Norma – Teatro alla Scala, Milano
Dopo quarantotto anni Norma di Vincenzo Bellini torna alla Scala di Milano.
“Questa è una delle più difficili arie che esistano, non solo perché richiede un eccellente legato ma perché vocalmente si è molto esposte. Inoltre, l’aria arriva molto presto nell’opera, mentre si è ancora nervose e non si è ancora entrate pienamente nella rappresentazione. Benché “Casta diva” esprima un’unica, sostenuta atmosfera, ci sono molti piccoli dettagli che costituiscono questa atmosfera e che devono essere curati”. Così Maria Callas si esprimeva su Norma, e se questa cantante leggendaria, che ha indissolubilmente legato il suo nome a quello della sacerdotessa druidica, ne riconosceva l’immensa difficoltà non può stupire che alla Scala di Milano il titolo manchi dal 1977.

Nella difficoltà di allestire un’opera così leggendaria purtoppo, dobbiamo dire, si è inceppato anche il meccanismo del Piermarini che ha proposto uno spettacolo deludente soprattutto sotto il profilo scenico. OperaLibera, per avere una opinione più completa, ha assistito in due date allo spettacolo, alla prima del 27 giugno e alla replica del 14 luglio che presentavano cast differenti. Olivier Py apre il rosso sipario su una facciata famigliare, quella della stesa Scala, siamo in epoca risorgimentale e i garibaldini combattono per la libertà. Il regista, già apprezzato in Thaïs nel 2022, insieme allo scenografo Pierre-André Weitz, crea uno spettacolo incentrato su una grande struttura rotante, la riproduzione del teatro appunto, che mostra progressivamente le sue sale ed i suoi spazi. Qui agiscono Norma ed Adalgisa due cantanti e rivali. Vogliamo premettere che il colpo d’occhio in più punti di questo allestimento è riuscito ed accattivante, ma quello che non funziona proprio è il senso generale di questa regia, il messaggio che il regista vuole passare e che alla sala non arriva, come evidenziano le sonore constatazioni alla parte scenica. L’ambientazione risorgimentale, già vista per altro molte volte, lascia presto il posto alla storia d’amore e di gelosia delle due dive ma l’intera concettualità dello spettacolo non trova però mai una senso compiuto. Ci chiediamo ancora il senso di una video proiezione del teatro distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e restiamo poi ancora più confusi seguendo le numerose coreografie di Ivo Bauchiero che rimandano al teatro antico ma che si sposano forzosamente con quanto avviene in scena. Di questo disordinato e dissonante allestimento salviamo solo i costumi dello stesso Pierre-André Weitz, per lo più neri e rigorosi ma dal buon valore teatrale e le luci di Bertrand Killy sempre adeguate e ben concepite. Insomma, almeno sul versante scenico una occasione sostanzialmente sprecata che il pubblico ha condannato, soprattutto alla prima, con una selva (non sacra) di fischi e anche insulti, chi scrive non ha memoria di un tale imponente dissenso generalizzato.
Rappresentare Norma al Teatro alla Scala ha costituito per anni un cimento impossibile. Si sono temuti, forse, confronti con il passato e i fantasmi delle grandi che hanno calcato il palcoscenico del “Tempio” con esiti trionfali. Tuttavia, azzardare paragoni con alcune mitiche serate, consegnate al disco e alla memoria di generazioni di melomani, può risultare, oggi, quantomeno anacronistico.
Fatta questa importante e doverosa premessa, veniamo all’esecuzione scaligera cui abbiamo assistito in data 14 luglio 2025.

La direzione musicale di questa produzione è affidata a Fabio Luisi che, per l’occasione, opta per una esecuzione pressoché integrale della partitura, secondo l’edizione critica a cura di Roger Parker per Casa Ricordi. La lettura del direttore genovese è pervasa da un palpito continuo, una tensione emotiva persistente e corroborante, costruita attraverso la compenetrazione di momenti di travolgente enfasi sonora e di altri di delicatissima sospensione estatica. Questi ultimi risultano particolarmente incisivi nel delineare l’intimità e lo smarrimento interiore dei personaggi (si vedano, ad esempio, certi incisi di Adalgisa nel duetto con Pollione di primo atto e, ancora, in quello seguente con Norma). Sonorità più accese appaiono ideali, di contro, per tratteggiare le scene di furore, rappresentativo dell’intento rivoltoso di un popolo (ovvero il “cantico di guerra” in secondo atto) e, più ancora, dello struggimento viscerale della protagonista dinanzi all’appreso tradimento amoroso di Pollione nei suoi confronti. Determinante diviene, in tal senso, la scelta delle agogiche, la cui alternanza contribuisce a marcare con maggior incisività l’essenza drammaturgica dei singoli momenti dell’opera. Una prova direttoriale di livello, che trova nel sublime finale tragico un pathos di accesa intensità espressiva.
