Turandot

Il popolo di Pechino invocato a gran voce dal mandarino all’inizio della “Turandot” di Giacomo Puccini ne ha viste di tutti i colori dal 1926 ad oggi. L’ultima fatica del compositore lucchese è una delle più modernizzate in assoluto dal punto di vista registico, ma non sembra mai abbastanza dopo tante produzioni “particolari”, come testimoniato dal nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma. La regia di Ai Weiwei, attesa dal 2020 e poi rinviata a causa del lockdown, è destinata a rimanere una delle più chiacchierate di sempre per una serie di scelte non comprensibili e che potrebbero generare confusione in uno spettatore poco attento. Questa recensione si riferisce alla terzultima recita in programma al Costanzi, quella di martedì 29 marzo 2022.

Le aspettative erano alte, purtroppo la regia, le scene, i costumi e i video di Weiwei hanno deluso. Lo spettacolo è stato accompagnato da un documentario continuo proiettato sul fondale che spesso ha distratto il pubblico, con una scelta non consona al libretto. L’esempio emblematico è stato quello della Torre Eiffel e di Venezia apparse mentre Ping intonava Ho una casa nell’Honan. Non si chiedevano immagini particolari per descrivere questa situazione, ma sarebbe stato opportuno puntare su un bel laghetto blu (come quello citato dal personaggio) o sulla Cina. I video sono comunque proseguiti a getto continuo.

I virologi di Wuhan si sono alternati alla polizia cinese per poi lasciare spazio alle città vuote durante il lockdown. Ancora meno utili sono stati altri effetti video che ricordavano gli screensaver dei pc che davano quasi l’idea di essere al centro di un videogioco invece che immersi in uno dei capolavori di Puccini. Un discorso a parte lo meritano i costumi. Ha destato subito una forte impressione la rana-zaino indossata nel primo atto da Calaf, un oggetto ovviamente particolare e dagli inquietanti occhi illuminati, forse un’allusione alla rane delle favole citate nell’ambientazione del libretto. Della Cina neanche l’ombra, se non in qualche abito più moderno.

Tra i coristi, infatti, c’erano costumi non proprio antichi, ma chiaramente riferiti alla nazione asiatica moderna. A completare le scene ci hanno pensato i ballerini impegnati in un moon walk non diverso da quello che ha reso celebre Michael Jackson. Chao Hsin (principe di Persia) ha dimostrato tutte le sue capacità nelle arti performative, seppure penalizzato dalla solita scelta registica discutibile che, poco prima degli enigmi, lo ha trasformato in un ballerino con tanto di tutù. Il cast vocale è apparso ben amalgamato, con le classiche distinzioni che riguardano qualsiasi tipo di spettacolo lirico. 

I decibel degli applausi sono aumentati in modo chiaro al momento del giusto riconoscimento ad Adriana Ferfecka, soprano che ha dimostrato filati invidiabili e di grande effetto, non solo nel registro centrale. Dal punto di vista drammatico, poi, è risultata convincente ed emozionante. Ewa Vesin ha impressionato per potenza e imponenza della sua voce che hanno reso credibile la sua Turandot. Il fraseggio, significativo, è stato accompagnato dalla giusta asprezza nel timbro che si richiede a questo ruolo così complicato. Un timbro interessante è stato anche quello di Angelo Villari, un Calaf dai mezzi vocali notevoli che ha messo da parte il consenso facile degli acuti a perdifiato per scavare nel carattere di un personaggio che fa del mistero la sua caratteristica principale.

Rispetto alle critiche della prima serata, Ping, Pong e Pang hanno dimostrato un sensibile miglioramento, anche se qualche pecca c’è stata ugualmente. Alessio Verna (Ping) ha primeggiato, seguito a ruota dai più defilati Enrico Iviglia (Pang) e Pietro Picone (Pong), non certo aiutati dalla regia. Intenso e commovente il Timur di Marco Spotti, senza dimenticare i più che corretti Andrii Ganchuk (un mandarino) e Rodrigo Ortiz (Altoum). 

In un’opera del genere l’orchestrazione è fondamentale. Alla guida dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, Oksana Lyniv è stata criticata da più parti per la direzione “sporca” delle prime serate, in questa recita ha cercato di equilibrare le raffinatezze timbriche e l’effetto a tutti i costi, anche se qualche assolo eccessivo ha spesso rischiato di coprire le voci dei protagonisti. Il pubblico si è dimostrato clemente, applaudendo non solo il suo impegno “politico” in favore dell’Ucraina. Forse un po’ statico il coro del Costanzi, guidato da Roberto Gabbiani, inserito quasi giocoforza da Weiwei dimenticando il ruolo cruciale che ha nell’accompagnare le arie più celebri. 

TURANDOT

Dramma lirico in 3 atti e 5 quadri

Musica di Giacomo Puccini

Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni

Direttore: Oksana Lyniv 

Regia: Ai Weiwei

Maestro del coro: Roberto Gabbiani

Scene e costumi: Ai Weiwei

Luci: Peter Van Praet

Movimenti mimici: Chiang Ching

PERSONAGGI E INTERPRETI

Turandot Ewa Vesin

L’imperatore Altoum Rodrigo Ortiz

Timur Marco Spotti

Calaf Angelo Villari 

Liù Adriana Ferfecka

Ping Alessio Verna

Pang Enrico Iviglia

Pong Pietro Picone

Un mandarino Andrii Ganchuk

Il principe di Persia Chao Sin

Voce del principe di Persia Giuseppe Ruggiero

Orchestra e coro del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento dell’Opera di Roma

Foto Fabrizio Sansoni (Teatro Opera Roma)