Spettacoli

Rigoletto – Arena di Verona Opera Festival 2025, Verona

Uno strepitoso Rigoletto chiude la centoduesima edizione dell’Arena Opera Festival. 

“Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto”. Le parole di Alesandro Manzoni e la sua descrizione del castello dell’Innominato ci sono venute alla mente appena entrati in arena. Sulle gradinate dell’anfiteatro compare infatti, minacciosa ed incombente, la sagoma del castello San Giorgio di Mantova e più in basso, sul palco, una riproduzione della Sala di Amore e Psiche, dipinta da Giulio Romano intorno al 1528. Lo storico allestimento di Ettore Fagiuoli, pensato per la prima areniana di Rigoletto nel 1928, è stato ricreato nel 2003 e si è già visto quattro volte sul palco fino al 2017. Un allestimento classico e grandioso che gioca su tanti rimandi alla città dei Gonzaga, al suo ambiente fluviale e allo sfarzo della corte rinascimentale. Il regista Ivo Guerra dirige, con una certa sapienza, le masse come sempre numerose, soprattutto in primo atto, creando colpi d’occhio spettacolari che ben si fondono con le scene, dipinte “all’antica”, di Raffaele del Savio che cura anche gli splendidi costumi cinquecenteschi insieme a Carla Galleri. I personaggi indossano abiti che rimandano al mondo rinascimentale e sono ispirati ai costumi pensati nella già citata edizione originale del 1928. Una particolare menzione va al gruppo di bravissimi ballerini che in primo atto, truccati come statue bronzee, animano e danno vita ad una grande fontana. Le luci di Claudio Schmid sono delicate e rispettose della scena, mai preponderanti e sempre delicatamente serotine, la splendida luna che si alzava dietro al palco nella notte veronese completava mirabilmente la scena regalando una poetica visione dell’insieme.

L’esecuzione di un’opera come Rigoletto, titolo tra i più rappresentati della produzione verdiana, richiede artisti di livello, cui è demandato l’arduo compito di affrontare le numerose insidie della scrittura. L’impresa si fa ancora più ardua se pensiamo che quest’opera contiene melodie talmente iconiche da risultare ben impresse nella memoria di appassionati e non. Per una serie di fortuiti accadimenti, Fondazione Arena di Verona schiera in palcoscenico, per quest’ultima serata del Festival Lirico edizione numero centodue, una parata di stelle capace di offrire al pubblico una esecuzione di portata sensazionale. 

Procediamo con ordine.

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Pene Pati

Nel ruolo del titolo torna, dopo aver sostenuto la “prima” di questa produzione poche settimane fa, Ludovic Tézier. Il baritono francese è, oggi, interprete verdiano tra i più accreditati e le ragioni sono molteplici, a partire dalla eleganza di una emissione omogenea, dai centri smaltati e naturalmente proiettata verso un registro superiore ampio e poderoso. L’esecutore è anche, e soprattutto, fraseggiatore di gran classe, arguto nella ricerca di un accento caricato di autentica verità teatrale. Tézier scava nell’animo del personaggio e ne restituisce la visione di un uomo inquieto e racchiuso nei turbamenti di un dolore intimo e profondo. L’amore paterno viene espresso attraverso la morbidezza della linea, sino a toccare i vertici della più lancinante disperazione nel finale secondo atto, allorquando il baritono riesce a toccare le corde dell’anima attraverso un canto struggente e disperato. La rabbia e il disprezzo verso i cortigiani, poi, vengono rappresentati con la fermezza di un accento risoluto, mai esasperato. Una prova di altissimo livello che trova la propria consacrazione nella magnifica esecuzione di “Cortigiani vil razza dannata”, cesellata con una tavolozza di colori e di intenzioni davvero notevole.

Grande sorpresa ci ha colti nell’apprendere, pochi giorni prima della recita, dell’arrivo, nella città scaligera, del celebre soprano Lisette Oropesa.

Si rimane colpiti, anche in questa occasione, dalla musicalità e dalla duttilità di una vocalità sempre sorvegliata e guidata da un presidio tecnico di eccellente precisione. Alla pienezza dei centri, segue un registro superiore che si articola attraverso lamine di suono di cristallina purezza. Come nel caso di Tézier, poi, anche nella prova del soprano cubano cogliamo l’intento di finalizzare l’emissione ad una espressività variegata e sempre pertinente all’intenzione drammaturgica. Nel corso dell’opera cogliamo, così, l’evoluzione psicologica di questa giovane donna, un viaggio iniziatico alla scoperta di un amore idealizzato e per il quale sarà disposta a dare la propria vita, trascinando nel baratro della più cieca disperazione anche il suo stesso padre. La Gilda della Oropesa è un equilibrio perfetto tra dolcezza e forza d’animo, proponendo un personaggio appassionato e di assoluta modernità. L’evidente affiatamento, scenico e vocale, con Tézier culmina, infine, nella toccante e trascinante esecuzione del duetto che chiude il secondo atto. 