Sotto la guida di Luisi, l’orchestra scaligera elabora un fraseggio musicale composito, sottolineando la neoclassica solennità di certi passaggi, la febbrile virulenza di altri e la delicata morbidezza di altri ancora. Un suono terso e chiaroscurale, che avvolge il palcoscenico a guisa di un magma sonoro che ribolle di pulsante passione.
Il ruolo di Norma è, forse, tra i più complessi non solo della produzione belliniana, ma dell’intera storia del teatro musicale. Alla difficoltà della scrittura vocale, infatti, che richiede all’esecutrice un controllo tecnico assoluto, si unisce la necessità di rappresentare un personaggio dalle tante anime: un leader spirituale per il proprio popolo, una donna ferita ed innamorata, una madre tormentata.
Sgombrando il campo da inutili confronti di circostanza, come ricordato poco sopra, questa produzione scaligera offre la possibilità di ascoltare, nel ruolo del titolo, una delle giovani voci più promettenti del momento, Marta Torbidoni.
Il soprano, scritturato originariamente per la sola data cui abbiamo assistito, si è trovato, a causa indisposizione della collega prevista in locandina, ad anticipare il debutto meneghino di qualche giorno e, per questo motivo, a sostenere due recite della produzione. Torbidoni affronta il temibile ruolo del titolo con una vocalità lirica e pastosa, grazie alla quale riesce a cesellare, tra l’altro, una bella esecuzione, lungamente applaudita al termine, della celebre “Casta diva”. Di fronte ad una scrittura tra le più temibili, l’artista si mostra piuttosto sicura, sfoggia un buon legato e tutta la consapevolezza tecnica necessaria per risultare parimenti efficace, nei passi di agilità come nei cantabili. Plaudiamo, senza dubbio, alla cura del fraseggio e alla varietà dell’accento, caricato di una espressività pertinente e drammaturgicamente coerente. Attraverso questa interpretazione, il soprano mette in evidenza la femminilità e la vulnerabilità di una donna fortemente innamorata e vittima di un contrasto emotivo che la strugge senza requie. Una Norma forse meno aulica, ma non per questo meno autentica e moderna.

Al suo fianco, Antonio Poli dona a Pollione tutta la morbidezza di una linea vocale dal suadente impasto timbrico. La buona proiezione del registro superiore si accompagna alla chiarezza e alla pertinenza del fraseggio, adeguatamente sfumato per sottolineare lo slancio amoroso del personaggio. Sempre credibile e disinvolta, inoltre, la presenza scenica.
Vasilisa Berzhanskaya regala una magnifica interpretazione del ruolo di Adalgisa. Si impone, in primis, per la peculiarità di un mezzo ampio dal timbro ambrato e seducente. L’emissione è ben controllata a tutte le altezze, suonando corposa e piena nei centri, luminosa in acuto e ben appoggiata nei gravi. A proprio agio anche nel canto di coloratura, il mezzosoprano russo impartisce una autentica lezione di canto, il cui fiore all’occhiello sembrano essere piani e messe di voce di cristallina purezza. Di livello anche l’interprete che unisce, alla freschezza di una presenza scenica di algida eleganza, un fraseggio di arguta raffinatezza.
Michele Pertusi si conferma fuoriclasse per talento vocale e scenico. La linea di canto, di puro velluto, si dispiega morbida e ben tornita tra le pieghe dello spartito, rivelando una naturale aderenza stilistica alla musica belliniana. Notevole è, poi, l’interprete, capace di sottolineare, con giusta efficacia, il contrasto tra la solennità e la ieraticità nella scena d’apertura dell’opera, rispetto alla vinta commozione nell’addio alla figlia nel finale.
