Camilla Nylund, l’impeto, la serietà e la professionalità nell’affrontare una parte tra le più improbe, come quella dì Brünnhilde. Nel corso della serata, il soprano, dalla vocalità luminosa e piacevolmente timbrata, dimostra di saper ben dosare le risorse, facendosi così apprezzare per una prestazione contraddistinta dal pregevole controllo di un mezzo piuttosto compatto. Complessivamente ben a fuoco l’interprete, capace di far emergere, con pari efficacia, l’ardore amoroso, l’inquieta impazienza, il dolore del tradimento, la furia vendicativa e, infine, la solenne gravità dell’immolazione conclusiva. 

Klaus Florian Vogt, con il suo peculiare timbro chiaro, disegna un Siegfried meno eroico e più umano. Sotto il profilo vocale si registra qualche tensione nel settore acuto, mentre a convincere sono soprattutto i centri, che suonano pieni e ben torniti. Massimo impegno anche nella definizione del personaggio, sbalzato con adeguata convinzione e partecipazione. Una caratterizzazione dell’eroe wagneriano insistita, in particolare, sul suo lato più ingenuo e sfrontato, ma capace, ad un contempo, di trovare accenti di aulica tenerezza nella scena della morte.

Non convince l’Hagen di Günther Groissböch che, ad onta di un indiscutibile carisma scenico e di una innegabile aderenza del fraseggio, presenta una emissione dura e faticosa nel passaggio e in acuto. Una prova mancata, a fronte di un timbro fascinoso per colore e profondità.

Complessivamente ben a fuoco la prestazione di Russell Braun, Gunther, a proprio agio nella scrittura wagneriana. L’emissione appare adeguatamente controllata anche se, sotto l’aspetto interpretativo, sarebbe lecito attendersi una maggiore varietà espressiva.

Si impone dunque, con maggior rilievo, la Gutrune di Olga Bezsmertna, dalla linea salda e sicura in tutti i registri. La morbidezza dell’emissione si unisce alla ricercatezza dell’accento, dando vita ad un personaggio coinvolto e sempre aderente al genio wagneriano. L’artista risulta altresì impegnata come Terza Norna, cui conferisce un’aura di trepido mistero.

Altrettanto convincenti sono le altre due Norne, Christa Mayer e Szilyia Vörös, il cui canto, intrecciato con piacevole simbiosi timbrica a quello della già citata Bezsmertna, ricama un racconto di incalzante inquietudine. 

In questa giornata conclusiva dell’anello, Alberich torna in scena per un intenso confronto con il figlio Hagen e, se ad  interpretarlo è Johannes Martin Kränzle, ci troviamo di fronte ad un cameo di altissimo valore. Oltre alla incisività di un canto di granitica e sinistra solennità, l’artista possiede un fraseggio di grande efficacia espressiva, sottolineando anche le più piccole inflessioni del testo. Una prova maiuscola e di grande pregnanza teatrale.

Altrettanto grandiosa è la Waltraute di Nina Stemme, dall’emissione rotonda e ben tornita, condotta con ammirevole morbidezza ed invidiabile sicurezza, nei centri come nella regione acuta. Ciò che colpisce, anche in questo caso, è come l’esecutrice si ponga al servizio dell’interprete per dare luogo ad una espressività assoluta. Un fraseggio attraversato da grande varietà di colori ed intenzioni, dal quale scaturisce una caratterizzazione sempre credibile e mai scontata.

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Günther Groissböck

Positiva, infine, per amalgama timbrico e complicità scenica, la prova delle figlie del Reno, ovvero, Lee-ann Dunbar, Woglinde, Svetlina Stoyanova, Wellgunde, e Virginie Verrez, Flosshilde. Un trio particolarmente efficace nel condurre, con tono di scherzosa ironia, il gioco della seduzione nei confronti di Siegfried in terzo atto.

Tra gli applausi festanti del numeroso pubblico, con punte di particolare acclamazione all’indirizzo di Stemme, Kränzle, Nylund e del direttore Soddy, si conclude così questo Ring, la cui esecuzione integrale, come già ricordato, occuperà il cartellone scaligero durante la prima parte del prossimo mese di marzo.

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Terza giornata in un prologo e tre atti
Versi e musica di Richard Wagner

Siegfried Klaus Florian Vogt
Gunther Russell Braun
Hagen Günther Groissböck
Alberich Johannes Martin Kränzle
Brünnhilde Camilla Nylund
Gutrune/Die dritte Norn Olga Bezsmertna
Waltraute Nina Stemme
Die erste Norn Christa Mayer
Die zweite Norn Szilvia Vörös
Woglinde Lea-ann Dunbar
Wellgunde Svetlina Stoyanova
Flosshilde Virginie Verrez

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Alexander Soddy
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia David McVicar
Scene David McVicar e Hannah Postlethwaite
Costumi Emma Kingsbury
Luci David Finn
Video e proiezioni Katy Tucker
Coreografia Gareth Mole
Maestro arti marziali/Prestazioni circensi David Greeves

Foto: Brescia Amisano Teatro alla Scala