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Lisette Oropesa

Il terzetto dei protagonisti si completa con il Duca di Mantova di Pene Pati. Il tenore samoano possiede uno strumento privilegiato per la bellezza e lo smalto di un timbro pastoso e suadente. La linea di canto viene impreziosita da suggestive sfumature che donano all’emissione la dolcezza ideale a rappresentare il carattere amoroso del personaggio. Anche l’interprete sa essere sempre consapevole e presente a se stesso, restituendo tutta la fierezza e l’esuberanza seduttiva del Duca. Qualche occasionale leggera appannatura nel registro superiore (viene interpolato un Re sovracuto al termine della cabaletta “possente amor mi chiama”, eseguita integralmente) non scalfisce di certo una prova complessivamente di ottimo livello. 

Molto bene la coppia dei “perfidi fratelli cattivi”.

Gianluca Buratto sfoggia il bel velluto di un mezzo ampio e sicuro siglando, per altro, un’ottima chiusa del duetto con Rigoletto in primo atto. La sua interpretazione di Sparafucile può contare, tra l’altro, sull’efficacia di un fraseggio granitico e autorevole.

Gli risponde in ottima sintonia la Maddalena di Martina Belli, vocalmente ben sfogata e scenicamente carismatica. Da sottolineare, per altro, nella sua interpretazione, la convincente rappresentazione del dissidio interiore del personaggio che, dopo aver sfoderato le proprie arti seduttive, si trova, suo malgrado, vittima di una cocente infatuazione per il Duca.

Tonante e profetico, quale ben si conviene, il Conte di Monterone di Abramo Rosalen.

Ben assortito ed equilibrato il “terzetto” dei cortigiani: lo squillante Matteo Borsa di Matteo Macchioni, l’incisivo Marullo di Nicolò Ceriani e il mercuriale Conte di Monterone di Hidenori Inoue.

Carisma scenico e vocale non mancano nella prova di Agostina Smimmero, capace di sbalzare, con la giusta evidenza, l’opportunismo, prima, e il tardivo pentimento, poi, di Giovanna.

Francesca Maionchi interpreta la Contessa di Ceprano con eleganza e misurata compostezza.

La concertazione di questo capolavoro verdiano è affidata a Michele Spotti che, sul podio dei complessi areniani, regala una lettura ispirata e pervasa da spiccata teatralità. Il racconto musicale, infatti, si sviluppa, scena dopo scena, creando una sempre maggiore tensione emotiva, un intreccio di inquietudini e turbamenti, perfetta rappresentazione delle passioni contrastanti che albergano nei protagonisti. Ecco, allora, l’evidente ricerca di dinamiche dai contorni tenui e talora semplicemente abbozzati, una scelta precisa che disegna un tappeto sonoro rarefatto e straniante, proprio come la discesa verso l’abisso di Rigoletto. Coadiuvato dai complessi orchestrali, in bella mostra per compattezza e nitore, Spotti regala una prova davvero efficace, segnata dalla minuziosa cura dei dettagli e in buona sintonia con le esigenze del palco.

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Pene Pati e Martina Belli

Completano la locandina Ramaz Chikviladze, usciere di corte, ed Elisabetta Zizzo, un paggio della Duchessa.

Notevole, per intensità e compattezza, l’apporto del Coro della Fondazione Arena di Verona, magistralmente guidato da Roberto Gabbiani.

Al termine, una Arena completamente sold out saluta lo spettacolo con copiose approvazioni per tutti gli artisti e direttore, riservando autentiche ovazioni all’indirizzo di Oropesa e Tézier.

Cala così il sipario su questa, riuscitissima, edizione del festival veronese e, nell’attesa di applaudire gli spettacoli del cartellone numero centotre, è ora di tornare alla sala del Filarmonico per la ripresa della stagione invernale con Le Villi di Giacomo Puccini.

RIGOLETTO
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Il Duca di Mantova Pene Pati
Rigoletto Ludovic Tézier
Gilda Lisette Oropesa
Sparafucile Gianluca Buratto
Maddalena Martina Belli
Giovanna Agostina Smimmero
Il Conte di Monterone Abramo Rosalen
Marullo Nicolò Ceriani
Borsa Matteo Matteo Macchioni
Il Conte di Ceprano Hidenori Inoue
La Contessa Francesca Maionchi
Usciere di corte Ramaz Chikviladze
Paggio della Duchessa Elisabetta Zizzo

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Direttore Michele Spotti
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Ivo Guerra
Scene ispirate all’edizione areniana 1928 di Ettore Fagiuoli e Raffaele Del Savio
Costumi Carla Galleri
Luci Claudio Schmid
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese

FOTO: ENNEVI