Recital di canto – Juan Diego Flórez

Juan Diego Flórez trionfa al Teatro alla Scala di Milano con un indimenticabile recital di canto.

Tanta era l’attesa per quella che già sulla carta si annunciava come una serata trionfale. Torna alla Scala un artista tra i più celebrati dell’attuale panorama lirico internazionale: Juan Diego Flórez. Il tenore peruviano è stato, ed è tuttora protagonista di interpretazioni memorabili, alcune delle quali realizzate proprio sul palcoscenico del Piermarini (dal debutto con Muti in Armide a soli ventitrè anni sino alla inaugurazione “sui generis” della stagione 2020/2021 con lo spettacolo A riveder le stelle dove la sua esecuzione della celeberrima aria “una furtiva lagrima” resta ancora vivida nella mente degli spettatori).

Juan_Diego_Flórez_2
Juan Diego Flórez

Al suo apparire sul palcoscenico Flórez viene accolto con grande calore dal pubblico (che bello vedere la Scala esaurita in ogni ordine di posto) e, sulle note di Gluck (ci piace pensare che la scelta di questo autore sia un omaggio al suo debutto sul palcoscenico scaligero) prende avvio il concerto dal programma a dir poco impegnativo. Dopo il nobile abbandono amoroso di “O del mio dolce ardore” da “Paride ed Elena”, si passa così ad una pagina di Giulio Caccini, “Amarilli, mia bella” nella quale il tenore incanta con il suo canto a mezzavoce e la precisione dei trilli. Suggestiva l’esecuzione del brano “Vittoria, mio core” di Giacomo Carissimi, pagina dal ritmo brillante affrontata con invidiabile souplesse vocale e magistrale utilizzo delle variazioni. Il programma prosegue quindi con tre pagine nate dal genio di Vincenzo Bellini: qui il tenore riesce a far cogliere, grazie ad un canto sempre espressivo e raffinato, la nostalgia di “Malinconia, ninfa gentile”, il trepidante patetismo di “Per pietà bell’idolo mio” e l’abbandono mesto e disperato di “La ricordanza” (per altro ricavata sulla stessa melodia di “Qui la voce sua soave” da “I puritani”), quest’ultima cesellata con un canto sul fiato da manuale. Giunge quindi l’omaggio a Gioachino Rossini, il compositore che, più di ogni altro, si è rivelato fondamentale nella carriera di Flórez. L’aria “Oh come il fosco…Quell’alme pupille” da La pietra del paragone viene eseguita con precisione e pulizia della linea vocale, gusto e pertinenza del canto fiorito, nel quale il tenore peruviano si conferma autentico fuoriclasse. La pagina successiva, la difficilissima aria di Idreno “La speranza più soave” da Semiramide impressiona per la facilità con cui Flórez si arrampica per le vorticose montagne russe della scrittura senza colpo ferire, senza mai perdere l’appoggio o l’intonazione e sciorinando agilità impeccabili, acuti e sovracuti svettanti e penetranti. Al termine della funambolica cabaletta il pubblico esplode in un boato di approvazioni che saluta la fine della prima parte del concerto.

La seconda parte del programma si apre con un omaggio a Tosti e, in particolare con “Sogno” nel quale il tenore infonde un canto morbido ed accorato, “Seconda mattinata” dove con un meraviglioso gioco di mezze voci viene dipinta l’atmosfera estatica del brano e, infine, “Aprile” che Flórez valorizza con il calore del suo bel timbro latino. La parte conclusiva del concerto è tutta per il grande repertorio operistico italiano. Un’incursione nel repertorio donizettiano è “Seul sur la terre” da Dom Sébastien roi de Portugal: qui il tenore sembra dipingere la partitura con ricchezza di armonici e grande intensità espressiva. E’ quindi la volta di Verdi con “Brezza del suol natio…Dal più remoto esilio e la successiva cabaletta “Odio solo, ed odio atroce” da I due Foscari. Oltre ad essere esecutore eccellente, Flórez è anche interprete di grande finezza ed intelligenza: ne abbiamo prova proprio con questa pagina verdiana nella quale il suo personaggio si veste di romantica compostezza, nobiltà d’animo e delicatezza espressiva. L’ultimo brano previsto è “Torna ai felici dì” da Le Villi di Puccini, che il tenore affronta con slancio ed esaltazione passionale. Il pubblico è già tutto ai suoi piedi, ma non accenna minimamente a lasciare la sala chiedendo a gran voce un “bis”. Flórez non si risparmia e, con grande, anzi, sconfinata generosità, concede ben dieci bis dando vita, di fatto, ad un concerto nel concerto. Si parte con una esibizione della passione del tenore per la “sua” chitarra: “Core ‘ngrato”, “Guantanamera” e “Cuccuruccucù Paloma” vengono snocciolate con eleganza, raffinatezza esecutiva e una bellezza disarmante delle mezzevoci che ingentiliscono quelli che potrebbero sembrare semplici brani popolari. E poi è così bello sentire il pubblico che, su espresso invito dell’artista, intona con gioia il ritornello dei brani, raggiungendo una totale simbiosi con il palco. Subito dopo il tenore regala una esecuzione travolgente di “Ah mes amis…Pour mon âme” da La fille du régiment di Donizetti e si rimane impressionati per la facilità quasi insolente con la quale viene inanellata la sequenza di do sopracuti che il cantante sembra superare senza il benché minimo sforzo. Subito dopo si passa a Massenet con l’aria di Werther “porquoi me réveiller” nella quale il tenore peruviano brilla per intensità della linea di canto e per la luminosità del registro acuto. Un altro omaggio alle sue origini latine con “Jurame” dove viene esibita una smorzatura meravigliosa. Arrivati a questo punto, il nostro “divo” si mostra ancora freschissimo, ma la festa, per la gioia del pubblico, non è ancora finita: ci aspetta la “manina” da La Bohéme nella quale il famigerato “do” brilla come una spada, ma quello che colpisce è l’afflato romantico che pervade l’esecuzione, così personale, quanto affascinante, di Flórez. Mentre nessuno accenna a voler lasciare la sala, è la volta de “La donna è mobile” da Rigoletto nella quale spicca tutta la spavalderia del Duca (un duca di gran classe ovviamente) sino all’acuto conclusivo che sembra non terminare mai tanto è squillante. Ancora due bis prima di concludere la serata, “Granada”, dove Flórez accenna divertito alcuni passi di flamenco, e “Nessun dorma” da Turandot con la quale il tenore augura la buona notte ad un pubblico osannante.

In questo fantastico viaggio, il “nostro” tenore ha un compagno di viaggio straordinario: il pianista Vincenzo Scalera che, oltre ad accompagnare con grande fantasia e assoluta pertinenza stilistica l’esecutore, interpreta in modo ammirabile, e con grande estro, anche due brani solistici, la “Danse Sibérienne” da Péchés de vieillesse n. 12 di Gioachino Rossini e Romanza senza parole in fa magg. per pianoforte di Giuseppe Verdi.

Un vero trionfo, come non si vedeva da tempo in Scala, una serata che difficilmente potremo dimenticare.

FOTO: BRESCIA AMISANO – TEATRO ALLA SCALA