Rigoletto

Torna al Teatro alla Scala Rigoletto, il grande capolavoro di Giuseppe Verdi, in una nuova produzione firmata da Mario Martone.

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Amartuvshin Enkhbat e Nadine Sierra

“Al momento siamo nei guai, tra meno di una settimana la nostra casa sarà ridotta peggio di una discarica, i miei vestiti puzzeranno chissà quanto. Mia moglie non ha alcun talento per i lavori domestici, non sa pulire e ai fornelli è davvero imperdonabile.” Con queste parole, uno dei protagonisti del film Parasite (2019), stigmatizza quel rapporto di dipendenza reciproca fra i cosiddetti ricchi, incapaci di provvedere alle loro necessità quotidiane e le classi meno abbienti dedite al loro servizio. Un film duro, spiazzante e aspro, quello di Bong Joon-ho che ha avuto, l’importante riconoscimento di quattro Oscar, fra cui quello per il miglior film, e numerosi altri premi internazionali. Un capolavoro moderno, oggi celebrato anche alla Scala di Milano, che plasma la nuova produzione di Rigoletto, a firma di Mario Martone, come un grande omaggio al film coreano. In esso due gruppi di dipendenti, mentre provvedono alle necessità dei ricchi padroni vivono alle loro spalle, sfruttando la casa e ricorrendo ad ogni sorta di indegno sotterfugio a fronte dell’ inumana indifferenza dei padroni. Alla Scala il Palazzo Ducale di Mantova è diventato una villa, una “terrazza Sentimento” della cronaca nera, un luogo di Milano o del resto del mondo dove i ricchi si divertono con feste piene di belle ragazze, alcool e cocaina. Una casa dal mobilio moderno, disposta su due piani e ricca di particolari di arredo, ma quando la scena (a cura di Margherita Palli) ruota, ecco comparire il mondo oscuro di Rigoletto, quello dei “parassiti” conniventi, sfruttati e sfruttatori, che condividono brandelli di una vita altrui, carica però della stessa povertà morale: una esistenza meno sfolgorante ma ugualmente triste. Compare sul palco un mondo fatto di baracche, di dimore scure e misere, comunicanti attraverso una grande porta con il luminoso mondo dei ricchi.

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Piero Pretti e Francesco Pittari

La visione del regista Mario Martone è spietata quanto quella del film di Bong Joon-ho: Rigoletto ed il Duca sono semplicemente due facce di una stessa triste miseria umana, così come lo sono Monterone e Rigoletto, con la differenza che il primo per la sua ribellione è caduto in disgrazia mentre il gobbo resta nelle grazie del Duca e ne condivide le colpe. Quello che affascina in questo spettacolo è la meticolosa attenzione del regista; nonostante riempia la scena di personaggi, è quasi difficile seguire tutto ciò che accade, le trovate registiche sono numerose e sempre toccanti. Qualche esempio: quando Gilda sconsolata intona il suo “Caro nome” le si avvicina una ragazza che vuole condividere quel sentimento di precaria illusione amorosa ma la protagonista la allontana infastidita. Quando poi, sempre lei, cerca di entrare nella locanda di Sparafucile per salvare il suo amato, accarezza in un toccante e silenzioso commiato la mano del duca addormentato. Uno spettacolo che potremmo definire perfetto se non si avvertisse, in alcuni punti, un certo attrito fra il testo del libretto e ciò che si vede in scena. Soprattutto non convince la scelta finale di fare morire tutti i protagonisti, parassiti e non con una grande strage, decisione che stravolge la morale dell’opera che vede trionfare sempre e comunque i potenti. Una produzione, comunque, che resta fra le migliori viste quest’anno alla Scala, visivamente sublimata dalle luci di Pasquale Mari che alternano toni accesissimi, per il mondo del Duca, a toni bui e oscuri per il mondo di Rigoletto. Volutamente usuali i costumi di Ursula Patzak che portano sul palco il vestire contemporaneo. Curatissimi anche i movimenti coreografici di Daniela Schiavone.

Di ottimo livello il versante musicale dello spettacolo.

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Piero Pretti e Marina Viotti

Sul podio, il Maestro Michele Gamba opta per una lettura integrale della partitura e improntata al rispetto del dettato verdiano (al netto di qualche puntatura di tradizione). Il ritmo è generalmente spedito ed è una scelta condivisibile in un contesto drammaturgico sempre teso; non mancano tuttavia anche i momenti di maggiore raccoglimento ed intimità come, ad esempio i duetti tra Rigoletto e Gilda di primo e secondo atto. Talvolta il Maestro eccede in volume, come ad esempio nelle chiuse d’atto, ma la sua lettura nel complesso convince e riesce a dare il giusto risalto al capolavoro verdiano. In ottima forma appare l’Orchestra del Teatro alla Scala, partecipe al disegno del maestro nella realizzazione delle giuste dinamiche sonore con una buona simbiosi tra le diverse sezioni.

Il protagonista Amartuvshin Enkhbat, è una delle voci che, per ricchezza di armonici e potenza del registro acuto, non stentiamo a definire, senza dubbio alcuno, tre le più interessanti della sua generazione. Il baritono riesce ad infondere nella linea melodica, sempre ben appoggiata, un’ampia gamma di colori e mostra altresì una grande duttilità nel realizzare opportune sfumature e smorzature. Non esiste passaggio della partitura che non sia affrontato da Enkhbat con slancio e naturalezza senza accusare il minimo segno di affaticamento. Rispetto ad altre occasioni (pensiamo al suo Rigoletto a Genova, al Teatro Carlo Felice, di pochi mesi fa dove, tuttavia, la prestazione vocale è stata ancora più trascinante), l’interprete sembra avere acquisito una maggiore maturità e il fraseggio essersi fatto più penetrante (va detto, per altro, della dizione sempre impeccabile) merito, forse, di uno scavo nel personaggio realizzato in questa produzione con Mario Martone. La sua travolgente ed accorata esecuzione di “Cortigiani, vil razza dannata!” resta uno dei vertici della serata.