Squillante e dall’ottima intonazione il Flavio di Paolo Antognetti; ben a fuoco la Clotilde di Laura Lolita Perešivana (dalle fila dell’Accademia del Teatro alla Scala).
Magnifico, e non ci stancheremo mai di dirlo, il coro scaligero. Sotto la guida magistrale di Alberto Malazzi, la compagine sorprende per la bravura con cui sottolinea il contrasto tra il misticismo devozionale di alcune pagine (su tutte “Casta diva”) e la ferocia vendicativa di altre (“Guerra, guerra” o il finale).
Al termine della rappresentazione il folto pubblico presente in sala dispensa applausi copiosi per tutta la compagnia, con punte di autentico trionfo per Berzhanskaya, Torbidoni e Luisi.
Piace ricordare, inoltre, la presenza nel palco reale di Mariella Devia, splendida virtuosa ed interprete belliniana ad oggi tuttora insuperata.
Alla prima invece abbiamo assistito alla prova di Marina Rebeka che ha già avuto modo di interpretare, con notevole successo, il personaggio della sacerdotessa druidica su alcuni dei principali palcoscenici del mondo.

Il soprano lettone possiede una vocalità importante per volume ed estensione, oltre ad una indiscussa sicurezza tecnica. Il colore lievemente screziato della linea, si sposa con la compostezza di una emissione naturalmente proiettata, in una prova vocale di elegante sobrietà. Vinta la comprensibile emozione della “prima”, specie nel recitativo di ingresso, “Casta diva” viene contrappuntata, attraverso un sottile ed articolato gioco di chiaroscuri e piani, da una atmosfera di evocativa solennità. Anche la successiva cabaletta, dalla scrittura a dir poco ardita, viene superata con pregevole facilità, grazie ad un virtuosismo ben sorvegliato. L’affiatamento vocale e scenico con la Adalgisa di Vasilisa Berzhanskaya, consente a Rebeka di affrontare con fierezza i meravigliosi duetti tra le due protagoniste femminili dell’opera. Nelle parti più scopertamente drammatiche, come il finale primo e il duetto “In mia man alfin tu sei”, il soprano mantiene la voce morbida e naturale rifuggendo da inutili forzature nei gravi. È nel finale poi, che la prova di Rebeka raggiunge il punto più alto, grazie ad un canto commosso, a tratti lacerato, e ad un fraseggio di sublime tragicità. Una prova di indiscusso valore che, per l’innegabile credibilità scenica, la spiccata aderenza dell’accento al dettato belliniano e la pregevole confidenza con la scrittura tipicamente da soprano drammatico d’agilità, ascrive oggi Marina Rebeka tra le interpreti di maggior valore di questo ruolo.
A Freddie De Tommaso spetta il compito di dare vita al personaggio di Pollione. Il tenore italo-britannico sfoggia una vocalità generosa, dai centri ampi e dal notevole squillo della regione superiore. La cavatina di ingresso viene affrontata con esuberanza, mentre nel finale riesce a trovare accenti adeguatamente sfumati. Una interpretazione “muscolare” e vigorosa, perfettamente calibrata rispetto all’intenzione del progetto registico di Oliver Py.
Alla prima il pubblico presente, che riempiva il Piermarini in ogni ordine di posto, decreta un ottimo successo a tutta la compagnia, dimostrando un apprezzamento più acceso nei confronti di Marina Rebeka e decretando un trionfo per Vasilisa Berzhanskaya. Qualche sparuto dissenso accoglie l’uscita di Fabio Luisi, mentre, come già ricordato, un uragano di contestazioni si scatena all’apparire di Oliver Py.
NORMA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini
Pollione Freddie De Tommaso (27.06) / Antonio Poli (14.07)
Oroveso Michele Pertusi
Norma Marina Rebeka (27.06) / Marta Torbidoni (14.07)
Adalgisa Vasilisa Berzhanskaya
Clotilde Laura Lolita Perešivana*
Flavio Paolo Antognetti
Allieva dell’Accademia Teatro alla Scala
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Fabio Luisi
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Oliver Py
Scene e costumi Pierre-André Weitz
Luci Bertrand Killy
Coreografia Ivo Bauchiero
Foto: Brescia Amisano Teatro alla Scala