Magnifica la Gilda di Nadine Sierra. Il giovane soprano statunitense possiede una vocalità preziosa, dal colore limpido e cristallino, una linea musicale timbratissima ed intonatissima. Notevole il controllo tecnico, così come il dominio della coloratura (finalmente risultano ben udibili tutti i trilli di “Caro nome”!). Si segnala inoltre la compattezza del mezzo, impreziosito dalla morbidezza dei centri e dallo splendore del registro acuto, sempre madreperlaceo. Se l’esecutrice è di prim’ordine, altrettanto straordinaria è l’interprete in ragione, in primis, di una dizione chiarissima e ben scandita. Il fraseggio risulta sempre variegato e ricco di sfumature, tanto che talvolta si ha come l’impressione che la Sierra giochi con l’emissione che, opportunamente dosata, diviene strumento per esprimere i palpiti del suo personaggio. Ci troviamo di fronte, così, ad una ragazza che si abbandona consapevolmente alle ragioni del cuore e che, nonostante la presenza soffocante del padre, saprà lottare, a costo della propria vita, per il proprio ideale di amore. Da segnalare, inoltre, l’aggraziata e deliziosa presenza scenica del soprano.

Di buon livello anche la prova di Piero Pretti nei panni del Duca di Mantova. Il tenore sfoggia la nota vocalità dal timbro lirico, ben controllata a tutte le altezze e che si espande con facilità in sala. Pretti ha il merito di infondere nella linea di canto una naturale nobiltà d’accento sfoggiando una costante morbidezza nell’emissione e un buono squillo nel registro superiore. Scenicamente coinvolto, risulta perfettamente immedesimato nel disegno registico di Martone che fa del Duca un ricco spaccone, dipendente dall’alcol e dalle droghe, che usa le persone alla stregua di oggetti per pura convenienza per poi abbandonarle senza remore.

Tonante per volume e torrenziale nell’emissione è lo Sparafucile di Gianluca Buratto al quale va riconosciuto, tra l’altro, un fraseggio scolpito ed incisivo che lo rende perfettamente credibile nei panni di uno spietato sicario.

Lussureggiante, con il suo timbro ambrato e screziato, la volitiva Maddalena di Marina Viotti che riesce a far risaltare il suo personaggio grazie ad una linea di canto pulita ed incisiva e ad una presenza scenica particolarmente spontanea ed immedesimata.

Spicca il Monterone di Fabrizio Beggi, ieratico e tremendo, nella sua vocalità dal timbro notturno, nello scagliare la “maledizione” con accenti torniti e ficcanti. Di particolare rilievo la resa scenica del personaggio, qui visto come un ex cortigiano, ora caduto in disgrazia ed emarginato dalla lussureggiante corte del Duca.

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Amartuvshin Enkhbat, Nadine Sierra e Fabrizio Beggi

Ben tratteggiata, sia vocalmente che interpretativamente, la Giovanna di Anna Malavisi.

Note positive per Francesco Pittari e Costantino Finucci, cui va il merito di far risaltare i rispettivi ruoli di Borsa e Marullo con vocalità sicura e ben tornita.

Brilla poi Andrea Pellegrini, uno squillante e scenicamente bravissimo conte di Ceprano.

Ben riuscita, del pari, la contessa di Ceprano di Rosalia Cid, valorizzata, tra l’altro, scenicamente da un bel tubino nero.

Completano il cast i bravi Mara Gaudenzi, un paggio e Guillermo Esteban Bussolini, un usciere di corte.

Eccellente, come di consueto, il Coro del Teatro alla Scala guidato con grande bravura dal Maestro Alberto Malazzi. Particolarmente riusciti, tra l’altro, sono gli interventi della compagine maschile che ha brillato sia per intensità sonora sia per immedesimazione sulla scena.

Grande successo al termine da parte di un pubblico, che quasi esauriva la meravigliosa sala del Piermarini, con punte di acceso entusiasmo soprattutto per Nadine Sierra ed Amrtuvshin Enkhbat.

Questo splendido Rigoletto resterà in scena sino all’undici luglio e, quindi, il cartellone d’opera del Teatro alla Scala riprenderà a settembre con Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa con la partecipazione degli allievi dell’Accademia di perfezionamento per Cantanti lirici.

RIGOLETTO
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
dal dramma Le roi s’amuse di Victor Hugo
Musica di Giuseppe Verdi

Duca di Mantova Piero Pretti
Rigoletto Amartuvshin Enkhbat
Gilda Nadine Sierra
Sparafucile Gianluca Buratto
Maddalena Marina Viotti
Giovanna Anna Malavasi
Monterone Fabrizio Beggi
Marullo Costantino Finucci
Matteo Borsa Francesco Pittari
Ceprano Andrea Pellegrini
Contessa Rosalia Cid
Paggio Mara Gaudenzi
Usciere di corte Guillermo Esteban Bussolini

Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Mario Martone
Scene Margherita Palli
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari
Coreografia Daniela Schiavone

FOTO: BRESCIA-AMISANO TEATRO ALLA SCALA